Due donne

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Due donne


Due donne diverse per età e per condizione sociale,
con una storia diversa alle loro spalle…
Maria, la sposa di Giuseppe, l’artigiano,
è ancora una ragazza e viene da Nazaret, villaggio della Galilea…
Elisabetta, la moglie di Zaccaria, il sacerdote,
è ormai avanti negli anni e fino ad ora non ha potuto avere figli
ed abita vicino a Gerusalemme, la capitale…

Cosa avranno da dirsi due donne così? Che cosa può accomunarle?
Quale ragione ha portato la più giovane a raggiungere in fretta la più anziana?
Forse perché, entrambe, stanno sperimentando la presenza di Dio,
una presenza vicina che ha reso fecondo il loro grembo…

Entrambe hanno compreso che il bambino, che portano dentro di loro,
è un dono, dono dell’amore di Dio,
un dono destinato ad essere un protagonista nel progetto di salvezza…

Entrambe si rallegrano di ciò che sta accadendo:
la loro gioia è più forte di qualsiasi incognita sul futuro,
di qualsiasi rischio a cui potranno andare incontro…

Due donne che non vogliono sapere tutto:
a loro basta collaborare con la piccolezza del loro grembo
e donare al mondo, attraverso di esso, il segno palpabile della bontà di Dio…

Due donne che si incontrano e testimoniano l’un l’altra,
qualcosa di grande che sta accadendo nella loro esistenza:
Elisabetta, che dà vita all’ultimo dei profeti del Primo Testamento,
Maria che accetta di diventare la madre del Messia, di Gesù, il Figlio di Dio…

Due donne dalla cui bocca sgorga la meraviglia e la gratitudine,
la gioia e la speranza per ciò Dio sta operando in loro
e per la vita che abita il loro grembo, dono inestimabile affidato alle loro cure…

Come sarebbe bello se anche noi, cristiani,
accettassimo di lasciar cadere tante parole inutili
per diventare i testimoni della presenza di Dio nella vita umana,
Quanto sarebbe bello se, anche noi,
uomini e donne che vogliono ascoltare e incarnare la Parola,
imparassimo a dire a tutti la gioia di vivere in questa nostra storia di terra,
che può diventare terra di cielo,
quando comprende di essere sempre terra abitata dalla santità dello Spirito…

don Enrico

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Vigna e vignaioli


La Parola che oggi ci viene donata, nell’Evangelo, è una parabola:
una vigna piantata, e coltivata, con amore premuroso,
poi consegnata con grande fiducia a esperti vignaioli che la fanno fruttare,
e, infine, violata da una brama di possesso che giunge all’omicidio…
Una parabola racchiusa, dall’evangelista Matteo tra altre due:
quella dei due figli mandati nella vigna e quella del banchetto di nozze…
Tre parabole che fanno affiorare tre risposte negative:
il figlio dice al padre di non voler lavorare nella vigna,
i contadini dicono al padrone della vigna di non voler consegnare i frutti,
gli invitati dicono al re, che prepara un banchetto, di non voler intervenire…
Così, nella loro differenza di ambiente e personaggi,
le tre parabole mostrano un unico filo conduttore: un rifiuto!
Gesù era entrato nel tempio ed aveva iniziato ad insegnare il Vangelo,
tuttavia i sacerdoti e gli anziani, aristocrazia sacerdotale e secolare,
lo rifiutano, preoccupati della sua popolarità…
Vorrebbero scoprire l’autorità che Gesù si attribuisce nel fare quello che fa,
e comprendere la provenienza di tale autorità:
esigono una prova giuridica, ma, pur esperti di Legge e Scritti,
non ricordano che i profeti avevano autorità direttamente da Dio…
Gesù, per rispondere, prende spunto dal profeta Isaia
che aveva parlato di Israele come della vigna amata da Dio e da lui piantata…
Diventa, quindi evidente, che Gesù sta parlando proprio a loro:

loro che non hanno accolto la predicazione e il battesimo di Giovanni,
ed ora sono unanimi nel rifiuto dell’ultimo inviato di Dio, la persona di Gesù…

Questa seconda parabola, che Gesù narra, smaschera l’atteggiamento,
fintamente devoto, e astutamente preoccupato, dei suoi interlocutori:
che, ormai, davano tutto per scontato: l’amore di Dio, la sua provvidenza,
la possibilità di avere, ogni giorno, un’esistenza nuova nel suo amore…
Come i vignaioli, avevano finito per ritenersi padroni di ogni cosa,
destinatari meritevoli della sollecitudine di Dio, liberi di disporre dei suoi beni…
Dimenticando di essere vignaioli, e non proprietari della vigna,
ci si rinchiude nella propria arroganza, che non sa condividere l’amore divino,
colmi di beni – la Legge, i Profeti, la Sapienza – ma schiacciati dalla tradizione…

È sempre grande la tentazione di presumere di possedere la vigna, il Regno,
e di ritenersi possessori esclusivi dei suoi frutti:
ma la vigna del Signore è, amorevolmente, aperta a tutti
soprattutto a chi sa condividerne i frutti, con tutti, nessuno escluso,
in un una fede gioiosamente viva ed operante nell’amore…

don Enrico

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Un nuovo tempio


L’episodio della cacciata dei venditori del tempio non è la loro condanna:
forse, nelle vendite, facevano un qualche passaggio non del tutto onesto,
ma non erano loro i veri ladri e malfattori…
Infatti, quelli che Gesù vuole coinvolgere, nel suo gesto spettacolare,
sono i grandi responsabili della vita spirituale del suo popolo…
Il clamoroso gesto di Gesù si pone nella grande tradizione dei profeti,
ai quali, spesso, Dio domandava di porre segni profetici per la conversione…

Il testo, infatti, riguarda, il significato profondo
e la vera ragione dell’esistenza del tempio di Gerusalemme…
La Liturgia accompagna, oggi, il testo evangelico a quello del Libro dei re,
dove si narra della nube divina che prende possesso del tempio,
ma è da ricordare che, quando nacque l’ipotesi della costruzione del Tempio,
Dio non si era mostrato del tutto d’accordo con questa idea (2 Samuele 7)…
Quasi Dio presentisse quello che ora Gesù denuncia e condanna…

Gesù, citando Isaia e Geremia, denuncia il degrado e il tradimento della fede,
poiché il culto del tempio era divenuto, via via, motivo di scandalo:
lì, dove si doveva celebrare il grande incontro d’amore tra Dio e il suo popolo,
luogo che doveva essere di supplica e di lode
e, insieme, di pentimento e di perdono, era divenuto una spelonca di ladri,
o, forse, meglio, come dice l’evangelo di Giovanni, un luogo di mercato

Il rapporto tra Dio e il popolo era deviato e ferito dalle regole sacerdotali:
i sacrifici, creati per rendere visibile la relazione di Dio con gli umani,
erano divenuto un mercato, uno scambio, una bottega…
Da ciò che si faceva e da quanto si offriva, ne conseguiva un premio:
e il rapporto puro e profondo con Dio era divenuto un mercato
dove si comperavano perdono, salvezza, e aggiustamento della coscienza…
Cacciare i venditori poneva fine al mercato pseudoreligioso,
e faceva riscoprire la pienezza di un legame d’amore…
Solo Matteo ci narra che, cacciati i venditori c’è un nuovo ingresso nel tempio:
entrano ciechi e storpi che Gesù guarisce….
Ecco il senso di questo luogo d’incontro con Dio:
cercare e ricevere il bene che Egli vuole donare a tutti,
a partire da chi è in condizione più ferita…

Dopo pochi anni il vecchio tempio di Gerusalemme sarà distrutto,
risplenderà soltanto un Tempio nuovo: Gesù stesso!
Quel Gesù che purificherà la storia umana insegnando, nell’evangelo,
che la vera preghiera purificata è sempre unita alla carità verso i poveri…

don Enrico

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Prendere la croce


La predizione della passione apre per i discepoli prospettive nuove,
prospettive ben diverse da quelle che si attendevano per aver seguito Gesù…
Era stato un momento di grande sgomento tra i dodici
quando Gesù, per la prima volta, parlò apertamente del rischio che era vicino,
aggiungendo che la sua missione l’avrebbe portato al dono totale, alla morte…
Pietro intervenne subito, e preso da parte Gesù, lo ammonì
meglio non fare questi discorsi, scoraggiano il morale, appaiono fuori luogo…
Pietro voleva insegnare a Dio come salvare il mondo!
Gesù reagì in modo durissimo: il tuo parlare è demoniaco…
Ed ora Pietro, con gli altri, è chiamato a rimettersi in cammino,
con l’invito, senza scampo, di seguire i passi di Gesù e la sua logica…
La logica di un Dio amante, appassionato dell’umanità
e che ama lasciando libertà, soffrendo solo della mancanza d’amore dell’altro…

È per questo che Gesù intravede un ultimo gesto totale, un’ultima possibilità:
le parole non bastano, neppure i segni prodigiosi, nemmeno la tenerezza…
Per seguirlo occorre consegnarsi, compiere il gesto paradossale della croce:
Dio non ama la sofferenza, sia chiaro, ma, talora occorro gesti di scelta dura,
una rinuncia, una morte a se stessi, una sofferenza per sostenere l’altro…
A volte il discepolo, come il Maestro, è chiamato ad amare fino a perdersi…

Chissà quale potrà essere il modo di scegliere di portare, oggi, una croce;
magari un piccolo gesto, apparentemente insignificante:
come quello di Davide che sceglie di apparire un uomo da nulla
– le dure parole della moglie Mical che lo vede danzare tra i servi, mezzo nudo –
pur di onorare il Signore, danzando davanti a lui per rendergli onore…

E, allora, prendere la croce e rinnegare se stessi,
non è autolesionismo misticheggiante, ma una proposta di vita
che contraddice la logica mondana dell’autorealizzarsi…
Rinnegare se stessi è la piena realizzazione di se stessi:
significa vincere il falso io, l’egoismo, radice di tutti i mali…
Quando l’essere umano vuole affermarsi facendosi ricco, potente e orgoglioso,
si inganna totalmente: in un circolo vizioso, illude se stesso…
Potrà realizzarsi solo scegliendo di diventare come il suo Dio, di cui è immagine:
il Dio che è amore, dono, servizio, povertà, umiltà…
Gesù propone di realizzarsi in una vita di dono, apertura, accoglienza:
il paradosso del ritrovarsi, perdendosi per gli altri.
Il discepolo condivide con Gesù la sofferenza e la morte,
per vivere, con lui, la potenza della sua risurrezione…

don Enrico

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Domanda e risposta


Se Gesù annuncia la sua Passione agli apostoli, lo fa più volte, suscita reazioni,
e, sempre, si tratta di reazioni date dallo sconvolgimento di un simile annuncio:
la prima volta è Pietro a reagire, e vuole opporsi con decisione,
la seconda volta sono tutti gli apostoli che, quasi per un istintivo esorcismo,
si mettono a discutere su chi sia il più grande tra loro…
Come conseguenza di questo insensato parlare, i due figli di Zebedeo,
con una repulsione istintiva all’evento della morte,
esprimono l’esigenza di un’assicurazione immediata per un l’evento temuto…
Giacomo e Giovanni hanno bisogno di sapere adesso, e con certezza,
quale sarà il premio da ricevere alla fine, quando tutto avverrà…
Sembra che, per loro, il male inevitabile della sofferenza e della passione
si potrà affrontare solo con la certezza di un compenso attraente…
Inoltre, per loro, il sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nella sua gloria,
sembra implicare un posto d’onore ed anche anche una condivisione del potere…

La risposta di Gesù, in realtà, è una domanda: Potete bere il calice che io bevo?
Non è, soltanto, il sottolineare la necessità di passare per la prova,
ma è l’indicare che tutta l’attenzione va concentrata sull’itinerario di Gesù,
vale a dire, il partecipare alla sua Pasqua…
Così, Gesù regala a Giacomo e a Giovanni, il poter davvero bere il suo calice
ed essere battezzati nel suo stesso battesimo…
Associati a Gesù, potranno seguirlo nel suo cammino pasquale,
che non ha come ultima parola la morte, ma la risurrezione,
un cammino sorretto dalla speranza di saper fare della morte, il dono della vita…

Ma ecco lo sdegno dei dieci nei confronti di Giacomo e Giovanni,
che Gesù supera, accomunando tutti nell’unico raccogliersi intorno a Lui:
l’inopportuna richiesta dei due diventa occasione per una novità evangelica…
Il vangelo è contrapposizione assoluta alle regole delle signorie mondane:
Fra voi però non è così!
Il tempo verbale è al presente! Gesù non promette un qualcosa per un domani,
Gesù non tende a realizzazioni future: è già così tra i suoi, è già così adesso!

La contrapposizione è radicale: se il mondo cerca potenza nella sopraffazione,
il discepolo, come Gesù, si farà servo e schiavo,
e, come Gesù, quando sarà coronato di spine, sarà un re, potente sul mondo…
Il sacrificio pasquale di Gesù, sarà la fonte vera dell’autorevolezza ecclesiale…
Infine, compiuta ogni attesa e profezia,
sulla croce si svelerà chi potrà stare alla destra e alla sinistra del re:
due ladri, due malfattori che, dicendo la fiducia in Gesù,
si sentiranno dire: Oggi, con me, tu sei nel paradiso…

don Enrico

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Vittorie


L’evangelo di oggi ci conduce ad ascoltare, ancora una volta,
le parole che concludono i discorsi di addio che Gesù ha rivolto ai discepoli
prima di essere consegnato nelle mani dei suoi persecutori…

Gesù sta per lasciare la terra e tornare al Padre,
mentre i discepoli dovranno rimanere nel mondo per continuare la sua opera,
conoscendo odio, persecuzione e, persino, la morte…
Una missione difficile, la loro, come è stata la sua,
pertanto, conoscendo le future tribolazioni, avendole vissute lui per primo,
proclama, deciso e convinto: Io ho vinto il mondo!
Un’affermazione che ha dell’assurdo: poche ore dopo, Gesù sarà imprigionato
e flagellato, e condannato, e ucciso nella maniera più vile,
dopo essere stato tradito, rifiutato, ridotto, umanamente, al nulla, e sconfitto…

Eppure Gesù è convinto della sua vittoria:
crede nella resurrezione che il Padre gli donerà,
ma, prima ancora, crede nell’amore, in quell’amore che diventa vita per tutti:
la sconfitta umana diventa trionfo che libera l’essere umano,
lo libera da tutto quanto opprime,
e trasforma il dolore del mondo nell’incontro con il Dio che amore e vita…

Leggiamo questo testo dell’Evangelo, mentre il Primo Testamento racconta:
una battaglia, un cammino a marce forzate, un’invocazione al sole…
Eppure Giosuè, e i suoi uomini, non combattevano per se stessi:
erano accorsi al grido di soccorso e aiuto di un piccolo e misero popolo,
accerchiato dai potenti che volevano sterminarlo…
Anche questo aiuto rappresentava un rischio, ma Dio parla: Non aver paura!
Giosué e i suoi uomini si mettono nelle mani di Dio, si fidano di Dio,
il Dio invisibile e ancora quasi sconosciuto, ma potente nella salvezza…

Anche noi, pur sapendo di non avere la forza di Gesù, e neppure di Giosuè,
abbiamo il dono della sua Parola e della sua presenza nel pane spezzato:
se ci imbattiamo nella difficoltà, nostra, di chi ci è vicino, di chi è nel mondo
sforziamoci di rinnovare la fiducia in Gesù che ha vinto il mondo…
Non è un fiducia che vuole illudere o stordire per dimenticare la realtà,
non vuol diventare un’anestesia per attutire la sofferenza,
è una fiducia che ci trasforma in strumenti di quell’amore che vince ogni odio
e ci rende capaci di sostenere l’atro nella prova,
di credere che la parola finale è quella dell’amore, che vince l’odio,
della vita vissuta in pienezza e verità, che vince la morte:
tutto potremo superare, uniti a Lui che ci dà la vera forza…

don Enrico

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Lode e solidarietà


La Parola ci conduce al centro della prima parte dell’Evangelo secondo Matteo,
quella dedicata all’annuncio, alla rivelazione e alla proposta del regno dei cieli,
dove Gesù si presenta come maestro e rivelatore dei misteri del regno…
Gesù ha già proclamato le Beatitudini del Regno,
quelle che glorificano i poveri del Signore…
Ha anche proclamato beati gli occhi che vedono e gli orecchi che ascoltano…
E, dopo la confessione cristologica di Pietro, a Cesarea di Filippo
ha proclamato la grande beatitudine:
Beato te, Simone perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato,
ma il Padre mio che sta nei cieli!

La Parola che, oggi, ci viene donata, sembra raccogliere le fila di questi discorsi
e dare pienezza al rivelarsi di Gesù come maestro dei misteri del Regno…
Gesù, prima di tutto, loda il Padre per il suo progetto:
che lui vede pieno di bellezza e di pace,
anche se implica per lui la via verso l’abbassamento e la croce…
Il Padre va lodato perché ha tenuto nascoste, ai sapienti e agli intelligenti,
le cose, cioè le opere di Gesù: ciechi che vedono, storpi che camminano,
lebbrosi guariti, sordi che odono, morti che risuscitano,
poveri ai quali è predicato l’evangelo…
Quelle opere portentose che i dotti e i sapienti non hanno accolto!

In realtà, nessuno conosce il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare:
perché il Padre e il Figlio prediligono i piccoli, gli umili, i poveri,
quelli che sanno di non potercela fare da soli, e che ricevono tutto dagli altri!
Per questo, Gesù, dopo la lode al Padre,
cambia il destinatario della preghiera:
non è più il Padre da lodare, ma sono gli affaticati e gli oppressi da invitare…
La preghiera diventa apertura agli altri, ai vicini, ai poveri
per uno slancio di accoglienza e di condivisione per loro!

Allo stesso modo, nella visione del roveto ardente,
a Mosè non è lasciato neppure il tempo di immergersi nel mistero
– il grande spettacolo di un roveto che arde senza consumarsi –
ed è subito coinvolto nella sollecitudine di Dio verso il suo popolo,
che è fatto di affaticati ed oppressi, di piccoli e di poveri,
ai quali è rimasto soltanto un grido disperato verso Dio…
Ognuno che prega e celebra, deve essere come Gesù:
forte nella lode e ardente nella carità, sollecita e solidale…

don Enrico

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I patti e il cammino


C’è un primo patto che oggi la Liturgia propone al nostro pregare:
è l’alleanza voluta da Dio con Abramo e la sua discendenza…
È un patto dal quale deriva la discendenza universale di Abramo:
la fecondità di un popolo come sorgente di tutti gli altri:
sarai padre di una moltitudine di popoli…
Inoltre, da questo patto, sgorga la promessa della terra:
se Abramo è, e rimane per tutta la vita, uno straniero, un pellegrino,
un uomo che cammina, e stringe alleanze, in una terra che non è sua,
la sua discendenza, un giorno, avrà il possesso della terra…
Una terra che Israele avrà, e poi perderà, e riavrà di nuovo, e di nuovo perderà:
una terra sempre promessa, ma mai definitivamente posseduta…

Un primo patto, quello tra Dio ed Abramo, che andrà sempre rinnovato
e che chiede un incessantemente cammino,
sempre in cammino verso una terra di promessa…
Perché, nella terra di Dio, nessuno è già arrivato: tutti siamo in cammino…

Anche l’Evangelo di oggi propone di mettersi in cammino:
il cammino del credere e quello del non credere,
il cammino del lasciarsi plasmare, ogni volta, dalla novità della Parola,
il cammino di chi, davanti alla Parola, rimane indifferente…

Gesù aveva appena invitato i suoi interlocutori
ad avvalersi della sua presenza in mezzo a loro per essere illuminati,
per non rimanere nelle tenebre: Gesù era venuto come luce
e invitava a liberarsi dal carcere dei limiti umani, per sentirlo e conoscerlo…
Ma queste sue parole non erano facili da accettare:
aveva, anche, parlato della necessità di morire benché egli fosse il Messia,
nonostante i numerosi segni che aveva fatto testimoniavano in suo favore…

Le parole dei profeti, uomini in cammino, avvertivano sempre
e chiamavano al ravvedimento, ma il loro messaggio venne rifiutato…
Giovanni avverte che, anche con la venuta di Gesù il Messia,
è sempre necessario essere popolo in cammino:
perché, nonostante i segni ricevuti non è facile credere alla parola di Gesù
e la Parola che salva può diventare Parola che indurisce il cuore…

Anche noi, oggi, incontrando la parola di Dio, siamo di fronte ad un bivio:
scegliere la via della vita, se l’accogliamo
o entrare nella via della morte, se la rifiutiamo…
La Parola di Dio produce sempre una reazione e ci pone in cammino…

don Enrico

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Invitati a nozze…


C’è un ampio discorrere di Gesù attraverso seducenti immagini di parabole…
Quella che oggi ci viene donata è la terza parabola
di un gruppo che l’evangelo secondo Matteo propone parlando di una vigna,
di figli che lavorano o non lavorano, di frutti attesi, ma che non maturano,
ed è questa terza parabola a dare pieno significato alle altre precedenti…
La terza parabola che il Lezionario propone, oggi,
come risonanza evangelica del testo di Abramo e del sua intercedere…

Il racconto di Genesi, con il suo tipico interloquire orientale,
ci fa contemplare Abramo che stava davanti al Signore
– perché la potenza della preghiera tiene Abramo in ogni modo davanti a Dio –
e intercedeva per il giusto, che condivide con l’empio l’abitare nella città,
supplicando perché, alla fin fine, per non far morire ingiustamente il giusto,
Dio risparmi anche l’empio!
Abramo risponde a quanto Dio gli ha fatto sapere, con un ragionamento semplice:
è impossibile che Dio faccia morire il giusto con l’empio!
Ed è tale la potenza di una preghiera, come quella di Abramo,
– una preghiera di abbandono fiducioso alla volontà di Dio –
che il Signore sceglie di fare sua la preoccupazione umana
e di coinvolgere in pienezza l’essere umano, Abramo,
nella sua, propria e divinamente infinita, volontà di salvezza…
Forse nessuno mai lo saprà, ma Abramo sta già dando l’avvio all’evangelo,
ad una buona notizia, che sarà vera festa, festa di salvezza per tutti…
Quindi, tutti coinvolti nel perdono di Dio: giusti e peccatori… Tutti salvi!

E torniamo all’Evangelo di oggi: nelle comunità dei primi cristiani,
era ben vivo il problema della convivenza tra i giudei e i pagani,
tutti convertiti al Vangelo, e tutti entrati nella comunità cristiana:
ma molti giudei rimanevano tenacemente legati alle usanze mosaiche
tra cui il non sedersi alla stesso tavolo con un pagano…
Come spesso accade, la pratica del legalismo è destinata a spegnere i sogni
e questa norma – di mense separate e incomunicabili –
rischia di spegnere il sogno di Dio, iniziato sin dai tempi di Abramo:
il sogno di donare salvezza di tutti, perché tutti sono suoi figli e figlie…
E la preghiera di chi già si dice suo figlio, come fu quella di Abramo,
deve diventare intercessione, perché la salvezza, il Regno, trovi vie sempre nuove
per giungere a tutti, senza porre mai, barriere, le povere e tristi barriere umane…
Ed ecco il banchetto per tutti, per gli invitati, buoni, e anche per gli altri,
che, buoni o cattivi, addirittura senza saperlo, sono attesi alle nozze!

don Enrico

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Ricordati, Signore, della tua Chiesa sparsa nel mondo.
Tu la vuoi bella come una fidanzata, giovane, libera e fedele.
Il tuo Spirito sempre la conduca sui cammini della verità e dell’unità.

Così una Preghiera Eucaristica – preparata dai vescovi del Canada –
fa pregare nella celebrazione del Matrimonio…
È una preghiera che torna alla mente davanti la bellezza di due fidanzati
che, nello sfolgorio del loro amore, chiedono di celebrare con il Signore
il mistero della donazione della loro vita…

Colpiscono le parole che definiscono la splendida fidanzata, che è la Chiesa:
giovane! libera! fedele!
E, meditando le parole evangeliche che, oggi, ci sono donate, si può pregare:
Signore, la tua Chiesa – che è anche la mia Chiesa! –
non sempre sa essere giovane, libera e fedele…
Quante vecchiezze e quante anticaglie ingombrano i suoi passi,
quanti condizionamenti di potere, denaro, paure frenano lo slancio,
quante incostanze, quanti tradimenti appesantiscono la sua storia!

Tante volte, Signore, scopriamo di essere in una Chiesa
dove tutto diventa questione di diritti e dove non si sa più perdonare,
dove si misura tutto quello che si fa, con leggi di prudenza e opportunità,
dove si tollerano, anzi si dichiarano solennemente, dolorose lacerazioni…

Signore, che possiamo fare perché la tua Chiesa
ritrovi – e lo faccia con gioia – i sentieri della verità e dell’unità?
Il tuo Spirito le dia luce, il tuo Spirito ci dia luce…

Da questa preghiera comprendiamo il grande dono
che il Matrimonio può dare alla Chiesa:
certo, in un rapporto di coppia, possono accumularsi
sospetti e sgarberie, parole pungenti e accuse, divisioni e malevolenze
e basta, così, un piccolo scoglio a sfasciare la barca del quotidiano…
Ma lo Spirito ci dona, anche, di contemplare tante coppie di sposi
che, con gioia quotidiana e impegno senza limiti,
curano e difendono il loro amore con fatica ed entusiasmo,
impiegano in esso intelligenza e passione, potenziano volontà e sentimenti
perché, in loro, il progetto di Dio risplenda in tutta la sua bellezza…

Signore aiuta la tua Chiesa a risplendere, sempre più, come quel Matrimonio:
il tempo ha, forse, segnato i volti, appesantito gli slanci,
ma ha insegnato dono e perdono, condivisione e rispetto, fedeltà e gioia…

 don Enrico

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