06.09.2020. Seconda Domenica dopo il martirio di S. Giovanni il Precursore

Posted on Settembre 6, 2020

Exemple

06.09.2020. Seconda Domenica dopo il martirio di S. Giovanni il Precursore


Le parole, che oggi abbiamo ascoltato, sono come attraversate da un canto, un canto prolungato, un canto alla vita. Che non viene meno nemmeno davanti alle più devastanti offese, neppure di fronte alla più devastante delle offese alla vita, la morte. Cui ingiustamente, da rassegnati, diamo nome di fine vita, il ”finevita”, diciamo.
Ho ascoltato il canto nelle immagini del libro di Isaia. Qualcuno, di visioni ristrette, potrebbe liquidarle come ingenua poesia. Certo era uno scorrere di immagini simboliche, ma facciamo attenzione – annota monsignor Gianantonio Borgonovo – al pericolo opposto, quello di svuotare le immagini di ogni concretezza. E’ forse poesia ingenua pensare che “non si sentirà più parlare di prepotenza nella tua terra, di devastazione e di distruzione entro i tuoi confini. Tu chiamerai salvezza le tue mura e gloria le tue porte. Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più lo splendore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà, perché il Signore sarà per te luce eterna”?
Pensate, erano parole di profezia e di sussulto dentro giorni in cui si dava inizio a una ricostruzione. Un po’ giorni come i nostri. Che potrebbero essere pensati e vissuti come giorni di un rinascimento, purtroppo segnati anche – ha detto ieri l’altro il nostro Arcivescovo – da ferite di beghe meschine. Che bello se ci sentissimo convocati, convocati tutti, nessuno escluso, a ricostruire. E ognuno la sua parte. Ebbene le parole del profeta tenevano accesa la promessa di Dio, ma non erano solo rimando a un futuro escatologico. La promessa futura accendeva l’oggi. Era spinta di sangue nelle braccia e nelle mani per traversate di mare. Nell‘oggi.
A spingere è un Dio che è per la vita, che crea vita. I giorni della creazione non avevano forse raccontato un Dio che ha passione incontenibile per la vita? Il racconto – dico quello della creazione – fatto di immagini, cantano questa sua passione. Che certo non gli è venuta meno nel tempo. Mi si illuminano gli occhi quando leggo che lui crea e ad ogni cosa che crea fa sosta; e il testo annota: “E vide che era cosa bella”. Come se Dio si entusiasmasse alla bellezza delle cose, delle stelle, degli alberi, degli animali. E ancor più, molto più, alla bellezza dell’uomo e della donna: “E vide che era cosa molto bella”.
Una passione per la vita che giunge sino a risuscitare i figli. Una risurrezione che non è certo una rianimazione di cadaveri, ma un ingresso in un prorompere di vita, che noi abbiamo solo intravvisto, come da fessura, nella risurrezione di Gesù. Oggi dalla lettera ai Corinzi abbiamo ascoltato: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”.
Una passione totale. E lasciatemi dire che io benedico Dio che avrà passione, pur se non so come, anche per il mio corpo, perché anche il mio corpo mi è stato compagno e tramite insostituibile per svelamenti dell’anima e del cuore. Benedico Dio che mi lascerà nel mondo futuro, ne sono certo, anche se non so come, la bellezza delle mie amiche e dei miei amici, perchè senza di loro per me non sarebbe vita.
In questo orizzonte di un Dio che ha passione per la vita posso leggere il brano del vangelo di Giovanni, con quel rincorrersi continuo della parola “padre” e della parola “figlio”. Ma perché?
Era un giorno preciso, era un sabato. E le parole sono risposta ai Giudei. Quel sabato presso la piscina di Betzaetà, come sempre, una folla di malati attendeva il ribollire dell’acqua, perche era opinione che chi vi fosse immerso al suo ribollire, sarebbe guarito. Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire?” E lui a rispondergli che non aveva nessuno che lo immergesse e accadeva sempre che qualcuno gli passasse avanti. Trentotto anni disteso, non è vita. Gesù gli disse: “Alzati, prendi la tua barella è cammina. Essere disteso non è vita, camminare è vita. Lui lo fa camminare.
Annota Giovanni: “Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. Ma Gesù disse loro: “Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco”. Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”.
Ecco ora capiamo perché nel nostro brano a ripetizione ricorrano le parole “padre” e “figlio”. “Chiamava Dio suo padre facendosi uguale a Dio” E lui che dall’in principio aveva visto il Padre creare vita, faceva come lui. Come se il padre – perdonate se se mi esprimo così – gli avesse insegnato il mestiere, il mestiere di creare vita. E al mestiere del Padre lui era fedele. E, proprio perché era figlio fedele, alla piscina di Betzaetà, anche se era giorno di sabato, aveva agito, agito dando vita.
Potremmo forse aggiungere alcune notazioni veloci sull’agire:.”Io agisco”.
La prima è la differenza incolmabile tra Gesù e quei giudei. Loro discutono, fanno questioni: chiacchiere, se volete, religiose. Lui agisce.
Seconda notazione: un agire il suo che mette una precedenza: prima l’uomo. Prima delle tradizioni, prima delle codificazioni e osservanze: Che devono cedere il passo al bene dell’altra, dell’altro. Dirà: “Il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.
E infine, nella precedenza data all’uomo sul sabato, un agire che dia la preferenza ai dimenticati, ai distesi, a coloro che non hanno nessuno che ne difenda la dignità, a quelli che sono sempre sopravanzati da altri.
Importante –dicevamo – il richiamo ad agire. Ma agire come? Non basta dire: “ Noi siamo gli uomini dell’azione!”. Ma da chi cominciamo?
Il Signore ci tenga stretti gli occhi a quello che accadde quel sabato ad una piscina, quella di Betzaetà. E imparare il mestiere.