Un incontro a Cana

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Un incontro a Cana


Gesù risale verso la Galilea, di ritorno da Gerusalemme:
ha attraversato la Samaria e si è incontrato con la donna samaritana,
e con i suoi concittadini…
Era tutta gente ai margini della vita religiosa del popolo ebraico:
eppure avevano voluto che si fermasse con loro,
lo avevano ascoltato e lo avevano accolto come Messia…

Ora Gesù ritorna a Cana, il luogo del banchetto degli sposi,
luogo dell’abbondanza del vino e della gioia ritrovata…
Allora era stata la madre stessa di Gesù a porre la richiesta:
non c’era più vino, veniva a mancare la gioia e la festa…
Adesso è un padre, che parla del figlio malato
e parla di una morte, che sembra imminente…

Gesù aveva avuto una strana reazione alla domanda della madre:
Donna, che vuoi da me? L’ora mia non è ancora giunta… (Gv 2,4)
e strana è pure la risposta a questo padre:
Voi cercate segni; se non vedete segni e prodigi, voi non credete…

Sembra un Gesù lontano, quasi disinteressato,
eppure, in entrambi i casi, Gesù interviene e cambia il corso delle cose:
alla festa erano i servi a dover compiere un atto di fiducia
– seicento litri d’acqua da portare a spalla per riempire le giare –
qui è il padre a dover accettare la fiducia senza nulla vedere
– rimettersi in cammino verso casa, fidando solo sulla parola di Gesù –
superando, in entrambi i casi, la tentazione dello scoraggiamento…
Il Gesù apparentemente lontano e indifferente,
si rivela ricco di comprensione e di misericordia…
Non è certo il guaritore ricco di una gestualità prossima alla magia,
e neppure il propagandista di una fede fatta di oggetti e di ritualità;
Gesù chiede – in entrambi i casi – l’ascolto della sua parola e la fede…

Così, quel padre deve credere che il figlio può guarire,
e che può guarire senza che Gesù scenda a Cafarnao per imporre le mani…
Il Rabbì di Nazareth non conta su segni miracolosi o celebrazioni di grandezza,
per lui conta solo la fede…

Ed è bellissimo scoprire che questa fede fondata sulla parola,
e posseduta da un estraneo, un pagano, diventi una vera testimonianza,
capace di conquistare altra gente sulla base della sua esperienza:
E credette lui con tutta la sua famiglia…
La fede ognuno di noi, può generare una vera comunità di fede!

don Enrico

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Una antica profezia aveva preannunciato questa visita:
Manderò il mio messaggero
e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate... (Malachia 3,1-4)

In realtà, il popolo e i potenti non avevano cercato quel bambino,
anzi, se n’erano disinteressati…
Chi l’aveva cercato erano stati i pastori, poveri ed emarginati
e i magi, lontani e diversi…
e l’avevano trovato fuori dal Tempio,
lontano dei luoghi della religiosità ufficiale,
in una grotta e in una casa qualunque…

Ed ecco che, oggi, Gesù viene portato da Giuseppe e Maria al Tempio,
un bambino debole, come ogni bambino, incapace di parlare e di capire…
Nessuno lo riconosce, tranne un uomo saggio e pio,
un uomo che sa vivere nella presenza dello Spirito,
e per questo può accogliere Gesù che adempie la promessa…

Dio si riconcilia con quel Tempio che – lo dirà Gesù stesso molti anni dopo –
era diventato un covo di ladri… (Luca 19,46)

Gesù, affidato a Maria e Giuseppe perché lo crescano
e lo preparino alla vita, facendogli percepire il loro amore,
diventa oggi il segno della “gloria di Dio”
la “gloria” che non abita più in una nube, come al tempo dei profeti,
ma abita nella piccolezza e nell’inermità di un bimbo…

È bello contemplare Gesù nel Tempio
che torna ad essere il segno della presenza di Dio tra il popolo…
ma, soprattutto, è bello contemplare la presenza di Gesù,
in quel Tempio – glorioso, anche se umile e dimesso –
che era la sua famiglia…
Una famiglia creata sulla reciproca fiducia
– e non deve essere stata facile, soprattutto per Giuseppe –
e sulla loro fedeltà alla tradizione e ai valori ricevuti dai loro padri:
Maria e Giuseppe sono fedeli l’uno all’altro
e sono fedeli, fino in fondo, a ciò che era prescritto dalla Legge

Maria e Giuseppe vivono in pienezza di fede e di amore,
pienezza di verità e giustizia, di ascolto e attenzione alla Legge del Signore…
E ci insegnano che ogni luogo può diventare un vero Tempio del Signore,
perché Dio vuole abitare la quotidianità dello scorrere dei nostri giorni…

don Enrico

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Semplice e facile rimandare a casa la gente,
senza alcun problema se non quello di dividersi, in tredici, il poco cibo…
E già possiamo immaginare: le mani nascostamente avide,
gli occhi timidamente pronti a guardare il boccone più grosso, preso dall’altro,
il furtivo parlottare perché qualcuno aveva fatto il furbo…

Poi il Maestro avrebbe parlato, e tutto poteva ricominciare come prima:
parole di saggezza da ripetere con tono ispirato,
mani levate al cielo e bei consigli da dare,
rimproveri a catena per chi non è del gruppo,
giudizi sommari per gli altri che non camminano col ritmo giusto,
osservazioni al Maestro perché fa troppo e non chiede aiuto…

E invece! Il Maestro inizia a scavare nel profondo
con quelle parole che interpellano:
Date voi stessi da mangiare!

Gesù ha voluto, col miracolo, far vivere ai suoi l’esperienza della solidarietà…

Chissà! Forse c’è un miracolo più vero, impossibilmente meraviglioso:
i presenti, piccola e povera gente,
vedendo i discepoli (chissà come riluttanti!) dividere le loro piccole cose,
si decidono a tirar fuori di sotto i mantelli
quanto avevano portato per sfamarsi
e, da questa condivisione, tutti sono saziati!

Ecco: la meraviglia del miracolo sta qui…
È un miracolo che si può ripetere quotidianamente,
che non ha bisogno di trasmissioni televisive che lo spieghino,
che non farà mai notizia sui giornali e non attirerà attenzione,
perché si tratta del miracolo della vita vissuta in pienezza e aiuto reciproco.

Ed un’altra meraviglia sta nel fatto che il miracolo – questo miracolo –
è il miracolo dei Dodici, e poi anche della gente, di tutta la gente…
Miracolo anche nostro, di tutti noi,
che ogni domenica vediamo, contempliamo e ci nutriamo di un pane condiviso!

Come sarebbe stato semplice, Signore, se li avessi mandati a casa!
Come è difficile, ma bello, Signore, che tu li abbia tenuti con noi!
Come è bello, Signore che tu ci abbia insegnato a fare i miracoli!
Come è bello, Signore, che il tuo pane spezzato non sia solo un rito!
Come è bello, Signore, averti incontrato!

don Enrico

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Un matrimonio…

Credo che, prima o poi, tutti gli amanti della Bibbia
si pongano questa domanda…

Chi ha invitato Gesù alle nozze, quel giorno a Cana…
Di chi era parente Gesù: della gente di lui o di quelli di lei?

E Maria?… Era andata a quella festa a cuor leggero,
contenta di partecipare ad una gioia che si annunciava abbondante…

Una festa destinata a durare nel tempo:
una settimana di canti, danze, di cibi raffinati e vini succulenti,
con il ritrovarsi dei volti, il riannodarsi di storie e di cammini,
i compaesani riuniti ogni sera, una festa cui tutti contribuiscono…

E, all’improvviso, la tensione:
un timoroso accorgersi di una mancanza
ed una semplice frase: Non hanno più vino!

Non solo una povertà, che rende meno ricca la festa,
ma, soprattutto, un presagio negativo:
il sospetto che su quelle nozze manchi la benedizione di Dio…

E, penso, sia questa la vera preoccupazione di Maria:
come può finire la festa, se Gesù è con loro?
come può Dio non benedire la gioia di quei due sposi?
come può terminare in difficoltà, il banchetto che dovrebbe aprire alla vita?

Ed ecco, vinta la titubanza, Gesù dona il vino nuovo:
il vino della gioia, il vino della compagnia festosa…

Ora che sei tra noi, Signore,
non siamo più gente abbandonata…
Ora che, ogni giorno, ci doni il vino della tua presenza,
sentiamo di trovare in te la vera gioia…
Ora che, con il dono dello Spirito,
prendi dimora in ognuno di noi,
come uno sposo nella sposa,
sentiamo di essere il tuo piacere,
nell’umile storia della nostre giornate…

In ogni nostra comunità, dove e quando viene a mancare la gioia,
tu doni il vino nuovo, il vino del tuo stare con noi con il tuo amore!

don Enrico

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È bello contemplare la seconda manifestazione di Dio:
dopo l’arrivo dei Magi che accolgono la prima epifania,
– epifania raccolta nella piccolezza della casa visitata dai Magi –
ecco la seconda epifania, tra le profondità della valle del Giordano…

Gesù scende nel fiume, mescolato alla gente,
piccola porzione di un popolo che è disposto a riconoscere i propri peccati,
i propri sbagli, le proprie infedeltà…
Gesù scende, insieme con tutti gli altri, nelle acque del fiume,
per compiere un gesto di penitenza di cui non ha bisogno…

Un gesto che diventa il proseguire l’epifania:
è l’inizio di una missione, rivelato dall’apertura del cielo,
dallo Spirito, come una colomba, e dalla voce dall’alto…

Sarebbe bello lasciarsi coinvolgere da questi cieli che si aprono:
un annuncio di realtà sconvolgenti…
Profeti e salmisti avevano pregato Dio: Ah, se tu squarciassi i cieli e scendessi!
ed ecco ripristinata la comunicazione tra cielo e terra, tra Dio e il suo popolo…
Ogni confusione, ogni ostacolo, ogni silenzio sono distrutti!
Il tempo della separazione è finito: il Dio vivente non sta più in silenzio…

Dio comunica con gli umani attraverso l’umanità di Gesù di Nazareth,
con il volto di un Dio amorevole e debole, che cammina verso la croce,
che ha assume la condizione umana fino alla fine,
e la toglie dalla umiliazione, dalla lontananza, rinnovando l’alleanza…

Nel nostro quotidiano, la comunicazione con il Dio vivente
conosce momenti di forza e di lontananza, di rottura e silenzio,
sviluppi pieni di emozione, pause piene di indifferenza e paure…

Ma oggi Matteo ci invita a riprendere la relazione con Dio,
a ritrovare l’audacia di un nuovo dialogo, perché la comunicazione è rinata…
Forse faticheremo a ripristinare questa comunicazione:
i fatti del passato, le storie tristissime nostre e di altri, la confusione nel cammino,
la debolezza della comunità ecclesiale, le incertezze del mondo in cui viviamo…

Ma l’offerta del dialogo è lì, alla tua portata, discreta e umile:
il passaggio è aperto per chi vuole rinnovare la sua alleanza..

Il cammino è riaperto, ma per comunicare bisogna essere in due:
è il momento propizio per le nostre povere parole, senza timore e con fiducia…
È il momento di riaprire menti e cuori,
perché colgano il mistero di un Dio sempre nuovo e sempre sconosciuto…
don Enrico

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Stupori di Natale

È stupore profondo ascoltare,
ancora una volta nella notte,
l’annuncio di un Dio che esisteva da sempre…

Un Dio che ha voluto entrare nella nostra povera storia di umanità,
piantare la sua tenda tra le nostre piccole tende,
vivere nel nostro buio, e nelle tenebre che noi creiamo,
come luce che splende e strappa allo smarrimento e all’oscurità del male…

È stupore profondo ascoltare,
ancora una volta nell’aurora,
l’annuncio che Dio ci dà un appuntamento;
e, come i pastori, muoversi solleciti,
perché, nonostante il freddo e l’oscurità,
è stupendo quello che ci attende nel fondo della grotta,
il luogo, squallido agli occhi umani, dell’incontro con Dio…
lì dove lui si svela con volto di uomo, di bimbo…

È stupore profondo ascoltare,
ancora una volta nel giorno,
l’annuncio di gioia,
lo stesso risuonato duemila anni fa…
E lasciarsi sorprendere dal Figlio che ci viene incontro
e che accoglie tutti, ma proprio tutti…
Il Figlio che sorride dal presepio a chi va davanti a lui ed anche a chi ne rimane,
ostinatamente, lontano…

È stupore profondo ascoltare,
nell’umiltà del dialogo penitenziale,
il cadere di ogni presunzione umana:
non siamo davanti a te Signore,
per dirti quanto siamo bravi,
per proclamare i nostri successi,
per affermare di averti difeso,
per far sapere la nostra forza…
Se così fosse… non avremmo bisogno di te!
Siamo qui, Signore, per farci avvolgere dalla luce della tua Parola,
per far cadere ogni presunzione di grandezza,
per lasciar trasformare il nostro cuore,
per ridestare la speranza…

È stupore profondo ascoltare,
nel silenzio di preghiera,
la tua voce di silenzio che non cessa mai di invitare:
voce che manifesta l’amore ad ogni uomo o donna che incontri,
che sconfigge, nell’amore reciproco, ogni loro paura,
che dona forza a chi è debole, sorreggendolo senza il timore di sporcarti,
che disarma l’arma del violento di oggi, la lingua che giudica e ferisce
che dona la tenerezza smisurata di un Dio che sa amare le tue colpe,
che genera, con Dio, a vita nuova che è chiuso nella morte della disperazione…

È stupore profondo comprendere che,
se tu sai vivere davvero il Natale,
nessuna notte,
neppure la più buia e ostinata,
sarà così tenebrosa
da non poter essere rischiarata dall’amore!

don Enrico

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Ancora una volta la liturgia ci obbliga all’ascolto:
 ad ascoltare l’antico racconto dell’irrompere di Dio nella vita dell’umanità…
Attraverso il suo angelo, Dio irrompe in una vita umana: 
la vita di una fanciulla, giovane e apparentemente fragile,
 una fanciulla di Nazaret, villaggio anonimo e di poche pretese…

È un irrompere lieto, quello di Dio: 
l’angelo porta l’annuncio della comunione sponsale con Dio e, insieme, della fecondità straordinaria
 di questa, apparentemente fragile, umanità…
È l’annuncio della nascita del Figlio di Dio, Dio e Uomo:
 quello di Maria è il mistero profondo del dono della fede in ogni persona…
Maria di Nazaret vive, in assoluta pienezza, 
il miracolo della Parola e della Fede
 come si attua in ogni persona visitata e salvata dal Signore!

Non potrà esserci Natale, per ciascuno di noi, 
se non sapremo vivere – come Maria – il mistero dell’ascolto…
Sarà necessario lasciar cadere i mille sogni confusi ed eliminare la gabbia delle mie frustrazioni…
Dovrò accogliere messaggi che non seducono, anzi, che impegnano, dovrò dar corpo ad un silenzio fatto di contemplazione, 
dovrò lasciare che la Parola germogli in me e dentro di me…
Come Maria dovrò ascoltare messaggi che vengono dall’alto, ed essere pronto a lasciarmi possedere dallo Spirito,
 quello Spirito che fa nuove tutte le cose,
 e che fa nuovo anche me, perché nulla è impossibile a Dio!
Dovrò anche far presente la mia innata fragilità, anche se Dio conosce bene le mie povertà, conosce il mio cuore occupato da altre priorità e così spesso deserto di speranza e di fede…
Ma la risposta si ripete sempre e ostinatamente, con l’ostinato ottimismo di Dio: nulla è impossibile a te, se lasci che io possa operare in te, 
nulla è impossibile, se ti lasci ricoprire della mia ombra che guida e protegge…

Perché possa vincere il bene, perché possa nascere la pace,
 voglio che il mio cuore cancelli i suoi timori e, come Maria, io possa dire: Si faccia di me secondo la tua parola

    don Enrico

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Non era la luce

Quante luci vogliono accendersi nel nostro mondo, luci accattivanti, seducenti, spesso ingannevoli…
E capisco bene – in questo sfavillare di luce –
La tentazione grande di voler apparire io stesso una luce…
Ma, ancora una volta, la figura dell’austero profeta del deserto viene in aiuto: lui è un vero profeta, sa bene dove finisce e comincia la sua missione, sa bene di essere un uomo, mandato da Dio…
Non è lui la luce, è solo un testimone della luce e il suo nome era Giovanni… Così, Giovanni stesso sa di essere anche lui un cercatore di luce, i suoi occhi, spalancati sul mondo, sulla povera storia umana, gli permetteranno di scorgere l’agnello di Dio in mezzo ai peccatori… Giovanni, l’instancabile cercatore di luce, desidera, invoca e, alla fine annuncia, lasciandosi illuminare dal piccolo chiarore, comprendendo di essere solo un pallido riflesso della gloria del Messia…
Non è lui il Messia: dirà, in seguito, di non essere degno di sciogliere il laccio del suoi sandali…
Ci ricorderà che anche noi siamo soltanto discepoli – piccoli e fragili – chiamati ad annunciare il tesoro del Vangelo con il poco che siamo e abbiamo…
Il mondo non è assolutamente in grado di riconoscere tutto questo, ma la testimonianza profetica è assolutamente necessaria, e ognuno di noi, chiamato ad essere profeta veritiero ed autentico, vive nel mondo portando l’annuncio di un Amore che sempre ci sorpassa…
Ecco che il profeta austero, dalla parola franca e schietta, raccoglie, nella sua persona, tutta la testimonianza profetica del Primo Testamento, che Dio ha donato ai padri ebrei per tutta l’umanità…
Un profeta che diventa, faticosamente, simpatico: mi insegna a non desiderare mai di essere la luce, a non voler mai occupare, da solo, la scena della testimonianza…
Il profeta precursore mi invita ad una sola vera preoccupazione: trasmettere un frammento della presenza di Dio nel mondo e accendere il desiderio dell’incontro con Lui…
E sarà davvero Avvento, colmo di luce!

don Enrico

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Exemple

La Comunità dei “Santi Profeti” è stata creata due anni fa e sta, soltanto ora, iniziando ad avere una sua fisionomia che superi i confini e i campanilismi delle tre parrocchie precedenti che, tra loro, avevano profonde differenze e provenivano da percorsi storici e pastorali diversificati.

Per superare la “frammentazione” e favorire la nascita di una Comunità che superi i confini delle tre parrocchie nel corso degli anni si sono proposte e attuate:

  • La celebrazione unitaria del Triduo pasquale; è ormai assunta e ben assimilata la scelta di celebrare un Triduo “itinerante”: la Messa nella Cena del Signore in s. Francesco di Paola, la celebrazione della Passione in s. Maria della Passione, la Veglia Pasquale in s. Babila. 

  • La celebrazione dei Vespri domenicali comunitari, una volta al mese, con la presenza di tutti i sacerdoti e delle consacrate
  • 
La celebrazione unitaria della preghiera serale dei Venerdì di Quaresima, con la presenza di tutti i sacerdoti e delle consacrate 

  • L’unificazione della formazione degli adulti con i due momenti di “lettura biblica” del Lunedì mattina (ore 10 in s. Pietro in Gessate) e del Giovedì sera (ore 21 in s. Babila)
  • 
La formazione di un unico Consiglio Pastorale per la Comunità
  • La creazione di una Commissione Caritas unitaria


Inoltre si è adeguata, adattandola ai nuovi indirizzi diocesani, la Catechesi dell’Iniziazione: 
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