Alla fine, segni di speranza

arsiv

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Aveva parlato duramente di Gerusalemme
– la città che non aveva voluto lasciarsi raccogliere sotto le ali del Signore –
ed aveva pronunciato una sanzione terribile: la solitudine, lontani da Dio…
Gesù aveva detto: Ecco, la vostra casa vi sarà lasciata deserta...
Dopo queste parole Gesù compie un gesto provocante:
esce dal tempio – e non vi entrerà più – poi sale, e si siede, al monte degli Ulivi,
il luogo dove si attendeva la venuta del Signore alla fine dei tempi,
e il luogo dove Gesù sarà catturato per finire sulla croce…

Quasi a reagire alle parole di Gesù, e ai suoi gesti colmi di significato,
i discepoli, che sono affascinati dalla bellezza e dalla grandiosità del tempio,
gli mostrano lo splendore della costruzione
dove la gloria di Dio era invisibile, celata dietro il velo del Santuario…
Gesù risponde suggerendo un modo diverso e nuovo di vedere la storia…
Gesù sa bene che, nell’ordine delle cose, tutto è destinato a finire
e la fine del tempio sarà un segno della fine del mondo,
non perché la precede immediatamente, ma solo perché la rappresenta:
un segno che indica come tutto è destinato a essere distrutto…

Ma, quando avverrà, la distruzione del tempio – e la fine del mondo –
non indicheranno l’abbandono del mondo da parte di Dio,
bensì il compimento del suo progetto:
ci sarà un nuovo tempio, cioè un nuovo modo di vivere la fede,
in spirito e verità…

Quindi, il Tempio sarà effettivamente distrutto,
ma ciò sarà il segno e l’evento che diranno la pienezza nel nuovo Tempio,
quel nuovo tempio che è il Signore Gesù stesso:
una distruzione per una edificazione piena…
Non è il ripudio del passato, ma è il suo compimento,
anche se il Vangelo non soddisferà mai il nostro desiderio
di sapere come sarà il futuro…
Il Vangelo è buona notizia che invita ad avere fiducia e non alimenta l’ansia…
Gesù è venuto ad insegnarci che tutto è nelle mani del Padre
e a invitarci a non essere preda degli allarmismi sulla fine del mondo,
per farci vivere il presente come tempo di grazia, vivendo da figli e da fratelli…
Con la croce è già avvenuta la fine del mondo vecchio ed è iniziato quello nuovo
ed è in questo mondo che noi dobbiamo testimoniare la buona notizia:
c’è un amore che supera ogni male ed è un giudizio di misericordia…
La fine non sarà annientamento, ma pienezza di Vangelo nello Spirito Santo…

don Enrico

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Giudizio finale

È l’ultimo discorso di Gesù, il quinto nell’evangelo di Matteo:
quello che descrive il giudizio finale e invita alla vigilanza…
Il primo discorso, quello delle Beatitudini,
descriveva la porta dell’entrata al Regno per otto categorie di persone:
i poveri in spirito, i miti, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia,
i misericordiosi, i puri di cuore, i promotori di pace
e i perseguitati a causa della giustizia…
In quest’ultimo discorso, la parabola del Giudizio Finale
dice ciò che dobbiamo fare per possedere il Regno:
accogliere gli affamati, gli assetati, gli stranieri,
i nudi, i malati e i prigionieri…

Scopriamo, così, che, all’inizio e alla fine della Nuova Legge,
ci sono gli esclusi e gli emarginati…
Ed è qui che avviene lo strano giudizio:
gli innocenti si scoprono colpevoli
e, quanti sono premiati, non sapevano di aver fatto qualcosa di grande,
ignoravano di aver incontrato Gesù lungo le strade della loro vita…
Il giudizio cui ci avvia Gesù, con le sue parole è davvero sorprendente:
non contano le dichiarazioni di amicizia,
le professioni di fede, i proclami di fedeltà,
le attestazioni di ortodossia…

Il Signore Gesù parla di fatti concreti:
dar da mangiare e dar da bere, vestire e ospitare, visitare e curare…
Per il Signore sono proprio questi i segni che contraddistinguono i discepoli,
quelli veri che vogliono veramente bene a Gesù,
quelli che lui chiama a condividere per sempre la sua gioia…
I discepoli che hanno il coraggio di compiere azioni semplici,
che coinvolgono i membri più abbandonati della comunità,
soprattutto i disprezzati, quelli che non hanno posto,
quanti non sono ben ricevuti: Gesù si identifica con loro…
I discepoli che sanno scoprire come i fratelli più piccoli di Gesù,
includono tutti coloro che non hanno posto nella società,
e, con loro, tutti i poveri…
I discepoli che sanno comprendere come i giusti e i benedetti dal Padre
sono tutte le persone di tutte le nazioni che accolgono l’altro in totale gratuità,
indipendentemente dal fatto che siano o no cristiani…
È sufficiente essere figli di Dio, figli dell’unico Padre, Padre di tutti…

don Enrico

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Abito nuziale


Le cose non sono mai così semplici come vengono previste:
organizzi una festa e, eccitato e felice, anticipi nel pensiero questo momento
ed ecco l’inaspettato: gli ospiti non vengono!
Sono i tuoi amici, la tua famiglia, li aspetti con fiducia, conti su di loro,
ma loro hanno altre preoccupazioni, prigionieri nel loro piccolo mondo:
preoccupazioni immediate, affari da gestire, commercio e interessi da tutelare;
non hanno tempo da perdere per una “festa”!
Anzi, son così chiusi nel loro mondo che reagiscono violentemente per l’invito!

Che fare? Rinunciare alla festa? No, certamente!
Fortunatamente ci sono altre persone, e quindi un invito nuovo,
dove ogni persona è ben accolta: vale la pena di far festa e di non vivere da soli;
anzi, forse, con persone nuove, la festa potrebbe diventare più interessante…
Una festa interessante, con persone nuove,
quasi a ricordare un’altra festa, quella preparata per il figliol prodigo:
cominciarono a far festa; la festa inattesa dal figlio nata dall’audacia del padre…
E poi arriva l’inatteso: il figlio maggiore che, di malumore, non voleva entrare!

Forse, non abbiamo ancora scoperto la bellezza gioiosa di questo convito..
In effetti, io fatico spesso a ricordare al mio cuore
che Dio mi invita ad una esistenza “conviviale” con Lui,
che sono commensale di un Dio, che vuole regalarmi l’amicizia e la festa,
quella festa che diventa la mia vita, nella gioia che non esclude nessuno…

Ma – ormai lo sappiamo – il Vangelo è chiarezza e, insieme, paradosso:
appena si impara che c’è l’invito alla festa – un invito c’è sempre, per tutti –
ed ecco che vien chiesta una veste nuziale! Che razza di invito!
Eppure la Parola ci spinge a cercare:
e, nell’Apocalisse, troviamo: Beati gli invitati alle nozze dell’Agnello…
nozze preparate nella Gerusalemme nuova, quella senza macchia né ruga
che sia questa la veste nuziale che mi viene richiesta?
Anche al figlio perduto, e ritrovato, era stato messo un abito nuovo!

Me lo potrei cucire io stesso un abito nuovo:
intessendo pratiche di misericordia e opere di giustizia,
e preoccupazione per quanti hanno fame e sete,
per chi è straniero, in carcere, malato,
imparando, con verità, ad essere artefice di pace…
E così l’invito ad entrare nel convito, e a starci con l’abito nuziale, è solo questo:
lasciare che il vangelo coinvolga appassionatamente il cuore e tutta vita…
Senza passione, anche la “festa” rischia di ridursi solo ad una bella abitudine…

don Enrico

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Fede e dubbio


È l’ultimo brano del Vangelo secondo Matteo,
che ci porta su un monte della Galilea
e, soprattutto, ci richiama l’inizio del cammino evangelico:
l’appuntamento, infatti, è fissato in Galilea,
là dove tutto ha preso inizio…
Infatti, se Gerusalemme è il grande punto di partenza
del viaggio del Vangelo verso le genti, fino ai confini della terra,
il “contenuto” del Vangelo parte dalla Galilea,
parte dall’inizio della predicazione e dell’opera del Signore tra noi,
rivelando che tutta la vicenda evangelica si compie nella Pasqua di Gesù
e nel rivelarsi della resurrezione a Gerusalemme…

Tutto il Vangelo è Pasqua, è avvenimento di morte e risurrezione,
è giudizio evangelico su ogni vicenda e su ogni cuore
per la salvezza di tutti e di tutto…

Su questo monte – quello delle beatitudini? o della Trasfigurazione? –
Gesù si fa incontro agli undici che si sono fidati dell’annuncio delle donne,
ma non ci viene taciuta l’aggiunta “problematica”: alcuni però dubitavano…

È un grande dono, quello che ci fa l’evangelista nell’unire i due gesti:
il gesto della fede – si prostrarono
e il gesto della fatica del credere – dubitavano – come tutti…

L’evangelista, forse, vuol rassicurarci nel comunicare
la delicata precarietà della fede,
una realtà mai posseduta in pienezza,
un dono che non si può trattenere e possedere come fosse una nozione…
Matteo ci ricorda che la fede è esposta al travaglio del dubbio
e che vive una incessante lotta nel profondo del cuore e della mente:
esperienza che non è estranea alla vicenda e all’esperienza dei grandi santi…

È a questi lottatori della fede che Gesù affida la missione, e li invia:
devono ammaestrare, battezzare e insegnare ad osservare…
Un compito che Gesù consegna ai suoi discepoli, di fede faticosa,
e che affida ora a noi, anche se siamo feriti, peccatori, malati o rattristati,
anzi, per questo, con ancora più grandi segni di misericordia…

Un compito che si dovrà vivere nell’apertura a tutte le genti,
a tutte le culture, a tutti gli uomini e le donne che fanno parte dell’umanità,
perché cadano tutti i muri: prima di tutti quello tra Israele e i pagani,
e poi tutti quelli tra le genti e i popoli, tutti i muri edificati nella storia…

don Enrico

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Quali frutti?


Gesù ha appena terminato di elencare le caratteristiche dei falsi cristiani:
ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé
e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono…

Proseguendo il discorso, nel testo di oggi, presenta un problema più serio:
a volte si diventa come piante cattive che producono frutti cattivi…

Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio:
accettare l’innesto nell’unico albero buono che produce frutti buoni…
È l’albero della misericordia di Dio, l’albero della croce di Gesù…
Inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi:
e restiamo alberi cattivi fino a quando non scatta una forte decisione,
quella di essere totalmente di Gesù….
L’albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia,
i frutti dello Spirito…

Ma, mentre un albero cattivo non può diventare buono,
un uomo cattivo può e deve diventare buono…
Il vangelo chiama a conversione: passare dalla cattiveria alla bontà…
L’essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore,
dalla bontà dell’animo…
Tutto il resto: preghiera, sacramenti, pratiche religiose;
o serve per diventare buoni d’animo, o non serve a nulla…
Quella bontà che si manifesta attraverso l’amore concreto per il prossimo,
un amore che antepone i fatti alle parole:
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua,
ma coi fatti e nella verità (1 Gv 3,18)…
Cristiano non è chi parla come Cristo, ma chi vive e opera come Cristo…

Ogni nostro gesto è riflesso della misericordia che abbiamo in cuore…
Sarò frutto buono se ho la misericordia,
sarò frutto cattivo, se in me c’è spirito di condanna,
di rivalità, di invidia, di gelosia…
Saper riconoscere il proprio cuore cattivo è l’inizio, l’innesto giusto,
quello che mi fa diventare albero buono…
Chi si ritiene buono, ma cova nel suo cuore sentimenti di avversione,
chi si sente giusto, solo perché sono sempre gli altri a sbagliare,
chi si sente perfetto e non accoglie alcun rimproverarlo o correzione,
chi ha un’immagine perfetta di sé, e non lascia che alcuno la scalfisca,
è frutto cattivo…
Ed un frutto cattivo si autoesclude dalla misericordia del Padre…

don Enrico

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Il baratto


Anche oggi, come sempre, ci si può porre qualche domanda:
quale sarà mai il culmine della parabola,
quale affermazione, per l’evangelista è quella essenziale,
quale la parola che ha più rilievo,
quale l’idea su cui il nostro interesse si deve fermare?

Il tesoro, la perla: queste parole sembrano importanti ad una prima lettura,
ma cosa saranno mai, perché ce ne parlano?

Forse, però, all’evangelista interessa altro:
non è il tesoro, o la mappa per cercarlo,
non è il mare dove la perla è nata…
È l’essere umano che si pone al centro della sua attenzione,
e, ancor di più, il suo comportarsi davanti al tesoro e alla perla.

Pieno di gioia, va, vende tutto ciò che possiede e compra il campo, la perla…

Ancora, come sempre, un paradosso:
il paradosso del Vangelo,
quello sotto il quale si nasconde la chiave di lettura della parabola…

La singolarità, l’assurdità potremmo dire, della condotta dell’essere umano…

Per giungere a possedere il bene che ha scoperto
deve vendere tutto ciò che possiede
e, e altro punto paradossale,
il prezzo del campo o della perla
equivale al valore totale di quanto lui possiede.

È proprio così:
Gesù non chiede mai tutto ciò che noi possediamo,
non vuol certo che venga gettato via…

Gesù ci chiede di trasformarlo, di rinnovarlo,
di barattarlo per il Regno dei cieli…
È necessario, quindi, ogni giorno,
approfittare della possibilità incredibile che ci viene presentata…

Non sarà mai un pagare troppo
per il bene che ci viene prospettato:
barattando tutto per il regno dei cieli non perdiamo nulla,
anzi, troviamo tutto
e possediamo tutto!

don Enrico

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Accogliere


La Parola che oggi il Signore ci dona
è caratteristica del solo Matteo tra gli evangelisti,
soprattutto per la presenza ripetuta del verbo accogliere
È un verbo prezioso questo accogliere: significa ricevere, ospitare,
condividere le cose che si hanno con chi è accolto…
Questo è difficile, oggi, per tanti, ma Gesù dice una cosa straordinaria:
nella persona accolta si fa presente lui stesso…
L’accolto è Gesù: è lui, con noi, nella nostra casa…

Prima di tutto, Gesù pensa all’accoglienza degli apostoli missionari
– voi, perché è a loro che ha rivolto il lungo discorso sulla missione –
perché le parole che gli apostoli portano
sono l’annuncio dell’inizio del regno dei cieli…
Accogliere loro, e le loro parole, è ricevere, con loro, la ricompensa
che è la partecipazione al “regno”, conoscere il Padre e il Figlio suo Gesù…

Poi Gesù parla dei profeti che sono quei fratelli e quelle sorelle
che ci donano il prezioso dono della loro particolare esperienza di Dio:
l’accoglierli porta con sè la nostra partecipazione a quello stesso dono,
che diventa la capacità di essere, a nostra volta,
sempre nuovi profeti della Parola e dell’Evangelo…

Ancora, Gesù parla di un’altra accoglienza, quella dei giusti:
sono coloro che cercano, prima di tutto, il Regno e la sua giustizia,
uomini e donne testimoni di quella santità autentica
che va al di là di tutte le logiche umane,
l’accoglierli significa far propria la loro ricerca di logiche nuove e ardite,
le logiche del Regno da costruire ogni giorno sull’amore di Dio…

Ma poi Gesù porta avanti il suo pensiero in modo vertiginoso
e ci porta in mezzo a coloro che sembrano non avere doni particolari…
Sono i piccoli: parola da cogliere in tutta l’ampiezza del suo significato…
Piccoli sono bambini, e i poveri, e gli ultimi nella società e nella cultura,
e le persone immerse e avvolte dalle prove della loro vita,
e quelli che, secondo le regole, non hanno diritto e non hanno posto…
Questi piccoli sono talmente preziosi al cuore del Padre
che nessuno perderà la sua ricompensa anche per una piccolissima attenzione
verso questi piccoli prediletti di nostro Padre…
Accogliere questi piccoli significa vivere in pienezza il nostro essere discepoli:
affidarsi a Dio, cercare il regno, lasciare ambizioni e grandezze umane,
perché nella piccolezza il Padre esprime tutto il suo amore, la sua cura per noi…

don Enrico

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Confini allargati


Gesù ha appena proclamato le beatitudini,
e secondo la tradizione lucana, parallela a quella matteana,
segue un discorso indirizzato alla folla che era venuta ad ascoltarlo
quando era disceso con i Dodici dalla montagna…
In questo insegnamento Luca fa emergere la “differenza cristiana”
quella che i discepoli di Gesù devono saper vivere e mostrare rispetto alle genti,
rispetto ai pagani, in mezzo ai quali vivono le comunità
alle quali è rivolto il vangelo…

È una difficile saggezza millenaria che Gesù proclama:
non disperare mai di un essere umano,
non lasciare mai che la violenza degli altri ti invada,
ti invada così tanto da renderti simili a loro…
Sorprendili tutti con il tuo vangelo vissuto:
poni gesti nuovi, apparentemente insensati,
gesti che rendano loro possibile riscoprire la vera umanità,
che permettano ritrovare il rispetto di se stessi…
Non avrai mai amato, pregato, condiviso a sufficienza:
ami i tuoi? Bene! Ma che ne fai di tutti gli altri?

Il nostro sogno è di essere amati, e non solo:
sogniamo che sia amato il nostro Dio e apprezzati i nostri valori,
che si condivida la nostra fede, e si incoraggi la nostra cultura,
che si faccia parte del nostro gruppo, in accordo sulle nostre scelte,
che si preghi come noi preghiamo, che si ami il nostro Gesù,
che si ammiri la nostra religione,
che, con un po’ di umiltà, finalmente, ci venga data ragione!

Eppure, io per primo, credo in un Dio che non si comporta così,
soprattutto con me; credo in un Dio che non si aspetti troppe cose da me:
atteggiamenti sempre giusti, parole e scelte sempre evangeliche,
perdono pronto, preghiera sempre attenta…
Così, nonostante i miei limiti, ma sperando in questo Dio controcorrente,
imparerò ad accogliere compagnie strane e impensabili,
nel viaggio d’amore che lui mi sospinge dolcemente a compiere…
E mi troverò, gioiosamente a mio agio, in una moltitudine inattesa:
fratelli atei e sorelle agnostiche con uomini e donne di grande fede,
persone di ogni etnia, cultura o religione, che siano amici oppure nemici,
donne e uomini, buoni o cattivi, riconoscenti o ingrati…
Tutti, tutti amati… con la vera misura dell’amore: quella infinita di Dio!

don Enrico

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Siamo così abituati ad ascoltare la proclamazione dei testi del Vangelo,
che, forse, è difficile intendere, la portata scandalosa delle parole di Gesù:
è scandalo che Dio abbia scelto come sua manifestazione definitiva,
e come rivelazione decisiva, l’umanità carnale e debole di Gesù,
un uomo riprovato dai potenti, un galileo che andava verso la morte…

Gesù annuncia il suo essere il pane vivente, disceso dal cielo,
pane da mangiare per vivere in eterno, pane che è la carne per la vita del mondo…
Un annuncio irricevibile agli occhi della sapienza umana,
annuncio su cui mormorare e discutere:
Come può costui darci la sua carne da mangiare?

Un mormorare che suscita in Gesù espressioni ancora più scandalose,
con parole dure e infastidenti: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo
e non bevete il suo sangue, non avrete la vita eterna…
Ogni ebreo sapeva che, nella creazione, Dio aveva concesso agli umani
di cibarsi solo di vegetali e, solo dopo il diluvio,
Dio aveva tollerato le carni animali come nutrimento, alla precisa condizione:
non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue (Gen 9,4)…

Proprio per questo Gesù usa la metafora del cibo
per dire il dono della sua vita fatto per noi,
per dire il suo amore che si spinge fino alla morte e alla morte di croce,
per dire il suo desiderio di trasmetterci vita in abbondanza…
E, quindi, parla di se stesso come di un pane vivo
che proprio perché è consegnato a noi,
proprio perché è assimilato in noi,
diventa per noi vita, e vita capace di restare in eterno…

Gesù, venuto dal Padre, dà vita ad una comunione intima, profonda e forte,
una comunione che si può paragonare al pane nel corpo di chi lo mangia:
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui…

Certamente queste parole sono un rimando all’eucaristia,
ma dicono anche il desiderio di Gesù
di entrare in una relazione profonda con ogni uomo,
per ciascuno come fonte di vita e di pienezza…
Chiamati a vivere dell’amore gratuito che ci viene offerto e donato,
lasciamo che il Signore delle nostre vite, fatto per noi cibo e bevanda,
trasformi noi tutti, rendendoci capaci, di vivere la vita come l’ha vissuta Gesù…
Una vita spezzata e versata per gli altri, per la salvezza del mondo…
don Enrico

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Guarigione e creazione


Difficile il testo evangelico che oggi ci viene donato,
ma è necessario capire quale fatto aveva preceduto le parole di Gesù…

Gesù aveva curato, in un giorno di sabato, un paralitico:
tuttavia i giudei insegnavano che il sabato non si poteva lavorare,
poiché perfino Dio si è riposato
e non ha lavorato il settimo giorno della creazione…

Gesù risponde entrando nell’intimo della sua comunione con il Padre:
Il Padre mio opera sempre e anch’io opero!
Gesù afferma, quindi, il contrario di quanto, comunemente, si diceva:
Gesù dice che il Padre ha sempre lavorato fino ad ora,
per questo, anche Gesù lavora, e perfino il sabato…
Gesù imita suo Padre, perché l’opera creatrice non è terminata…
Dio continua a lavorare, incessantemente, giorno e notte,
sostenendo l’universo e tutti noi…
Gesù collabora con il Padre continuando l’opera della creazione
in modo che un giorno tutti possano entrare nel riposo promesso…

È davvero entusiasmante scoprire che Gesù, il figlio,
vive in attenzione permanente dinanzi al Padre…
Quello che vede fare al Padre, anche lui lo fa,
perché Gesù è il riflesso del Padre, è il volto del Padre!

Questa attenzione totale del Figlio al Padre,
fa sì che l’amore del Padre possa dimorare totalmente nel Figlio
e, attraverso il Figlio, possa svolgere la sua azione nel mondo…
Il grande impegno del Padre è quello di vincere la morte e di far vivere:
la guarigione del paralitico non fu violazione del sabato e del suo riposo,
fu un modo per tirar fuori l’essere umano dalla morte e per farlo vivere…

Gesù dà continuità all’opera creatrice del Padre
e, implicitamente, chiede, a chi si proclama religiosamente osservante,
di fare altrettanto: se credi nel Padre, compi la sua opera…

Gesù ci rivela che il Padre è vita e forza creatrice:
dove lui si fa presente, la vita rinasce…
E il Padre si fa presente nella Parola di Gesù:
chi ascolta la parola di Gesù come parola che viene da Dio è già risorto,
Ha già ricevuto il tocco vivificante che lo conduce oltre la morte…
Con la parola di Gesù, venuta dal Padre, si inizia una nuova creazione
e chi crede in Gesù ha il compito di continuare a creare…

don Enrico

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