06.09.2020. Seconda Domenica dopo il martirio di S. Giovanni il Precursore

Posted on Settembre 6, 2020

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06.09.2020. Seconda Domenica dopo il martirio di S. Giovanni il Precursore


Chissà se ci ricordiamo la parola di Isaia di settimana scorsa: ci aveva suggerito una riflessione sui nuovi cieli e la nuova terra; prospettiva stupenda, ma anche un futuro che stiamo ancora disperatamente attendendo. La lettura di oggi ritorna sull’argomento e profetizza ancor più fortemente sulla bellezza dei nuovi tempi. “Non si sentirà più parlare di prepotenza, di devastazione e di distruzione nei tuoi confini”; e ancora “Il tuo popolo sarà tutto di giusti, per sempre avranno in eredità la terra, germogli delle piantagioni del Signore”. Un popolo formato solo da giusti, fiore all’occhiello del Creatore: che immagini fantastiche! Bellissimo anche il richiamo agli astri che non esauriranno la loro luce ma che nulla sono rispetto allo splendore divino.
Veramente la visione del profeta appare ancor più sorprendente se si pensa che davanti ai suoi occhi la città ed il suo popolo erano desolazione e miseria. Ricordo un’omelia di un sacerdote torinese che diceva «Questa “miserabile” Gerusalemme che lui ha davanti ai suoi occhi, questa città distrutta e desolata, deve ancora “manifestare” le potenzialità, i doni, le promesse che Dio le ha riservato. Nel contesto di tale desolazione questa pagina non va letta come una visione trionfalistica, etnocentrica e nazionalista, ma come uno sguardo sul futuro che Dio può donare. Ebbene guardando alla Gerusalemme di oggi, terra insanguinata da lotte spesso combattute in nome di Dio, come non pensare che aspettiamo una Gerusalemme altra? Io sono tra quelli che aspettano con ansia l’epifania di Gerusalemme, il suo diventare fedele al dono e al sogno di Dio, il “manifestarsi” della sua realtà profonda di “città della pace”».
Rimeditando la profezia, vogliamo credere al seme nascosto nel grembo di questa nostra terra tribolata e fidarci della sua energia trattenuta e nascosta? Terra comprende tutto: la natura certo, e anche noi suoi abitanti. Il messaggio de 1° settembre della chiesa italiana, Giornata per la salvaguardia del creato, recava nel titolo le parole di Paolo nella lettera a Tito: «vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà».
È un ritornello su cui dobbiamo tornare ad ogni passo se vogliamo che il seme si risvegli dal gelido inverno del terreno.
La via del Risorto raccontata dalla lettera di S. Paolo è il vero fondamento di una rinnovata speranza.
Per renderla concretamente attuata, basterebbe imitare i gesti di Gesù, proprio come Egli dice oggi di sé: faccio quello che ho visto fare dal Padre. Un apprendista presso il grande artigiano, sembra definirsi Gesù. Imita il Padre e a noi chiede di imitare lui. In questa luce leggiamo il vangelo di oggi e per comprendere le parole del Signore che abbiamo ascoltato, dobbiamo sapere quanto era accaduto poco prima. Siamo a Gerusalemme, in un luogo particolare la cosiddetta piscina di Betesda, luogo ove si incontrano persone diseredate e malconce (vengono elencate tre categorie: ciechi, storpi e paralitici).
Gesù prende le distanze da tutte le forme di religiosità che inneggiano a Dio e calpestano la dignità della persona umana. Chi vorrà trovarlo, dovrà recarsi là dove giace l’umanità sofferente. Ogni giorno a Betesda, quei poveretti erano in attesa di un angelo che muovesse le acque della piscina, per renderle capaci di offrire guarigioni. Proprio in quel luogo Gesù compie di sabato il miracolo della guarigione del paralitico. A quel punto l’ostilità dei giudei diventa più decisa; commenta Giovanni : “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”. È a questo punto che inizia il brano della messa odierna.
Gesù si definisce figlio e chiama Dio Padre; se vogliamo immaginare Dio possiamo solo guardare Gesù. Allora capiamo che Dio è colui che smentisce i nostri ottusi giudizi basati su un codice che non accetta il discernimento e la ricerca del valore più alto. La sconfessione della priorità della legge del sabato rispetto a quella dell’amore ne è un esempio più che evidente. Anche a noi che siamo segnati da esigenze precettistiche e non dall’imperativo della vera carità, viene offerto il perdono; dice anche a noi come aveva detto al paralitico guarito: “prendi sotto braccio la tua barella” cioè il segno delle tue infermità morali, e rimettiti in piedi cambiando vita.
Coraggioso e bravo quel prete di Floridia, in Sicilia, che disse giorni fa ai suoi fedeli che non potevano mettere d’accordo messa, comunione e la cacciata dei migranti dal paese. Un po’ meno bravo il parroco di Manduria che non fece la lavanda dei piedi a Pasqua perché i volontari avevano inserito dei neri fra i dodici candidati al rito; per restare fra noi cioè vicino alle nostre abitazioni, appaiono davvero un po’ lontani dal vangelo quelli che hanno fatto del mobbing nei confronti di un medico di base perché straniero costringendolo a dimettersi.
Da qualche domenica abbiamo imboccato il sentiero che ci condurrà fino alla festa dell’ulivo il 4 ottobre: proseguiamo con lena, speranza ed entusiasmo: come Gesù si mostra apprendista del Padre creatore, così anche noi facciamoci apprendisti delle forme e stili di vita suoi propri.