03.06.2018. Seconda domenica dopo Pentecoste

Posted on Giugno 3, 2018

Exemple

03.06.2018. Seconda domenica dopo Pentecoste


In verità il brano di Luca oggi incominciava con un “per questo”. “Per questo vi dico….”. Che cosa aveva detto Gesù? Aveva raccontato una parabola, la parabola dell’uomo che aveva in mente solo i suo affari: aggiungere granai a granai e si sarebbe goduta la vita! Lo raggiunge nella notte la voce di Dio: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la vita; e quello che hai preparato di chi sarà?”. E Gesù aggiunse: “Per questo io vi dico..” E mette in guardia dall’affanno, dall’ossessione per i beni.
Ed ecco una della pagine più luminose del vangelo, colme di poesia. Gesù era un poeta stupendo: accendeva immagini, e le immagini accendevano gli occhi. A volte si pensa che la poesia sia cosa da raffinati culturalmente. Va a leggere il contesto. E’ scritto: “quel giorno si erano radunate migliaia di persone al punto che si calpestavano a vicenda”. E Gesù usava immagini colme di poesia.
Diceva loro: “Guardate”. Ripetuto questo invito ”guardate”nel nostro brano! Guardate. Come se fossimo in pericolo di non guardare, in pericolo di disattenzione. Come se fossimo in pericolo di contagio, contagio di superficialità. Come se malattia dei nostri occhi fosse la miopia dello spirito: nello sguardo non vai al di là di pochi metri, è tutto lì il tuo mondo. O come se ad ammalare i nostri occhi fosse l’ispessimento di una cataratta e tutto fosse come annebbiato. “Guardate!”. Miopia dello spirito, cataratta dell’anima. Le sento come un pericolo. Un pericolo non lontano, mi sfiora. In agguato per me.
Se ben ci pensate miopia e cataratta erano le malattie anche degli occhi dell’uomo della parabola: vedeva solo affari; vedeva quel giorno e non quello successivo, tutto il suo orizzonte erano i granai. Ma la vita è solo granai?
E io? Sono così sicuro di non chiudere gli orizzonti della mia vita? Dove arrivo con i miei occhi? Non c’è forse un mondo su cui aprire la finestra? Il mondo dell’anima per esempio, il mondo della mia città, il mondo di questo nostro paese, il mondo di questa umanità che mi appartiene, cui appartengo?
“Guardate!” Dove arriva il mio sguardo? Forse ai tentativi di prolungare la vita? E Gesù che dice: “Chi di voi può allungare anche di poco la sua vita?”. Quando il desiderio dovrebbe essere ben altro. Ce lo ricorda, in un libro uscito in questi giorni, Enzo Bianchi, il fondatore del monastero di Bose, quando scrive: “Voglio aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”. Facciamo che i nostri giorni siano vita.
E’ vita, dico, se non hai occhi miopi, occhi offuscati da cataratta dello spirito. Mi chiedo se tanti dei nostri affanni, o almeno, alcuni di essi, non vengano da miopia e da cataratta. Miopia e cataratta sono all’origine di una inquietudine malata, per cui corriamo in modo frenetico, alla disperata. Senza accorgerci di ciò che ci sta attorno e senza occhi per ciò che ci attende. L’affanno chiude gli occhi. I corvi, i gigli, il filo d’erba.. e chi più li vede se corriamo? Pensate poi se ci sfiora il pensiero di un Dio che pensa ai corvi, ai gigli, al filo d’erba. E a maggior ragione pensa a te!
Quasi mi sembra di leggere – e non solo nelle parole di Gesù, ma anche in quelle del Siracide – un invito a incantarci alla bellezza. Bellissima, nel libro del figlio di Sirach, l’immagine di un Dio che crea e ordina per sempre le sue opere. Ed ecco, è come se Dio facesse una sosta e ritorna il verbo “guardare”. E’ scritto: “Dopo ciò il Signore guardò alla terra e la riempì dei sui beni”. “Guardò alla terra”. Voi forse ricordate che nelle prime
pagine del libro della Genesi dove si parla del Dio creatore. è scritto che ad ogni cosa che Dio crea –sia essa la luce o la terra o le stelle o quant’altro – seguono, quasi un refrain, queste parole: “E Dio vide che era cosa buona”, o meglio “bella”. E dopo aver creato donna e uomo, è scritto: “Dio vide quanto aveva fatto ed ecco era cosa molto bella”. Come se anche Dio si incantasse, indugiasse sulla bellezza. Un Dio che si incanta! Il suo Figlio non poteva essere diverso, pensate gli occhi di Gesù! Come guardava, con quale limpidezza e come invitava a guardare ciò su cui i suoi occhi si erano fermati: corvi, gigli, l’erba del campo.
Pensate, Gesù ricorre alla poesia delle immagini, alla loro bellezza. Mi chiedo se non sia un invito da accogliere in tutta la sua urgenza – “guardate la bellezza“–. In una stagione in cui stiamo assistendo, desolati, all’impazzire della volgarità, dell’impertinenza, della sguaiatezza. E tu ti vai chiedendo dove mai si sia rifugiato, per esilio, il rispetto, delle persone, delle cose, i modi corretti, educati, le parole buone, le parole belle, quello che infondono fiducia e incoraggiano a vivere, quelle che suscitano in noi energie buone, anche in tempi difficili. Mi chiedo se non sia venuta l’ora di ribellarci alla bruttezza.
Anni fa trovai una traduzione di un versetto del profeta Isaia che mi colpì per la sua concretezza, un invito ripetuto, pressante, urgente. L’invito è del Signore: “Ascoltatemi, ascoltatemi, mangiate la bellezza” (Is 52,2). Mangiate la bellezza! Le parole mi sono ritornate al cuore, anche perché giovedì abbiamo celebrato la memoria del Corpus Domini. Gesù dice: “Prendete e mangiate”. Qui – voi mi capite – c’è la tavola delle sue parole, parole di bellezza, e la tavola del suo pane, pane di bellezza, perché canta la follia dell’amore, canta la bellezza della condivisione.
Ecco, uscire dalle chiese e diventare costruttori di bellezza. Con le nostre parole, con i nostri gesti, con i nostri progetti. Siano per la bellezza! Di tutto, di tutti!
Ho visto giovedì sera la processione cittadina del Corpus Domini lasciare le strade un po’ dorate del nostro centro storico e cercare strade di periferia. La cosa mi ha molto colpito. Lasciate che la interpreti come un invito a portare bellezza, vita buona e bella e felice anche nelle periferie.

Parlava di bellezza della città in un suo intervento nell’ottobre del 2014 Papa Francesco, quando disse:

“Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano
i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le
città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!” (Ai movimenti popolari, Roma, 28
ottobre 2014)

Quanto sono belle le città!