07.01.2018. Battesimo del Signore

Posted on Gennaio 8, 2018

07.01.2018. Battesimo del Signore


Ieri eravamo con i Magi a Betlemme e ora siamo al Giordano: trent’anni son passati. Ma il filo della continuità fra i due momenti è comunque dettato dalla parola Epifania o Teofania come dicono in Oriente [oggi auguri ai cristiani ortodossi, in particolare ai copti di via Senato così duramente provati in Egitto dai numerosi attentati alle loro chiese]. Con l’Epifania inizia la raccolta di quei momenti in cui il “Verbum caro factum est”, cioè il manifestarsi di Dio nel mondo degli uomini , si rende evidente. In sintesi: Dio e l’uomo sono insieme nel tempo, in Gesù di Nazareth.
Gesù si dirige al luogo dove sa di incontrare il cugino Giovanni Battista; parte da Nazareth e si dirige verso sud, per un centinaio di chilometri. Certo non era la prima volta che lasciava la silenziosa Nazareth. A dodici anni l’avevamo trovato a Gerusalemme per la Pasqua. Ha un valore simbolico notevole quel tratto del fiume Giordano dove Giovanni battezzava; lì la terra è più bassa del livello del mare, una profonda depressione che termina nel Mar Morto. Il simbolo dello sprofondamento dell’uomo che non cerca più il cielo e le altezze dello Spirito. Giovanni inizia l’opera annunciando la discontinuità in arrivo; Gesù la compie scendendo con noi nelle profondità del nostro male, entrando in quelle acque fangose accanto a noi per innalzarci alla condizione di Figli di Dio, della quale egli è primogenito.
L’Epifania al fiume Giordano è la Trinità che si fa presente in mezzo al popolo: una voce, ed è il Padre, lo Spirito che si posa a indicare in quel Gesù il vero Verbo di Dio. C’è una espressione bellissima nel breve racconto evangelico del Battesimo: Marco dice che Gesù, e sembra sottolineare “soltanto lui”, vide squarciarsi i cieli; è come se per lui non ci possano essere segreti con ciò che sta oltre l’esperienza umana. Per Gesù il cielo è casa sua. Ecco spiegate le parole che aveva detto il Battista affermando che sarebbe giunto “uno più forte” di lui; il potente per antonomasia, eccolo lì a farsi uguale a noi, a ricevere un Battesimo, che non gli era assolutamente necessario poiché egli è l’Agnello di Dio, per tracciare una netta cesura nel tempo ed inaugurare la stagione definitiva.
Già da questo esordio si può cogliere la fisionomia del Dio che si mostra; è il Dio si prende cura di noi, il Dio che ci tiene per mano, il Dio amico della creatura, non importa se questa è distratta, lontana, dimentica, impura, cieca. È il Dio che in Gesù viene ad infrangere la nostra separatezza, da Lui e fra noi.
C’è un fortissimo passaggio nella lettera di Paolo agli Efesini che esprime con chiarezza tutto ciò: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne.” E prosegue: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio!”
Gesù uguale Pace. Quante sono le conseguenze e le implicazioni di un simile consegnarsi di Dio all’uomo nel volto di Cristo? Proviamo a pensare che ognuno di noi con il Battesimo è stato rivestito di questa meravigliosa identità. Ogni divisione, ogni muro, ogni gesto bellicoso è in contrasto col volto battesimale di Gesù Pace che ci è stato impresso indelebilmente.
Ci si rende subito conto di quanto continuamente ci adoperiamo per vanificare e smentire le Teofanie, quasi non si accettasse che Dio possa mostrarsi e che in verità lo abbia già fatto.
Finite le feste allora , la quotidianità o ferialità si riprende il campo. Ma alla prova dei fatti sarà in grado di far trasparire tutta la bellezza di quanto abbiamo rivissuto contemplando il Natale e l’Epifania?
Un richiamo banalmente concreto. Ho l’impressione di un contrasto fra il calendario della moderna quotidianità e quello liturgico. Mi spiego. Una festa liturgica ha una struttura precisa: preparazione, illustrazione, celebrazione. Il che comporta atteggiamenti precisi; sia spiritualmente perché ci vuole una tensione di preghiera che accompagna, sia fisicamente perché i giorni non sono eguali ed esigono comportamenti diversi. Temo invece che abbiamo segnato il tempo con un certo appiattimento: giorni uguali a tutti i giorni, ritmi dettati non dal profilarsi delle più intense feste religiose ma dall’imposizione dei consumi. E questo ha inciso perfino sulla pratica come tale: dove sono finiti i momenti di sacrificio e rinuncia per sottolineare l’attesa di una festa? Pensate alla fine che abbiamo fatto fare al venerdì! Altre confessioni cristiane o di fedi religiose differenti, hanno saputo conservare l’approccio giusto ai tempi festivi, con sapienti gesti preparatori. Dovremmo provare a ripensarci anche noi cattolici.