Ho avuto paura…

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Ho avuto paura…


Ciò che oggi la liturgia ci dona, dal libro della Genesi, è un testo capitale…
Appare come un passaggio fondamentale per accogliere tutta la Parola di Dio
– dalle origini fino al Signore Gesù –
come l’unica Storia della Salvezza che ha nel Figlio di Dio
la sua pienezza e il suo compimento…

Noi tutti, come singoli e come Chiesa, quasi quotidianamente,
facciamo l’esperienza dell’insinuante, seducente, fascino dell’altra parola…
C’è la Parola, quella che ormai sappiamo leggere e meditare,
e fare anche oggetto di Lectio: la Parola di Dio! La Parola del Signore!
Parola che amiamo, che acclamiamo, che ascoltiamo con attenzione
– a volte, stupiti, a volte sconcertati, spesso affascinati –
e che, giorno per giorno, impariamo a fare un po’ più nostra…

Ma, ben lo sappiamo, c’è anche l’altra parola:
chi la pronuncia? spesso non lo sappiamo…
che dice di preciso? non sempre lo comprendiamo bene…
cosa vuole da noi? forse solo insinuare un po’ di sollievo…

Un’altra parola è sufficientemente dolce per lasciarsi almeno ascoltare:
è una parola che sembra voler dialogare su quello che Dio ha detto,
ma non è sincera su cosa effettivamente Dio abbia detto…
L’altra parola vuole insinuare un appesantimento della Parola di Dio divina,
e, insieme, rende subito più faticosa l’obbedienza umana:
non si dovrebbe mangiare di nessun albero del giardino!

La vivente, la donna, corregge le parole del serpente,
ma aggiunge il divieto di non toccare che il Signore non aveva dato:
siamo dunque dentro ad un’aggressione dilagante nei confronti della Parola!

Il serpente fa toccare l’albero alla vivente e le insinua: vedi che non sei morta?
Ma l’altra parola non dice che la morte può essere qualcosa d’altro…

Non più protetti dal mantello della comunione con la Parola,
i primi viventi precipitano nella debolezza della loro nudità di creature,
e sono spaventati e resi vergognosi…
Hanno paura di ciò che prima vivevano nell’armonia e nella pace…
Sono spogliati della loro intima comunione con Dio
sono esposti duramente al limite di aver scelto l’altra parola…

L’uomo e la donna, nel giardino, sono ormai in situazione di morte:
sono nascosti nel buio di un cespuglio, quasi un piccola tomba…
Ma c’è già chi chiama, con voce perenne che risuona nei secoli: Adamo dove sei?
Dovremo scorrere molte pagine del testo biblico per sentir risuonare la voce:
un altro buio, un’altra tomba, e la voce che grida: Lazzaro vieni fuori!

don Enrico

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Una creazione redenta


Oggi la Liturgia, nell’Epistola, ci dona un testo della lettera ai Romani,

  dove Paolo, nella prima parte della lettera, descrive – con un crescendo –

  la situazione di peccato dell’umanità, in cui si sente profondamente coinvolto,

  e, considerando il bene che vorrebbe fare e il male che compie, non volendolo,

  giunge ad esclamare: Chi mi libererà da questo corpo di morte?

Tuttavia, in questa, apparente, disperazione totale di disprezzo della sua corporeità,   

  Paolo mostra una luminosa docilità alla grazia,

  e, nel parlare della attuale condizione di credente,

  che vive ancora sotto il segno del peccato, sente, in sé, l’azione potente di Dio:

  il Padre è già intervenuto donando suo Figlio

  e intervenire ancora, col suo Spirito, per farci partecipare alla sua gloria…

 

Così, Paolo affronta le sofferenze del tempo presente – pur reali e gravi –

  che non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi…

Inoltre, con Paolo, l’intera umanità, e l’intera creazione,

  sono incamminate verso la piena rivelazione dei figli di Dio

 

Paolo supera il pessimismo che sembra racchiudere a vicenda dell’umanità,

  e quella di tutta la creazione, coinvolta nel dramma e nella speranza dell’umanità:   

  la creazione intera, infatti, segue il cammino dell’essere umano

  al quale è stata affidata fin dal principio…

Sperimentiamo, ogni giorno, con consapevolezza sempre più nuova e ampia,

  l’aggressione e l’abbrutimento che il peccato dell’essere umano

  introduce nella meraviglia della creazione,

  ma, con Paolo, dobbiamo credere che sarà partecipe della sua salvezza…

 

La natura, la splendida creazione, vive attualmente una condizione devastata:

  è compito di noi umani, se ci poniamo in ascolto dello Spirito,

  interpretarne la bellezza, curarne la difesa, provvedere al suo rispetto…

Se il tempo in cui viviamo è diventato più sensibile alla tutela dell’ambiente,

  il cristiano sta comprendendo che suo compito è la piena liberazione del creato…

Se, in altro tempo, il mondo religioso era caduto in balia di uno spiritualismo

  che voleva dissociare lo spirito dalla materia,

  prospettando un cammino di religione come un abbandono della materia,

  la lettura di Paolo ci aiuta a comprendere che l’opera di salvezza del Padre,

  che si è compiuta nel dono della vita di Gesù e nella sua resurrezione…

È vero, quindi, tutto il contrario: la vita dell’essere umano e della creazione intera,

  deve affondare nel dolore della vita, ma restando radicata nella speranza…

La speranza è forte, e la speranza è in una vita altra (non in un’altra vita!):

  una vita fondata in Dio e da lui redenta, che dà pieno senso a questa vita…

Paolo usa il paragone delle doglie del parto: un dolore forte, ma non assurdo;

  un dolore da cui scaturisce la vita e non la morte…

Tutta la creazione, come nel gemito del parto, attende, con noi, la sua gloria …

                                                                                don Enrico

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Il racconto di Genesi, che la Liturgia oggi ci dona, colmo di delicatezza e intimità,
ci trasporta in una terra lontana, assolata e brulla, dal pastore, nomade, Abramo…
I Padri della Chiesa, e molti pittori e iconografi, antichi e moderni,
hanno visto, in questo indefinibile incontro tra l’anziano patriarca
e i viandanti – che son tre, ma forse son uno – una prefigurazione della Trinità…
Un racconto che è preceduto da quello dell’alleanza di Dio con Abramo,
e dalla narrazione della circoncisione del patriarca Abramo…
Il segno della circoncisione, nel vivo della carne,
ha donato ad Abramo una comprensione più alta dell’appartenenza a Dio,
guidandolo a comprendere che nessun umano appartiene ad altri, se non a Dio…
Questa nuova consapevolezza fa nascere in lui la volontà di aprirsi all’altro,
in una piena accoglienza, senza timore di rivelare la propria debolezza…
Abramo accoglie i tre sconosciuti, che forse sono uno, con onore e rispetto,
– non gli è ancora chiaro che è il Signore con i suoi messaggeri celesti –
ed offre ai viandanti la migliore ospitalità tradizionale:
acqua per lavarsi i piedi e rinfrescarli, qualcosa da mangiare,
e la possibilità di riposarsi al riparo del sole cocente…
Abramo, rinnovato dall’alleanza con Dio, è libero davanti all’altro,
non ha timore dello straniero e dello sconosciuto,
e, in un pasto conviviale e accogliente, stringe amicizia e lo fa suo alleato…
Non possiamo dimenticare che un cibo, orgoglioso e egoistico,
aveva interrotto la comunicazione, nell’Eden, tra Dio e l’umanità,
provocando la domanda di Dio, rivolta all’Adamo nascosto: Dove sei?
Ora il cibo, ospitale e generoso, condiviso e confortante,
ricrea una nuova comunione, inattesa e gioiosa…
E la domanda viene ribaltata, quasi a dire: tu sei qui, ma dov’è Sara tua moglie?
Se nell’Eden era nata una conflittualità, tra l’uomo e la donna, e tra loro con Dio,
nella tenda ospitale nasce una nuova possibilità di comunicazione:
Dio vorrà ritornare in quella tenda ospitale, e la sua presenza sarà feconda,
poiché la donna sterile e avvizzita, sarà capace di generare vita e sorriso…
L’Eden, luogo meraviglioso, dove Dio passeggiava con l’umanità,
era diventato luogo di peccato, di conflittualità e divisione…
La tenda, nel deserto, luogo di solitudine, di asprezza e di sfinimento,
diventa luogo di accoglienza, di condivisione e di nuova nascita…
Leggere, oggi, questo racconto, nella festa della Trinità,
ci provoca a cogliere che la comunione misteriosa delle tre Persone,
non è estranea al nostro quotidiano spalancare l’ombra della tenda
a quanti camminano nell’arsura faticosa della vita…
La Trinità è certamente un mistero, come insegna il catechismo,
ma, in ogni accoglienza e condivisione, il mistero vive e feconda la vita…

don Enrico

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Un solo linguaggio


Era la festa della Pentecoste e la città era piena di gente,
tanti Giudei, giunti a Gerusalemme per celebrare la festa di Pentecoste
e seguire i riti esattamente, come stabilito per loro, fin dal tempo di Mosè…
Forse, con il passare del tempo e la ripetizione di antichi riti,
era venuta a mancare l’idea che, un giorno, ciò che i riti annunciavano
si sarebbe avverato e, nella venuta del Messia, sarebbero giunti a pienezza…
Tuttavia, la fedeltà agli antichi riti, colmi di speranza e fascino,
era, e lo è ancora oggi nella pratica quotidiana dei fratelli Ebrei,
annuncio e interpellanza per quanti si pongono in un vero ascolto…
Attendere e sperare – atteggiamenti fondamentali anche per il cristiano –
sono continuo richiamo al mondo, così spesso legato al presente,
di una realtà che supera e trascende il vivere quotidiano…

In quel giorno della festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua,
si dava inizio alla mietitura, lodando l’Altissimo per il dono delle messi:
era l’affermazione della fiducia nel Dio che porta tutto a compimento…
La Chiesa-madre di Gerusalemme, piccolo gruppo di centoventi credenti,
era radunata: erano tutti insieme, in ubbidienza a quello che Gesù aveva ordinato,
quando era apparso dopo la risurrezione: rimanete in Gerusalemme, finché…
I credenti erano dove Gesù aveva comandato loro di essere,
pronti perché Dio operasse tramite loro, in attesa della sua opera,
anche se non sapevano come sarebbe stato l’arrivo dello Spirito promesso,
e come l’avrebbero riconosciuto: aspettando, senza sapere quello che aspettavano!

Dio, più volte, nella storia, aveva operato in modo visibile,
ed anche questa prima venuta dello Spirito sui credenti avviene in modo visibile:
il suono di un vento impetuoso e qualcosa di simile a lingue di fuoco…
Il rumore del vento attira un gran numero di persone,
mentre il fuoco riempie, di calore, il freddo vuoto interiore dato dal timore…

Ed ecco che la venuta dello Spirito Santo dà potenza ai credenti,
perché testimonino Gesù in tutto il mondo, iniziando da Gerusalemme:
lo Spirito è potenza per proclamare Gesù a tutti, e parlando le lingue di tutti!

La Pentecoste è giorno di entusiasmo, in cui tutti ascoltano le cose di Dio
e tutti capiscono, in un solo linguaggio, le grandi cose di Dio…

Hanno tanto bisogno, i cristiani di oggi, di ritrovare questo unico linguaggio:
una unità che nasce dal dialogare, dall’accogliere, dal condividere,
dal camminare insieme, senza mai ritenersi superiori gli uni, gli altri…

Ogni giorno, nell’Eucaristia, lo Spirito soffia e riscalda la Chiesa:
un’unica mensa di Parola e di Pane, dove tutti gli invitati
– non i suoi, ma quelli dell’Agnello – uniscono le diversità in un solo Amore!

don Enrico

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La Liturgia ci dona, ancora una volta, parole di struggente intensità:
è, nuovamente, il contesto della Cena pasquale, l’ultima di Gesù,
quando Gesù ha pregato con i suoi, apostoli e discepole e discepoli,
magnificando l’opera di Dio, il liberatore del popolo dal giogo della schiavitù…
Dopo le parole antiche della benedizione, Gesù aggiunge una sua preghiera,
– che spesso viene chiamata la –
in cui Gesù prega per sé, per chi crederà in lui e, poi, per il mondo intero…
Riecheggia, in questo suo pregare, quanto diceva la preghiera nel Tempio:
le parole del sommo sacerdote nel solenne giorno dello Yom Kippur…
Gesù prega, innanzitutto, per questi: i discepoli che il Padre gli ha dato,
riconoscendo che il suo avere dei discepoli non è frutto di bravura e abilità,
ma solo dono amoroso del Padre…
Poi Gesù prega per quelli: e la sua preghiera si spalanca,
il suo pensiero va a coloro che verranno in seguito,
a tutte le comunità di discepole e discepoli dei tempi successivi;
per noi che abbiamo creduto in Gesù, sulla testimonianza degli apostoli…

Prima di tutto Gesù chiede, per noi, il dono dell’unità:
le Comunità, lo sappiamo bene, credono tutte in Gesù, e nel suo Vangelo,
ma ciascuna, spesso, pretende di farlo a proprio modo,
magari sconfessando quello dell’altro…
È per questo che Gesù prega perché i suoi restino uniti,
nel riconoscimento dell’unico Signore,
e, poiché conosce le debolezze dei suoi,
indica la fonte di questa unità: esattamente l’unità del Padre con il Figlio…
L’unità dei cristiani non è una simpatia reciproca
o un identico modo di vedere o di riconoscere genericamente un solo Dio,
ma deriva dall’avere scoperto l’unità tra il Padre e il Figlio,
quella scoperta che ha interpellato e cambiato la vita dei discepoli…

Inoltre, Gesù ricorda come l’unità sia necessaria alla missione della comunità:
il mondo saprà che il Figlio è mandato dal Padre,
se le discepole e i discepoli lo testimonieranno in una comunione perfetta,
che va al di là delle loro forze, di buona volontà,
per trovar origine e appoggiarsi sulla comunione trinitaria…

Infine, Gesù, conclude l’intero discorso della Cena
con una parola eccezionale: voglio!
Vuole che i suoi dimorino in lui, nell’unità di Gesù con Dio:
non chiede di essere uniformi, ma di essere in comunione, in unità
perché l’essere cristiani sta nella comunione e, difendendo ciò che li fa diversi,
vivano nel gioioso e realizzante rapporto tra il Padre e il Figlio…

don Enrico

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Verso il distacco…


Quante incertezze affollano, a volte, la nostra mente e il nostro cuore:
sono inquietudini, e domande, che neppure la Parola riesce ad acquetare,
ma, quando siamo davanti a testi come il Vangelo di oggi,
comprendiamo che, anche per i discepoli di Gesù, è stato così!
I turbamenti del gruppo degli apostoli – con domande e dubbi –
somigliano spesso ai nostri, e a quelli di tanti che li condividono!

Siamo, così spesso, oppressi dalla fatica del quotidiano,
sconvolti dalle notizie di violenza, guerra, ingiustizia,
che fatichiamo a comprendere che cosa vuole Gesù da noi…

Nel cammino del Vangelo ci ha chiesto di lasciare, di abbandonare ogni cosa,
di donare, di affrontare rischi e sacrifici, di percorrere sentieri sempre nuovi…
Nel cammino comune, abbiamo tentato di farlo,
la nostra Comunità ha voluto vivere rischi ed emozioni della fede:
il tempo dedicato all’adorazione silenziosa,
le forze donate per testimoniare la carità,
l’impegno per trasmettere la fede ai fratelli più giovani,
lo slancio per sorreggere il cammino dei più anziani,
la fatica per vivere gioiosamente i momenti della vita in comune…

Nell’Evangelo di oggi Gesù ci parla anche di fatica e di dolore:
e ci mostra una icona difficile: la donna che deve partorire una vita nuova!

Far nascere, in fatica, la libertà vera: libertà di amare, sempre e dappertutto,
nel dolore di non poter trovare sostegno e consenso, da tutti e per tutti,
ma affidandoci, in questo, allo Spirito che toglie ogni turbamento e paura,
lo Spirito che dona una pace sconosciuta…

Far tutto questo preparandoci, ancora una volta, a celebrare la sua partenza:
il suo distacco da noi – condizione della nostra vita di fede –
un distacco che, a volte, ci riempie ancora il cuore di tristezza…

Ma noi sappiamo che lui, il Signore, non è fuggito da questo mondo:
non ci ha abbandonato ad un destino senza speranza…
Gesù è più vivo e presente che mai nella sua Chiesa; e non solo:
è là, dove un uomo, una donna, insieme con altri due o tre, riuniti nel suo nome,
lo rendono presente, in ogni tempo e in ogni luogo…

È per questo, che il Signore invita la sua Chiesa a fare festa:
ha condiviso tutto della nostra vita, il sudore e il sangue, la fame e la sete,
lo sfregio doloroso del male, la lacerazione del peccato, fino a morire, per amore;
ed ora condivide con noi la gioia del suo ritornare al Padre,
perché in lui troviamo, gioiosamente, il cammino che porta verso la pienezza…

don Enrico

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Gloria


Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui!
Le parole di Gesù che l’Evangelo ci dona oggi possono far nascere rischi:
perché è facile pensare alla gloria degli esseri umani,
quella gloria che, spesso, si ricerca in modo affannoso
e dalla quale si fa dipendere il successo o l’insuccesso di una vita…
È necessario, quindi, capire da dove nasce questo dire di Gesù…
Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli
e con questo gesto ha annunciato la sua passione e l’ha interpretata;
ha spiegato ai discepoli la sua scelta di servizio
che diventerà il cammino del calvario e della croce…
Gesù ha scelto di farsi servo dei suoi servi, dei suoi discepoli…
Poi, Gesù intinge un boccone pasquale e lo dà a Giuda,
chiedendogli di fare subito ciò che deve fare:
e Giuda se ne va, di notte, a tradire il suo maestro…
È quando Giuda esce dal cenacolo, che Gesù comincia a proclamare la sua gloria:
sta per rivelarsi, in pienezza, il mistero di Dio e la missione di Gesù…
È la pienezza del mistero pasquale, che è gloria senza fine
che svela una duplice glorificazione…
Nella prima è Gesù che glorifica il Padre, e lo manifesta come Dio,
obbedendo, e compiendo, la volontà misericordiosa del Padre…
La seconda glorificazione è compiuta dal Padre
che glorifica il Figlio assumendolo nella sua gloria,
perché la passione di Gesù non è una sconfitta,
ma è il passaggio glorioso da questo mondo al Padre…

La gloria della Croce avvolge tutto l’universo, e tutta la storia:
inizia dal rivelare il paradiso dell’essere con Gesù, al ladro crocifisso e colpevole,
e diventa perdono per quanti crocifiggevano Gesù…
La gloria della Croce è il mistero pasquale in cui Gesù amato i suoi sino alla fine,
manifestando perfettamente l’amore del Padre
e presentando se stesso come il perfetto rivelatore di questo amore…
La gloria della Croce è dunque un mistero di amore…
La gloria della Croce realizza la comunione di tutta l’umanità con Dio
e di tutti gli esseri umani tra loro…
Per questo il nuovo comandamento che Gesù dona,
mentre sta per andarsene e ritornare al Padre con la sua morte,
è l’amore reciproco che Gesù manifesta sulla Croce…

La Parola di oggi, prolunga la gloria della Croce,
nella testimonianza d’amore dei discepoli, gli uni per gli altri,
chiamati a realizzare rapporti di comunione e di amore all’interno della comunità,
diventando il segno autentico di una gloria diversa dalle logiche del mondo…

don Enrico

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Come e rimanere


È fin dall’inizio che Dio ci rivela il come del suo amore:
un amore che inizia dal rifiuto della solitudine, e dà vita al creato, buono e bello,
che prosegue nel dar origine all’umanità, uomo e donna che sono sua immagine,
e diventa arcobaleno che annuncia la scelta della non distruzione dopo il diluvio,
e diventa chiamata di un oscuro pastore, Abramo, per essere padre di popoli,
e diventa scelta del popolo con cui fare alleanza, per dire al mondo il suo amore,
e, così via, ripetendosi innumerevoli volte nella storia del popolo…

Oggi, nelle parole di Gesù, il come si incarna nel dolore dei chiodi
nell’annullamento di sé sulla croce, dove la morte si fa dono di vita per tutti…
È un come che viene narrato, e incarnato, nella storia di Gesù,
e che la Chiesa è chiamata a narrare, e incarnare, nella storia umana,
testimoniando che è questo l’amore che ci unisce, ancora oggi, gli uni agli altri
e ci dona un’autentica possibilità di vita…

Quello di Gesù è un amore che discende, da Dio Padre sul Figlio
e discende ancora dal Figlio sui discepoli suoi amici,
per discendere, a sua volta, dai discepoli sugli altri uomini e donne…
È un amore nel quale ci è chiesto di rimanere,
ossia di restare saldi nel realizzare la volontà di Gesù,
perché l’amore di Dio, diventi l’amore dei discepoli,
i quali restano legati stretti a Gesù, come i tralci della vite,
perché al di fuori di questo legame non avrebbero nessuna verità…

Queste parole – come e rimanere – sono particolarmente importanti oggi,
quando la nostra Comunità accoglie, per la prima volta,
un gruppo di ragazzi e ragazze, alla tavola dell’Eucaristia…
La Comunità adulta deve chiedersi quale testimonianza dà, quotidianamente,
dell’amore che sa vivere, e domandarsi: il nostro amore è come quello di Gesù?
Soprattutto perché i membri della Comunità sono inviati nel mondo,
senza essere i potenti padroni di una loro salvezza,
ma impegnandosi a vivere nella logica dell’amore e della gratuità…
Compito dei discepoli è il lasciarsi commuovere dalla miseria umana,
facendosi gratuitamente prossimo a chi soffre
e mettendosi al servizio dell’essere umano ferito, con intelligenza e creatività…
Impegnati a camminare con le donne e gli uomini della storia,
guardandoli con la simpatia dello stesso sguardo di Gesù,
compassionevole verso ogni debolezza umana…
Un cammino continuamente rinnovato, che condivida l’esistenza di tutti,
nella prossimità di un incontro personale…

don Enrico

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Parole e pietre


Aveva scagliato, poco prima, parole pesanti come sassi:
Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei…
Tutti, davanti alla donna accusata d’adulterio avevano lasciato cadere i sassi,
e se n’erano andati…

E, dopo aver scritto parole segrete per terra, sulla sabbia, Gesù si alzò
e disse parole leggere come un soffio di vento leggero:
Donna, nessuno ti ha condannata? Nemmeno io ti condanno…

A questo punto giunge la Parola che oggi ci è stata donata:
Io sono la luce del mondo…

Non si può dimenticare che – nel suo prologo –
l’evangelista Giovanni l’aveva preannunciato:
la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta…

Perché c’è, sempre, chi corre un rischio orrendo…
Quegli uomini che si definivano “di Dio”, perché conoscevano le norme e le leggi,
non sapevano di essere – loro per primi – dei peccatori graziati…
Quegli uomini, forti della loro supponente giustizia,
stavano per precipitare la donna nelle tenebre della morte,
nelle tenebre del giudizio senza appello,
la tenebra della condanna orgogliosa e supponente…

Tuttavia, la luce era riuscita a risplendere in quelle tenebre di bieca condanna,
e così la donna diventa immagine luminosa,
immagine meravigliosa della Chiesa,
immagine lucente della nuova economia della salvezza…
Una salvezza che noi siamo chiamati ad annunciare
e a testimoniare alle nazioni a partire dalla nostra realtà,
una realtà di peccatori graziati,
una realtà di risorti alla vita nuova nella misericordia divina…

Gesù ribadisce, come più volte ha fatto, di non giudicare nessuno,
mentre i suoi interlocutori giudicano secondo la carne,
con un giudizio, vecchio e sterile, che portava la donna peccatrice,
simbolo dell’intera umanità, verso la morte…

Non ci deve stupire la domanda dei giudei: Dov’è tuo Padre?

Per chi vuole un Dio lontano, inaccessibile e inesorabile
non c’è possibilità di capire…
Oggi, Gesù ci ricorda la straordinarietà della relazione tra Lui e il Padre:
chi vede lui, con tutta la luminosità della sua misericordia,
vede e conosce il Padre, perfetto e misericordioso…

don Enrico

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Toccare Gesù?


Erano fuggiti tutti dal giardino del Getsemani, pieni di paura:
i discepoli temevano di essere coinvolti nella vicenda di Gesù
che lo avrebbe portato alla condanna e alla morte…
C’è la memoria di Pietro e di un altro discepolo,
che avevano seguito Gesù nel cortile della casa del sommo sacerdote,
ma poi, riconosciuto come discepolo, Pietro se n’era allontanato…
La paura aveva portato tutti all’abbandono!
Una vera paura, che debilita la fede, annulla la speranza,
e fa dimenticare l’amore, pur reale per Gesù…

Ed ora sono in casa, ancora al chiuso, per paura dei giudei…
In quel luogo avevano celebrato la Cena pasquale, l’ultima di Gesù,
– cena di memoria di liberazione –
quando Gesù aveva spezzato il pane e detto che il suo corpo era dato per loro…
Son passati tre giorni dalla morte di Gesù,
han saputo da Maria di Magdala che il sepolcro è vuoto,
e Pietro e l’altro discepolo, han confermato le sue parole,
tuttavia la paura è ancora forte, non si sentono liberati, ed è quasi sera…

In questo clima di paura e di buio incipiente, di schiavitù persistente,
appare la presenza di Gesù: il risorto sta in mezzo a loro e, libero, parla…
La sua è una presenza di vita nuova e di vittoria liberante:
Gesù ha vinto la morte, poiché si è affidato al Padre,
Gesù vince la dispersione, perché intorno a lui si crea subito comunione di gioia,
Gesù vince la paura, perché mostra le mani trafitte per la crocifissione,
quelle stesse mani che avevano toccato, accarezzato, consolato,
ed avevano spezzato il pane, donandolo a tutti loro…
La sua è una presenza feconda di intimità nuova:
Gesù alita sui discepoli e trasmette loro il suo respiro,
il suo soffio, il suo Spirito, l’unica, vera sorgente di pace…

Ma Tommaso, quella sera, non era con loro e, per lui, il buio rimane…
Forse è per l’assente, per quel suo residuo di buio, che Gesù viene di nuovo:
Tommaso, vedendolo, non tocca, non mette un dito per verificare,
la sua è una confessione umile, Mio Signore e mio Dio!…

I nostri ragazzi imparano queste parole,
– come molti di noi le hanno imparate da bambini –
e le ripetono nel momento dell’ostensione del pane e del calice:
in quel mistero d’Eucaristia Gesù ci vede, ci tocca, alita su di noi,
e il suo respiro diventa il nostro…
Niente paura: non siamo noi a toccare Gesù,
è lui che ci tocca, con il suo corpo risorto e il suo sangue versato per noi…

don Enrico

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