Denaro e profumo

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Denaro e profumo


Un banchetto di gioia, forse la festa per la vita ritrovata dell’amico di Gesù…
Una festa con tutti i protagonisti di quell’episodio di resurrezione:
c’è Lazzaro, colui che Gesù aveva risvegliato dai morti,
il suo compito sembra essere quello di attirare la gente a Gesù…
C’è Marta, donna di pratica, che aveva fraternamente rimproverato Gesù,
ma che aveva subito affermato una fede, seppure incerta nella resurrezione,
il suo compito è sovrintendere alla tavola e occuparsi dei molti servizi…
C’è Maria, donna di ascolto e di pianto,
è quello di spargere il profumo e ungere Gesù, consacrandolo per la missione…
C’è Giuda, futuro traditore, che, con voce che non del tutto stonata,
richiama, sin d’ora, la comunità a spalancare gli occhi sui poveri del mondo…
C’è una folla che accorre, a metà tra il curioso e lo stupito,
per vedere qualcuno, Gesù e Lazzaro, senza avere l’intenzione di capire…

Il banchetto è pieno di presentimenti della morte imminente di Gesù:
siamo a sei giorni prima della Pasqua,
c’è il proposito di tradimento da parte di Giuda,
c’è un parlare di Gesù che annuncia la sua sepoltura,
l’accenno che Gesù non sarà per sempre con loro,
e il proposito dei sommi sacerdoti di uccidere anche il risuscitato Lazzaro…

Momento culminante del banchetto è il gesto di Maria
che spande su Gesù il profumo prezioso
– quasi rammentando la sposa del cantico dei Cantici –
e la casa si riempie della fragranza che fa gioire gli amici del Signore…
È solo la voce fuori luogo di Giuda a deplorare lo spreco del profumo,
nascondendosi dietro una falsa carità verso i poveri…

Immaginiamo Maria e Giuda che guardano Gesù e lo ascoltano:
Maria ha posto Gesù al di sopra di tutto ed esprime un amore illimitato,
Giuda pone il denaro – prezzo del profumo – al di sopra della persona di Gesù…
Se l’uomo si attacca, tenacemente, al denaro, e ne diventa schiavo,
la donna esprime libertà: libertà di una fede e di un amore profondo,
libertà che sacrifica a Dio quanto ha di più prezioso…

La cena e l’unzione di Betania, preparano l’entrata di Gesù a Gerusalemme,
il gesto della donna che unge, consacra, messianicamente Gesù,
sembra dare al rabbì di Nazaret la consapevolezza che l’ora è giunta:
Gesù è pronto a rivelare la sua identità messianica…
È il re, ma cavalca l’asinello che evoca l’evento di un messia mite e umile:
e con questo messia, ci avviamo alla sua risurrezione attraverso la croce…

don Enrico

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Ci colpisce la reazione di Gesù all’annuncio della malattia di un amico:
lui che passa, beneficando e salvando, in mezzo a gente stanca e sfinita,
aspetta, prima di recarsi a Betania, al capezzale di Lazzaro…

Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano,
e solo il terzo giorno (quasi un anticipo del giorno della sua resurrezione),
annuncia la decisione di recarsi in Giudea…
I discepoli non comprendono: quella terra è divenuta pericolosa,
– avevano cercato di lapidarlo – perché mai Gesù vuole tornarvi di nuovo?
Gesù, tuttavia, dichiara di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto,
e il tempo che gli resta è davvero poco:
lui ha compreso che sta giungendo l’ora delle tenebre,
quella in cui non potrà più agire…

In questo, Gesù rivela la sua grande fede nella risurrezione: vado a svegliarlo!
È la fede che lo aiuterà ad affrontare la propria morte,
una fede che Gesù vuole partecipare ai discepoli,
perché non restino schiacciati dalla morte di Gesù…

Eppure, di fronte al dolore di Marta, di Maria e dei Giudei,
Gesù si commuove, e piange, ed è turbato:
il pianto delle sorelle e degli amici di Lazzaro
gli fanno intuire, e condividere, la profondità della sofferenza,
quella di chi non ha ancora compreso che la morte non è l’ultima parola,
e crede che, con la scomparsa di un affetto, sia tutto finito…

Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro…
Gesù, in subbuglio nello spirito, si reca alla tomba e prega:
lui che ascolta sempre il Padre, ora prega…
È l’unica volta in cui Gesù prega prima di compiere un segno,
ma non prega per ottenere qualcosa, la sua è già preghiera di ringraziamento,
poiché lui sa che ogni preghiera al Padre è, comunque accolta…
Lazzaro risusciterà? Questo è mistero nelle mani di Dio…
Gesù, ringraziando ancor prima del segno di ritorno alla vita,
si affida alla fonte di ogni bene, al Padre…
La fede di Gesù nell’amore del Padre, insegna come affrontare e vincere la morte…
È la stessa fede che porterà, dopo pochi giorni, lo stesso Gesù

ad affrontare la morte, forte solo della relazione d’amore con Dio Padre…
Per questo il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna…

don Enrico

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Il Maestro era appena uscito, forse fuggito, dal tempio di Gerusalemme,
dove si celebrava la festa di Sukkot, delle Capanne:
la festa dove si accendevano luci nel ricordo della nube luminosa
che aveva guidato il popolo, ormai libero, durante il cammino nel deserto…
Era anche la festa nella quale si celebrava l’acqua, dono di Dio che dissetava,
e che permetteva la vita anche nelle asperità aride del deserto…
Era la festa in cui Gesù aveva proclamato la vita piena nel dimorare in lui,
quando lui, fonte della vita, vede nei pressi della piscina di Siloe,
un uomo colpito dalla cecità fin dalla sua nascita, un uomo senza vita piena…
Non è il malato ad invocare Gesù e chiedergli guarigione,
ma è Gesù stesso che, passando, vede un uomo bisognoso di salvezza…
E il miracolo avviene, con un rituale complesso,
il fango, di terra e saliva, che richiama la creazione dell’essere umano
e il viaggio, a tentoni, verso l’acqua, che richiama il battesimo…

Poi una serie, quasi interminabile di dialoghi tra gente che non si ascolta…
Serie di dialoghi che potrebbero essere sintetizzati così:
l’uomo che si chiama Gesù è un profeta,
viene da Dio ed è il mandato (finché è giorno),
come Figlio dell’uomo si rivela il Signore,
ed è, per chi lo accoglie, la luce del mondo

Un percorso che, a noi, appare lineare e logico,
ma, per quell’uomo, che finalmente vede, il percorso produce veri guai:
da miracolato diviene oggetto di meraviglia, e imputato di qualcosa…

Ma lui, il medicante cieco e rifiutato da vicini e genitori,
riesce a imboccare un’altra via:
il cieco, vedente, attraverso i dialoghi con gli accusatori e i negatori,
riesce ad aprire il cuore a quell’uomo che gli ha aperto gli occhi…
Se i farisei lo cacciano fuori, lui si sente, ormai, accolto da un altro…
Se, per quella gente, Gesù è un enigma indecifrabile,
e uno scandalo insopportabile,
per lui, che era nato cieco, Gesù diventa la luce, e il medico che si china su di lui,
e il Messia, il Cristo, atteso e sperato…

Il cieco conduce anche noi a vivere la sua via:
via dell’accogliere l’invito di quel Gesù che ha spalmato gli occhi con il fango,
e percorrere, a tentoni il cammino verso l’Inviato,
via che spalanca allo stupore di un incontro, alla gioia di una scoperta,
alla irruzione di un dono che illumina e sempre sorprende…

don Enrico

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Oggi siamo con Gesù a Gerusalemme:
il giovane rabbì di Galilea è andato alla città santa per la festa delle Capanne,
festa di ricordo di un difficile, e impegnativo cammino verso la terra di libertà…
Tuttavia, nel clima della festa si è insinuato un avvenimento stonato:
Scribi e Farisei hanno gettato davanti a Gesù una donna colpevole di adulterio,
e gli hanno chiesto un parere sulla norma della lapidazione degli adulteri…
Gesù, rovesciando l’accusa sugli accusatori, smaschera la loro ipocrisia,
non condanna la donna e le ridona libertà,
e a questa libertà, nuova, invita coloro che avevano creduto in lui…
Ma questo difficile dono di libertà diventa subito oggetto di contesa:
gli ascoltatori di Gesù inorridiscono al pensiero di poter essere schiavi,
e rivendicano subito il loro, orgoglioso, non essere mai stati schiavi di nessuno,
poiché, per loro, libertà è scegliere, muoversi, decidere, orientarsi…

Gesù, però, vuol parlare di un’altra libertà,
che non è quella economica, sociale, politica,
quella per cui il nostro mondo ha lottato per generazioni e generazioni…
La libertà di cui parla Gesù è la possibilità di poter disporre di sé,
restando liberamente ancorati all’amore trinitario,
quell’amore per il quale, lui stesso, si consegnerà alla morte,
donando la sua vita, liberamente, per la vita dei fratelli…

Una libertà che Gesù ha imparato nella vita della sua famiglia,
nei racconti, nelle fatiche, nelle tradizioni che hanno colmato il suo crescere…
L’ha imparata da sua madre, Maria,
la giovane donna che, liberamente, aveva rinunciato ad una sua maternità
per accogliere il mistero della maternità del Figlio di Dio…
L’ha imparata dall’uomo giusto, Giuseppe, che gli faceva da padre,
il giovane uomo che, liberamente, aveva rinunciato ai suoi progetti,
per diventare il realizzatore dei sogni di Dio…
L’ha imparata dalle narrazioni del suo popolo, sul padre nella fede, Abramo,
il vecchio, settantacinquenne, che si pone in cammino, liberamente,
lasciando casa, famiglia, terra, per seguire la voce del Dio ancora sconosciuto…
L’ha imparata dalla disponibilità di dodici poveri uomini,
che, liberamente, si sono posti in ascolto dell’invito a seguire lui, il Maestro,
senza ben sapere il dove, il come e il perché…

Gesù, uomo che ha imparato la libertà, la vuole vivere sino in fondo
e ci propone un reale ascolto e una gioiosa accoglienza della Parola:
è ciò che ci rende capaci di una fedele osservanza e di una libera obbedienza…

don Enrico

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Gesù ha appena iniziato il cammino di annuncio dell’Evangelo:
si è allontanato dalla Giudea e si rivolge al popolo Samaritano
oggi rappresentato da una donna senza nome
popolo che aveva mescolato la fede nel Dio dei padri, e della terra promessa,
con altri dei locali, i Baal, cioè i signori, e anche i mariti
I Samaritani stanziati nella terra di Israele, al momento dell’esilio ebraico,
avevano male accolto le pretese giudaiche al ritorno dall’esilio,
che volevano ristabilire la tradizione dei Patriarchi e la loro fede nel Dio unico…

Luogo del confronto, e dell’avvio del dialogo tra i due mondi ostili,
è un pozzo, quello che Giacobbe aveva donato al figlio Giuseppe…
L’ora dell’incontro è la sesta ora, il mezzogiorno, quando non si andava al pozzo,
ma è anche l’ora della passione in Gerusalemme,
quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra…
La sete e la fatica di Gesù, forse, non sono soltanto un dato profondamente umano,
ma prefigurano la fatica del portare avanti una missione,
contro opposizioni e tradimenti, anche di coloro che sono i suoi, ossia i giudei…

Gesù siede al pozzo, alla sorgente, e dichiara di essere la nuova fonte,
quella a cui tutti potranno d’ora in poi abbeverarsi…
Il pozzo di Giacobbe era un dono di Dio,
Gesù è un dono totalmente nuovo: non pozzo di acqua stagnante,
ma una sorgente in cui zampilla l’acqua della parola e dello Spirito…

Ma questa nuova sorgente vuole prima farsi mendicante di acqua
una sete fisica che diventerà anche la sua fame…
Un mendicante, più forte di schieramenti, culture, e inimicizie religiose,
si rivolge a una donna, soggetto, allora, inferiore, sconveniente e impura,
per iniziare dialogo e avviare, con coraggio, una relazione nuova…

Gesù, nella sua povertà, chiede acqua: dammi da bere,
ma sarà poi la donna a farsi mendicante: Signore, dammi di quest’acqua
La povertà condivisa diventa incontro di verità:
Gesù, che prende per mano la donna e il suo popolo,
e trasforma l’opposizione e la diffidenza
in curiosità, in sorpresa, e ne fanno scaturire la testimonianza…

Abbiamo bisogno di porci domande vere sulle nostre pretese di diversità:
differenze di cultura, teologia, cammino e orientamento non possono spaventare,
ma devono diventare punto di partenza per la relazione con l’altro,
e mai più essere barriere insormontabili che dividono e condannano…
 

don Enrico

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Giorni di deserto


Ogni anno, all’inizio di Quaresima, la liturgia ci consegna una memoria:
quel momento di difficile solitudine, del corpo e dell’animo,
che Gesù ha voluto condividere, su ispirazione e spinta dello Spirito,
con gli uomini e le donne che, come lui, attraversano il deserto della vita…

Per Gesù, quella solitudine e quel deserto diventano l’occasione,
di una intensa riscoperta della relazione tra l’essere umano e Dio,
e, insieme, tra l’essere umano e le sorelle e i fratelli che camminano con lui…
Il deserto diventa un momento di crisi radicale
che dona l’occasione per fare verità su stessi,
attraverso il silenzio, la preghiera ed il digiuno,
le pratiche difficili alle quali lo Spirito ci invita,
accompagnandoci costantemente e non lasciandoci mai da soli…

Solo con la guida dello Spirito si può entrare, utilmente, nel deserto
e affrontare la prova, come Israele durante l’Esodo,
e come Mosè prima di ricevere le tavole della Legge…
Gesù è chiamato a rivivere l’esperienza d’Israele,
ma, al contrario del popolo eletto, riesce a superare il momento della prova
rivelando fedeltà al Padre e obbedienza fino al momento della croce…
Gesù sperimenta la fragilità della natura umana, le debolezze e, al termine,
dopo i quaranta giorni, simbolo di totalità, solo allora sente la fame…

È solo ora che si insinuano le tre tentazioni:
il saziarsi nel trasformare la pietra in pane,
l’operare un miracolo che, egoisticamente, salvi la vita,
il raggiungere la gloria, nel mondo, con un facile compromesso…

Un confronto tra Gesù e il Satana che avviene inanellando la Parola di Dio:
Satana cita le Sacre Scritture e proclama un facile antievangelo,
simbolo del tentativo, mai sopito, di distorcere la Parola
e piegarla a proprio uso e consumo…

Primo perdono da chiedere in Quaresima è il disinteresse intorno alla Parola,
e, forse peggio, l’utilizzo della Parola per dar forza ai conflitti,
e sostenere i propri discorsi di potenza, di gloria o di affermazione personale,
dichiarando, nell’autosufficienza, che non si ha bisogno di Dio…

Quaranta giorni, allora, con Gesù, per imparare, con la forza della Parola,
ad affermare l’autonomia dell’essere umano rispetto al mondo,
e a riaffermare la signoria di Dio che è l’unico a dare la vita e la salvezza…

don Enrico

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Non prega davvero male il Fariseo, senza nome, che sale al Tempio:
sta in piedi e mormora sottovoce,
segue le indicazioni della sua corrente spirituale del puro giudaismo,
ringrazia Dio per essere un separato, cioè lontano dal peccato…
Non è neppure un uomo incoerente:
conosce bene le norme della tradizione circa la preghiera,
e le esegue puntualmente…
La sua preghiera ringrazia per essere avviato alle parole della Legge,
verso la vita del mondo che verrà e non verso la fossa della perdizione…

Il pubblicano, odiato e disprezzato sfruttatore di povera gente,
sale al Tempio, ma non vi entra,
sta all’esterno consapevole del proprio peccato…
La sua preghiera non è secondo i canoni liturgici, ed è quasi soltanto un grido:
grida parole, di pianto, e grida verso l’alto,
grida verso quel cielo a cui non osa alzare gli occhi:
grido che si fa supplica, mentre si batte il petto dicendo:
O Dio, abbi pietà di me, (che sono) peccatore…
Una preghiera che riconosce il proprio peccato,
e che manifesta la consapevolezza di essere bisognoso del perdono di Dio;
lui, che non può vantare nulla, può solo affidarsi alla misericordia di Dio…

Secondo l’opinione comune di quel tempo,
il fariseo, giusto, sarebbe tornato a casa ancor più giusto…
Ma il commento di Gesù è lapidario, quasi spietato:
il pubblicano tornò alla sua casa sua giustificato!
Forse, Gesù ha ben imparato la vera religione da sua madre
e avrà ricordato le parole di Maria nel Magnificat:
Il Signore innalza gli umili…
Per questo, Gesù rovescia totalmente il pensiero religioso comune:
il fariseo è in errore perché istituisce un confronto tra sé e gli altri,
e non accoglie l’idea di confrontarsi con Dio…

Quanto si deve imparare dalle parole evangeliche di oggi:
non perdere tempo a guardare e scrutare con occhi cattivo le altrui mancanze,
e imparare a vegliare su se stessi,
e accettare di riconoscere la vera condizione di peccatore…
Imparare la vera preghiera che è accettare il confronto con Dio
lui che è l’unico liberante ed autentico,
lui, davanti al quale non è possibile sfuggire…

don Enrico

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Gesti di donna


Emerge immediatamente, nell’Evangelo di oggi, un forte contrasto:
quello tra i due personaggi che Gesù mette, a forza, in confronto…
C’è un osservante della Legge, di cui conosciamo anche il nome,
un uomo potente, che ben possiede la Legge, un uomo di fredda norma…
C’è una pubblica peccatrice, una donna senza nome,
una donna che, forse, ha svilito l’amore, ma che si colma di dolcezza…

Gesù è entrato, invitato per un pranzo, nella casa del fariseo,
e il Maestro, che non ha paura di incontrare poveri e peccatori,
non ha timore neppure di entrare nella casa di chi si presume giusto…
Per Gesù tutti sono destinatari della sua Parola, e del suo amore,
ma Parola, e amore, del giovane rabbì di Nazareth non sono realtà sterili,
servono sempre per svelare le false giustizie
e per guidare al riconoscere la necessità dell’amore di Dio…

Così, la peccatrice, la prostituta, che ha svenduto il suo corpo,
quella che, al giudizio severo dell’uomo retto, ha sporcato l’amore,
per prima fa qualcosa di gratuito per Gesù:
lei ha solo fatto cose per interesse, ma, nella Parola di Gesù scopre la gratuità…
La donna cerca il contatto con Gesù, attraverso l’uso del suo corpo,
Gesù non si sottrae, si lascia toccare, e coinvolgere, e sporcare:
Gesù non ha paura, dice san Paolo, di farsi peccato al posto nostro…
La donna celebra una liturgia intensa che coinvolge tutto il suo corpo:
usa i capelli, i baci, le carezze, il profumo, ciò che ha usato per amare male,
sparge il singhiozzo e il pianto che sgorgano dalle ferite della sua vita,
tocca i piedi di Gesù, in un gesto di estrema umiltà,
nell’umiltà che permette di incontrare Gesù,
celebra gesti che diventano espressione di un amore vero, puro, gratuito, totale…

Simone, invece, giudica fermandosi alla Legge:
il rapporto tra l’essere umano e Dio è visto solo nel peccato
e smentisce Gesù come profeta,
perché un profeta vero non si farebbe mai toccare da una peccatrice!
Per questo Gesù invita Simone a contemplare la donna:
a vederla davvero, nella sua realtà, nella sua storia, nella sua verità…
Gesù non ignora, non finge di non sapere, ma accoglie la donna:
non mette attenzione sul peccato, ma sulla sofferenza e sul suo pianto,
non impone alla donna il suo modo di amare, ma accoglie il suo…
Dio imita i gesti di una donna:
Gesù, il giusto, fa suo quel gesto inventato dalla peccatrice…

don Enrico

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Un inquieto Bar Mitzvah


La famiglia di Nazareth saliva, ogni anno a Gerusalemme,
saliva in occasione della Pasqua, secondo la più antica tradizione religiosa,
Ma quell’anno era speciale: Gesù compiva i dodici anni, l’età del Bar Mitzvah
Questo momento era, è lo è ancora oggi, l’età del raggiungimento della maturità:
l’adolescente ebreo, assume la responsabilità di se stesso,
lo fa di fronte alla legge, ai riti, ai precetti, ormai ben conosciuti,
e compie il suo ingresso nella vita della comunità…
Un giovane, con il Bar Mitzvah, diventa un figlio del comandamento

Possiamo solo immaginare il clima di festa e di stupore,
che accompagnava l’ingresso di Gesù a Gerusalemme:
una città infinitamente più grande e popolata del suo villaggio,
tante lingue diverse risuonavano agli orecchi del giovane Gesù,
che contemplava la magnificenza del Tempio e delle sue solenni liturgie…

Eppure, lentamente, il clima gioioso di questa festa si trasforma,
la gioia si carica di inquietudine e di incomprensione…
L’Evangelista ci conduce ad assistere all’angoscia di due genitori
che, per tre giorni, perdono di vista il figlio
e ininterrottamente lo cercano…
Ci conduce, soprattutto, al turbamento di fronte alla risposta del ragazzo:
Perché mi cercavate? Io devo occuparmi delle cose del padre mio?…
Bizzarria della Liturgia o scelta ponderata,
quella di farci leggere, oggi, questi versetti?
Questi versetti, finestra sulla quotidianità dell’infanzia e della giovinezza di Gesù,
non rappresentano un momento alto di armonia familiare:
Gesù fino a quel momento aveva vissuto, nel silenzio, la vita con i suoi genitori,
e non sappiamo nulla su questo tempo di crescita, così importante…

Ed ora, Gesù sfugge ai loro sguardi,
li costringe a fare i conti con la prospettiva della sua mancanza definitiva:
Maria e Giuseppe devono comprendere che Gesù non è più loro,
e, quando finalmente lo ritrovano, è diventato un altro…
Gesù è nel Tempio, ad avere a cuore le cose del Padre,
per iniziare il percorso di vita e di obbedienza a Dio…

L’inquieto, misterioso, Bar Mitzvah di Gesù, rivela la ricerca vocazionale di Gesù
e si conclude con un’apparente incomprensione che lo lega di più ai genitori…
Ogni figlio che cresce, diventa straniero ai suoi stessi genitori,
che, come Maria e Giuseppe, si devono liberare da volontà di manipolazione,
e lasciargli libertà di realizzare il personale progetto di vita a cui essere fedele…

don Enrico

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Compassione


Matteo, ai suoi lettori, e a noi, vuol far compiere un itinerario
che guidi ogni discepolo a scoprire progressivamente la fede in Gesù…
I suoi compaesani hanno manifestato mancanza di fede:
pur meravigliati della sua sapienza, non han saputo comprendere il suo agire,
e, conoscendo la sua famiglia, madre e fratelli e sorelle,
non son riusciti a cogliere in Gesù che la sola condizione umana:
è il figlio del falegname, nulla più…

Gesù, allora, si ritira, in disparte, in un luogo deserto:
un ritirarsi che, come spesso avviene nei vangeli,
vuole mostrarci un Gesù immerso nella preghiera,
come spesso accade prima degli avvenimenti importanti…
In realtà, la preghiera solitaria di Gesù non è mai una fuga dalla realtà,
un facile disimpegno dal mondo, per non affrontare il tumulto del mondo,
anzi, il suo ritirarsi lo apre alla grande folla dei poveri e dei malati…
La folla, infatti, viene a sapere del suo viaggio e lo segue a piedi:
osserva il tragitto della sua barca e lo raggiunge…

A questo punto l’evangelista ci dona il verbo di Dio:

Gesù sentì compassione...
È il verbo che, in tutta la Bibbia, esprime la compassione di Dio,
compassione per il suo popolo e in particolare per i più piccoli…
Quanto avremmo da imparare ancora, come Chiesa e come singoli,
da questa esclusiva attività terapeutica di Gesù,
senza che si parli di insegnamenti da parte sua,
semplicemente, Gesù si piega sui poveri e guarisce i loro corpi malati…

Il sopraggiungere della sera suggerisce ai discepoli una soluzione dall’alto:
chiedono a Gesù di congedare quell’assemblea di povera gente,
invitando ad andare nei villaggi a comperare qualcosa da mangiare…
Ma, ed è tappa importante nel percorso di fede,
Gesù invita a non accettare le facili e tranquillizzanti soluzioni prudenti,
e sollecita i discepoli a chinarsi sulla povertà della mancanza di cibo:
dovranno essere loro stessi a dar da mangiare alla folla…

Davanti alla loro evidente inadeguatezza, Gesù chiede di portare il poco che c’è,
e, su quel poco, portato a lui, Gesù rende grazie, e poi benedice:
ora i discepoli possono distribuire quel poco fatto nuovo e sufficiente da Gesù…

Ancora dobbiamo imparare ad unire sempre la celebrazione del mistero, del rito,
con il momento della operosità nella vita cristiana,
superando l’illusione di potere operare senza Gesù, che insegna a pregare,
evitando il pericolo di separare la preghiera, e il rito, dalla vita di carità…

don Enrico

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