LA STORIA DELLA CHIESA
DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA DI MILANO, STAMPA STORICA DEL XVIII SEC
LA STORIA DELLA CHIESA
DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA DI MILANO, STAMPA STORICA DEL XVIII SEC

Luigi Sacchi, Veduta degli archi di Porta Nuova, 1845, fotografia

La storia della basilica di San Francesco di Paola, costruita a partire dal 1728, è strettamente intrecciata all’avvicendarsi delle relazioni che i Padri Minimi ebbero con la popolazione e le diverse realtà, soprattutto religiose, che si trovavano nella zona, fin dal loro arrivo in città nel 1547.
La contrada di Porta Nuova, prossima al cuore di Milano rinascimentale, era caratterizzata principalmente dalla presenza di molte famiglie nobili che risiedevano in storici e sontuosi palazzi ma anche dalle prime forme di assistenza alla popolazione bisognosa, in particolare rivolta ai giovani, come la Casa per orfani fondata da San Gerolamo Emiliani in prossimità della chiesa di San Martino (il famoso Martinitt); la chiesa di Santa Caterina e Casa delle orfanelle; prima scuola di educazione cristiana per fanciulli poveri fondata da Castellino da Castello nella Chiesa di San Giacomo; l’ospedale per giovani “tignosi” da cui il nome del vicolo scomparso “stretta dei Tignosi” sostituito da Via Pisoni che conduceva ad un ingresso del Monastero di Sant’Erasmo delle Umiliate (poi diventa Monastero Nuovo). In questi locali leggenda vuole che sia nato niente meno che il santo milanese San Sebastiano. Infatti sulla porta si ricorda la presenza di un affresco rappresentante la Santa Vergine Addolorata in mezzo a San Sebastiano e Sant’Erasmo. Nel giorno della Festa della Madonna in Settembre, gli abitanti del vicolo esponevano luminarie e drappi. La tradizione si è conservata fino agli anni ‘60.

Mappa indicativa della concentrazione di edifici reliogiosi presenti nell’area nel XVI sec.

Molte inoltre le chiese e monasteri presenti nelle principali strade, dal corso di Porta Nuova (attuale Via Manzoni) a via Borgonuovo, nella contrada di Sant’Andrea (primo tratto di via Montenapoleone), in via Bigli, via Gesù e in tutta l’area circostante.

Importante ricordare i Giardini dei Torriani, un vasto giardino che circondava il palazzo della famiglia che si affacciava sul corso dando nome alla via (la prestigiosa corsia del Giardino), e di cui la parte compresa fra via Andegari e l’attuale via Romagnoli (aperta nel 1872) rimase un luogo incolto e quasi abbandonato, dove andavano i ragazzi a giocare. In questo luogo i Padri Minori, dell’antico convento di Sant’Angelo, incominciarono a radunare il popolo, il quale trovava disagio raggiungerli fuori città dove allora si trovavano. La predicazione richiamo sempre più fedeli predicavano e così che gentiluomo Marco Figini lasciò una considerevole somma a Gian Rodolfo Vismara, familiare del duca Galeazzo Maria Sforza, con l’incarico di acquistare il terreno per donarlo ai frati che preferirono intercessione della Santa Sede (che con Bolla del 3 Febbraio 1455 divenne proprietaria). In seguito con il ricavato della vendita di una parte di terreno e la partecipazione dei devoto venne costruito un portico per ripararsi per ripararsi ascoltando predica. Vedendo ciò il Vismara, non contento, volle costruire una chiesa e un’ospizio per i frati: Santa Maria del Giardino. Purtroppo scomparsa la grande chiesa fu edificata nel 1456, fu chiusa al culto nel 1810 e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, fu tra le più clamorose demolizioni di edifici sacri in città.
Di tale densità demografica dei luoghi religiosi presenti nella zona di porta nuova, se ne conserva solo in piccola parte il ricordo nella toponomastica: via Gesù, Via Santo Spirito, Piazza Sant’Erasmo, via dell’Annunciata, via Monte di Pietà.

Iscrizione scomparsa che si trovava in via Manzoni 31

QUI ERA 
IL CARROBBIO DI PORTA NUOVA
 E LA CHIESA DI SANT’ANASTASIA

“C’ERA ALLORA UNA CROCE NEL 
MEZZO, E DIRIMPETTO AD ESSA
 ACCANTO A DOVE ORA E’ SAN 
FRANCESCO DI PAOLA, UNA VECCHIA
 CHIESA COL TITOLO DI SANT’ANASTASIA…”

PROMESSI SPOSI – CAP.. XXXIV

 

Alessandro Manzoni, che abitava nella parrocchia di San Francesco di Paola, con questi versi descrive quel crocicchio di strade tanto trafficato al tempo chiamato Carrobbio di Porta Nuova probabilmente per il movimento di merci e traffico che dal naviglio si muoveva verso il centro della città, sul quale si affacciava la chiesa di sant’Anastasia, che poi diventò San Francesco di Paola. Si tratta dell’incrocio fra le attuali via Manzoni, via Montenapoleone e via Croce Rossa (tratto che collega via Manzoni a via dei Giardini, dove si trova monumento a S.Pertini)

Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C’era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col titolo di sant’Anastasia). Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio, e il fetor de’ cadaveri lasciati lì che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicché, alla mestizia che dava al passeggiero quell’aspetto di solitudine e d’abbandono, s’aggiungeva l’orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente abitazione.
Il momento storico in cui è immersa la vicenda di questo famoso passo dei Promessi Sposi in cui Renzo osserva turbato l’abbandono e la desolazione provocate dalla peste del 1630, coincide proprio con uno dei momenti più terribili vissuti dai Romiti di Paola: quando, dopo aver ottenuto il permesso e con tanto zelo aver ricostruito la chiesa di Sant’Anastasia, in seguito all’incendio del 1623 che la distrusse completamente, furono costretti ad abbandonarla e tornare a Santa Maria alla Fontana, fuori Porta Comasina, in seguito all’epidemia che imperversava nella città.
Fu con molta tenacia, in tempi lunghissimi, che i frati riuscirono a costruire la loro chiesa, travolti da molte vicende, anche amare, che più di una volta sembravano togliere la speranza. La loro è una storia d’integrazione.

Fondato da S. Francesco di Paola, eremita e grande taumaturgo, la cui opera cominciò in Calabria nella prima metà del Quattrocento, l’ordine si caratterizza per lo spirito penitenziale ispirato ad uno stile di vita “quaresimale”: povertà volontaria, alimentazione essenziale priva di carni e derivati (vegan si direbbe oggi!), predicazioni e attività sociale in nome del principio di Carità che diverrà simbolo stesso dell’ordine.
“La regola dei Romiti di Paola, così erano chiamati in Calabria, venne approvata per la prima volta (furono infatti quattro le approvazioni Pontificie , l’ultima delle quali fatta da papa Giulio II) da papa Alessandro VI nel 1493, per “l’ordine dei Minimi” così chiamati, per umiltà con un superlativo di minoranza, rispetto ai Frati di San Francesco d’Assisi, detti “Minori”. Inizialmente ordine eremitico ma, in seguito alla sua diffusione e sempre maggiore attività sociale del santo, che raggiunse l’apice nel suo soggiorno senza ritorno alla corte di re Luigi XI, dovette trasformarsi in ordine penitenziale adottando una forma di vita cenobitica. L’obbligo, per ragioni politiche e diplomatiche, di trasferirsi in Francia per curare il re, fu infatti per il santo una svolta decisiva: dalla condizione di eremita, egli si trovò ad affrontare la vita di corte senza poter tornare a casa. Morì a Tour il 2 aprile 1507.
“I Minimi giunsero a Milano nel tardo autunno del 1546, e ai 10 di Gennaio del seguente anno, 1547, appena mezzo secolo dalla loro approvazione, presero stanza presso un oratorio discosto poco più di un chilometro e mezzo dalla città, fuori di Porta Comasina, che era chiamato oratorio di Santa Maria alla Fontana, sotto la giurisdizione Parrocchiale dei Benedettini di San Simpliciano”. Si trattava di un luogo molto conosciuto per la presenza di una fonte prodigiosa e meta di intenso pellegrinaggio.
L’oratorio fu edificato, all’inizio del XVI sec. per volontà di Carlo d’Amboise, governatore d’Italia per Luigi XII di Francia, guarito miracolosamente dalle acque della famosa fonte che si trovava in quelle campagne. Diversi gli artisti di fama che vennero coinvolti nel progetto, dall’Amadeo al Bramante, al Bramantino, a Leonardo il quale era per certo in rapporti con il governatore.

Santa Maria alla Fontana

Presso l’oratorio di Santa Maria alla Fontana i Minimi costruirono il loro convento accogliendo molti fedeli e aumentando di numero per le numerose vocazioni che si accendevano in città e nei borghi vicini. Vissero così per molti anni ma poi aumentando il numero dei religiosi cominciarono a presentarsi difficoltà gestione innanzitutto per le urgenze sanitarie derivate dal sopraggiungere di malattie. Nonostante fossero sostenuti ad aiutati dalla popolazione della zona, perlopiù contadina, che forniva loro alimenti adeguati alla dieta prevista dalla regola, con l’andare del tempo si acutizzò il bisogno di denaro per acquistare medicine e altri beni necessari. A questo si aggiunse la difficoltà logistica di trovarsi a più di due ore di cammino dalla città, problematico sia per quanto riguardava l’assistenza medica che per molte altre ragioni pratiche ed amministrative. Cominciarono così a frequentare sempre più la città intrecciando relazioni e ottenendo sostegni anche economici che richiedevano inoltre una gestione finanziaria più impegnativa. L’esigenza di trovare un alloggio si fece così più forte e nel 1599 chiesero di stabilirsi in una residenza nella zona di porta Nuova e di ottenere l’uso della chiesa di S.Anastasia di proprietà della Scuola dei S.S.Ambrogio e Carlo, “una comunità di persone secolari che vestivano l’abito di penitenza” e nei giorni festivi si riunivano nella chiesa per recitare le lodi. L’accordo era vantaggioso per entrambe le parti in quanto i confratelli avevano le celebrazioni garantite nei giorni festivi e i i Minimi potevano disporre della chiesa nei giorni feriali per le SS.Messe, gli esercizi spirituali dell’ordine o per la preghiera personale.

L’accordo viene formalizzato dal notaio Gian Francesco Taverna in data 2 Giugno 1599.
Gli alloggi si trovavano in alcune case acquistate dall’ordine nelle vie vicine, fra corso di S. Andrea (oggi via Montanapoleone) e via del Borgo Spesso. Considerando i non facili equilibri derivati dalla forte concentrazione di famiglie religiose insediate nella zona, i Minimi si posero a lungo non come residenti ma come ospiti. Avevano dato infatti carattere di ospizio alla loro proprietà cittadina, “non viveva una comunità fissa ma vi trovavano ricovero sporadico i religiosi che avevano recapito saltuario per le loro attività amministrative o per loro condizioni di salute”.

Rimasero in questa situazione ventiquattro anni, divenendo un riferimento dal punto di vista spirituale e la chiesa si fece sempre più frequentata. La loro presenza si stava affermando positivamente quando nel 1623 un incendio spogliò la chiesa di tutto l’interno e danneggiando gravemente anche le mura.

Fu un evento che ebbe una certa risonanza, ecco come lo descrive Serviliano Latuada nella sua Descrizione di Milano:

“Per incendio appiccatole nell’anno 1623 rimase spogliata la Chiesa degli Altari, delle Sacre Supellettili, e per fino in buona parte delle stesse muraglie”

Visto che nessuno si faceva carico della ricostruzione, i padri Minimi colsero l’occasione per proporre un loro ospizio presso la chiesa con l’intento di ridarle vita restaurandola.

Nel Novembre del 1629 la grande peste raggiunge Milano, e pare che, come ricordano le parole dei promessi sposi sopra citate, proprio quella crociata di strade su cui si affacciava la chiesa e tutte le case vicine fosse tra i luoghi più colpiti, al passaggio di Renzo risultava infatti completamente abbandonato e terribile alla vista per la presenza ancora di corpi dimenticati.
Dal cessare dell’epidemia, che fortunatamente si spense nel Settembre del 1630 in seguito di una copiosa pioggia che durò due giorni, probabilmente l’assenza dei religiosi dalla chiesa di prolungò per più di un anno.

E’ del 1632 infatti l’atto notarile in cui “ i Religiosi di San Francesco di Paola ottengono dal Rev.mo Vicario Generale Metropolitano una nuova concessione per l’uso della chiesa per un periodo di un anno con una proroga di sei mesi”. Risulta evidente che nell’atto della concessione ridotta da appena un anno cominciano a farsi sentire i sempre accesi contrasti con alcune famiglie religiose della zona che si opponevano alla residenza dei minimi, a partire dalla stessa Congregazione di Santa Anastasia proprietaria della chiesa, alla quale si affiancavano i Parroci di S. Bartolomeo, i padri riformati del Giardino e i Fatebenefratelli di San Giovanni di Dio.
Dovette intervenire il pontefice Urbano VIII per autorizzare la concessione in uso perpetuo della Chiesa di Sant’Anastasia ai padri Minimi. La pergamena originale del breve papale datato 19 Febbraio 1633, è tuttora custodito nell’archivio parrocchiale.
Le ostilità tuttavia aumentarono e cominciarono a penalizzare fortemente la quotidianità dei Padri. La Congregazione di Sant’Anastasia pur accettando le disposizioni pontificie, prese delle posizioni molto pesanti imponendo ai Minimi delle condizioni che ne limitavano fortemente la libertà di azione e le risorse.

Da questo momento i rapporti con le comunità ostili si fecero sempre più tesi e cominciarono a coinvolgere l’opinione pubblica influenzata e fomentata da pettegolezzi e malignità divulgati da alcuni gruppetti di persone che frequentavano le varie chiese. Il fenomeno raggiunse delle proporzioni tali da provocare un funesto provvedimento emesso dall’uditore generale della Camera Apostolica di Roma nel 1653 che prevedeva una sentenza punitiva nei confronti di alcuni religiosi e la minaccia di chiudere la residenza dei Minimi in Sant’Anastasia.
Il provvedimento provocò la reazione dalle autorità civili milanesi e dall’arcivescovo Litta, che si schierarono in difesa dei Padri, “ottenendo la revoca della sentenza di scomunica e la concessione a rimanere in Sant’Anastasia (9 Aprile 1660)”.
Questo importante evento, che confermava l’integrità spirituale dei religiosi coinvolti, non potè però sollevarli dal permanere delle sempre durissime condizioni imposte dalla Confraternita per quanto riguardava l’uso della chiesa: “unica concessione fu la possibilità di fare la questua e di celebrare in Sant’Anastasia una messa nei giorni festivi”.
L’immagine dei Minimi venne così oscurata dalla lunga controversia e la loro condizione si fece tanto critica da dover vendere le loro proprietà in Borgospesso e rientrare ancora una volta al convento di Santa Maria della Fontana, subendo il divieto di pernottare a Milano:
“Gli atti di accusa e quelli di difesa si erano trascinati per ben sette anni, con la triste conseguenza che i poveri Religiosi di S. Francesco di Paola, screditati nell’opinione di molti Fedeli, si videro ben presto, e per molti anni, abbandonati, così che vennero loro a mancare i mezzi di sussistenza nella loro dimora di Sant’Anastasia”.

Erano passati ben quindici anni dalla revoca della scomunica quando i Minimi poterono finalmente stabilirsi a Milano grazie all’eredità di Michele Tadino, un nobile milanese che destinò i suoi beni ai Padri proprio con l’intenzione di ripristinare definitivamente la loro residenza milanese. Il 4 marzo del 1675 viene formalizzato il nuovo accordo con la Sacra Congregazione “che stabilisce la reintegrazione della comunità di S. Anastasia con la denominazione di ‘Convento’, fissando il numero di dodici frati residenti. Il decreto ebbe, anche in questa occasione, un autorevole Patrono, nella persona di Mons. Litta Arcivescovo di Milano”
Il tanto desiderato evento fu celebrato nell’ottobre dello stesso anno con una grande e gioiosa festa che coinvolse tutta la città: l’erezione ufficiale a Convento della Comunità tanto sofferta per tanti anni, risaliva infatti al lontano 1599 la prima concessione per l’uso della chiesa, era finalmente una realtà.
Nel 1676, il Senato conferma ai Padri il diritto di acquistare gli immobili necessari alla costruzione del nuovo Convento. Nell’arco di qualche anno il numero dei frati residenti crebbe notevolmente fino ad arrivare, verso la fine del secolo, a quaranta, in seguito al trasferimento di tutte le attività e delle scuole da Santa Maria della Fontana.
Gli acquisti per estendere le proprietà riguardarono le case adiacenti alla chiesa in via Borgospesso, Corso di Porta Nuova e nell’odierna via Montenapoleone.
Il progetto del Convento venne realizzato dall’ ingegner Andrea Biffi. Purtroppo i padri non riuscirono ad ultimare la costruzione perché nel frattempo intervenne la soppressione degli ordini religiosi per volontà di Giuseppe II, fecero a tempo a vedere solo un’ala del Convento finita ma, per grande compensazione, avendo proprietà sufficienti, riuscirono invece a costruire la loro chiesa finalmente dedicata a San Francesco di Paola e Sant’Anastasia.
Significativo l’acquisto, avvenuto nell’anno 1729, di parte del palazzo adiacente dal Conte Gio. Batta Scotti che poi verrà incorporato nella nuova chiesa già iniziata.

Con queste parole il Latuada descrive il felice momento:
“Avendo presa i Milanesi, non solamente di quel circuito, ma di tutte le altre parti della città divozione al Santo di Paola e concorrendo sempre più a ricevervi i SS. Sacramenti, fu loro necessità fare acquisto di alcune case contigue per formare un piccolo Convento. Andava sempre aumentandosi il concorso, e per conseguenza meno capace riusciva la chiesa.
Prevedendo la necessità di rifarne altra più vasta, la Contessa Isabella Taverna lasciò per tale fine un legato”
Il progetto venne realizzato dall’architetto Marco Bianchi, il quale seguì anche i lavori, in stile barocco ma con una forte tensione formale nella ricerca del nuovo.
La posa della prima pietra avvenne nel 1728 con la benedizione del Cardinale Odescalchi Arcivescovo di Milano. I lavori proseguirono per sette anni, fino al 1735, quando seppur non ancora completamente finita, la chiesa venne inaugurata.
E’ ancora il Latuda ad offrirci, con vivaci parole, la descrizione dell’inaugurazione:
“Essendo, La Chiesa, ridotta a segno di celebrarvi comodamente gli Ufizi Divini, ed essendo stato acclamato nel numero dei Santi Protettori di questa Metropoli ancora il S. Francesco di Paola, allì 22 Settembre 1735 fu fatto solenne trasporto della di Lui immagine, portata da alcuni Sacerdoti Secolari e del SS. Sacramento al Corso di Porta Nuova, preceduta da tutte le Confraternite d’entrambi i Riti, con candele del proprio, ed accompagnata in forma pubblica da’ Signori Sessanta Decurioni della Città, i quali intervennero nel giorno seguente alla Gran Messa. Da allora rimase serrata la vecchia Chiesa, e la nuova riportò il titolo d’entrambi i Santi: Anastasia e S. Francesco di Paola”.
Il testo continua con la descrizione dell’interno della chiesa, dalla quale ricaviamo delle importanti informazioni su come ancora non risultasse completata ma nonostante tutto già funzionante.
“ Nell’Altare Maggiore si vede rappresentato in pittura il modello di quello di marmo che si farà“provveduto di quattro colonne, altrettante lesene e varie statue sopra dei finimenti: nel mezzo di esso si venera la divota immagine del Santo, guardata con cristalli”.
Come ricorda Monsignor Sironi:
“ Il progetto di sostituire al dipinto la statua del Santo, non ebbe compimento, così come venne scartato quello di incorniciare l’immagine tra quattro colonne ed altrettante lesene. Intorno al 1930 si era pensato di sostituire al quadro un bassorilievo in bronzo con l’effigie del Santo (…) . Ma non se ne fece nulla per divergenze di pareri sulla convenienza artistica della sostituzione plastica alla pittorica, ma soprattutto per ragioni finanziarie (…)”
Ma lo stesso altare maggiore nel momento di apertura della Chiesa era ancora un modello in legno, mancava la pavimentazione, v’era infatti ancora la terra battuta, e le opere provenienti da S. Anastasia vennero collocate nelle prime due cappelle, le uniche funzionanti:
“V‘ha luogo disposto per quattro Cappelle delle quali finora sono finite solamente le due più prossime all’altare maggiore, rappresentanti in statue di rilievo Gesù Crocifisso e Maria Vergine Addolorata, come erano per l’addietro sopra degli altari laterali della Chiesa primiera, che ora si trova ridotta a servire di privata abitazione; “
La statua di Maria Vergine addolorata, venne con l’occasione sostituita con una sempre in terracotta di migliore fattezza e poi in seguito una prima volta con una di cartone gessato, e, finalmente, con l’attuale di legno dipinto.
Nonostante i muri fossero ancora grezzi e le lesene senza capitelli i Padri Minimi erano contenti della loro chiesa e continuarono a lavorarci per completarla e renderla sempre più decorosa.
Entro l’anno iniziò l’opera di stucco delle cornici e dei capitelli e nel 1738 venne eseguita la scala esterna.
Nel 1749 iniziò la realizzazione dell’Altare Maggiore che vide la sinergia dell’artista Giuseppe Buzzi (sculture e altri elementi decorativi in marmo), dei fratelli Caimi (elementi in bronzo e preziosa croce del paliotto tempestata di gemme ora scomparsa) e di Giovanni Battista Grossi (dorature a fuoco di tutte le parti metalliche). Per completare l’opera ci vollero dodici anni, fino al 1763.
Anche il coro e gli armadi della sacrestia, che si distinguono per la maestria dell’intaglio e dell’intarsio, vennero eseguiti nello stesso periodo.
Contemporaneamente proseguivano i lavori del Convento e degli annessi alla Chiesa:
“..la sacrestia; il campanile; parte del Convento; la biblioteca eretta in sopralzo sulla superficie occupata dal coro e dall’Altare Maggiore, la porta d’ingresso dell’attuale Via Montenapoleone, allora chiamata Contrada di Sant’Andrea; il bel corridoio che conduce alla base dello scalone, protetto da un lato da una sbarra di ferro forgiato di elegante disegno e di perfetta fattura”.
Lo scalone conduce ai quattro piani del fabbricato e alla grande e prestigiosa sala della Biblioteca.

L’intero Convento, se fosse stato realizzato si sarebbe esteso nella l’area compresa fra via Borgospesso, via Montenapoleone e via Manzoni, sviluppato in quattro piani “fuori terra”, dei quali: il pianterreno e il terzo piano (piano nobile) con soffitti alti e ampie finestre, il secondo piano e il quarto destinato ad ammezzati con finestre proporzionalmente ridotte.
Verificare se si trovano disegni progetto
Venne realizzato solo il lato lungo via Borgospesso, il quale dai disegni pare sia stato realizzato in due tempi, con delle modifiche in corso d’opera forse causata dall’esigenza di alloggiare un numero imprevisto di religiosi, che dette alla costruzione una condizioni di provvisorietà in attesa del completamento.
“Ne è venuto così un edificio che, fino al piano nobile compreso, segue il disegno originale; lì fu troncato, come se si fosse decisa l’abolizione dell’ammezzato superiore, e probabilmente a quell’altezza venne collocato il tetto, che, in seguito, fu tolto, per continuare la costruzione con un sopralzo di due piani, che non erano nel disegno primitivo, ma che, come si disse, furono probabilmente costruiti per ragioni di particolari esigenze. Le quali esigenze furono create dall’infausto e rapido sviluppo di idee e di fatti sia nel campo politiche che in quello religioso”.
Con queste parole Monsignor Sironi preannuncia gli eventi riguardanti il capitolo relativo alle nuove leggi di Giuseppe II prima e poi alla secolarizzazione degli edifici religiosi che ne prevedeva l’esproprio.

L’abolizione degli ordini monastici voluta da Giuseppe II, segnò una volta storica e cambiò molto la realtà anche di Milano. Vennero istituite le parrocchie non più gestite dalle comunità religiose monastiche ma dal subentrante clero secolare. Nonostante i Minimi fossero tra quelle comunità religiose Maschili in qualche modo salvaguardate, e il loro farsi carico dell’onere della parrocchia, percepivano che quella condizione non sarebbe potuta durare a lungo e che prima o poi sarebbero stati costretti ad abbandonare la chiesa.
“I timori dei buoni Minimi non erano infondati. Sedici anni dopo accadde quello che essi avevano presagito. Il 25 agosto 1803, essendo la Repubblica italiana nel suo secondo anno di vita, il Ministro del Culto comunicava al Padre Provinciale dei Padri Minimi di S. Francesco di Paola in Milano” l’ordine di lasciare la chiesa e il convento da quel momento affidati al Clero Secolare.

Fu così che il 20 Settembre 1803 I Minimi furono costretti ad abbandonare la loro chiesa e il loro convento divenuto in seguito sede di uffici governativi.
Venne mantenuta la parrocchia anche in seguito al radicale intervento di Napoleone il quale nel 1805, momento della sua incoronazione a Re d’Italia nel Duomo di Milano, emanò dei provvedimenti che prevedevano l’abolizione di 10 parrocchie in città.
Venne invece soppressa la vicina parrocchia di San Bartolomeo e, aggregata a quella di S. Francesco di Paola come sussidiaria, questo fino al 1900 quando fu ripristinata.
Il 25 aprile del 1810 Napoleone firmò la soppressione di tutti gli ordini e congregazioni religiose, esclusi gli Ospitalieri e le Suore di Carità, procedendo all’esproprio di tutti i beni delle famiglie religiose che vennero depositati al Monte Napoleone e finalizzati ad usi civili.

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