04.03.2018. Terza domenica di Quaresima

Posted on Marzo 4, 2018

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04.03.2018. Terza domenica di Quaresima


Per chi è in cerca di tenerezza non è un vangelo facile. Perché alla fine arriviamo alla durezza, alla durezza delle pietre. Che sembrano dire il cuore, la durezza idi cuore di chi le raccoglie per scagliarle. E io alla fine di questo faticoso vangelo a chiedermi se esco, se esco con Gesù dal tempio – “ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” – o se rimango nel tempio con questa durezza mascherata di religiosità di coloro che vi si sono installati.

Mi fa paura questa durezza nel tempio, così come mi fa paura che questa durezza non sia genericamente attribuita ai “Giudei”, ma – è scritto all’inizio del brano ed è sorprendente – a “coloro che avevano creduto in lui”. In Gesù.
Questo ci porta subito a dire che la fede non è – perdonate l’espressione –un pacco postale e, se ce l’hai, ce l’hai per sempre. Appartiene agli orientamenti dello spirito: a chi ti volgi? Ti puoi volgere… e puoi anche voltarti indietro. Come nell’amore, puoi innamorarti e puoi disamorati. Ci può essere un avanzamento e ci può essere una regressione nel credere.

Quel gruppo di Giudei aveva creduto in Gesù, ma poi era regredito in una immagine di religione dove tutto diventa parole, parole, parole. Quante parole. Sulla loro bocca il nome di Abramo, per dire che loro sono discendenti di Abramo, il nome di Dio per dire che loro sono figli di Dio.

Sembra di sentire la difesa di una razza, ma voi mi insegnate che la parola “discendenti” o la parola “figli” diventa un nome, un nome vuoto, se viene impoverita a un colore della pelle o a una maschera esteriore. Tu sei un vero discendente, sei veramente figlio se in te discende e continua qualcosa dell’identità profonda di tuo padre, non basta il sangue, non basta una somiglianza esteriore.

Ora Abramo, cui si appellavano quei giudei, era per eccellenza un uomo nomade, uno che ascoltò – e non per una volta sola – l’invito di Dio a uscire. A uscire, capite. E questi, arroccati nel tempio e nelle loro tradizioni, hanno la spudoratezza di dirsi figli di Abramo. E non solo, ma razza pura. Sentiteli: “Noi non siamo nati da prostituzione, abbiamo un solo Padre Dio”. La razza, loro sono i puri, niente contaminazioni. Non possono essere contaminati nella loro fede da quel “samaritano”. Così definiscono Gesù. E’ un meccanismo che senti nell’aria anche oggi: “quelli ti contaminano!”.

E ripetono continuamente, ossessivamente la parola “padre”, riferita a Dio, quasi sino alla sfinimento. Ma, pensate, la parola padre è tenera di per sé. Non diciamo forse: “Tu sei un padre per me”. E Gesù non le ha dato forse una connotazione ancora più tenera con la parola “Abbà”, che sembra sforare il nostro termine “papà”? Voi senz’altro avete notato con quanta durezza pronuncino –io dico sconsacrandola – la parola “padre”. State in guardia – siete troppo intelligenti – da coloro che usano parole religiose e li guardate, hanno il viso duro come quel gruppo di giudei. Che non riconoscono in Gesù il Figlio: un figlio è sempre in qualche misura immagine del Padre, ma il rabbi di Nazaret era tutto suo padre, era ll volto visibile dell’invisibile volto di Dio. E questo, proprio questo viene rifiutato. Dà fastidio che sia troppo umano, troppo misericordioso, troppo aperto, Qualcuno di loro l’aveva sentito dire: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” Mt 5,44-45).

Scandalo! Loro i campi li volevano ben distinti! E il sole e la pioggia sui loro campi, per la loro razza, il loro popolo. Quel padre, predicato dal profeta di Nazaret, sembra ai loro occhi il Dio di un meticciato religioso che contagia la purezza della fede. Ebbene Gesù rivendica di aver conosciuto Dio, il Padre, e come lui nessuno! L’ha conosciuto come amore e lo si conosce, cioè si entra in relazione con lui – in una relazione padre-figlio – se si ama: non bastano le dichiarazioni di fede, le rivendicazioni di conoscere il padre, se non si accoglie l’amore cioè se l’amare non diventa la dimensione concreta del vivere, è questo il sangue del Padre, e se non lo abbiamo siamo figli esangui, senza sangue, senza la sua vita in noi. Perentoria, luminosa, da non cancellare dall’orizzonte degli occhi quando si parla di credenti, di cristiani, quando si fa professione di cristianesimo, l’affermazione di San Giovanni nella sua prima lettera. Riascoltiamola. Eccola: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8).

Questo è il vangelo, la sintesi del vangelo. Aggiungo, è l’anima del vangelo a patto che uno lo apra, e non resti alla copertina, una copertina con il nulla dentro. “Si parla” scrive il pastore valdese Paolo Ricca “di credenti e non credenti, ma perché non di amanti e non amanti? Voglio dire è l’amore la qualificazione del cristiano …Tu sei cristiano solo se ami. Se non ami non lo sei..Puoi dichiarare la tua fede finché vuoi, ma non sei cristiano”.

Ti chiedi come si possa definirsi figli del Padre quando i volti sono così induriti, e le parole pietre, gli occhi accecati d’ira.
Ma lasciatemi uno scampolo, piccolo, per finire con la tenerezza. Prima lettura: siamo nel deserto. Dio sembra non sopportare più le infedeltà del suo popolo. Dice a Mosè: ”Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori… Di te invece farò una grande nazione”. E Mosè – pensate la bellezza di queste sue parole – sembra fare tutt’uno con il suo popolo, invoca misericordia, non può sopportare che il suo popolo sia divorato dalle fiamme e lui no. Il senso delle sue parole è questo: “Tu non mi distingui, non mi separi dal mio popolo, io non sono a lato, io sono in mezzo, sono una cosa sola con il mio popolo”. “Se no” – dice a Dio – “cancellami dal tuo libro” (Es 31,32). Ci teniamo negli occhi l’immagine. E’ di una tenerezza infinita. Io senza l’altro no. Mai senza l’altro. “Se no, cancellami dal tuo libro”.