04.11.2018. Seconda domenica dopo la Dedicazione

Posted on Novembre 5, 2018

Exemple

04.11.2018. Seconda domenica dopo la Dedicazione


Partiamo dal Vangelo; Gesù si trova nella zona della sponda est del Giordano, dove aveva raggiunto Giovanni Battista all’inizio della sua vita pubblica, e qui conduce ora i suoi discepoli. È sabato. Si fa festa; in ogni casa ebrea, dopo il culto della sinagoga, il pranzo è già pronto dal giorno precedente, poiché di sabato, non si accende il fuoco e non si cucina. Ma di solito il pranzo è molto più saporito e ricco di vivande. Malgrado lo scarso gradimento del suo partito, un fariseo invita a pranzo Gesù. Un tizio fa sfoggio della sua cultura biblica: “Beato chi prenderà cibo nel Regno di Dio”. Suggerisce che dobbiamo pensare la vita eterna come il tempo di un ininterrotto banchetto? Il cibo e il banchetto sono soltanto segno: il simbolo del banchetto è immediatamente eloquente, è universale. Prendere parte ad un banchetto vuol dire ben più di un semplice nutrirsi, ma esprime convivialità, amicizia, festa, comunione tra le persone. Il traguardo di ogni esistenza che Dio predispone, il suo Regno, ha il colore della festosità gioiosa. Non stupisce pertanto che in tutte le tradizioni religiose il pasto comune sia usato per rappresentare la comunione degli uomini con Dio, diventando quindi simbolo del nostro destino. Così il gesto centrale della fede cristiana – la celebrazione eucaristica che stiamo compiendo proprio ora – è un convito, un banchetto rituale, che invita alla fraternità fra gli uomini e alla comunione con Dio, mentre ne anticipa l’attuazione.
Ora di fronte alla citazione del banchetto finale, Gesù prende spunto per un pensiero sulla identità degli invitati. Alcuni sembrano avere una priorità, sembrano preferiti con un invito formale che conferisce un diritto a presenziare. In realtà però si lasciano distogliere dal considerare l’importanza dell’invito e passano al rifiuto; non andranno al banchetto e sarà come per una sorta di scontentezza, quasi si temesse di imbattersi in una compagnia noiosa; si rimane talora prigionieri dei propri pensieri, si privilegiano gli affari, le cose che ci intrigano e interessano, e si strappa l’invito e lo si butta via. Poiché le parole di Gesù raccontano una parabole, è doveroso dare un nome a questa categoria di autoesclusi dal banchetto; è indubbio che il Signore volesse sferzare proprio quei suoi interlocutori che erano pieni di cultura religiosa e di obbedienze esteriori alla legge mosaica, ma non si aprivano al riconoscimento dell’inviato di Dio. La parabola si applica ai personaggi di allora: e oggi, e noi come siamo messi? Siamo tentati di non dar credito a quanto il Signore dice. Siamo così tanto avviluppati nella corazza della mondanità consumista da aver perso la leggerezza che consente di elevarsi. Ci lasciamo scoraggiare perché le forme organizzate della fede sono gravemente inquinate. Così si finisce per rimandare il pensiero del banchetto finale ed anche quello settimanale, la messa. Non solo, si presume di essere a posto comunque e si redige l’elenco di chi invece a posto non è. Un esempio di tale rubrica è presente nella prima lettura. Il profeta sta parlando di un nuovo periodo che sta per avvicinarsi; il ritorno in patria dopo la deportazione e l’esilio, rende chiaro che escludere qualcuno dalla tavolata dei salvati non è cosa onesta e giusta. Dice il testo “Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi”. Un caro amico prete scriveva in proposito: bisogna smettere di selezionarsi per razza o colore della pelle, abitudini e culture. Il Signore è disposto ad accogliere anche gli stranieri, emarginati nel suo popolo, a patto che rispettino le leggi del Signore e il sabato. Entreranno come i figli d’Israele nel tempio anche le persone fisicamente inabili, come gli eunuchi, che, più di altri, hanno ragione di lamentarsi, quasi rami secchi di un popolo. Anch’essi sono oggetto della benevolenza di Dio. Così si ritrovano tutti fratelli nel tempio di Dio. Anzi il tempio riceve un nome splendido: la casa della preghiera e, in tal modo, si continuerà a ripensarlo fino a Gesù, che utilizzerà proprio questa denominazione per rinfacciare ai profanatori i loro misfatti.
Gesù cambia nella parabola il target degli invitati. Si invitano i viandanti, quelli che non hanno un posto dove stare, quelli che addirittura non vogliono accettare per paura di essere cacciati via; “Costringeteli!” dice.
Quanta necessità di questo insegnamento ai nostri giorni; mentre nei discorsi ufficiali ci si riempie la bocca di uguaglianza, nei fatti le persone sono discriminate e suddivise negando di fatto l’uguaglianza. I nostri mezzi, i nostri strumenti di corredo alle relazioni sono, armi, muri, confini e insulti. Invece la festa del Regno è organizzata per tutti, senza esclusioni.
Vieni anche tu alla festa. Questo è l’Evangelo, la gioia dell’Evangelo. I discepoli di Gesù hanno consapevolezza di dover essere anzitutto banditori di questo lieto annuncio: Dio viene e ci chiama, vuole sottrarci all’isolamento per convocarci nel suo popolo nel convito del suo Regno. Prima di qualsiasi precetto morale, prima dei comandi e dei divieti, prima di ogni altra parola deve risuonare l’invito alla gioia dell’Evangelo. Perché la sala sia stracolma e sia festa per tutti.