03.06.2018. Seconda domenica dopo Pentecoste

Posted on Giugno 3, 2018

Exemple

03.06.2018. Seconda domenica dopo Pentecoste


Accade, ogni tanto, nel rileggere frasi o parabole di Gesù, che si rimanga perplessi e talora anche scoraggiati. Proviamo a chiedere a uno che piange se si sente davvero beato, o a uno che è povero se si sente felice; chiediamo a quel signore che ha visto in un attimo sfumare nel fallimento ogni sua risorsa se riesce a non preoccuparsi. Non lasciatevi prendere dall’ansia e dall’angoscia, “non angustiatevi” dice il testo evangelico, modo imperativo che sarebbe da tradurre “smettetela di angosciarvi”. Ed invece proprio questo affanno si pone come il dato diffuso e rilevante che occupa discorsi, che impegna il sociologo come il medico, che costituisce un grave j’accuse verso la comunità credente. Un dato dunque tipico dei nostri giorni? Pensiamo come già da piccoli siamo tribolati dal problema: i bambini, dal mattino presto alla sera tardi hanno equitazione, piano, piscina, questo, poi quest’altro, l’inglese da aggiungere al francese, al tedesco, ecc.. Poveri, lasciamoli vivere e godere la vita, senza indurre in loro le nostre attese di riuscita.
Correre per arrivare, sempre con il timore di non farcela, agitarsi per le incertezze sul da farsi, bloccarsi sulla gestione del cibo diventato invadente come anche l’esasperazione del rapporto moda-vestito; tutto questo accade davvero. Ma, dal momento che ne parla un testo, questo vangelo, scritto due millenni fa, vuol dire che, pur in modi differenti, il problema dell’affanno è proprio dell’agire umano di sempre.
Cibo e vestito sono elementi carichi di significato. Ad esempio: mangiare non riveste solo la necessità di mantenere vivo il corpo; il verbo contiene tutta una vasta gamma di azioni tese al possesso, all’appropriazione. Al punto di poter dire persino che si mangiano cose non commestibili, come le relazioni anzitutto e quindi le persone, come gli spazi ed il tempo, come gli affetti e le parole. Il vestito offre anch’esso uno spunto significativo di analisi. E qui cito il compianto padre Fausti: “È chiaro che il vestito è importante, perché è ciò che differenzia l’uomo dall’animale. Ricordate il primo vestito di Adamo ed Eva? Nessuno. Il loro vestito è l’immagine di Dio. La loro nudità voleva dire che accettavano di essere ciò che sono. Poi quando non si sono più accettati il primo vestito sono state le foglie di fico. È la storia di tutti i vestiti. Servono per coprire, per difenderci, per non farci conoscere, per dare di noi l’immagine che vogliamo e il corpo che vorremmo avere. Si può fare tutta una storia del vestito e Dio cosa fa ad Adamo ed Eva? Due tuniche di pelle in attesa di dare le
vesti del Figlio. Gesù sulla croce ci lascerà le vesti del Figlio. La veste in fondo rappresenta l’identità”. L’ossessione dell’aspetto è dominante. Essere visti, mostrarsi, apparire. Sappiamo tutto ciò, e conosciamo bene quali eccessi ne derivano. Cibo e vestito, di questo non datevi pena, ripete il Signore!
Questione di come intendere l’imperativo i Gesù; non è certo quello di indicare a chi è nella povertà sia di mezzi che di identità, la via dell’inattività. Non si tratta di rimettersi alla rassegnazione. Quando le situazioni negative si affollano attorno , non si deve rinunciare a combattere; anzi la ricerca di soluzioni diventa prioritaria. Gesù di fronte alla fame e alla malattia delle folle, ha offerto cibo e salute. Per Lui è la vita in sé che conta; non quanta vita o quante cose possiedi, non quanti abiti hai negli armadi. Non dimentichiamo che queste raccomandazioni del Signore, sono dichiarate al termine di quella parabola dell’uomo ricco che per essere felice si impegna in un ulteriore grosso investimento per potersi dire soddisfatto; ma egli non sa che, senza la consapevolezza del finire, ogni cosa diventa insensata e non sa neppure che il meccanismo dell’accumulo non si acquieterà ma continuerà ad essere tormento.
C’è ben altro da cercare come prima cosa secondo Gesù. È riassunto nell’espressione Regno di Dio: una specie di sistema alternativo a quello vigente. Non il cercare il proprio tornaconto ma la condivisione. Ci meravigliamo ogni volta che ci raggiungono notizie di corruzione, qui da noi come altrove nel mondo: proprio la corruzione è il frutto marcio di questo affanno del cibo. La scorsa settimana il popolo buddista celebrava la festa di Vesak, la nascita del Buddha; nell’augurio che ogni anno il papa fa giungere a quei fedeli, questa volta scrive: «Cari amici, come buddisti, voi considerate la corruzione come uno stato mentale malsano, che causa sofferenza e contribuisce a inquinare la società. Voi identificate tre tossine principali – avidità, odio, e delusione o ignoranza – come fonti di questo flagello sociale che si deve eliminare per il bene dell’individuo e della società. Il secondo precetto del buddismo: “Mi impegno ad osservare il precetto di astenermi dal prendere ciò che non è dato” insegna ai buddisti a discernere se le cose di cui entrano in possesso siano davvero indicate per loro».
Ben si capisce allora perché il vangelo pochi versetti più avanti di quelli letti oggi, vedrà Gesù accusare i discepoli di poca fede. Bellissima l’immagine dei gigli: la loro bellezza e profumo non sono garantiti dalla durata; e la sopravvivenza di un animale, il corvo, che è tanto inviso agli ebrei, prescinde dall’accettabilità del suo essere.
Diceva Einstein: “Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Vale per l’insetto come per gli astri. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” Gesù non dice di non seguire questa musica, ma solo di rispettarla.