Bella come una fidanzata

arsiv

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Ricordati, Signore, della tua Chiesa sparsa nel mondo.
Tu la vuoi bella come una fidanzata, giovane, libera e fedele.
Il tuo Spirito sempre la conduca sui cammini della verità e dell’unità.

Così una Preghiera Eucaristica – preparata dai vescovi del Canada –
fa pregare nella celebrazione del Matrimonio…
È una preghiera che torna alla mente davanti la bellezza di due fidanzati
che, nello sfolgorio del loro amore, chiedono di celebrare con il Signore
il mistero della donazione della loro vita…

Colpiscono le parole che definiscono la splendida fidanzata, che è la Chiesa:
giovane! libera! fedele!
E, meditando le parole evangeliche che, oggi, ci sono donate, si può pregare:
Signore, la tua Chiesa – che è anche la mia Chiesa! –
non sempre sa essere giovane, libera e fedele…
Quante vecchiezze e quante anticaglie ingombrano i suoi passi,
quanti condizionamenti di potere, denaro, paure frenano lo slancio,
quante incostanze, quanti tradimenti appesantiscono la sua storia!

Tante volte, Signore, scopriamo di essere in una Chiesa
dove tutto diventa questione di diritti e dove non si sa più perdonare,
dove si misura tutto quello che si fa, con leggi di prudenza e opportunità,
dove si tollerano, anzi si dichiarano solennemente, dolorose lacerazioni…

Signore, che possiamo fare perché la tua Chiesa
ritrovi – e lo faccia con gioia – i sentieri della verità e dell’unità?
Il tuo Spirito le dia luce, il tuo Spirito ci dia luce…

Da questa preghiera comprendiamo il grande dono
che il Matrimonio può dare alla Chiesa:
certo, in un rapporto di coppia, possono accumularsi
sospetti e sgarberie, parole pungenti e accuse, divisioni e malevolenze
e basta, così, un piccolo scoglio a sfasciare la barca del quotidiano…
Ma lo Spirito ci dona, anche, di contemplare tante coppie di sposi
che, con gioia quotidiana e impegno senza limiti,
curano e difendono il loro amore con fatica ed entusiasmo,
impiegano in esso intelligenza e passione, potenziano volontà e sentimenti
perché, in loro, il progetto di Dio risplenda in tutta la sua bellezza…

Signore aiuta la tua Chiesa a risplendere, sempre più, come quel Matrimonio:
il tempo ha, forse, segnato i volti, appesantito gli slanci,
ma ha insegnato dono e perdono, condivisione e rispetto, fedeltà e gioia…

 don Enrico

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Guardare in alto


Questa Domenica ci fa iniziare il grande viaggio liturgico del dopo Pentecoste:
un viaggio che inizia dalla contemplazione del momento creativo,
quello in cui l’amore infinito di Dio sceglie di trasmettersi all’alterità,
e dare origine alla meravigliosa avventura delle sue opere…
Un’azione provvidente di Dio che non conosce fine:
Dio è, ancora e sempre, in movimento creativo per mezzo del dono dello Spirito
che continua ad agire ogni volta che incontra la disponibilità umana…

La nostra umana, piccola e povera, disponibilità all’azione creatrice di Dio
è un impegno quotidiano che richiede conversione e ascolto:
ed ecco, nella liturgia di oggi, una diretta catechesi di Gesù
il cui obiettivo è la formazione spirituale di un autentico discepolo…
Una intensa parola evangelica che ci guida alla vera sapienza:
non credere di saper provvedere a cibo, bevanda, cura e vestito del corpo,
poiché Dio soltanto sa provvedere a quello di cui abbiamo bisogno,
e la nostra preoccupazione vada ad altro, totalmente altro, cioè il regno di Dio…

I pagani, si sa, cercano queste cose, concrete e terrene:
poiché i loro idoli sono fabbricati dalle mani di uomini che guardano in basso,
– guardano al metallo prezioso, alla pietra resistente –
ed anche il loro interesse è diretto alle cose che stanno in basso,
a quelle che è possibile manipolare e sottomettere al potere umano…
Il Vangelo, come sempre, invita a guardare in un’altra, nuova, direzione:
il Padre nostro nutre i corvi e veste l’erba del campo!
Se gli dei pagani si occupavano di cose grandi e meravigliose
e non si occupavano di piccole cose, fiori o uccelli, realtà comunque splendide,
il Padre di Gesù, al contrario, fa proprio l’occuparsi di cose piccole,
nutrire corvi e vestire fiori, ponendosi – lui il Dio creatore – a loro servizio…
Per questo giunge l’invito a guardare in alto:
al miracolo di creatura nutrite, dissetate, vestite,
che col loro volare e garrire, sbocciare e diventare semente,
cantano il loro ringraziamento al Dio creatore e nutritore…

Gesù ci dice cose che, naturali per piante e corvi,
non lo sono, quasi mai, per gli umani…
Le potenze del mondo vogliono che noi guardiamo in basso,
alle cose che saziano fame e sete, riempiono forzieri e danno sicurezze umane…

La Parola di Gesù invita a guardare in alto, al regno di Dio,
dove anche noi umani possiamo cercare e compiere la volontà del Padre …

don Enrico

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C’è gente che non si fida delle parole e delle azioni di Gesù,
non crede che lui sia mandato dal Padre
e non vuol provare a fare ciò che Gesù dice o seguire il suo esempio…
Ma non crediamo che questa sia soltanto una situazione attuale:
già ai tempi di Gesù c’era chi non credeva in lui,
e non riteneva attendibili le opere straordinarie viste compiere da lui,
per questo lo odiavano e odiavano il Padre che l’aveva mandato…

Nell’Evangelo di oggi, Gesù è ancora a tavola con i suoi discepoli,
e, dopo aver loro lavato i piedi, pronuncia parole di addio:
parole che la chiesa primitiva ha custodito, meditato, interpretato
e che giungono alle nostre assemblee di Chiesa per risuonare ancora,
come pronunciate dallo stesso Risorto…
Gesù ha appena detto di non essere venuto per giudicare, ma per salvare:
salvare l’umanità dalla prigionia del male e della morte…
Le opere che nessuno ha mai compiuto ne danno testimonianza,
da qui nasce la responsabilità di chi l’ha conosciuto e non ha voluto credere,
e che continua a provare inimicizia nei confronti dei discepoli di Gesù…
Il loro, diventa un odio senza ragione, non solo perché è insensato,
ma, soprattutto, perché nasce in coloro che il Signore ha visitato,
con la sua parola e la sua opera di salvezza…
Questo è il grande segreto del giudizio divino,
umanamente insondabile, ma che sgorga dal dono stesso di Dio…

È a questo punto che si rende sempre più necessaria la presenza, che è dono,
del Paràclito, lo Spirito Santo, mandato da Gesù…
Lo Spirito della verità, che procede dal Padre,
e che Gesù manda dal Padre a noi…

A noi discepoli lo Spirito renderà testimonianza di Gesù,
così potremo rendere testimonianza al Signore,
perché noi “siamo” con lui fin dal principio:
l’azione dello Spirito, infatti, ci immerge in tutta la memoria delle Scritture,
e ce ne rende del tutto partecipi…
Oggi lo Spirito ci porta dentro a quello che ascoltiamo da Gesù
in modo pieno e perfettamente attualizzato:
le Scritture, antiche, sono già attualizzate perché lo Spirito ce le dona
nel nostro tempo e nella nostra storia…
E la nostra storia – sempre un po’ vecchia – sarà, per mezzo nostro,
attualizzata alla perenne novità della Parola di Dio…

don Enrico

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Ancora un testo del lungo discorso di addio ai discepoli da parte di Gesù:
con lo smarrimento dei discepoli, che non hanno gli strumenti per capire,
e il desiderio di Gesù di prolungare la sua esistenza terrena con loro…
C’è, tuttavia, una profonda certezza in Gesù:
è che il rapporto dei discepoli con lui, non sarà indebolito dal distacco,
anzi, si arricchirà in un modo inimmaginabile…
Gesù non vivrà più, con i suoi, una relazione di vicinanza e amicizia,
la relazione sarà totalmente nuova: prenderà dimora presso di loro…
Inoltre, senza la presenza di Gesù, ma in relazione ininterrotta con lui,
i discepoli ne stabiliranno una nuova con il Padre:
relazione di amore reciproco e circolare che permetterà,
a quella piccola, e ancora incerta, comunità di discepoli,
di vivere il compito di annunciare al “mondo” la buona notizia…
Annunceranno il dono della salvezza e della sconfitta della morte:
per questo i discepoli non resteranno orfani della sua presenza
e un altro paraclito verrà dato loro dal Padre,
e questo dono sarà frutto della preghiera di Gesù…
Il paraclito non sarà soltanto un consolatore, quasi un surrogato di Gesù,
ma, piuttosto, colui che sta accanto, come un avvocato difensore
I cristiani subiranno un processo istruito nei loro confronti dal mondo,
che, senza ragione, li odierà come ha odiato il Figlio prima di loro…
Lo Spirito, avvocato difensore, permetterà loro di superare qualsiasi debolezza,
sostituendosi in prima persona agli imputati nel rispondere a chi accusa,
permettendo loro di custodire gli insegnamenti di Gesù,
per amarli e viverli come il tesoro più prezioso…
Il custodire gli insegnamenti di Gesù,
sarà il fondamento per costruire su essi una relazione con il Padre ed il Figlio,
relazione sempre più nuova, che non vedrà mai la fine
che farà accogliere, nel cuore, lo Spirito di verità donato dal Padre…

Per questo, oggi, Pentecoste, noi siamo in grande e vera festa:
celebriamo il dono dello Spirito dell’amore,
quel dono che ci fa capaci di rispondere all’amore con l’amore…
Grazie al dono dello Spirito, e all’amore di Gesù che l’ha chiesto per noi,
possiamo dunque essere fedeli ai comandi che lui ci ha lasciato nel Vangelo
e, nel contempo, osservare la sua volontà e le sue parole,
testimoniando l’autenticità del nostro amore per lui…
Lo Spirito ci conduce a vivere i precetti di Gesù, che sono Gesù stesso,
in una vita umana vissuta nell’amore fino alla fine…

don Enrico

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Gesù, alza gli occhi al cielo e prega:
prega per i suoi e prega per il futuro della loro comunità, la Chiesa nascente…

La preghiera di Gesù è assolutamente originale nel contenuto,
ma è modellata su uno schema antico,
quello della preghiera ebraica dello Yom kippùr, la festa dell’espiazione:
era il giorno in cui il Sommo Sacerdote compiva l’espiazione,
prima per sé, poi per i sacerdoti e, infine, per l’intera comunità del popolo…
Dopo aver ricordato le trasgressioni di un anno,
l’espiazione ridonava, al popolo di Israele, la riconciliazione con Dio,
e la consapevolezza di essere popolo santo, di Dio, in mezzo agli altri popoli…
Così, anche Gesù, che sta per offrire se stesso, sacerdote e vittima,
prega per sé, per gli apostoli, quelli che nel mondo racconteranno il Vangelo,
e per tutti coloro che crederanno in lui, Chiesa di tutti i tempi…

Al centro della preghiera sta una strana – per noi – richiesta di consacrazione:
Consacrali nella verità! Per loro io consacro me stesso,
perché siano anch’essi consacrati nella verità…
Noi siamo abituati a parlare di consacrazione,
lo facciamo quando contempliamo il pane alzato dopo le parole di Gesù
e quando fissiamo il calice con il vino che è il sangue di Gesù…
Ma essere noi consacrati fa provare stupore e forse incertezza…
In realtà, nel linguaggio biblico, il Consacrato, il Santo è soltanto Dio:
essere consacrati, quindi, vuol dire diventare intimi di Dio,
separati dalle cose comuni e donati totalmente a Dio…
Tuttavia questa consacrazione non è inerte, né statica o puramente contemplativa:
proprio perché donati a Dio, l’essere consacrati vuol dire essere per tutti…

Ogni credente, consacrato da Gesù nella verità,
è chiamato a dedicare la propria vita a testimoniare l’Evangelo di Gesù:
la sua missione di consacrato è la missione stessa di Gesù…
La consacrazione santifica la vita, perché, vivendo l’amore fraterno,
si possa rivelare Gesù ed il Padre…
La consacrazione fa diventare pienamente e perfettamente umani, come Gesù:
Gesù fu tanto umano, come solo Dio può essere umano (Leone Magno)…
La consacrazione spinge a umanizzare la vita umana,
a rinnovarla ogni giorno, nella preghiera e nella costruzione di un mondo giusto,
un mondo bello e santo, secondo le intenzioni del Dio Creatore…
La consacrazione ci fa una cosa sola con Dio, per il mondo,
nel mondo, ma non del mondo: fatica, e gioiosa bellezza, della vita cristiana…

don Enrico

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Gli Evangeli delle Domeniche di Pasqua faticano a lasciare la Cena,
quell’ultima Pasqua celebrata da Gesù con i suoi,
quella Pasqua dove Gesù disse le ultime cose…
Poi ci sarebbe stato lo scandalo della Passione e della Croce,
uno scandalo che continuò nel tempo,
quando, nelle comunità prime comunità cristiane,
c’erano battezzati che, per evitare la persecuzione,
diluivano il messaggio di Gesù trasformandolo in un messaggio vago
che non contrastava con le ideologie dell’Impero romano…

Per questo motivo, Gesù prega il Padre non solo per i discepoli di allora,
ma anche per quelli che, per la loro parola, crederanno in lui…
Gesù conosce, sin d’ora, le difficoltà e le lotte
che i futuri discepoli dovranno sostenere in mezzo al mondo,
per questo insiste sulla promesse di un aiuto potente,
l’azione dello Spirito di verità, del quale essi avranno un pressante bisogno….
Lo Spirito che Gesù ci ha conquistato con la sua morte e risurrezione…
Lo Spirito che renderà capaci di affrontare ogni avversità
per essere coraggiosi testimoni del Vangelo
capaci anche di dare la vita per conservare fedeltà al Signore…
Lo Spirito che noi riceviamo nel battesimo,
per saper annunziare e testimoniare Gesù…
Lo Spirito di Gesù che, per amore dei poveri e degli emarginati,
fu perseguitato, detenuto e condannato a morte
e che, nel dono del suo Spirito, chiede di continuare la sua azione d’amore,
rivelando all’umanità l’amore preferenziale del Padre per i poveri e gli oppressi…
Lo Spirito che irrobustisce e dilata il nostro amore, debole e limitato,
e permette di comprendere cosa significhi, e cosa comporti,
l’appartenere a Gesù e l’essere stati con lui fin dal principio…

L’opera che Gesù attribuisce allo Spirito è quella della testimonianza:
egli darà testimonianza di me…
E lo farà attraverso la parola dei discepoli: anche voi date testimonianza…
Gesù parla di un presente (date) perché non c’è mai un tempo futuro,
la testimonianza non è del futuro: testimoniare è compito sempre al presente…
Ogni giorno si testimonia Gesù, e lo si fa nel vivere in comunione fraterna:
perché la Chiesa, e ogni cristiano, aperti all’amore e capaci di fraternità,
sono testimonianza della paternità di Dio, già manifestata dal Figlio…
Fedeli all’amore, capaci di amare, e di crescere nell’amore,
sapranno riconoscere l’amore e benedire quel Dio che ama ogni amore…

don Enrico

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È venuta l’ora!


Dobbiamo tornare indietro nel tempo:
è necessario ritornare ad una occasione colma di letizia e di gioia,
a quel matrimonio, a Cana di Galilea, dove la Madre di Gesù,
con lui, giovane rabbì, e con i suoi primi discepoli,
condividevano gioia, e danze, e cibo, e il vino del festoso banchetto…
Ma dobbiamo anche ricordare come la gioia di quel banchetto
fosse sul punto di terminare bruscamente,
se n’era accorta Maria e, con un suo sussurro (non hanno più vino…)
aveva interpellato il suo figlio Gesù…
Ricordiamo che – e la cosa, forse, ci aveva un po’ infastidito –
la risposta di Gesù era stata strana: Che ho da fare con te, o donna?
Non è ancora giunta la mia ora!
Ci eravamo detti, in quell’occasione, che l’ora, di cui parla Gesù,
era il momento in cui si sarebbe compiuto definitivamente il disegno di Dio:
l’ora sarà la Passione della croce e il terzo giorno della risurrezione…

Ed ecco che, oggi, ascoltiamo la voce di Gesù: è lui che parla della sua ora,
del momento della glorificazione, per sé e per i suoi,
i suoi, ai quali sta per garantire la vita eterna…
Il contesto di queste parole, tuttavia, non è per nulla gioioso:
è ancora un banchetto, la Cena Pasquale, ricordo di liberazione,
ma c’è tristezza, poiché Gesù rivela che sta per iniziare la sua passione
e, per questo, rivolge, dal suo cuore, una intensissima preghiera al Padre…

È sempre difficile, per noi, comprendere, insieme, gloria e passione,
conciliare dolore e fede, morte e vita…
Gesù vuol far capire che la vera gloria coincide, sempre e soltanto,
con l’adempimento della volontà del Padre,
anche quando questa significa la via del Calvario,
la passione, la morte della croce,
perché, poi, tutto converge e culmina nella gloriosa risurrezione,
che è di Gesù, ed anche nostra…

Tutta la vita di Gesù, la sua missione, le parole, le opere che ha compiuto,
hanno significato la glorificazione di Dio…
Ed ecco giunto il momento dell’ora, quando la gloria raggiungerà il culmine…
La Chiesa, nell’Eucaristia, vive ogni giorno il memoriale dell’ora di Gesù:
contemplando la Croce, la comunione fraterna glorifica Dio,
poiché nell’amarsi l’un l’altro, si testimonia l’amore di Dio:
è il nostro vivere nell’amore fraterno che si dà vera gloria al Dio con noi…

don Enrico

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Pecore al sicuro


L’Evangelo di oggi è tratto da una lunga discussione tra Gesù e alcuni farisei:
erano stati accusati di incoerenza perché dicevano di credere e di vedere,
mentre in realtà non vivevano la libertà di operare un vero discernimento
sull’identità di Gesù e la verità del suo operare…
I pochi versetti di oggi, come l’intero capitolo,
si collocano nello svolgersi di Hannukkah, festa della Dedicazione del Tempio,
giorni di celebrazione del luogo sacro che richiamava la presenza di Dio,
un Dio presente in mezzo al suo popolo,
Una festa che, col passare del tempo, si era sviluppata nel suo significato,
ed aveva assunto una atmosfera generale di sapore messianico…
In quel contesto Gesù aveva compiuto il gesto della guarigione del cieco,
un gesto, lo ricordiamo bene, che aveva creato divisone:
alcuni avevano ritenuto Gesù un indemoniato,
altri avevano aperto il cuore accogliendo Gesù come il Signore…
Nelle sue parole e nel suo gesto,
Gesù, aveva affermato di essere la porta delle pecore,
e, soprattutto, richiamandosi ai Profeti, disse di essere il buon pastore,
un’immagine solitamente associata alla persona di Dio…
A questo punto gli avversari, pur indisponibili all’ascolto,
avevano chiesto, insistendo: Sei tu il Cristo? Dillo apertamente!
Gesù, nel rispondere invitando a credere alle sue opere,
compiute luminosamente davanti a tutti,
rivela l’esistenza delle sue pecore, coloro che sanno ascoltare,
che seguono il Figlio, e vivono l’intimità spirituale con il Padre,
e che hanno il coraggio e la coscienza di essere pecore…
Sappiamo bene quanto sia difficile, oggi,
accettare di essere pecore e di coltivare, nella vita,
una relazione costante e continua con il Padre…
Nella logica evangelica, le pecore, il gregge sono un grande patrimonio,
che sta a cuore al pastore, è il centro dei suoi interessi…
Nel Vangelo, le pecore e il pastore, vivono una relazione inarrestabile,
ma, soprattutto una relazione d’ascolto:
Gesù pastore ascolta il Padre e conosce le pecore,
le pecore ascoltano il Pastore e ne conoscono la voce,
il vero pastore non sarà mai senza pecore
e la presenza del pastore salverà le pecore da ogni smarrimento…
Il Pastore buono, che darà la vita per le sue pecore,
è sicurezza che nessuna pecora, neppure la fuggitiva o la più debole,
potrà mai essere rapita, lontano dal suo amore…

don Enrico

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Tommaso è, davvero, un uomo scomodo, ed anche Filippo non è da meno…
Nell’Evangelo di oggi, che ci riporta all’ultima cena di Gesù coi discepoli,
– quasi a richiederci un approfondimento di quanto abbiamo celebrato –
Gesù ha manifestato le sue volontà ultime, come un testamento:
parole che hanno annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre
e la volontà di lasciare, ai suoi, un comandamento nuovo…

Si inseriscono, in questo contesto di tristezza struggente,
le obiezioni, quella di Tommaso, e poi quella di Filippo…

Tommaso, aveva deciso, già da tempo, e coraggiosamente,
di andare a Gerusalemme a morire con Gesù, diventandone un vero testimone,
ma, ancora, non sa bene quale sia la via per giungere a morire con il Maestro,
forse sapendo le sue deboli forze, e la sua fragile volontà…
Gesù indica se stesso come la via, che conduce a gesti grandi e definitivi,
e, se necessario, al dono della propria vita,
ma, nello stesso tempo, una via da percorrere nella quotidianità,
nei gesti di ogni giorno: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi…
Con Tommaso impariamo che non siamo noi a decidere la misura dell’amore:
Gesù ora, con il sacrificio della Croce,
che ha anticipato nell’Eucaristia e nel lavare i piedi ai discepoli,
stabilirà la piena misura: come io amato voi, voi amate il prossimo…
Percorrere la via per conoscere Gesù, vuol dire entrare nella sua comunione
attraverso l’amore vissuto, l’amore del comandamento nuovo:
come Gesù ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri…

Filippo, invece, vuol vedere il Padre, quasi ricordando la richiesta di Mosè,
quando voleva vedere il volto di Dio: Mostrami la tua Gloria!…
Dio rispose a Mosé che avrebbe mostrato lo splendore e proclamato il suo nome,
ma: Tu non potrai vedere il mio volto…
Le inattese parole di Gesù, sono novità sbalorditiva: Chi vede me vede il Padre!
Gesù, il Cristo Signore, è icona, immagine, del Dio invisibile…
Il Padre non si mostrerà finché non saremo simili a lui,
quando lo vedremo come egli è,
ma, in Gesù, e nel suo amore, si è già fatto vedere dagli umani…
Dio lo si incontra in Gesù uomo: nella sua umanità si può vedere Dio,
guardando l’agire di Gesù e ascoltando le sue parole si può incontrare Dio…

Con Tommaso e Filippo, anche noi, ed anche la nostra Chiesa,
impariamo a vedere Gesù, e compiere le sue opere
anche nella piccolezza del nostro amore…

don Enrico

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Tommaso non c’era…
Non c’era quando Gesù venne a mostrare le mani e il costato, feriti,
segno della sua esistenza umana…
Non c’era quando completò la sua missione con un dono,
un dono speciale, il dono dello Spirito,
il dono i cui frutti sono essenzialmente la pace, il perdono reciproco e la gioia…

Tommaso, uomo senza pace, senza la pace pasquale tra cielo e terra,
uomo senza perdono, non sa perdonarsi di aver abbandonato il Signore,
uomo senza gioia, troppo sperso nella ricerca di una gioia visivamente umana,
non riesce a credere alla parola della sua comunità…
Chi è senza pace pasquale, senza perdono pasquale, senza gioia pasquale,
non sa fidarsi dei compagni di cammino,
e, senza esitazioni, opera strappi dolorosi con i propri fratelli…
Tommaso non riesce a condividere la gioia dei dieci,
– gioia segreta che già era nell’animo di Maria e delle altre donne –
e sceglie la solitudine del dubbio, la chiusura dell’incredulità…
Agli uomini senza pace, senza gioia, senza perdono,
non basta ascoltare una testimonianza:
vogliono vedere e toccare, altrimenti non crederanno…

Tuttavia, otto giorni dopo la Pasqua,
Gesù appare nuovamente in mezzo ai discepoli,
e invita Tommaso a verificare le ferite del costato e delle mani,
segni della sua passione e del suo amore per noi…
Non ci è dato di sapere quel che fece Tommaso,
se toccò costato e mani, se immerse il dito nelle ferite,
ma sappiamo che all’invito di Gesù, per un vero cammino di fede
non essere più incredulo, ma credente –
Tommaso rispose con un’intensa dichiarazione di fede:
Mio Signore e mio Dio!».

Se la fede di Tommaso, e degli altri apostoli, si fonda sull’incontro con il Risorto,
la fede pasquale va oltre i segni,
perché beati quelli che pur non avendo visto crederanno!
Non serve vedere, c’è solo da credere nel Vangelo:
il Vangelo di un Dio che salva dalla morte,
e, in Gesù risorto, ci testimonia la pace, il perdono, e la gioia…

don Enrico

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