Costruire la Chiesa viva nell’incontro con il Signore, ascoltando la sua Parola e seguendo i Santi. Festa della Dedicazione della Cattedrale e ringraziamento, come Chiesa ambrosiana, a papa Francesco per la Canonizzazione di san Paolo VI

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Exemple

Appassionati dell’opera comune, chiamati a costruire la Chiesa di pietre vive, mai conclusa, che siamo tutti noi. I fedeli ambrosiani che, nella terza di domenica di ottobre, affollano il Duomo per la tradizionale a antichissima festa della Dedicazione della loro Chiesa madre, la Cattedrale, hanno – quest’anno -, una ragione in più per radunarsi tra le Navate: ringraziare, insieme, come Diocesi, papa Francesco per la Canonizzazione di Paolo VI, avvenuta esattamente una settimana fa nelle stesse ore, in cui oggi, in Cattedrale monsignor Delpini presiede il Pontificale solenne della Dedicazione. Festa sempre celebrata nella terza domenica di ottobre, a ricordo di una singolare scansione temporale attraverso i millenni. Nel V secolo, infatti, la cattedrale di Santa Tecla – una delle due da cui sarebbe sorto il Duomo – fu distrutta dai barbari di Attila; il vescovo Eusebio ne curò la ricostruzione e la terza domenica di ottobre del 453 la consacrò solennemente. E, quando, nell’836, fu consacrata la cattedrale di Santa Maria Maggiore (l’altra Cattedrale), fu scelto il 15 ottobre, che in quell’anno cadeva alla terza domenica del mese. La data della terza domenica di ottobre divenne talmente radicata nella tradizione liturgica ambrosiana che, nel 1418, quando papa Martino V, di ritorno dal Concilio di Costanza, fu invitato a consacrare l’altare maggiore del nuovo Duomo, fu scelta sempre la terza domenica di ottobre, che cadeva in quell’anno il giorno 16. Analogamente san Carlo consacrò l’attuale Duomo il 20 ottobre 1577, che era, appunto la terza domenica del mese e, quando, al termine degli imponenti lavori di restauro statico si procedette anche alla ristrutturazione del presbiterio con una nuova collocazione dell’altare già consacrato da Martino V, ancora una volta l’antica tradizione milanese fu rispettata: l’altare maggiore fu consacrato dal cardinale Carlo Maria Martini il 19 ottobre.
E un altro Arcivescovo, proprio Giovanni Battista Montini divenuto santo, cita, nel suo intervento di benvenuto, l’arciprete, monsignor Gianantonio Borgonovo che concelebra con il Capitolo metropolitano della Cattedrale. «Il 18 ottobre 1958, l’allora arcivescovo Montini, ebbe a dire: “Non guardate questo Duomo con l’occhio miope del turista, né con quello profano dello storico o dell’esteta, guardatelo con quello intelligente di chi vin scopre la parola dello Spirito».
Quello sguardo che hanno, appunto coloro che sono «appassionati all’opera comune e convocati per costruire», per usare le prime espressioni della riflessione dell’Arcivescovo che, per l’occasione, indossa l’anello, la croce, la mitria, il pastorale e il pallio montiniani (quest’ultimo utilizzato anche da papa Francesco per la Canonizzazione), mentre sull’altare maggiore, e posto il grande dipinto di Montini arcivescovi di Milano, normalmente conservato nella Sala dei Ritratti all’interno dell’Episcopio.
«La Chiesa non è una roccaforte costruita per difendersi dall’assalto dei nemici: la difende il Signore. La Chiesa non è un rifugio tranquillo che non si lascia raggiungere dalle inquietudini della storia. La Chiesa – secondo l’immagine della Lettera ai Corinzi, appena proclamata -, è un’impresa ancora da compiere. Siamo quindi convocati per l’impresa di costruire il tempio di Dio che è il popolo cristiano». Gente convocata, dunque, che, proprio per questo, «ha stima di sé, vive una specie di fierezza dell’obbedienza e della docilità: non si vanta, ma si rallegra di essere stata stimata degna di collaborare con Dio. La gente convocata per l’impresa è gente che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, amareggiare dalle critiche, spazientire dal tanto tempo che la pazienza di Dio prevede per completare l’opera. E’ gente operosa e lieta, efficiente e paziente, aborrisce le chiacchiere, ma ascolta anche le critiche e ne fa tesoro; è gente fiduciosa senza essere ingenua, è gente coraggiosa senza essere temeraria, è gente prudente, senza essere pavida».
Insomma, quello che dovrebbe essere il popolo di Dio che deve (o dovrebbe) avere sempre a cuore ciò e come costruisce. Il richiamo è, ancora, alla simbolica Paolina: «La paglia, il fieno non sono buoni materiali di costruzione. Forse, iniziative ed eventi si rivelano fuochi di paglia, contributi troppo precari, materiali troppo inadeguati, per edificare il tempio di Dio. Talvolta, i calendari delle comunità sono congestionati da molta paglia e molto fieno che si ripropone con una specie di inerzia di anno in anno: ma poi resta qualche cosa di queste tante fatiche, iniziative, imprese?», si chiede monsignor Delpini.
E, ancora, l’oro, l’argento, le pietre preziose non sono buoni materiali di costruzione: «il gusto del grandioso, l’ossessione per i numeri, il tributo eccessivo alla rinomanza e alla gloria mondana orientano alcuni momenti della vita di una comunità, impegnano molte risorse, suscitano anche molta meraviglia: ma è così che Dio vuole il suo tempio?».
Come sempre, la via giusta viene dalla Parola del Signore: «Gesù non sembra tanto preoccupato dell’organizzazione e delle iniziative, ma di un rapporto di conoscenza e di sequela, di condivisione di vita e di pensieri. L’indicazione del cammino è quindi chiara ed esigente per la nostra Chiesa: dobbiamo seguire Gesù. Pertanto merita di interrogarci su come conosciamo e ascoltiamo la voce di Gesù». Attenzione cruciale – questa – che, non a caso, diventerà un punto di verifica nella Visita pastorale che inizierà nel prossimo Avvento, annuncia l’Arcivescovo.
«Ciascuno stia attento a come costruisce il proprio rapporto personale con Gesù. Ascoltando la sua Parola e seguendo i suoi passi, vogliamo costruire sull’accesso alla comunione trinitaria e su tutti i santi. La figura di Paolo VI, nostro Vescovo, maestro, esempio di una fede vissuta come un fremito di zelo e di inquietudine, di intuizioni luminose e di delicatezze personali, ci aiuti. Confidiamo nella sua intercessione, continuiamo ad accogliere il suo magistero come indicazione per il cammino».
Infine, al termine della Celebrazione, monsignor Delpini con i concelebranti si porta in processione presso l’altare laterale di Sant’Ambrogio dove è stata posta, temporaneamente, l’urna con la reliquia di san Paolo VI: la sua maglietta macchiata di sangue dopo l’attentato da lui subito a Manila nel 1970. «Dunque, Paolo VI è qui con il suo sangue e il suo affetto. Vorrei che ciascuno di noi si faccia dovere di leggere qualche sua pagina o espressione», conclude monsignor Delpini.

(Annamaria Braccini)

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È sulla risurrezione che viene fondata la nuova vita dell’umanità. Per questo Paolo dice: «Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, stolta la nostra predicazione» (1 Cor 15,14). La risurrezione è certezza: in quanto tu credi, senti la presenza di colui che è la vita imperitura. Dux vitae mortuus regnat vivus: il re della vita che è stato ucciso è ritornato a regnare vivente. E perché Cristo è risorto che si giustifica l’esistenza della Chiesa, della sua predicazione, e quindi la richiesta del sacrificio, e quindi la comunicazione della fede. Altrimenti, fede in chi, in che cosa e perché? Senza la risurrezione il cristianesimo sarebbe la religione più squallida. Il senso della risurrezione deve guidarci tutti i giorni ogni volta che andiamo in Chiesa dobbiamo sentire di andare a dialogare col Risorto, con colui che, morto una volta, regna vivo.
Oltre questo, ogni volta che io compio un atto umano di relazione coi fratelli, di servizio comunitario, di donazione, di fatica, ogni volta devo sentire il Risorto, per non cadere in un atto fatalistico, in un atto disperato. Ecco perché la Pasqua è il centro di tutta quanta la liturgia cristiana. Noi siamo qui perché il Cristo raffigurato in croce comunica a noi la sua risurrezione, altrimenti ne nascerebbe una religione dell’autodistruzione, una religione del pessimismo. (…)
Ecco perché i santi riescono ad essere beati anche nel pianto: perché partecipano già alla gioia del Risorto anche se nel contempo sono dei sofferenti. La nostra esistenza è una composizione, una sintesi di dolore e di gioia. Di dolore in quanto partecipa al temporaneo, al caduco, al transitorio e quindi ogni passaggio da una fase all’altra è sempre un fatto di dolore: nascere, soffrire e morire; lavorare, faticare e intendere è sempre una fatica, un dolore, una sofferenza, ora di carattere fisico, ora di carattere etico morale, ora di carattere spirituale: tale è l’esistenza. Ma nel contempo l’esistenza è ancorata a questo atto di fede nel Risorto; ed avendo la comunione col Risorto, la realtà che può essere tante volte anche tragica, si trasforma in uno stato di beatitudine, per cui è già beato colui che piange; è gaudente colui che soffre; è sorridente colui che è perseguitato. In ciò sta il senso della duplicità dell’esistenza. Il vero culto cristiano sintetizza questo dualismo in un atto unico; la formula antica dice: «Predicate la mia morte, annunziate la mia risurrezione, attendete il mio ritorno». Ma è un dato unico: non sono tre verità. Scindere la morte dalla risurrezione è avere il senso tragico della morte, pensare che tutto finisce con la morte.
I cristiani invece, che in antico non scindevano mai il senso della risurrezione dal senso della morte, cantavano: «Oggi è stata uccisa la morte, non uccisa la vita». Mors mortua tunc est. Allora appunto morì effettivamente la morte, perché il Cristo risorse.

Giovanni Vannucci, da “Libertà dello Spirito”

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Magnificat


«E Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46). Dice: il Signore mi ha innalzato con un dono così grande e così inaudito che non è possibile esprimerlo con nessun linguaggio: a stento lo può comprendere il cuore nel profondo. Levo quindi un inno di ringraziamento con tutte le forze della mia anima e mi do, con tutto quello che vivo e sento e comprendo, alla contemplazione della grandezza senza fine di Dio, poiché il mio spirito si allieta della eterna divinità di quel medesimo Gesù, cioè del Salvatore, di cui il mio seno è reso fecondo con una concezione temporale.
«Perché ha fatto in me cose grandi l’Onnipotente, e santo è il suo nome» (cfr. Lc 1, 49). Si ripensi all’inizio del cantico dove è detto: «L’anima mia magnifica il Signore». Davvero solo quell’anima a cui il Signore si è degnato di fare grandi cose può magnificarlo con lode degna ed esortare quanti sono partecipi della medesima promessa e del medesimo disegno di salvezza: Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome (cfr. Sal 33, 4). Chi trascurerà di magnificare, per quanto sta in lui, il Signore che ha conosciuto e di santificare il nome, «sarà considerato il minimo nel regno dei cieli» (Mt 5, 19).
Il suo nome poi è detto santo perché con il fastigio della sua singolare potenza trascende ogni creatura ed è di gran lunga al di là di tutto quello che ha fatto.
«Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1, 54). Assai bene dice Israele servo del Signore, cioè ubbidiente e umile, perché da lui fu accolto per essere salvato, secondo quanto dice Osea: Israele è mio servo e io l’ho amato (cfr. Os 11, 1). Colui infatti che disdegna di umiliarsi non può certo essere salvato né dire con il profeta: «Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore mi sostiene» (Sal 53, 6) e: Chiunque diventerà piccolo come un bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 4).
«Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1, 55). Si intende la discendenza spirituale, non carnale, di Abramo; sono compresi, cioè, non solo i generati secondo la carne, ma anche coloro che hanno seguito le orme della sua fede, sia nella circoncisione sia nell’incirconcisione. Anche lui credette quando non era circonciso, e gli fu ascritto a giustizia. La venuta del Salvatore fu promessa ad Abramo e alla sua discendenza, cioè ai figli della promessa, ai quali è detto: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29).
E’ da rilevare poi che le madri, quella del Signore e quella di Giovanni, prevengono profetando la nascita dei figli: e questo è bene perché come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita.

Beda il Venerabile – «Commento su san Luca»

Beda fu seguace di San Benedetto Biscop e di S. Ceolfrido, dedicandosi alla preghiera, allo studio e all’insegnamento del monastero di Jarrow. Fu anche amanuense e il Codex Amiatinus, uno dei più preziosi e antichi codici della Volgata, conservato nella biblioteca Laurenziana di Firenze, sarebbe stato eseguito sotto la sua guida. Della sua vasta produzione letteraria restano opere esegetiche, ascetiche, scientifiche e storiche. Tra queste c’è L’Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, un monumento letterario universalmente riconosciuto da cui emerge la Romanità (universalità) della Chiesa. Studioso di tempra eccezionale e gran lavoratore, ha lasciato nei suoi scritti l’impronta del suo spirito umile sincero, del suo discernimento sicuro e della sua saggezza.

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Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40, 3).
Dichiara apertamente che le cose riferite nel vaticinio, e cioè l’avvento della gloria del Signore e la manifestazione a tutta l’umanità della salvezza di Dio, avverranno non in Gerusalemme, ma nel deserto. E questo si è realizzato storicamente e letteralmente quando Giovanni Battista predicò il salutare avvento di Dio nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò la salvezza di Dio.
Infatti Cristo e la sua gloria apparvero chiaramente a tutti quando, dopo il suo battesimo, si aprirono i cieli e lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui e risuonò la voce del Padre che rendeva testimonianza al Figlio: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).
Ma tutto ciò va inteso anche in un senso allegorico. Dio stava per venire in quel deserto, da sempre impervio e inaccessibile, che era l’umanità. Questa infatti era un deserto completamente chiuso alla conoscenza di Dio e sbarrato a ogni giusto e profeta. Quella voce, però, impone di aprire una strada verso di esso al Verbo di Dio; comanda di appianare il terreno accidentato e scosceso che ad esso conduce, perché venendo possa entrarvi: «Preparate la via del Signore» (Ml 3, 1).
Preparazione è l’evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all’umanità al conoscenza della salvezza di Dio.
«Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme» (Is 40, 9).
Prima si era parlato della voce risuonante nel deserto, ora, con queste espressioni, si fa allusione, in maniera piuttosto pittoresca, agli annunziatori più immediati della venuta di Dio e alla sua venuta stessa. Infatti prima si parla della profezia di Giovanni Battista e poi degli evangelizzatori.
Ma qual è la Sion a cui si riferiscono quelle parole? Certo quella che prima si chiamava Gerusalemme. Anch’essa infatti era un monte, come afferma la Scrittura quando dice: «Il monte Sion, dove hai preso dimora» (Sal 73, 2); e l’Apostolo: «Vi siete accostati al monte di Sion» (Eb 12, 22). Ma in un senso superiore la Sion, che rende nota le venuta di Cristo, è il coro degli apostoli, scelto di mezzo al popolo della circoncisione.
Si, questa, infatti, è la Sion e la Gerusalemme che accolse la salvezza di Dio e che è posta sopra il monte di Dio, è fondata, cioè, sull’unigenito Verbo del Padre. A lei comanda di salire prima su un monte sublime, e di annunziare, poi, la salvezza di Dio.
Di chi è figura, infatti, colui che reca liete notizie se non della schiera degli evangelizzatori? E che cosa significa evangelizzare se non portare a tutti gli uomini, e anzitutto alle città di Giuda, il buon annunzio della venuta di Cristo in terra?
Eusebio di Cesarea – «Commento sul profeta Isaia»

Eusebio fu Vescovo di Cesarea (di Palestina), dove forse era nato, tra il 260 e il 265. Durante molti anni visse in stretta relazione con Panfilo che, diventato presbitero della Chiesa, aveva fondato in Cesarea un centro di cultura cristiana. Divenne presbitero a Cesarea e, intorno al 313, vescovo. L’attività letteraria di Eusebio fu abbondante e molteplice e tutta ispirata da preoccupazioni apologetiche. Dei suoi scritti, non tutti sono pervenuti fino a noi; ma il confronto con le notizie e gli elenchi fornitici da San Girolamo ci assicura che abbiamo la maggiore e miglior parte di essi, sia intera sia in frammenti, nell’originale o in versioni (siriache, armene e latine).

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«Chi persevererà sino alla fine sarà salvato» (Mt 10, 22; 24, 13): questo è comando salutare del nostro Signore e Maestro. E ancora: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31, 32).
Bisogna perciò avere pazienza e perseverare, fratelli carissimi, perché, ammessi alla speranza della verità e della libertà, possiamo davvero arrivare alla verità e alla libertà. Il fatto stesso di essere cristiani è questione di fede e di speranza; ma perché la speranza e la fede possano arrivare a portare frutto, è necessaria la pazienza.
Noi non miriamo infatti alla gloria presente, ma alla futura, secondo quanto ammonisce l’apostolo Paolo, quando dice: «Nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8, 24-25). L’attesa e la pazienza sono necessarie perché portiamo a compimento quello che abbiamo cominciato a essere e raggiungiamo quello che speriamo e crediamo perché Dio ce lo rivela.
In un altro passo lo stesso Apostolo, rivolgendosi ai giusti e a coloro con le buone opere e mettendo a frutto i doni ricevuti si procurano tesori per il cielo, insegna loro a essere pazienti dicendo: «Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede. E non stanchiamoci di fare il bene, e a suo tempo mieteremo» (Gal 6, 10. 9).
Egli ammonisce tutti a non venir meno nell’operare per mancanza di pazienza; nessuno distolto e vinto dalle tentazioni, desista nel bel mezzo del cammino della lode e della gloria, e rovini così le azioni precedentemente compiute, perché non porta a compimento quelle incominciate.
Infine l’Apostolo, parlando della carità, le unisce anche la sopportazione e la pazienza: «La carità», dice, «è paziente; è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, … non si adira, non tiene conto del male ricevuto. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13, 4-5). Egli ci fa vedere così che essa può perseverare tenacemente per il fatto che sa sopportare tutto.
E altrove: «Sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 2). Con ciò ha voluto dimostrare che non si può conservare né l’unità né la pace se i fratelli non si sostengono vicendevolmente con la mutua sopportazione e non serbano il vincolo della concordia con l’aiuto della pazienza.

Cipriano – Trattato sui «Vantaggi della pazienza»

 

Cipriano nacque a Cartagine verso il 210. Dopo tre anni dalla sua conversione al Cristianesimo, fu eletto vescovo della sua città. Ritiratosi in clandestinità durante la persecuzione di Valeriano, venuto a conoscenza di essere stato condannato a morte, tornò a Cartagine per dare testimonianza di fronte ai propri fedeli e venne martirizzato nel 258.

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O meraviglioso scambio!


Il Verbo stesso di Dio, colui che è prima del tempo, l’invisibile, l’incomprensibile, colui che è al di fuori della materia, il Principio che ha origine dal Principio, la Luce che nasce dalla Luce, la fonte della vita e della immortalità, l’espressione dell’archetipo divino, il sigillo che non conosce mutamenti, l’immagine invariata e autentica di Dio, colui che è termine del Padre e sua Parola, viene in aiuto alla sua propria immagine e si fa uomo per amore dell’uomo. Assume un corpo per salvare il corpo e per amore della mia anima accetta di unirsi ad un’anima dotata di umana intelligenza. Così purifica colui al quale si è fatto simile. Ecco perché è divenuto uomo in tutto come noi, tranne che nel peccato. Fu concepito dalla Vergine, già santificata dallo Spirito Santo nell’anima e nel corpo per l’onore del suo Figlio e la gloria della verginità.
Dio, in un certo senso, assumendo l’umanità, la completò quando riunì nella sua persona due realtà distanti fra loro, cioè la natura umana e la natura divina. Questa conferì la divinità e quella la ricevette.
Colui che dà ad altri la ricchezza si fa povero. Chiede in elemosina la mia natura umana perché io diventi ricco della sua natura divina. E colui che è la totalità, si spoglia di sé fino all’annullamento. Si priva, infatti, anche se per breve tempo, della sua gloria, perché io partecipi della sua pienezza.
Oh sovrabbondante ricchezza della divina bontà!
Ma che cosa significa per noi questo grande mistero? Ecco: io ho ricevuto l’immagine di Dio, ma non l’ho saputa conservare intatta. Allora egli assume la mia condizione umana per salvare me, fatto a sua immagine e per dare a me, mortale, la sua immortalità.
Era certo conveniente che la natura umana fosse santificata mediante la natura umana assunta da Dio. Così egli con la sua forza vinse la potenza demoniaca, ci ridonò la libertà e ci ricondusse alla casa paterna per la mediazione del Figlio suo. Fu Cristo che ci meritò tutti questi beni e tutto operò per la gloria del Padre.
Il buon pastore, che ha dato la sua vita per le sue pecore, cerca la pecora smarrita, sui monti e sui colli sui quali si offrivano sacrifici agli idoli. Trovatala se la pone su quelle medesime spalle, che avrebbero portato il legno della croce, e la riporta alla vita dell’eternità. Dopo la prima incerta luce del Precursore, viene la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l’amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso.
Il Signore viene dopo colui che gli preparò un popolo scelto e predispose gli uomini alla effusione dello Spirito Santo mediante la purificazione nell’acqua.
Dio si fece uomo e morì perché noi ricevessimo la vita. Così siamo risuscitati con lui perché con lui siamo morti, siamo stati glorificati perché con lui siamo risuscitati.

Gregorio Nazianzeno (dai «Discorsi»)

 


Gregorio Nazianzeno, detto anche Gregorio il Teologo (329 – 390 circa), è stato un vescovo e teologo greco antico; fu maestro di san Girolamo. Venerato dalle Chiese cristiane, è riconosciuto dalla Chiesa cattolica come Dottore e Padre della Chiesa. È uno dei Padri cappadoci. Condivise con l’amico Basilio la formazione culturale e il fervore mistico. Fu eletto patriarca di Costantinopoli nel 381. Temperamento di teologo e uomo di governo, rivelò nelle sue opere oratorie e poetiche l’intelligenza e l’esperienza del Cristo vivente e operante nei santi misteri.

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“…il terzo comandamento, un precetto positivo e solare, così caro all’ebreo da avergli fatto escogitare questa mini-parabola tradizionale: «Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato. Voglio regalarlo a Israele». Il giorno festivo è, dunque, un tesoro, è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l’alto e l’infinito, capace di interrompere l’orizzontalità della nostra visione comune e continua.
Quel tesoro è consegnato al Sinai, all’interno appunto dei dieci comandamenti, laddove leggiamo: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Esodo, 20, 8-11). Il termine “sabato” è allusivamente connesso al verbo shabat, “riposare”. Tuttavia, è più probabile che originariamente esso si colleghi al numero sette, in ebraico sheba`, donde sarebbe semplicemente il “settimo giorno”, fermo restando che – come noto – nella mistica simbolica orientale dei numeri, il sette è la cifra della pienezza e della perfezione.
Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo. Tuttavia si trattava di uno “spazio” confinato e isolato nel tempo, tant’è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica “giorni intoccabili”). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un’aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, emergerà anche nella tradizione ebraica.
Un testo giudaico del II secolo a.C., il Libro dei Giubilei, minaccia la pena capitale per la violazione di alcune proibizioni classiche proprie del sabato: ad esempio, accendere il fuoco o preparare cibi, norme ancor oggi rispettate dagli Ebrei osservanti, come ricordano coloro che in Israele trovano di sabato ascensori particolari che si spostano senza essere comandati manualmente perché premere il pulsante è considerato un’accensione e quindi una violazione del riposo sabbatico.
Il trattato del Talmud sul sabato elenca 39 precetti per una corretta osservanza di quel giorno sacro. E la tentazione di considerare la giornata festiva solo come uno spazio vuoto da tutto ciò che è profano è stata forte anche nel cristianesimo con la distinzione tra lavori servili e liberali. ll riposo, invece, non deve essere fine a se stesso; tra il tempio ove si celebra il culto sabbatico o domenicale e la piazza della città – come diceva il teologo ortodosso russo Pavel Evdokimov – non ci dev’essere una barriera isolazionista, ma una soglia attraverso la quale corre il vento dello Spirito che unisce sacro e profano. Il sabato non dev’essere un’isola sacrale che disdegna il resto dei giorni; non può essere solo un’area vuota,
votata all’inerzia, come ironizzava lo storico Tacito a proposito del sabato ebraico, secondo la concezione che egli ne aveva. Il riposo biblico, tra l’altro, è un concetto positivo, non si riduce a mera assenza di fatica, ma è simbolo di comunione con l’eterno, con l’infinito di Dio, col senso ultimo della vita: è questa la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti, una festa piena e senza appannamento nella luce intramontabile di Dio.
«Dio benedisse il settimo giorno – si legge in Genesi 2,3 al termine del racconto della creazione a cui rimanda anche il precetto del Decalogo sul sabato – e lo consacrò perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto». Il settimo giorno è, sì, esodo dal lavoro alienante, dalla tensione quotidiana, ma non è rinuncia alla vita quotidiana e al lavoro. Al sabato l’uomo non domina più le cose, ma ne scopre il senso e loda il Creatore; nel sabato egli intuisce l’armonia del creato. La logica consumistica del tempo libero come è vissuta dalla nostra società contemporanea è ulteriore alienazione; la logica del settimo giorno biblico è, invece, l’ingresso nell’unità armonica tra mondo e uomo, tra azione e contemplazione, tra parole e Parola. Una foglia, attraversata dalla luce del sole, rivela un reticolo di nervature e un ampio tessuto connettivo: se essa fosse solo nervatura, si accartoccerebbe e diventerebbe un mostro; se fosse solo tessuto, si dissolverebbe e si affloscerebbe.
Così è la settimana del credente.
Ha bisogno del settimo giorno come di una nervatura che sostiene i sei giorni: guai se la settimana fosse priva di questo alimento; ma guai se si ignorasse il profano chiudendosi in un misticismo evanescente!
In questa luce si comprende il monito dei profeti biblici che bollavano l’osservanza meramente rituale del sabato: il rito senza la vita è farsa, la liturgia domenicale senza giustizia negli altri sei giorni è magia. «Non posso sopportare delitto e solennità», afferma il Signore in Isaia (1,13). E Gesù dichiarerà in modo lapidario che è il sabato che è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Marco 2,27) e non esiterà a guarire malati anche di sabato, pur compiendo un’azione apparentemente vietata dalle normative citate sul riposo sabbatico. Non per nulla nella seconda versione che è offerta dalla Bibbia riguardo al Decalogo, quella presente nel capitolo 5 del Deuteronomio, si invita a ricordare nel giorno di sabato la libertà donata da Dio in occasione dell’esodo dalla schiavitù egiziana: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno del sabato» (Deuteronomio 5,15). Commentava uno studioso tedesco, Hans W. Wolff: «Ogni sette giorni Israele deve ricordarsi che il suo Dio è un Dio liberatore, il quale pose fine a una dura schiavitù e che continua a ergersi contro tutte quelle potenze che vogliono opprimere il suo popolo».
«Santificare la festa» è, quindi, prima di tutto santificare se stessi, sostare per contemplare Dio e per penetrare nella propria coscienza, ritrovare la carica per rientrare nei giorni feriali in modo più puro e generoso. Come diceva il bel documento di Giovanni Paolo Il Dies Domini, pubblicato il 31 maggio 1998, la festa dev’essere per il cristiano dies Domini, dies Christi, dies Ecclesiae, dies hominis, dies dierum, cioè «giorno del Signore, di Cristo, della Chiesa, dell’uomo e giorno dei giorni».
Queste espressioni illuminano l’intreccio tra “verticalità” (il sacro e il divino) e “orizzontalità” (quotidianità, concretezza, umanità e fraternità) del giorno festivo. È, perciò, con particolare calore che raccomandiamo la lettura di quella bella Lettera apostolica che cerca di far riscoprire il senso perduto della festa e che potrà essere meditata attraverso una delle varie edizioni reperibili presso una libreria religiosa.
Noi vogliamo concludere questo commento al terzo comandamento con due note ulteriori, desunte come spunto da quel testo pontificio. La prima riguarda proprio la caratteristica della “domenica” come giorno del culto (il termine di origine latina, come è noto, significa “giorno del Signore”). Cerchiamo di esprimere questo aspetto, che potrebbe essere tratteggiato in molteplici forme, attraverso una poesia di Carlo Betocchi (1899-1986), intitolata suggestivamente Messa piana: (Quando vado alla messa spesso non prego, / guardo. Sono come un bambino. Guardo, / e credo. E il Signore mi dice (con povere fiammelle di candela, mutamente entro me, nel mio guardare), / – Bravo, hai fatto bene a venire. E al segreto consenso la coscienza / s’indebita, riconoscente. E mormora: Basta; così sian tutti, tutti oramai, con me. / Anche quei pochi a cui ho fatto del bene. E solo mi lascino, / taciti, solo nel mio guardare».
Spesso nei suoi versi questo poeta torinese, formatosi e vissuto a Firenze, ha lasciato fremere l’ansia spirituale, nel quotidiano ha fatto provare i brividi della trascendenza. Questa sua testimonianza, certo, non deve essere considerata come una guida alla celebrazione eucaristica che deve comprendere il canto, la preghiera, la lettura, l’ascolto, la coralità. Tuttavia c’è un aspetto che è altrettanto fondamentale e che viene spesso ignorato: la liturgia è “spettacolo” nel senso nobile del termine, è un guardare dei segni che ci devono parlare dell’Altro, di un Oltre che supera la storia. La preghiera domenicale come meta terminale deve avere il silenzio della contemplazione pura, dell’adorazione, dell’abbandono sereno, pacato e placato da Dio. «Io ti conoscevo per sentito dire; ora i miei occhi ti vedono», dirà Giobbe al termine del suo lungo e travagliato itinerario umano e spirituale (42,5). Sarebbe importante creare sempre uno spazio libero e puro di contemplazione, una vera e propria oasi dello spirito. E questo non solo per il credente, ma per ogni uomo che vuole ritrovare se stesso estraendosi dalla superficialità e dalla frenesia della vita. «Guardo, e credo», dice Betocchi. Essere aperti al mistero che si manifesta e sentire anche noi quelle parole tenere e semplici che Dio ci rivolge: «Bravo, hai fatto bene a venire». C’è però un’altra considerazione che vogliamo proporre ai nostri lettori a margine del terzo comandamento. In un testo giudaico antico, la Vita di Adamo ed Eva, si legge questa frase: «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». Un filosofo mistico ebreo contemporaneo, Abraham J. Heschel (1907-1972), in una sua opera intitolata Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno (Rusconi 1972), affermava che «il settimo giorno fornisce nel tempo un assaggio di eternità« attraverso la preghiera, il silenzio e la serena contemplazione. Nella Genesi si racconta che l’uomo fu creato come vertice del creato, ma lo fu nel sesto giorno, e noi sappiamo che il sette è la cifra della perfezione, il sei è segno del limite e dell’imperfezione. Ebbene, attraverso la fede e la liturgia del settimo- giorno l’uomo può gustare il “tempo” di Dio, il suo riposo di pace e di luce.
«Quando giungerà la nostra ora, moriremo rassegnati e lassù diremo che abbiamo sofferto, abbiamo pianto, che la nostra vita è stata così amara, e Dio avrà compassione di noi, e tu ed io, zio, zio caro, conosceremo una vita radiosa, stupenda, meravigliosa. La gioia ci riempirà e noi considereremo con un sorriso commosso la nostra presente infelicità, e riposeremo. Riposeremo! Tu non hai mai conosciuto la gioia in tutta la tua vita, ma aspetta, zio Vanja, aspetta… Riposeremo, riposeremo!».
Forse qualche lettore ha riconosciuto in queste parole e nel nome del personaggio la finale del dramma Zio Vanja composto da Anton Cechov nel 1896 e rappresentato la prima volta nel 1899. I due colpi di pistola destinati al suicidio vanno a vuoto e il protagonista rimane ancora in vita, ricevendo l’appello a sperare oltre la stessa esistenza e la morte.
A sperare in quel riposo che darà tregua a ogni esistenza travagliata.
È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskreséné, che letteralmente significa “risurrezione”. Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l’attende, quel “riposo eterno” a cui sopra abbiamo già accennato, una “vita radiosa, stupenda, meravigliosa”, come dice Cechov, perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l’avrebbero impiccato il Sabato Santo del 1945, aveva esclamato: «Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa!».

Gianfranco Ravasi

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Exemple

Maria di Magdala


Il brano che stiamo leggendo, anzi che vogliamo assimilare come un cibo, perché metabolizzato diventi vita rinnovata, così dovremmo dire dato che vogliamo dare Lectio, va considerato alla luce dei versetti precedenti (1-10) che contribuiscono in modo deciso a tracciare la figura di Maria di Magdala. Dobbiamo però premettere alla riflessione sul testo una breve introduzione.

Chi è Maria di Magdala. Una donna su cui la tradizione ha mal ricamato, a causa di quei sette demoni da cui era stata guarita. Rileggiamo Lc.8,1-3: “In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”.

Come fa notare Gianfranco Ravasi in un suo articolo, dove riemerge la, cosiddetta dalla critica, “questione delle 3 Marie”, relativa ai fraintendimenti avvenuti nel corso del tempo sull’identità di Maddalena: “I sette demoni non sono necessariamente indice di possessione diabolica; di per sé questa espressione del linguaggio biblico poteva indicare un gravissimo (il sette è il numero della pienezza) male fisico o morale che aveva colpito la donna e dal quale Gesù l’aveva liberata. Malgrado ciò la tradizione ha confuso da sempre questa donna con quella che in Lc. 7,36-38 è inginocchiata davanti a Gesù per piangere i propri peccati, era una prostituta, nella casa di un fariseo di nome Simone. Maria di Magdala nulla ha a che vedere con quella donna di città. Poiché poi anche la sorella di Lazzaro Maria nella cena di Betania compirà lo stesso gesto della peccatrice, la Maddalena verrà confusa anche con lei. Ma sono tre donne diverse.

Ci fu anche un’ulteriore identificazione sbagliata addirittura con Maria la madre di Gesù, in alcuni apocrifi del III secolo! La trasformazione portata avanti dagli apocrifi ha generato un’interpretazione simbolica della figura di Maddalena in chiave gnostica, quasi un’immagine della divina Sapienza che esce dalla bocca di Cristo, per finire poi nelle sciocche contaminazioni affaristiche di Dan Brown. Quale il motivo di queste erronee identificazioni? Non è il caso di analizzarlo stasera; solo conviene pensare che la maggiore attendibilità è sicuramente quella dell’evangelista Giovanni. Atteniamoci ai passi in cui l’identità di Maria è certa. Giovanni è il più vicino a Gesù, ne riceve confidenza, conosce i suoi gesti come nessun altro e quindi è molto probabile che, rispetto ai sinottici, ci restituisca uno sguardo più fedele alla realtà del ruolo di Maddalena riconoscendo quale missione Gesù le affida.
Farla passare per quello che non è nasce probabilmente da una mentalità o senso comune che, allora come oggi, ha generato facili deduzioni create da ignoranza e tendenza a ridurre, banalizzare a stereotipi le persone e le loro relazioni in base a dei codici di comportamento e ruoli sociali sclerotizzati. Certo Maria Maddalena può aver suggerito ingiuste definizioni della sua persona per vari motivi: pare non fosse sposata, poteva essere molto bella, e già questo sarebbe bastato a scatenare chiacchiere e supposizioni sulla sua speciale relazione con Gesù. Fra loro c’era una comunicazione e vicinanza non declinabile in nessuna forma di relazione conosciuta (forse la più vicina poteva essere maestro-allievo, ma non proprio così), quindi probabilmente non decodificabile dagli altri, ma da Giovanni sì, perché lui capiva in quanto a sua volta amato, sensibile e quindi in piena sintonia.

Una considerazione ulteriore ci consente di mettere in risalto lo speciale rapporto fra Gesù e Maria Maddalena: tutto il contesto del racconto che ora vedremo, offre diverse similitudini con le immagini del Cantico dei Cantici dove si narra della sposa che va in cerca della sposo chiedendo a chi incontra se l’hanno visto; ma, come lì, la fidanzata è umanità che ricerca il Dio sposo, così qui Maddalena ci rappresenta tutti nella dimensione del privilegiare la scelta di Gesù come via sponsale. Possiamo forse trovare qui l’ispirazione per una comprensione profonda del racconto, che ora affrontiamo.

È ancora buio e lei, sola, la donna di Magdala, Maria, instancabile, corre al sepolcro e fruga il luogo, non si dà pace, nel suo andirivenire in cerca di Lui. Non riesce a staccarsi da quel luogo vicino al Golgota dove il dolore per la morte di Gesù si era fatto smisurato e aveva frantumato il cuore dei pochi rimasti con la madre. Maria viene nelle tenebre; la sua luce è stata uccisa, ma è quella stessa che continua a guidarla nella notte degli uomini. Di nuovo, corre al sepolcro, al luogo dove vive l’amore di chi non c’è più. Riesce ad intravvedere che la bocca della tomba è aperta e la pietra scostata; una tempesta di pensieri mentre si precipita a dirlo ai fratelli e immagini di esperienze non lontane, come quella che le hanno narrato della pietra tolta dal sepolcro di Lazzaro. Ritorna con Giovanni e Pietro. Giovanni per rispetto lascia entrare prima Pietro, che osserva i lini piegati e il sudario avvolto accanto; entra dopo di lui Giovanni. Pietro non dice nulla, constata che il corpo non c’è e che non è stato rubato. Giovanni constata e crede che è vivo: sono l’aspetto oggettivo e quello soggettivo della fede e Giovanni diventa qui il capofila di quelli che hanno creduto senza averlo visto! E Maria Maddalena? Lei resta lì. È a questo punto che iniziano i versetti ora letti.
Maddalena si aggira piangendo; non può abbandonare il luogo dove Gesù nel suo amore estremo è approdato, al fine: è ormai la sua casa e dove finisce la ricerca inizia l’attesa, che il chicco caduto in terra riemerga dal suolo. Ma lui era in quel luogo e quindi non avendolo trovato più lì, deve fermarsi dove Lui era. È così quando l’assenza ci porta ad un legame imprescindibile con il luogo della presenza, in questo caso presenza del corpo, quindi sentimento ancora più estremo e drammatico, forse perché in un ‘altro’ tempo quella presenza rimane e noi la sentiamo. Maria Maddalena, aveva sicuramente appreso dalle anziane cosa si dovesse fare per affidare un corpo definitivamente al sepolcro. Per lei il compito diventava un gesto di infinita tenerezza, con quel necessario togliere i segni delle violenze attraverso le carezze degli unguenti, momento elevatissimo d’incontro. Ma il luogo del sepolcro è quasi immobile teso verso una presenza-assenza; solo il fruscio dei vestiti di Maria, il calpestio dei suoi sandali e i singhiozzi del suo pianto. Piange come l’inconsolabile Maria di Betania il cui dolore porta lo stesso Gesù a piangere per Lazzaro. Il pianto è la prima forma di preghiera, propria del bimbo abbandonato: Agar lontana un tiro d’arco da Ismaele,lo vede piangere e Dio ascolta il pianto del bambino! Le lacrime di Maddalena bagnano l’ingresso del sepolcro pieno di vuoto; è il momento dei due angeli: sono bianchi, colore della luce, vittoria sulle tenebre. Non fanno annunci ma domande per preparare la donna ad incontrare il suo Maestro. Strana, ma anche no, l’indifferenza di Maria a questi angeli: a lei interessa Lui, non gli angeli e a loro spiega il motivo di tanto piangere. Qui risuona il Cantico dei Cantici: “Io venni meno per la sua scomparsa. L’ho cercato ma non l’ho trovato, l’ho chiamato ma non mi ha risposto”. Il grido è il “dove sia” (ipotesi trafugamento). È un richiamo alla vocazione dei primi discepoli: “Maestro dove dimori”. Il dove prelude al far capire che Maria non evade in una fantasia da doloroso stress per valicare i confini del reale. Il dove vuol dire che quello che cerca e che poi trova non è uno diverso dal crocifisso maestro della Galilea. A questo punto Maria sente qualcuno alle spalle e si volta. Infatti la vita non la vedi se ti trovi nel sepolcro vuoto; ti devi voltare, Maria, perché è lui che ti viene a cercare. E Maria vide Gesù, ma non ancora lui riconosciuto: non solo guarda, sottolinea Giovanni: contempla (cum-templum con=spazio del cielo) cioè s’inoltra nel cielo delle attese e del ricordo; il verbo theorein indica lo sguardo stupefatto di chi assiste ad uno speciale spettacolo. Contempla ma non riconosce: Dio è presenza sommamente discreta [1Re 19,9-13]: “Elia, essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb, entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”. Abbiamo bisogno di un aiuto al riconoscimento (come in tutte le apparizioni del risorto). Perché? Dice Gesù “chi cerchi” (come i primi discepoli “che cercate?”). Maria pensa al giardiniere, non sa come vedere il mai visto da alcuno e cioè uno Spirito, svincolato dalla materia ma mantenendone le forme in cui è apparso. Fra il Golgota e il sepolcro c’è giardino; la Passione era iniziata in quello degli ulivi e si conclude lì dove è la donna. Cantico dei Cantici parla del giardino come luogo dell’incontro fra gli sposi. L’albero della croce, appena poco lontano dal sepolcro, sta per fiorire perché ormai il luogo della vita è apparso.
Il riconoscimento avviene con la voce; tuttavia la voce si era già sentita ma non era servita allo svelamento. Perché? Non so dire, ma è strano; forse era distratta, pensava a Lui e..ce l’aveva davanti. Finora il nome della donna era detto nel greco Maria; Gesù si rivolge a lei con Mariam, in aramaico. Una voce famigliare, che ti conosce, che ti chiama, che ti ama. Rabbuni, maestro mio, è la risposta che trasforma il pianto del dolore in lacrime di felicità. La tristezza non si dissocia dall’amore finché la persona amata non s’incontra. Maria Maddalena avrà avuto in cuore quelle parole del suo Signore quando disse: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Ora Gesù vivo è presente e manifesto. Maria si getta ai suoi piedi per abbracciarli. Ma Gesù le dice: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre”. Si pone una domanda: Maria stava trattenendo Gesù in quanto voleva non perdere più il Rabbuni ritrovato o proprio era avvinghiata ai suoi piedi? I commenti al testo, numerosissimi, si orientano generalmente verso un’interpretazione che mostra l’urgenza di Gesù per l’inizio della missione di annuncio della risurrezione di fronte al bisogno di Maria di continuare la visione e l’incontro. Mi è stato anche suggerito un altro modo di intendere che è assai intrigante. Eccolo:
“Maria viene fermata prima …? non arriva a toccarlo? Sembrerebbe così. Perché Gesù la anticipa? Perché non può essere toccato? Lo dice: E’ questa una frase che non ha niente di scontato, Gesù sta condividendo con Maddalena, quello che gli sta accadendo in quel momento.. prima volta per lui!! Anche l’unica! un evento nel quale si trova, che lo trascende in quanto uomo, ma gli appartiene da sempre in quanto Dio, è nella fase del trapasso, sta salendo, non più qui, ma ancora non completamente dal Padre, (quando sale da Inferi? tra l’altro..), sta esponendosi in un suo momento di grandissima fragilità, non può essere toccato/trattenuto, lui lo sa, perché quel fenomeno, quel passaggio spirituale che avviene… Lui solo sa come – noi non possiamo immaginarlo ma qui ci fa partecipi un po’, ci dice qualcosa, rimane presente anche in quel suo momento così intimo! – ancora non è compiuto, eppure sceglie di vedere Maddalena in quel momento, conoscendo e prevedendo il suo slancio le impedisce di avvicinarsi al corpo.. rifiuta ma allo stesso tempo si apre a lei, con un atto che trasformerà il loro legame nel pieno della sua essenza divina.. Giovanni non ne ha bisogno, in quel “vide e credette” ha capito da solo, forse ancora più profondamente, porta Gesù già in sé. Quando appare le altre volte invece, Gesù è già salito e ritorna in visita? Non c’è più problema né rischio, si può fermare e fare le cose, anche farsi toccare da Tommaso.” Noli me tangere! Per i più tuttavia il senso sarebbe: “Cessa il tuo abbraccio”! Non che ci sia qualcosa di sordidamente cattivo. La fisicità attraversa molti incontri di Gesù in tutto il Vangelo; nulla di male: amare, vedere e toccare sono gesti inseparabili. Gesù non rifiuta l’amore di Maria, infatti è Lui che l’ha cercata. Si potrebbe aprire qui una lunga meditazione sulla antropologia biblica dove la persona è un tutto indiviso e amare la persona vuol dire accoglierla in tutto, anche se poi abbiamo diviso anime e corpi, e non solo, ma anche contrapposto!

[Il comune lettore della Bibbia si trova con frequenza di fronte a parole come “cuore”, “anima”, “carne”, “spirito”. È molto facile che il lettore cada in malintesi. Il danno è che questi malintesi sono poi carichi di conseguenze nefaste per la comprensione della Scrittura. Tali malintesi possono essere fatti risalire alla traduzione della Bibbia ebraica nel greco dei LXX. Non siamo certi che la filosofia greca abbia avuto un ruolo nello stravolgere la concezione biblico-semitica, ma il dubbio rimane. Fatto sta che la LXX fece deviare su un’antropologia dicotomica o addirittura tricotomica (la divisione di un’unità in due o tre parti). Ciò portò al concepire che il corpo, l’anima e lo spirito siano in contrasto tra loro. Se vogliamo davvero capire la Bibbia, dobbiamo tornare al modo semitico di concepire e di pensare. E, prima di tutto, dobbiamo aver ben chiare due cose che hanno un’importanza fondamentale.
Parole intercambiabili. Parole come cuore, anima, carne, spirito (ma perfino orecchio, bocca, mano e braccio) sono nella poesia ebraica spesso intercambiabili.]

Torniamo alla sospensione dell’abbraccio: siamo sempre nel giardino ormai fiorito e lontano da quel deserto sepolcrale di poco sopra: nell’icona di Creta del XVI secolo, questo è molto ben scritto.

Noli me tangere, Icona, Creta

L’albero della vita è rappresentato al centro, tra il sepolcro aperto e Gesù risorto. È il mandorlo (Es 25,31-40), che nella tradizione liturgica ebraica diventa il candelabro a sette braccia, la menorah (ma che anche può rappresentare il roveto ardente di Mosè, oppure il sabato o la creazione). Con la risurrezione di Gesù l’umanità ha nuovamente accesso all’albero della vita e può ricevere così il dono dell’immortalità. Questo frutto è la carne e il sangue di Gesù. Leggiamo infatti nel vangelo di Giovanni: “Gesù disse: ‘In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita’.” (Gv. 6,53).


La montagna con la grotta del sepolcro ci ricordano quella della natività. Il sarcofago e le bende che avvolgevano il corpo morto di Gesù sono gli stessi della natività. La morte rimanda alla nascita, come a dire che con la morte di Cristo c’è una nuova nascita, quella eterna! Le bende avvolte nel sepolcro danno l’idea del bozzolo della crisalide da cui è nasce la farfalla che può volare staccandosi dalla terra con le sue ali dai colori sfavillanti. Così Cristo risorto abbandonate le bende funerarie che avvolgevano il suo corpo viene raffigurato con abiti sfolgoranti: tunica rossa e mantello blu con sfumature dorate: ha vinto la morte e ora si staccherà da terra per “volare” al cielo. In ginocchio davanti a Gesù risorto c’è Maria Maddalena.

Il vero significato del “Noli me tangere” è allora questo: ora tu Maria sei la prima apostola della Risurrezione, hai un compito: devi andare. E Gesù deve provvedere la chiesa nascente del suo Spirito. L’abbraccio non è negato ma solo offerto per il compimento definitivo. Quando Lui sarà tutto in tutti.
A noi il compito di rivivere la profonda istanza d’amore di Maria di Magdala.

 don Augusto Casolo, luglio 2015

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