01.11.2018. Tutti i Santi

Posted on Novembre 1, 2018

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01.11.2018. Tutti i Santi


Non so se è così anche per voi, per me è così: a questa festa veniamo con il cuore gonfio di gratitudine. La gratitudine, un sentimento – starei per dire – che stiamo un po’ perdendo, una virtù che in qualche misura abbiamo mandato in esilio.
Ecco sì, nella festa di tutti i santi sentirci colmi di gratitudine per Dio, per la vita, per le creature che Dio ha dato al nostro cammino. Oggi, ma anche domani, è come se le chiese si riempissero di gratitudine. Nel ricordo di tutti i santi. Dei nostri cari.
Ed è bello che la liturgia con il libro dell’Apocalisse alzi il velo, alzi il velo per permetterci di spiare ciò che è nascosto, per dire a noi – che abbiamo poco o tanto legato la santità alla eccezionalità o ai miracoli – che la santità è moltitudine. Alza il velo. Apocalisse significa alzare il velo, che copre come telo oscuro, ciò che avviene spesso nel segreto, sotto la coltre del terreno. Erano giorni drammatici quelli i cui fu scritto il libro. Alza il il velo. E che cosa scoprirai? Primo: che “la salvezza appartiene a Dio”, la santità è opera sua. Secondo: che la santità o, se volete, la luminosità, non è un fatto elitario. Il libro parla di “una moltitudine, immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” Alza il velo e i tuoi occhi vedano ciò che accade. Accade nella storia la santità nella forma in cui papa Francesco vorrebbe che mettessimo gli occhi. Lui la chiama “la santità della porta accanto”. Voi forse sapete che alla santità papa Francesco ha dedicato una sua esortazione, dal titolo: “Gaudete et exultate”. Ebbene allontanando immagini iperboliche, scrive: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità” (n. 7).
E aggiunge anche: “La santità è il volto più bello della Chiesa. Ma anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti, lo Spirito suscita segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo” (n.9).
Ebbene quest’anno mi ha attraversato un pensiero, forse un po’ bizzarro, proprio a partire da quella parola ripetuta nel discorso della montagna: “Beati…beati…beati…”. D’improvviso mi si è acceso dentro il pensiero che “beati” è anche una delle parole che noi usiamo nei processi per la canonizzazione dei santi: prima “servo di Dio”, poi “beato”, poi “santo”. E Gesù – pensate – che fa beati sul monte, fa santi, senza alcuna delle nostre procedure, persone in carne ed ossa. Li aveva davanti agli occhi: “Beati voi” dice. Lo dice a donne e uomini comuni. Lui li canonizza, senza procedure sofisticate, li canonizza da vivi, con le loro storie. Un’amica direbbe “storie di ordinaria bontà”(Gabriella Caramore). In alcuni riconosce un sentire umile, in altri uno sguardo compassionevole, in altri la limpidezza di cuore, in altri ancora la mitezza, in altri la passione per la costruzione della pace, in altri la sete per la giustizia, in altri la resistenza alla sopraffazione. Lui li faceva beati, santi. E non è che fosse gente da miracoli, o eroi di perfezione!
Se devo essere sincero, mi ha dato gioia scoprire nell’esortazione del Papa alla santità anche un pensiero cui sono andato spesso in questi anni, qualche volta anche
interrogandomi sulla sua legittimità, questo: che ognuno ha la sua santità, che non c’è una santità uguale all’altra come non c’è una vita uguale all’altra, che non si tratta tanto di imitare qualcuno, che ognuno deve fare della sua vita – la sua – un’opera d’arte, lascandosi condurre dallo Spirito. Era come se mi fosse rimasto in cuore qualche dubbio su una parola molto usata, la parola “modello”, i santi come modelli, modelli predefiniti. Poi ho letto nell’esortazione di papa Francesco queste parole:
“«Ognuno per la sua via», dice il Concilio. Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza”. ( nn.9 e10).
Ognuno perla sua via. E che bello che sia moltitudine la santità e che nessuno di noi sia come l’altro. E che ognuno ci sia con il suo colore, grande affresco; ognuno con la sua voce, grande coro; ognuno con la sua pietra, grande cattedrale.
Ed io sento che ho bisogno di Dio e, con lui, sento che ho quasi un bisogno fisico di immergermi in questa coralità. La coralità che questa festa di tutti i santi canta nella sua liturgia. Un bisogno che ho letto in una poesia, scritta il 22 Febbraio del 1960 da Don Helder Camara, grande, indimenticabile, vescovo del Brasile:

“ Per amore di Dio rispondetemi: Dove sono i bambini
per raccontarmi i loro giochi,
i poeti
per raccontarmi i loro sogni i pazzi
per raccontarmi i loro deliri, i malati
per raccontarmi le loro sofferenze, e i felici e gli infelici
i santi e peccatori
i bambini e i vecchi
i morti e i vivi
i credenti e gli increduli
gli uomini e gli angeli
gli animali e le piante
le creature tutte
di tutti i mondi?
Povero me
se salissi da solo
all’altare di Dio!…” .
Povero me se salissi da solo in cielo!

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