Pregare con… Santa Teresa di Gesù Bambino

Exemple

Pregare con… Santa Teresa di Gesù Bambino

Dall’infanzia all’entrata al Carmelo

  • 1873: ad Alençon – infanzia felice
 1877: perdita della madre – ferita profondissima – trasloco a Lisieux
  • 1882: malattia (continui mal di testa e depres- sione)
1883: sorriso della Madonna e guarigione mira- colosa – la “Vergine del sorriso” diventa sua Madre
  • 1884: prima Comunione: una “fusione d’amore” 1885: inizia la “terribile malattia degli scrupoli”
  • 1886: entrata al Carmelo delle due sorelle maggiori – notte di Natale: grazia della completa conversione – preghiera per la conversione di Pranzini – desiderio di entrare al Carmelo
  • 1887: viaggio a Roma (visita al santuario di No- tre-Dame des Victoires, a Parigi – udienza da papa Leone XIII)
1889: entra al Carmelo (incontra “più spine che rose”): oscura vita quotidiana fatta di preghiera e lavoro – malattia mentale del papà

I fratelli “segni di Dio”

Gli altri sono, per Teresa, gli specchi attraverso i quali può contemplare un riflesso della Bellez za, della Grandezza, ma soprattutto della Bontà di Dio. Tutta questo nasce dall’esperienza fami- liare dell’amore e dell’affetto e, così, può imparare a considerare il cristo come il più fedele specchio di Dio (cfr. la sua devozione per il “santo volto”). L’amore di cui si vede circondata sulla terra diventa la “debole immagine” della bontà di Dio.
Allo stesso modo gli altri sono coloro che ci ri- velano la volontà di Dio: esempi, richieste, consigli sono appelli perché ciascuno possa decifrare, con piena “docilità” i segni della volontà di Dio.
Il tutto senza mai invidiare gli altri: le qualità e i carismi dei fratelli e la loro santità.
Gli altri sono importanti anche per far risaltare la propria povertà spirituale. È quando si guarda a chi abbiamo vicino che si deve comprendere la pochezza delle proprie doti naturali, l’incapacità di mortificazione, le debolezze, l’abbondanza dei privilegi goduti.

I fratelli “forbici di Dio”

Spesso il rapporto con gli altri diventa una “puntura di spillo”. Da qui nasce l’impegno di Teresa di vivere sopportando tutto e con longanimità.

Davanti alla “puntura” Teresa:

  • Sopportava in silenzio e ne offriva il sacrificio per la salvezza dei peccatori
  • Cercava tutte le attenuanti e guardava l’altro 
con lo stesso sguardo di Dio
In questo modo l’altro diventava sempre uno strumento provvidenziale del Signore.
Dal Natale del 1886, Teresa decide che ogni prova sarà accolta col sorriso: è la sorgente del- la “gioia perfetta”.

 LA VITA AL CARMELO

  • 1894: morte del padre
  • 1895: si offre all’Amore Misericordioso: “oceani di grazia arrivano ad inondare l’anima sua” – inizia, su domanda la Priora, a scrivere i suoi appunti e a “cantare le Misericordie del Signore” nella sua vita

Le domande interiori di Teresa

“Dio è padre di tutti, perché dunque tratta diversamente le persone che egli ama? 
Perché ci sono grandi Dottori, persone illuminate di fianco a persone che non sanno neanche leggere? 
E in particolare, che cosa posso essere io, che ho conosciuto grazie e disgrazie, illuminazioni dopo anni di scrupoli o disperazioni, e che cosa mi può riservare la vita futura? 
Che cosa posso valere io di fronte a molti che sanno? 
In che modo posso rispondere alla chiamata universale alla santità (che desidero e bramo fortemente) se non sono capace, non ho mo to studiato, ho scrupoli e difficoltà a vivere la mia fede?”

La scienza dell’Amore

Chi ama è nato da Dio e conosce Dio,mentre chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore (1 Gv. 4,7-8)
“Ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: Attira- mi, tanto più le anime che si avvicineranno a me (…) correranno rapidamente all’effluvio dei pro- fumi del loro Amato, perché un’anima infiammata di amore non può restare inattiva (…). Tutti i santi l’hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l’universo con 
l’irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall’orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d’Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi?”.
Teresa non conosce la teologia speculativa, ma ci invita a scoprire una forma concreta della teolo- gia cristiana, legata all’Incarnazione e ai sacramenti”.

La sofferenza fisica e morale

  • 1896: iniziano la malattia (grave forma di tubercolosi) e una tremenda prova interiore (con- tro la fede e la speranza)
Nell’ultimo ritiro (settembre), Teresa scopre la sua vocazione: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore!”.
  • 1897: spossata dalla tubercolosi si sforza di vi- vere fino all’eroismo, nelle piccole cose e nel quotidiano, la sua piccola via di fiducia e d’amore – matura la convinzione che la sua mis- sione sarà di “Fare del bene sulla terra fino alla fine del mondo” – muore il 30 settembre dicendo semplicemente: “Mio Dio… ti amo!”.

La prova della malattia

Le sofferenze della malattia di Teresa sono state enormi.

Dal 1896 al 1897 l’aggravamento di una situazione già in atto – ma da lei tenuta celata e mai ben compresa dalla comunità e dai medici – si impone con estrema gravità. In tutto questo Teresa darà prova di una pazienza e di un coraggio non comuni, pur senza diventare un “stoica”. Alcune sue confidenze rivelano il suo strazio, la sua paura, ma anche la volontà di non gravare sugli altri con la sua debolezza.
È il momento di tante sofferenze morali:

  • Teme di essere di peso alla Comunità e di 
gravare con la sua inutilità
  • Vive l’incertezza di una situazione clinica 
non ben chiara e non sa se rallegrarsi per la morte che sembra vicina o per una piccola remissione delle sofferenze fisiche.
  • Affronta alcune tentazioni inattese: ingordi- gia, scoraggiamento, disperazione 
In questa situazione di estrema tensione, vive nell’animo un altro martirio: la prova della fede.

La prova della fede

Questa prova della fede è vissuta da Teresa come una grazia di purificazione che la immerge in una lunga e dolorosa notte oscura, rischiarata dalla sua fiducia nell’amore misericordioso e paterno di Dio.
Teresa fa brillare la luce del Vangelo in un fidu- cioso abbandono nelle mani di Dio, nel com- prendere l’unità fra amore di Dio e amore del prossimo, nel vivere la sua vocazione missiona- ria nella Chiesa.
Teresa diventa testimone di una fede coraggiosa e provata, sentendosi più che mai vicina ai non credenti. Teresa comprende di essersi assisa “al- la tavola dei peccatori” (Manoscritto C, 6 r), sperimentando ìl “silenzio di Dio”, la “notte o- scura della fede”: la sensazione dell’inutilità di tutto.
Questa terribile prova sofferta negli ultimi diciot to mesi della sua vita, le permette di imparare davvero cosa significa credere e restare fedeli al “Dio della speranza, che ci riempie di ogni gioia e pace nella fede” (Rm 15,13).

Le scoperte del 1897

In quell’anno, di grande sofferenza e di approssimarsi della fine della vita, Teresa riceve i più importanti “lumi” sulla carità fraterna (in realtà Teresa riordina e conclude quanto aveva già intuito nei brevi anni della sua vita).

  • Intuisce l’importanza del II comandamento:

Marco 12,29-31: Gesù rispose:

“Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore ; 30. amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza . 31 Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso . Non c’è altro comandamento più grande di questi”. 
Nell’unità del corpo di Cristo, Dio e gli umani si uniscono senza cessare di essere diversi: La carità fraterna è tutto sulla terra. Si ama Dio nella misura in cui la si pratica.

  • Scopre il modo in cui il Signore chiede di amarsi a vicenda:

Giovanni 13,34:

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
Comprende che Gesù supera il comando precedente: non si ama più il prossimo co- me si ama se stessi, ma piuttosto come Gesù ci ha amati e come continuerà ad amarci si- no alla fine. 
Gesù non ha amato i suoi per le loro qualità, anzi, dopo aver vissuto con loro e avendone conosciuto i difetti e i limiti, li ha chiamati fratelli, amici ed è morto per loro. 
In questo modo io posso e devo godere anche del più piccolo atto di virtù che io vedo compiere da un altro.

  • Comprende che la carità non deve restare chiusa in fondo al cuore:

Luca 8,16: Nes- suno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la lu- ce. 
Non basta avere dei pensieri caritatevoli: l’amore va manifestato con tutti i mezzi a disposizione.

Teresa, inoltre, sottolinea il vivere nella carità verso “tutti” anche esteriormente, soprattutto lasciando apparire la riconoscenza, anche per la più piccola cosa, e facendolo con tenerezza e disponibilità.

  • Intuisce che, con le nostre sole forze, è im-possibile amare come Gesù. Il comandamento, quindi ci è dato non per sottolineare il nostro limite, ma per assicurarci che Gesù è in noi per sostenere il nostro amore. Gesù, quindi, viene in aiuto alla nostra debolezza, perché Dio è la “causa” della nostra carità teologale per il prossimo. Ricevendo la Comunione eucaristica diventiamo capaci di amare con il cuore stesso di Cristo: Gesù stesso ama in noi il suo prossimo.

 La piccola via
Teresa scriveva l’8 settembre 1896:

“Io sento dentro di me la vocazione di sacerdote, di apostolo, di dottore, di martire. [… ] Nonostante la mia piccolezza vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori…” (Manoscritto B 2v-3r).

Nel riflettere sui capitoli 12 e 13 della prima lettera di San Paolo ai Corinzi, Teresa intuisce, sotto la mozione dello Spirito Santo, che “l’Amore racchiude tutte le vocazioni. [… ] Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, ho esclamato: “Gesù, mio Amore, la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’amore, [… ] nel cuore della Chiesa. mia madre, sarò l’amore”. Alla scuola di Gesù Teresa assimila “la scienza dell’amore divino”, che è “un dono concesso ai piccoli e agli umili, perché conoscano e proclamino i segreti di Dio nascosti ai dotti e ai sapienti”. 
Le riflessioni di Teresa sono illuminate da una profonda passione per la Sacra Scrittura (nei suoi scritti si contano più di mille citazioni bibliche), e riconducono le verità fondamentali della fede alla scoperta dell’Amore misericordioso, alla contemplazione del Cuore di Dio, il quale “è più tenero di una madre”.
Dai testi di Isaia, del Vangelo e di Paolo, si svela nel cammino una comprensione sempre nuova: Dio è Amore; ogni uomo è amato da Dio di un amore soffuso di tenerezza materna.
All’amore paterno/materno di Dio deve corrispondere il nostro amore di figli, impregnato di fiducia e di abbandono sconfinato in Lui, perché “l’amore si paga soltanto con l’amore”.
Così, liberandosi dalle vecchie paure del giansenismo – dominante in quell’epoca – e lanciandosi sulla via che porta all’Amore misericordioso, visibile nel cuore del Figlio Gesù, Teresa può svelare questa via nei tre manoscritti autobiografici, editi poi con il titolo di Storia di un’anima, e negli altri suoi scritti.
È la via dell’infanzia spirituale “che tutti possono praticare, perché tutti sono chiamati alla santità”. È però una via impegnativa: non favorisce l’inerzia né incoraggia la passività, ma – al contrario – è crescita nella fede, è potenziamento delle virtù evangeliche, è dinamismo interiore che si traduce in azione, in testimonianza.

DOPO LA SUA MORTE

  • 1898: si pubblica la “Storia di un’Anima”, un libro composto dai suoi scritti (modestissimi quadernetti di scuola pieni zeppi di appunti!)
  • 1923-1925: viene proclamata beata e santa 1980: Giovanni Paolo dichiara che l’essenziale del messaggio di Teresa è l’essenziale del mes- saggio evangelico: Dio è nostro padre, così come Cristo ce l’ha rivelato e ce lo rivela.
  • 1997: Teresa è dichiarata “dottore della Chiesa”.

Nel messaggio di Papa Francesco per la Quaresima si legge:
“Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche
un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime” (Lettera 254 del 14 luglio 1897). Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore.”

Il contesto immediato è quello dell’invito del Papa alla Chiesa tutta ad uscire verso due dire- zioni: verso il Cielo e verso il mondo. Solo nella misura in cui si sarà aperta alla Comunione dei Santi, infatti, la Chiesa saprà anche aprirsi alla Comunione dei sofferenti su questa terra. Perché proprio dai quei Santi che trionfano ora in cielo avrà imparato che il loro tripudio consiste proprio in questo, nel continuare ad aiutare chi su questa terra è ancora in cammino e in mille situazioni di difficoltà, spirituali e materiali. Con- tinuando la citazione interrotta dal Papa, Teresa scrive ancora nella sua lettera:
“…lavorare ancora per la Chiesa e per le anime. Lo chiedo al buon Dio e sono certa che mi esaudirà. Gli Angeli non si occupano forse con- tinuamente di noi senza mai smettere di contem- plare il Volto divino, di perdersi nell’Oceano senza sponde dell’Amore? Perché Gesù non mi dovrebbe permettere di imitarli?…Quello che mi attira verso la patria dei Cieli è la chiamata del Signore, è la speranza di amarlo finalmente co- me l’ho tanto desiderato e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime che lo benediranno eternamente.”