1 Ottobre 2017. Quinta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore

Posted on 2 Ottobre, 2017

1 Ottobre 2017. Quinta domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore


“Qual è il grande comandamento?”
La domanda era stata posta a Gesù per metterlo in imbarazzo. Come avrebbe risposto lui, a proposito di una controversia che vedeva schierate diverse scuole rabbiniche del tempo, occupate a discernere tra prescrizioni e prescrizioni, se ne contavano seicentotredici.
Gesù non sfugge alla domanda. Perché, al di là di tutto, è importante. E potrebbe arrivare anche a noi. Per il cristianesimo, e quindi per i cristiani, per te, che cosa è la cosa più importante? In assoluto!
Io penso – non so se sbaglio – che dei passi in avanti siano stati fatti in questi anni dai cristiani per capire che cosa è assoluto per la loro fede. Ma mi rimane come l’impressione che forse questa consapevolezza non l’abbiamo ancora pienamente raggiunta e che il comandamento dell’amore rimanga ancora uno fra i tanti e nemmeno il primo. Chissà se la prima cosa su cui ci interroghiamo nei nostri esami di coscienza è proprio questa: “Ho amato?”. “Ho amato Dio con tutto il cuore. Il mio prossimo come me stesso?”. Nelle nostre confessioni è proprio questa la prima cosa su cui mettiamo tutta la nostra attenzione? Ci capita di confessare: “Non ho amato!”? Amerai.
Oggi il libro del Deuteronomio, in una sua pagina bellissima, ci faceva capire che “amare Dio” con quel che consegue è la cosa da insegnare, in primis ai figli, alla gioventù. Non una pletora di prescrizioni. Ho insegnato ad amare? Un insegnamento che dovrebbe occupare tutta la vita. E infatti si parla di case, di strade; e quando ci si alza e quando ci si corica. Questi insegnamenti “te li legherai alla mano come un segno, come un pendaglio tra i tuoi occhi”. Vorrei ritradurre così: tra i tuoi occhi come orizzonte dei tuoi pensieri e delle tue scelte; legati alle mani come indicazione ad agire. Voi mi capite, come una cosa che prende tutta la persona e la vita.
Bellissimo poi l’invito: “ Li scriverai sugli stipiti della tua casa, sulle tue porte”. Come messaggio dominante. Ci succede a volte di trovare una parola che ci colpisce e di trascriverla. Ecco trascrivi questo: “Amerai”.
La nota dominante, capite? E subito mi rimbalza la domanda: che cosa è dominante oggi dentro di me, ma anche nella società. Che cosa è la la parola che prende spazio e viene più frequentemente, più ossessivamente ripetuta, la nota dominante. Sto pensando a che cosa facciamo pubblicità? Pensate che sia questa la parola dominante: ”Amerai”? Sbaglio? O mi sembra di sentire altre parole, che spesso non vanno in questa direzione?
Non voglio togliere nulla alla carriera, se onesta. Ma quando pensi, per esempio, a un tuo figlio, ti congratuli con te stesso, con te stessa, pensando: “ha fatto carriera” o dicendoti: “Fondamentalmente è uno che ama, che aiuta, che non è chiuso in se stesso”?
Ma che bello pensare che la nostra fede è la fede dell’”amerai”. Dio ci vuole amanti. Non mummie. Colmi di attenzione, di sensibilità, di empatia, di emozioni per gli altri. Non mummie, amanti!
L’insegnamento era già chiaro, esplicito, nell’Antico Testamento. Il primo comando: “Amerai Dio con tutto il cuore” lo abbiamo ascoltato oggi dal libro del Deuteronomio. Il secondo “Amerai il prossimo come te stesso” è un comando custodito nel libro del Levitico. Ma la cosa intrigante è che Gesù lega indissolubilmente i due comandamenti: L’uno e l’altro insieme. Al comando di “amare Dio” aggiunge quasi senza lasciare respiro, senza
cesure, il comando di “amare il prossimo”. Come se l’”amare il prossimo” fosse la cartina al tornasole, la controprova che noi amiamo Dio. Non a parole, ma sul serio.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Nel suo libro: “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, il card Martini, commentando l’assolutezza del comandamento, ricorda che l’originale ebraico si esprime in modo diverso. Così risponde all’intervistatore che gli chiede: “Qual è la più importante regola di condotta che Gesù ci insegna nei rapporti umani?”.
“La più importante ”risponde “è: ama il prossimo tuo, amerai il prossimo tuo come te stesso. Oppure, come recita l’originale ebraico: amerai il prossimo tuo perché egli è come te. Se sono consapevole che l’altro è fatto della mia stessa pasta, che ha gli stessi pregi e difetti che ho io, questa vicinanza dà anche la forza di volergli bene. Se mi sento separato dall’altro e penso che lui sia cattivo e io buono, che lui sia debole e io forte, allora non gli vorrò bene. Se so che siamo tutti nella stessa barca, questo pensiero susciterà in me compassione e amore. Amerai il prossimo tuo perché egli è come te, dice Gesù. E aggiunge qualcosa di più grande: “Amerai come io ti ho amato”. Com’è possibile? Lo comprendono coloro che sono fedeli a Gesù. Gesù cita le Sacre Scritture, il nostro Antico Testamento, dicendo: dobbiamo proteggere i deboli, dobbiamo perdonare i colpevoli. Dobbiamo imparare a risolvere conflitti, a eliminare l’ostilità, a mettere pace.. Questo modo attivo di amare è la principale regola di condotta che Gesù dà agli esseri umani. Significa anche non fermarsi qui, non dire mai: noi siamo a posto e non abbiamo più nulla da aggiungere.
Inoltre, dobbiamo sempre domandarci: a cosa sono chiamato, qual è il mio compito? Perché Dio mi ha donato tutti questi talenti? Perché mi mostra il mondo? Per me porre queste domande è pensiero politico: sono una persona che riceve istruzioni da Dio e soprattutto la forza e la chiamata ad agire nel mondo affinché esso torni a essere come Dio in origine lo ha creato”.
“Amerai” mi ha molto colpito questo futuro. Il Cardinale lo sembra sottolineare dicendo che nell’amare non bisogna fermarsi mai. Quasi a dire che l’amore dell’altro non sta in una unica modalità, immobile: prende nel tempo altre forme. Ce lo insegnano coloro che si sposano. Fermare l’amore vuol dire farlo morire.
In questi giorni su un quotidiano laico ho letto una citazione tratta da una poesia di un poeta greco, Giórgos Seféris, premio nobel per la letteratura anni fa, che in una sua poesia scrive: “La prima cosa che creò Dio è l’amore”, E, qualche verso dopo, sorprendendo, scrive: “La prima cosa che creò Dio è il lungo viaggio”. Mi sembra di capire che non c’è contraddizione: l’amore è un lungo viaggio. L’amore senza viaggio inaridisce. E poi muore. “Amerai”: siamo chiamati al lungo viaggio.

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