È venuta l’ora!

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È venuta l’ora!


Dobbiamo tornare indietro nel tempo:
è necessario ritornare ad una occasione colma di letizia e di gioia,
a quel matrimonio, a Cana di Galilea, dove la Madre di Gesù,
con lui, giovane rabbì, e con i suoi primi discepoli,
condividevano gioia, e danze, e cibo, e il vino del festoso banchetto…
Ma dobbiamo anche ricordare come la gioia di quel banchetto
fosse sul punto di terminare bruscamente,
se n’era accorta Maria e, con un suo sussurro (non hanno più vino…)
aveva interpellato il suo figlio Gesù…
Ricordiamo che – e la cosa, forse, ci aveva un po’ infastidito –
la risposta di Gesù era stata strana: Che ho da fare con te, o donna?
Non è ancora giunta la mia ora!
Ci eravamo detti, in quell’occasione, che l’ora, di cui parla Gesù,
era il momento in cui si sarebbe compiuto definitivamente il disegno di Dio:
l’ora sarà la Passione della croce e il terzo giorno della risurrezione…

Ed ecco che, oggi, ascoltiamo la voce di Gesù: è lui che parla della sua ora,
del momento della glorificazione, per sé e per i suoi,
i suoi, ai quali sta per garantire la vita eterna…
Il contesto di queste parole, tuttavia, non è per nulla gioioso:
è ancora un banchetto, la Cena Pasquale, ricordo di liberazione,
ma c’è tristezza, poiché Gesù rivela che sta per iniziare la sua passione
e, per questo, rivolge, dal suo cuore, una intensissima preghiera al Padre…

È sempre difficile, per noi, comprendere, insieme, gloria e passione,
conciliare dolore e fede, morte e vita…
Gesù vuol far capire che la vera gloria coincide, sempre e soltanto,
con l’adempimento della volontà del Padre,
anche quando questa significa la via del Calvario,
la passione, la morte della croce,
perché, poi, tutto converge e culmina nella gloriosa risurrezione,
che è di Gesù, ed anche nostra…

Tutta la vita di Gesù, la sua missione, le parole, le opere che ha compiuto,
hanno significato la glorificazione di Dio…
Ed ecco giunto il momento dell’ora, quando la gloria raggiungerà il culmine…
La Chiesa, nell’Eucaristia, vive ogni giorno il memoriale dell’ora di Gesù:
contemplando la Croce, la comunione fraterna glorifica Dio,
poiché nell’amarsi l’un l’altro, si testimonia l’amore di Dio:
è il nostro vivere nell’amore fraterno che si dà vera gloria al Dio con noi…

don Enrico

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Pecore al sicuro


L’Evangelo di oggi è tratto da una lunga discussione tra Gesù e alcuni farisei:
erano stati accusati di incoerenza perché dicevano di credere e di vedere,
mentre in realtà non vivevano la libertà di operare un vero discernimento
sull’identità di Gesù e la verità del suo operare…
I pochi versetti di oggi, come l’intero capitolo,
si collocano nello svolgersi di Hannukkah, festa della Dedicazione del Tempio,
giorni di celebrazione del luogo sacro che richiamava la presenza di Dio,
un Dio presente in mezzo al suo popolo,
Una festa che, col passare del tempo, si era sviluppata nel suo significato,
ed aveva assunto una atmosfera generale di sapore messianico…
In quel contesto Gesù aveva compiuto il gesto della guarigione del cieco,
un gesto, lo ricordiamo bene, che aveva creato divisone:
alcuni avevano ritenuto Gesù un indemoniato,
altri avevano aperto il cuore accogliendo Gesù come il Signore…
Nelle sue parole e nel suo gesto,
Gesù, aveva affermato di essere la porta delle pecore,
e, soprattutto, richiamandosi ai Profeti, disse di essere il buon pastore,
un’immagine solitamente associata alla persona di Dio…
A questo punto gli avversari, pur indisponibili all’ascolto,
avevano chiesto, insistendo: Sei tu il Cristo? Dillo apertamente!
Gesù, nel rispondere invitando a credere alle sue opere,
compiute luminosamente davanti a tutti,
rivela l’esistenza delle sue pecore, coloro che sanno ascoltare,
che seguono il Figlio, e vivono l’intimità spirituale con il Padre,
e che hanno il coraggio e la coscienza di essere pecore…
Sappiamo bene quanto sia difficile, oggi,
accettare di essere pecore e di coltivare, nella vita,
una relazione costante e continua con il Padre…
Nella logica evangelica, le pecore, il gregge sono un grande patrimonio,
che sta a cuore al pastore, è il centro dei suoi interessi…
Nel Vangelo, le pecore e il pastore, vivono una relazione inarrestabile,
ma, soprattutto una relazione d’ascolto:
Gesù pastore ascolta il Padre e conosce le pecore,
le pecore ascoltano il Pastore e ne conoscono la voce,
il vero pastore non sarà mai senza pecore
e la presenza del pastore salverà le pecore da ogni smarrimento…
Il Pastore buono, che darà la vita per le sue pecore,
è sicurezza che nessuna pecora, neppure la fuggitiva o la più debole,
potrà mai essere rapita, lontano dal suo amore…

don Enrico

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Tommaso è, davvero, un uomo scomodo, ed anche Filippo non è da meno…
Nell’Evangelo di oggi, che ci riporta all’ultima cena di Gesù coi discepoli,
– quasi a richiederci un approfondimento di quanto abbiamo celebrato –
Gesù ha manifestato le sue volontà ultime, come un testamento:
parole che hanno annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre
e la volontà di lasciare, ai suoi, un comandamento nuovo…

Si inseriscono, in questo contesto di tristezza struggente,
le obiezioni, quella di Tommaso, e poi quella di Filippo…

Tommaso, aveva deciso, già da tempo, e coraggiosamente,
di andare a Gerusalemme a morire con Gesù, diventandone un vero testimone,
ma, ancora, non sa bene quale sia la via per giungere a morire con il Maestro,
forse sapendo le sue deboli forze, e la sua fragile volontà…
Gesù indica se stesso come la via, che conduce a gesti grandi e definitivi,
e, se necessario, al dono della propria vita,
ma, nello stesso tempo, una via da percorrere nella quotidianità,
nei gesti di ogni giorno: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi…
Con Tommaso impariamo che non siamo noi a decidere la misura dell’amore:
Gesù ora, con il sacrificio della Croce,
che ha anticipato nell’Eucaristia e nel lavare i piedi ai discepoli,
stabilirà la piena misura: come io amato voi, voi amate il prossimo…
Percorrere la via per conoscere Gesù, vuol dire entrare nella sua comunione
attraverso l’amore vissuto, l’amore del comandamento nuovo:
come Gesù ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri…

Filippo, invece, vuol vedere il Padre, quasi ricordando la richiesta di Mosè,
quando voleva vedere il volto di Dio: Mostrami la tua Gloria!…
Dio rispose a Mosé che avrebbe mostrato lo splendore e proclamato il suo nome,
ma: Tu non potrai vedere il mio volto…
Le inattese parole di Gesù, sono novità sbalorditiva: Chi vede me vede il Padre!
Gesù, il Cristo Signore, è icona, immagine, del Dio invisibile…
Il Padre non si mostrerà finché non saremo simili a lui,
quando lo vedremo come egli è,
ma, in Gesù, e nel suo amore, si è già fatto vedere dagli umani…
Dio lo si incontra in Gesù uomo: nella sua umanità si può vedere Dio,
guardando l’agire di Gesù e ascoltando le sue parole si può incontrare Dio…

Con Tommaso e Filippo, anche noi, ed anche la nostra Chiesa,
impariamo a vedere Gesù, e compiere le sue opere
anche nella piccolezza del nostro amore…

don Enrico

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Tommaso non c’era…
Non c’era quando Gesù venne a mostrare le mani e il costato, feriti,
segno della sua esistenza umana…
Non c’era quando completò la sua missione con un dono,
un dono speciale, il dono dello Spirito,
il dono i cui frutti sono essenzialmente la pace, il perdono reciproco e la gioia…

Tommaso, uomo senza pace, senza la pace pasquale tra cielo e terra,
uomo senza perdono, non sa perdonarsi di aver abbandonato il Signore,
uomo senza gioia, troppo sperso nella ricerca di una gioia visivamente umana,
non riesce a credere alla parola della sua comunità…
Chi è senza pace pasquale, senza perdono pasquale, senza gioia pasquale,
non sa fidarsi dei compagni di cammino,
e, senza esitazioni, opera strappi dolorosi con i propri fratelli…
Tommaso non riesce a condividere la gioia dei dieci,
– gioia segreta che già era nell’animo di Maria e delle altre donne –
e sceglie la solitudine del dubbio, la chiusura dell’incredulità…
Agli uomini senza pace, senza gioia, senza perdono,
non basta ascoltare una testimonianza:
vogliono vedere e toccare, altrimenti non crederanno…

Tuttavia, otto giorni dopo la Pasqua,
Gesù appare nuovamente in mezzo ai discepoli,
e invita Tommaso a verificare le ferite del costato e delle mani,
segni della sua passione e del suo amore per noi…
Non ci è dato di sapere quel che fece Tommaso,
se toccò costato e mani, se immerse il dito nelle ferite,
ma sappiamo che all’invito di Gesù, per un vero cammino di fede
non essere più incredulo, ma credente –
Tommaso rispose con un’intensa dichiarazione di fede:
Mio Signore e mio Dio!».

Se la fede di Tommaso, e degli altri apostoli, si fonda sull’incontro con il Risorto,
la fede pasquale va oltre i segni,
perché beati quelli che pur non avendo visto crederanno!
Non serve vedere, c’è solo da credere nel Vangelo:
il Vangelo di un Dio che salva dalla morte,
e, in Gesù risorto, ci testimonia la pace, il perdono, e la gioia…

don Enrico

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La nostra Comunità, insieme con i cristiani di tutto il mondo,
ha compiuto il cammino verso Gerusalemme
vivendo in pienezza la Settimana Autentica e la veglia della Pasqua…

Nel cuore di questa grande settimana, c’è un uomo:
noi lo riconosciamo come il Figlio di Dio, il suo inviato,
noi riceviamo la sua parola come la Parola stessa di Dio,
noi leggiamo nei suoi gesti l’attenzione di Dio per l’intera umanità…

Dio avrebbe potuto comunicare con noi in molti modi,
ed invece ha scelto di intrufolarsi nella nostra storia, quasi di nascosto:
poteva aggirare il male, evitare la sofferenza e non essere attaccato dall’odio,
eppure ha scelto di condividere la nostra esistenza con le sue gioie e i suoi dolori,
compresa la sofferenza e la morte…
Una scelta strana, e, davanti alla sua morte, c’è chi ha gridato questa stranezza:
Ha salvato gli altri, perché non prova salvare se stesso?
Anche la preghiera che ci ha insegnato è strana: liberaci dal male
Eppure il male continua a devastare la vita umana
dopo duemila anni di storia, in cui le ombre sembrano prevalere sulla luce,
potremmo anche concludere: Dio è stato sconfitto!
Dove è Dio quando gli innumerevoli drammi travolgono vita innocenti?
Dove è Dio quando muore un bambino?
Dove è Dio quando una persona, vinta dalla angoscia, sceglie il suicidio?
Dove è Dio quando un malato muore devastato dalla sofferenza?
Dove è Dio nei nostri momenti più bui? Dove è Dio, lui che è l’Onnipotente?

Ma Dio, ha pianto in quei drammi, ed è morto con quel bambino!
Dio si è suicidato con quella persona! Dio ha sofferto con il malato devastato!
Dio era accanto a noi nei nostri terribili momenti di oscurità!
Dio, nella croce del Cristo, ha compiuto la sua scelta:
ci libera dal male più vero, perché non elimina il male,
ma sostiene le vittime del male, ed è questa l’onnipotenza della debolezza!

Nessuno può sfuggire dal male: e l’uomo della croce, il Figlio di Dio,
lo ha vissuto nella sua piena umanità, se fosse fuggito sarebbe un Dio mentitore!
È nella sua sofferenza e nella sua morte,
che Dio si rivela compagno dei nostri giorni tragici,
e soffre la nostra stessa sofferenza, e muore con, e per, tutti i morti…
È questa la vera Pasqua: noi tutti, in Cristo, abbiamo la vera vita,
una vita troppo preziosa per fermarsi alla morte…
Dio, il debole onnipotente, il vinto vittorioso, ci conduce oltre, alla luce!

don Enrico

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Denaro e profumo


Un banchetto di gioia, forse la festa per la vita ritrovata dell’amico di Gesù…
Una festa con tutti i protagonisti di quell’episodio di resurrezione:
c’è Lazzaro, colui che Gesù aveva risvegliato dai morti,
il suo compito sembra essere quello di attirare la gente a Gesù…
C’è Marta, donna di pratica, che aveva fraternamente rimproverato Gesù,
ma che aveva subito affermato una fede, seppure incerta nella resurrezione,
il suo compito è sovrintendere alla tavola e occuparsi dei molti servizi…
C’è Maria, donna di ascolto e di pianto,
è quello di spargere il profumo e ungere Gesù, consacrandolo per la missione…
C’è Giuda, futuro traditore, che, con voce che non del tutto stonata,
richiama, sin d’ora, la comunità a spalancare gli occhi sui poveri del mondo…
C’è una folla che accorre, a metà tra il curioso e lo stupito,
per vedere qualcuno, Gesù e Lazzaro, senza avere l’intenzione di capire…

Il banchetto è pieno di presentimenti della morte imminente di Gesù:
siamo a sei giorni prima della Pasqua,
c’è il proposito di tradimento da parte di Giuda,
c’è un parlare di Gesù che annuncia la sua sepoltura,
l’accenno che Gesù non sarà per sempre con loro,
e il proposito dei sommi sacerdoti di uccidere anche il risuscitato Lazzaro…

Momento culminante del banchetto è il gesto di Maria
che spande su Gesù il profumo prezioso
– quasi rammentando la sposa del cantico dei Cantici –
e la casa si riempie della fragranza che fa gioire gli amici del Signore…
È solo la voce fuori luogo di Giuda a deplorare lo spreco del profumo,
nascondendosi dietro una falsa carità verso i poveri…

Immaginiamo Maria e Giuda che guardano Gesù e lo ascoltano:
Maria ha posto Gesù al di sopra di tutto ed esprime un amore illimitato,
Giuda pone il denaro – prezzo del profumo – al di sopra della persona di Gesù…
Se l’uomo si attacca, tenacemente, al denaro, e ne diventa schiavo,
la donna esprime libertà: libertà di una fede e di un amore profondo,
libertà che sacrifica a Dio quanto ha di più prezioso…

La cena e l’unzione di Betania, preparano l’entrata di Gesù a Gerusalemme,
il gesto della donna che unge, consacra, messianicamente Gesù,
sembra dare al rabbì di Nazaret la consapevolezza che l’ora è giunta:
Gesù è pronto a rivelare la sua identità messianica…
È il re, ma cavalca l’asinello che evoca l’evento di un messia mite e umile:
e con questo messia, ci avviamo alla sua risurrezione attraverso la croce…

don Enrico

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Ci colpisce la reazione di Gesù all’annuncio della malattia di un amico:
lui che passa, beneficando e salvando, in mezzo a gente stanca e sfinita,
aspetta, prima di recarsi a Betania, al capezzale di Lazzaro…

Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano,
e solo il terzo giorno (quasi un anticipo del giorno della sua resurrezione),
annuncia la decisione di recarsi in Giudea…
I discepoli non comprendono: quella terra è divenuta pericolosa,
– avevano cercato di lapidarlo – perché mai Gesù vuole tornarvi di nuovo?
Gesù, tuttavia, dichiara di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto,
e il tempo che gli resta è davvero poco:
lui ha compreso che sta giungendo l’ora delle tenebre,
quella in cui non potrà più agire…

In questo, Gesù rivela la sua grande fede nella risurrezione: vado a svegliarlo!
È la fede che lo aiuterà ad affrontare la propria morte,
una fede che Gesù vuole partecipare ai discepoli,
perché non restino schiacciati dalla morte di Gesù…

Eppure, di fronte al dolore di Marta, di Maria e dei Giudei,
Gesù si commuove, e piange, ed è turbato:
il pianto delle sorelle e degli amici di Lazzaro
gli fanno intuire, e condividere, la profondità della sofferenza,
quella di chi non ha ancora compreso che la morte non è l’ultima parola,
e crede che, con la scomparsa di un affetto, sia tutto finito…

Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro…
Gesù, in subbuglio nello spirito, si reca alla tomba e prega:
lui che ascolta sempre il Padre, ora prega…
È l’unica volta in cui Gesù prega prima di compiere un segno,
ma non prega per ottenere qualcosa, la sua è già preghiera di ringraziamento,
poiché lui sa che ogni preghiera al Padre è, comunque accolta…
Lazzaro risusciterà? Questo è mistero nelle mani di Dio…
Gesù, ringraziando ancor prima del segno di ritorno alla vita,
si affida alla fonte di ogni bene, al Padre…
La fede di Gesù nell’amore del Padre, insegna come affrontare e vincere la morte…
È la stessa fede che porterà, dopo pochi giorni, lo stesso Gesù

ad affrontare la morte, forte solo della relazione d’amore con Dio Padre…
Per questo il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna…

don Enrico

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Il Maestro era appena uscito, forse fuggito, dal tempio di Gerusalemme,
dove si celebrava la festa di Sukkot, delle Capanne:
la festa dove si accendevano luci nel ricordo della nube luminosa
che aveva guidato il popolo, ormai libero, durante il cammino nel deserto…
Era anche la festa nella quale si celebrava l’acqua, dono di Dio che dissetava,
e che permetteva la vita anche nelle asperità aride del deserto…
Era la festa in cui Gesù aveva proclamato la vita piena nel dimorare in lui,
quando lui, fonte della vita, vede nei pressi della piscina di Siloe,
un uomo colpito dalla cecità fin dalla sua nascita, un uomo senza vita piena…
Non è il malato ad invocare Gesù e chiedergli guarigione,
ma è Gesù stesso che, passando, vede un uomo bisognoso di salvezza…
E il miracolo avviene, con un rituale complesso,
il fango, di terra e saliva, che richiama la creazione dell’essere umano
e il viaggio, a tentoni, verso l’acqua, che richiama il battesimo…

Poi una serie, quasi interminabile di dialoghi tra gente che non si ascolta…
Serie di dialoghi che potrebbero essere sintetizzati così:
l’uomo che si chiama Gesù è un profeta,
viene da Dio ed è il mandato (finché è giorno),
come Figlio dell’uomo si rivela il Signore,
ed è, per chi lo accoglie, la luce del mondo

Un percorso che, a noi, appare lineare e logico,
ma, per quell’uomo, che finalmente vede, il percorso produce veri guai:
da miracolato diviene oggetto di meraviglia, e imputato di qualcosa…

Ma lui, il medicante cieco e rifiutato da vicini e genitori,
riesce a imboccare un’altra via:
il cieco, vedente, attraverso i dialoghi con gli accusatori e i negatori,
riesce ad aprire il cuore a quell’uomo che gli ha aperto gli occhi…
Se i farisei lo cacciano fuori, lui si sente, ormai, accolto da un altro…
Se, per quella gente, Gesù è un enigma indecifrabile,
e uno scandalo insopportabile,
per lui, che era nato cieco, Gesù diventa la luce, e il medico che si china su di lui,
e il Messia, il Cristo, atteso e sperato…

Il cieco conduce anche noi a vivere la sua via:
via dell’accogliere l’invito di quel Gesù che ha spalmato gli occhi con il fango,
e percorrere, a tentoni il cammino verso l’Inviato,
via che spalanca allo stupore di un incontro, alla gioia di una scoperta,
alla irruzione di un dono che illumina e sempre sorprende…

don Enrico

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Oggi siamo con Gesù a Gerusalemme:
il giovane rabbì di Galilea è andato alla città santa per la festa delle Capanne,
festa di ricordo di un difficile, e impegnativo cammino verso la terra di libertà…
Tuttavia, nel clima della festa si è insinuato un avvenimento stonato:
Scribi e Farisei hanno gettato davanti a Gesù una donna colpevole di adulterio,
e gli hanno chiesto un parere sulla norma della lapidazione degli adulteri…
Gesù, rovesciando l’accusa sugli accusatori, smaschera la loro ipocrisia,
non condanna la donna e le ridona libertà,
e a questa libertà, nuova, invita coloro che avevano creduto in lui…
Ma questo difficile dono di libertà diventa subito oggetto di contesa:
gli ascoltatori di Gesù inorridiscono al pensiero di poter essere schiavi,
e rivendicano subito il loro, orgoglioso, non essere mai stati schiavi di nessuno,
poiché, per loro, libertà è scegliere, muoversi, decidere, orientarsi…

Gesù, però, vuol parlare di un’altra libertà,
che non è quella economica, sociale, politica,
quella per cui il nostro mondo ha lottato per generazioni e generazioni…
La libertà di cui parla Gesù è la possibilità di poter disporre di sé,
restando liberamente ancorati all’amore trinitario,
quell’amore per il quale, lui stesso, si consegnerà alla morte,
donando la sua vita, liberamente, per la vita dei fratelli…

Una libertà che Gesù ha imparato nella vita della sua famiglia,
nei racconti, nelle fatiche, nelle tradizioni che hanno colmato il suo crescere…
L’ha imparata da sua madre, Maria,
la giovane donna che, liberamente, aveva rinunciato ad una sua maternità
per accogliere il mistero della maternità del Figlio di Dio…
L’ha imparata dall’uomo giusto, Giuseppe, che gli faceva da padre,
il giovane uomo che, liberamente, aveva rinunciato ai suoi progetti,
per diventare il realizzatore dei sogni di Dio…
L’ha imparata dalle narrazioni del suo popolo, sul padre nella fede, Abramo,
il vecchio, settantacinquenne, che si pone in cammino, liberamente,
lasciando casa, famiglia, terra, per seguire la voce del Dio ancora sconosciuto…
L’ha imparata dalla disponibilità di dodici poveri uomini,
che, liberamente, si sono posti in ascolto dell’invito a seguire lui, il Maestro,
senza ben sapere il dove, il come e il perché…

Gesù, uomo che ha imparato la libertà, la vuole vivere sino in fondo
e ci propone un reale ascolto e una gioiosa accoglienza della Parola:
è ciò che ci rende capaci di una fedele osservanza e di una libera obbedienza…

don Enrico

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Gesù ha appena iniziato il cammino di annuncio dell’Evangelo:
si è allontanato dalla Giudea e si rivolge al popolo Samaritano
oggi rappresentato da una donna senza nome
popolo che aveva mescolato la fede nel Dio dei padri, e della terra promessa,
con altri dei locali, i Baal, cioè i signori, e anche i mariti
I Samaritani stanziati nella terra di Israele, al momento dell’esilio ebraico,
avevano male accolto le pretese giudaiche al ritorno dall’esilio,
che volevano ristabilire la tradizione dei Patriarchi e la loro fede nel Dio unico…

Luogo del confronto, e dell’avvio del dialogo tra i due mondi ostili,
è un pozzo, quello che Giacobbe aveva donato al figlio Giuseppe…
L’ora dell’incontro è la sesta ora, il mezzogiorno, quando non si andava al pozzo,
ma è anche l’ora della passione in Gerusalemme,
quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra…
La sete e la fatica di Gesù, forse, non sono soltanto un dato profondamente umano,
ma prefigurano la fatica del portare avanti una missione,
contro opposizioni e tradimenti, anche di coloro che sono i suoi, ossia i giudei…

Gesù siede al pozzo, alla sorgente, e dichiara di essere la nuova fonte,
quella a cui tutti potranno d’ora in poi abbeverarsi…
Il pozzo di Giacobbe era un dono di Dio,
Gesù è un dono totalmente nuovo: non pozzo di acqua stagnante,
ma una sorgente in cui zampilla l’acqua della parola e dello Spirito…

Ma questa nuova sorgente vuole prima farsi mendicante di acqua
una sete fisica che diventerà anche la sua fame…
Un mendicante, più forte di schieramenti, culture, e inimicizie religiose,
si rivolge a una donna, soggetto, allora, inferiore, sconveniente e impura,
per iniziare dialogo e avviare, con coraggio, una relazione nuova…

Gesù, nella sua povertà, chiede acqua: dammi da bere,
ma sarà poi la donna a farsi mendicante: Signore, dammi di quest’acqua
La povertà condivisa diventa incontro di verità:
Gesù, che prende per mano la donna e il suo popolo,
e trasforma l’opposizione e la diffidenza
in curiosità, in sorpresa, e ne fanno scaturire la testimonianza…

Abbiamo bisogno di porci domande vere sulle nostre pretese di diversità:
differenze di cultura, teologia, cammino e orientamento non possono spaventare,
ma devono diventare punto di partenza per la relazione con l’altro,
e mai più essere barriere insormontabili che dividono e condannano…
 

don Enrico

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