Briciole

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Briciole


Gesù e i discepoli sono appena tornati dal territorio di Sidone e Tiro,
lì, il Maestro aveva guarito, dopo qualche esitazione, la figlia di donna cananea:
e, in quella donna, che non chiedeva il pane dei figli seduti al tavolo,
accontentandosi di una sola briciola che cadeva dalla mensa abbondante,
Gesù aveva colto la fede di una piccola e povera pagana, emarginata…
Gesù le concesse quel che aveva chiesto – un miracolo a distanza –
una briciola, in mezzo alle tante guarigioni che gli chiedeva la sua gente…
Ora, tornato nella zona del mare di Galilea,
Gesù é seduto, pronto ad insegnare e ad accogliere tante persone,
gente che cammina per lunghe distanze in cerca di guarigione fisica:
tutti disposti ad affaticarsi pur di ottenere la sanità del corpo…
Gesù guarisce tutti coloro che furono portati da lui, e mostra il suo potere,
tra la meraviglia generale di quanti glorificano il Dio di Israele…
Malati, zoppi e ciechi, ricevono le abbondanti e miracolose guarigioni,
che servivano a mostrare, in lui, il Dio diventato uomo, il Signore e Salvatore…

Gesù, con tutta questa folla, si trova su un monte vicino al lago di Galilea,
nel contesto gioioso delle guarigioni, si illumina in Gesù uno sguardo di pietà:
la folla sta con lui da tre giorni e non ha più niente da mangiare…
Il Maestro aveva mostrato ai discepoli il suo potere assoluto di guarire,
ma ora vuole spalancare la loro mente alla compassione…
Gesù – ci dice il testo – lascia commuovere le proprie viscere:
è una fortissima compassione che lo penetra sin nel più intimo…
Aveva già dimostrato compassione per i malati e zoppi e ciechi,
ora, dimostra compassione per il bisogno di cibo
e non vuol mandare la gente a casa con il morso della fame…
I discepoli avevano già visto Gesù provvedere cibo per uomini, donne e bambini,
avevano già visto in prima persona il suo potere,
ma, ora, sanno solo guardare alle loro incapacità e ai loro pochi mezzi,
per loro era impossibile soddisfare quella necessità di tanta gente…
Per questo Gesù, pazientemente, continua la sua opera in loro,
lui non avrebbe alcun bisogno dei discepoli,
però ora li vuole partecipi delle sue grandi opere…

C’è pochissimo cibo, è vero; appena bastante per i discepoli stessi,
ma è necessario che dalla tavola, sufficiente per pochi,
qualche briciola venga lasciata cadere, le briciole del pane spezzato,
briciole di condivisione e di comunione…
Le briciole, come per la donna cananea, sono cibo che germina e si moltiplica,
tutti saziati, quando si lascia cadere qualcosa dal proprio tavolo,
e non si tiene tutto, gelosamente per sé…
E, anche, ne avanza: sette sporte piene!
Sette: un simbolo di totalità, da donare e da condividere…

don Enrico

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Nozze riparatrici


Stupisce, a volte, l’insistenza sul tema del “banchetto” nella storia evangelica:
un rabbì che amava i banchetti, si dice, a volte, parlando di Gesù…
Banchetti dove siedono, con Gesù, apostoli e donne dal passato dubbio,
farisei colmi di presunta purezza e pubblici peccatori, ladri e truffatori,
ed anche storpi, ciechi e zoppi, quasi forzati ad entrare al banchetto…

E ci si chiede: perché Gesù amava sedersi a tavola con tutta questa gente?
Vien quasi da dire che Gesù volesse sottolineare, il più audacemente possibile,
la verità della sua incarnazione…
Per il mondo ebraico, ogni sacrificio era un banchetto, la condivisione dell’offerta:
Dio ne mangiava la parte che saliva a lui, incenerita in una nuvola di fumo,
ma questo condividere il cibo degli uomini era celato alla vista di tutti:
nel cielo non si saliva mai da vivi…

Ed ecco che, in Gesù, questo Dio che condivideva i pasti nel suo mistero eterno,
entra di prepotenza nella storia degli esseri umani:
in Gesù, Dio sceglie di condividere sofferenze, angosce e mali profondi
umiliazioni e emarginazioni delle persone che incontra…
I poveri, umiliati, se ne tornano a casa, al termine dei banchetti evangelici,
con un una speranza e una parola di vita nel cuore!

Perché Gesù non è soltanto l’uomo austero che condivide dolori e sofferenze!
Gesù è profeta della gioia e della vita: non resta, e non vuole che altri restino,
quasi prigionieri di un inganno di sofferenze e di pena:
è profondo il suo desiderio di donare, e di condividere, allegrezza e amore,
tanto da restare coinvolto – pare suo malgrado – alla buona riuscita di una festa…

Ed oggi, allora, queste nozze possono davvero diventare
un’occasione che “ripara” certe credenze di separatezza:
il Gesù che si siede a tavola con due innominati sposi, con mamma ed amici,
è davvero il Dio – solo apparentemente lontano – che siede a tavola
e condivide abbondanza e penuria, banchetto e sete, gioia e pianto…
Non si fa mai un banchetto da soli, ma insieme…

Saremo allora un’autentica Chiesa evangelica quando sapremo sedere a tavola:
facendo diventare quella tavola, così spesso tenuta gelosamente per noi,
– tavola colma di chiusure e dinieghi, tavola di esclusioni e dibattiti –
una tavola aperta e imbandita per tutti: per chi merita e chi non merita,
per chi è santo – se qualcuno lo è!- e per chi è peccatore – come tutti siamo -.
Una tavola che sappia “riparare” la pretesa di tenere Dio ancorato a sé…
Una tavola che sappia mostrare a tutti la bellezza di un Dio che, per mezzo nostro,
vuol donare a tutti gioia, festa, ebbrezza, sazietà, pace e comunione…

don Enrico

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In mezzo ai peccatori


È la prima occasione in cui vediamo agire Gesù come un uomo maturo,
ed è, insieme, la sua prima apparizione pubblica:
un’occasione, quella del suo Battesimo, narrata da tutti i Vangeli,
sebbene ciascun evangelista la narri in modo proprio…
Per Luca un primo protagonista è la folla che si immerge nel fiume,
è tutto il popolo, e non un singolo, ad entrare ed uscire dal Giordano:
un’immagine che rimanda al popolo ebreo che attraversa il Mar Rosso…

Quasi nel lavarsi via di dosso il silenzio dei primi trent’anni,
Gesù si fa immergere da Giovanni, con tutto il popolo, stando in mezzo a tutti…
Gesù è solidale con il suo popolo radunato da Giovanni,
che annunciava l’imminenza dell’Evangelo, la buona notizia:
ed è uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima,
uomo in fila tra uomini e donne, senza volontà di distinzione dai peccatori…
Gesù prega silenzioso, solidale con le suppliche di tutti e di tutte,
lui che sta per mettersi alla guida di quel nuovo popolo che Dio sta radunando
per farne il suo popolo per sempre…
Gesù è partecipe alla supplica del popolo nella forza della preghiera,
e prega con loro e per loro…
Questa preghiera lo dispone a farsi dimora dello Spirito santo,
che solo lui vede scendere dal cielo, in forma di colomba, per dimorare in lui:
ed è lo Spirito che lo rende attento alla voce del Padre…
Quella del Padre è parola rivolta al solo Gesù: Tu sei mio Figlio!
Parola che Gesù, con il suo popolo, ha pregato tante e tante volte,
è una parola antica, che risuona nei Salmi di Davide,
ma ora è parola rivolta a lui, e a lui soltanto…
È una parola accompagnata dalla gioia del Padre: in te ho posto la mia gioia!
perché il Padre è colmo della gioia di un Dio che ha trovato il suo Servo,
quel Servo annunciato dai Profeti che, colmo dello Spirito del Signore,
porterà la buona notizia ai poveri, in vocazione profetica e messianica…

Nella discesa dello Spirito, e nella voce del Padre, si aprono i cieli:
dopo il peccato di Adamo ed Eva, i cancelli dell’Eden si sono chiusi,
ma, con il Battesimo di Gesù, i cieli si riaprono…
Deve essere chiaro per tutti che, con Gesù, è possibile il ritorno a casa:
se Mosè, uscendo dal Mar Rosso, aveva condotto il popolo alla terra promessa,
ora, con Gesù, la nostra terra promessa è il ritorno alla terra del Regno,
un viaggio tutti abbiamo già cominciato il giorno del nostro Battesimo…
Il viaggio di Gesù si concluderà al momento del Calvario, tra due malfattori,
Gesù, ancora una volta, solidale con i peccatori, quando, per uno di loro,
spalancherà le porte, apparentemente chiuse del Paradiso…

don Enrico

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Rivelatori del verbo


Il Prologo è la prima pagina che si scopre aprendo il vangelo di Giovanni,
ma, probabilmente, fu anche l’ultima pagina ad essere scritta!
Il prologo è come un riassunto finale, ma posto all’inizio del libro:
l’evangelista Giovanni vuole descrivere il cammino della Parola di Dio…

Cammino di quella Parola eterna che era accanto a Dio, da prima della creazione,
e per mezzo di questa Parola, il Verbo, tutto fu creato…
Tutto ciò che esiste, ciò che noi contempliamo e siamo,
è espressione della Parola di Dio:
come avviene con la Sapienza di Dio,
così anche la Parola volle giungere più vicino a noi
e la Parola, il Verbo, si fece carne in Gesù…

La Parola venne in mezzo a noi e, svolta la sua missione, ritornò a Dio…
Gesù è questa Parola: tutto ciò che dice e fa,
è comunicazione che ci rivela il Padre…

Giovanni ci dice che in principio era il Verbo,
e, così, evoca l’antico testo di Genesi che dice:
in principio Dio creò il cielo e la terra
Dio creò tutto per mezzo della sua Parola,
e tutte le creature sono un’espressione della Parola di Dio…
Parola viva di Dio, Parola presente in tutte le cose,
Parola che brilla nelle tenebre…
Le tenebre cercano di spegnerla, ma non ci riescono…
Davanti ad ogni apparente vittoria delle tenebre,
in quel buio, la ricerca di Dio, sempre nuova, rinasce nel cuore umano…
Nessuno riesce a coprire di buio la Parola:
in tanti modi, a noi inspiegabili, lo Spirito conduce i viventi alla Parola….

Paradossalmente, l’apice di questa luminosità del Verbo,
si coglie in pienezza quando la Parola si immerge nell’abisso della piccolezza
e fa della quotidianità e della ferialità dell’essere umano,
lo spazio dove piantare la sua tenda…

Così, la nostra esistenza è immersa nel mistero dell’amore di Dio:
la dimensione ordinaria dell’esistenza
diventa luogo dell’incontro con l’amore gratuito di Dio…
Ogni nostra giornata – non solo quella del Natale – è luogo dell’incontro con Dio…
Non è necessario evadere dalla quotidianità per sentirsi vivi,
perché ogni esperienza di lavoro, studio, tempo libero, relazioni, uso di beni,
è il luogo in cui Dio si rivela, e fa di noi autentici rivelatori del suo Verbo…

don Enrico

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Diaconia e martirio


Dal silenzio della notte di Natale, nella grotta di Betlemme,
dove la Parola si fa carne accolta dal “sì” di Maria
dal silenzio collaborativo e discreto del suo sposo Giuseppe,
dal silenzio del timido accorrere di gente strana, emarginata, come i pastori,
la liturgia ci trasporta al frastuono di una farsa di processo e ad un’esecuzione…
Non si vorrebbe abbandonare il silenzio e la contemplazione del Bimbo,
per entrare in questa situazione di violenza e sopruso,
ma il calendario della Chiesa, con grande sapienza,
pone, il giorno dopo il Natale di Gesù la memoria di Stefano…

Sembra che la Liturgia voglia subito fugare l’eterna tentazione,
quella di disincarnare la Parola incarnata,
riducendo la nascita di Gesù a qualcosa di dolciastro e tranquillizzante…
Al contrario: nel giorno immediatamente successivo al Natale di Gesù,
la Parola ci è donata per sottolineare lo stretto legame
esistente tra incarnazione e martirio:
nell’effusione del sangue di Stefano si celebra il paradosso cristiano
del Figlio di Dio che nasce, ma che anche muore per dare al mondo la vita…

Ogni battezzato è, così, guidato a discernere
nel bambino deposto in una mangiatoia
la pietra di inciampo di cui parla la Scrittura,
per ricordare che chiunque voglia amare Cristo,
mettendosi alla sua sequela, va liberamente incontro al dono di sé fino alla morte.

Stefano apparteneva alla prima comunità cristiana di Gerusalemme:
era un ebreo di lingua greca proveniente dalla diaspora
è, forse, proprio per questo che viene accusato di atteggiamento sovversivo,
quasi un rifiuto della Legge e del Tempio…
In Stefano, e nelle sue parole, si compie il dono della Pentecoste:
di fronte ai suoi accusatori lascia che lo Spirito santo parli in lui…
colmo di Spirito, Stefano dona, dinanzi al sinedrio,
una interpretazione sapiente che egli offrì delle Scritture del Primo Testamento,
e le autentica con la disponibilità a morire
perché la sua morte diventi testimonianza di Gesù, morto e risorto,
il Figlio dell’uomo, ormai per sempre seduto alla destra di Dio…
E, come Gesù, nel dono dello Spirito,
Stefano muore invocando il perdono per i suoi uccisori:
un vero martire che non accusa alcuno dei persecutori,
ma, anzi, dà la vita perché tutti possano aderire al messaggio di vita
il messaggio della buona notizia, quella del vangelo di Gesù….
Il sangue dei martiri inizia con Stefano a essere il seme dei cristiani…

don Enrico

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Ancora una volta la liturgia ci chiama all’ascolto:
ad ascoltare l’antico racconto dell’irrompere di Dio nella vita dell’umanità…

Attraverso il suo angelo, Dio irrompe in una vita umana:
nella vita di una fanciulla, giovane e apparentemente fragile,
una fanciulla di Nazaret, villaggio anonimo e di poche pretese…

È un irrompere lieto, quello di Dio:
l’angelo porta l’annuncio della comunione sponsale con Dio
e, insieme, della fecondità straordinaria
di Maria, parte di questa nostra, apparentemente fragile, umanità…

È l’annuncio della nascita del Figlio di Dio, Dio e Uomo:
quello di Maria è il mistero profondo del dono della fede in ogni persona…

Maria di Nazaret vive, in assoluta pienezza,
il miracolo della Parola e della Fede
come si attua in ogni persona visitata e salvata dal Signore!

Non potrà esserci Natale, per ciascuno di noi,
se non sapremo vivere – come Maria – il mistero dell’ascolto…

Sarà necessario lasciar cadere i mille sogni confusi
ed eliminare la gabbia delle nostre frustrazioni…
Si dovrà accogliere messaggi che non seducono, anzi, che impegnano,
e dar corpo ad un silenzio fatto di contemplazione,
e lasciare che la Parola germogli in me e dentro di me…

Come Maria poniamoci in ascolto di messaggi che vengono dall’alto,
pronti a lasciarci possedere dallo Spirito,
quello Spirito che fa nuove tutte le cose,
e che fa nuovo anche ciascuno di noi, perché nulla è impossibile a Dio!

Faremo presente, nel buon timore di Dio, la nostra innata fragilità,
anche se Dio conosce bene ogni nostra povertà,
lui, che conosce i nostri cuori, sempre occupati da altre priorità
e così spesso deserti di speranza e di fede…
Ma la risposta si ripeterà sempre e ostinatamente, con l’ostinato ottimismo di Dio:
nulla è impossibile, se lasci che io possa operare in te,
nulla è impossibile, se ti lasci ricoprire della mia ombra che guida e protegge…

Perché possa vincere il bene, perché possa nascere la pace,
forziamo i nostri cuori cancellare i timori e, come Maria, impariamo a dire:
Si faccia di me secondo la tua parola…

don Enrico

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Il mistero di Giovanni


Non è un facile testo, quello che oggi ci propone la liturgia domenicale:
ritorna, ancora una volta, la figura del Battista,
e, quasi abbozzando un autoritratto,
ci rivela la coscienza della grandezza della sua vocazione
e, insieme, il limite della sua missione: Non sono io il Cristo,
sono l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo…

Giovanni non era nuovo a questo sussulto di gioia:
ancor prima della nascita, al sentire la voce di Maria, madre del Redentore…
Per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo – così disse sua madre…

Noi, che siamo abituati a considerare il Battista come il profeta austero,
uno che mangia locuste e si veste di pelo,
uno che vive nelle aspre solitudini e parla di fuoco e punizioni,
fatichiamo assai a riconoscerlo come un uomo capace di gioia!

Colpisce questo suo definirsi come l’amico dello sposo:
Giovanni testimonia il Messia-Sposo, colui che discende dal cielo,
e riconosce la sua voce, una voce che lo fa esultare di gioia…

È il momento in cui Giovanni sembra poter allentare il suo impegno:
nasce, però, una preoccupazione nuova: non solo per il frutto della sua fatica,
ma anche, e ancor di più, per quelli che vedono solo lui,
quelli che sono disposti a difenderlo contro tutti, perfino contro lo Sposo…

E quindi, Giovanni è pronto a diminuire, non per masochismo, ma per gioia:
solo così egli potrà essere tra i primi invitati dello Sposo,
solo così potrà aver accesso alla gioia messianica…
Giovanni si fa esempio per tutti quei sostenitori che sono spesso una disgrazia,
perché non sono disposti a rinunciare alle prerogative del loro capo,
quello in cui, ormai, si sono identificati…

Ma Giovanni è un ulteriore modello: lo è per tutti quegli amici dello sposo
che vivono una vocazione feriale, quotidiana:
quelli che, in ogni relazione che sembra scatenare un conflitto,
vogliono impegnarsi in un sereno e costruttivo confronto…

Anche noi siamo spesso davanti a crisi devastanti, a pareri contrapposti,
a gelosie immense, a contrasti degeneranti in liti e disaccordi…
Giovanni, davanti al discepolo geloso,
si impegna perché vi sia dialogo, perché si rifletta e si ascolti,
perché siano deposte le reciproche ostilità e nasca la volontà di capirsi…
Così, quando nasce l’accordo, forse faticoso, ma sempre costruttivo,
si può percepire che lui, lo Sposo messianico, è ormai presente:
e la gioia può esplodere, ed esplodere per tutti!

don Enrico

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Stendere mantelli


L’Evangelo di oggi, che noi, solitamente, proclamiamo in ambito pasquale,
trova una sua intensa collocazione anche nel tempo dell’Avvento:
è un brano di cammino e ci rivela che i figli del regno,
i discepoli che, da tre anni, avevano seguito Gesù,
lasciandosi affascinare dall’invito a camminare con lui,
non sono più un piccolo e sparuto gruppo…
Gesù, oggi, cammina davanti a tutti, perché è sempre lui ad aprire strade,
ed è accompagnato a Gerusalemme da tutta la folla dei discepoli
Discepoli che, in cammino con Gesù, sono già i futuri testimoni della Pasqua…

C’è povera gente che stende, come povero ornamento, i propri mantelli:
questo corteo di Messia è ben diverso dai trionfi dei re della terra…
E c’è un puledro, in prestito, una cavalcatura pacifica,
a differenza del cavallo, animale da guerra,
perché Gesù vuole presentarsi come re di pace…
Riguardo al puledro Gesù dà un ordine: slegatelo!
Questo verbo, slegare, ripetuto più volte nel brano,
ci ricorda che Gesù è venuto a togliere i legami, a sciogliere una profezia legata:
profezia avviluppata nell’idea di un messia forte, potente e vincitore,
poiché molti, di un messia di pace, non sapevano che farne…
Un ingresso a Gerusalemme, quindi, che vuole significare l’annuncio della pace:
pace a tutte le nazioni, come diceva l’antico profeta Zaccaria…
Risuona, poi, sulla bocca dei discepoli la gioiosa lode a Dio:
una lode per tutti i prodigi che avevano veduto,
lode che fa adempiere meravigliosamente tutta la profezia di Israele
sulla venuta di un Messia umile e portatore di pace!
Una pace che giunge dal cielo, una pace che è Gesù stesso, il messia di pace,
quel Gesù che è dono, dato da Dio a Israele e all’umanità:
solo il realizzarsi di questa pace è la gloria di Dio nel più alto dei cieli!...

Alla stridente obiezione dei farisei che chiedono di rimproverare i discepoli,
Gesù risponde che nulla potrà impedire a Gerusalemme
di acclamare la sua venuta, che fa scorgere in lui il Messia…
Per i farisei l’acclamazione dei discepoli non corrisponde al piano di Dio
e loro, che reputano di conoscere bene Dio, non comprendono:
anche se si potessero far tacere i discepoli,
la pietra, la roccia – che è Gesù – la sua morte, e il suo donare la vita per i suoi,
proclameranno il dono di Dio all’umanità, cioè un messia che porta la pace…

A noi resta, ora, l’impegno di stendere mantelli e di acclamare la pace di Dio:
di camminare, in Avvento, verso il piccolo luogo dove nasce Gesù.
dove la Parola eterna del Padre, vorrà piantare la sua tenda tra noi
e illuminare la terra con quella pace che noi costruiremo nell’ascolto operoso…

don Enrico

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Strane beatitudini


È nel profondo dell’oscurità del carcere,
che Giovanni viene informato dai suoi discepoli di ciò che fa Gesù…
Quanto gli viene riferito fa nascere in lui lo stupore e la curiosità;
le opere di questo rabbì, suo lontano parente, corrispondono ad annunci antichi:
Isaia aveva annunciato e predetto proprio queste cose…
Giovanni che, con molte esortazioni, aveva annunciato l’evangelo al popolo
confronta ciò che sente di Gesù con ciò che la Scrittura dice del Messia
ed ecco la domanda: che sia lui il Messia?

Giovanni, la cui vita è stata irreprensibile e santa,
vive ora sofferenze e difficoltà enormi, senza libertà e perseguitato duramente:
Luca, in una sola domanda (sei tu il veniente o aspettiamo un altro?)
esprime i dubbi di tanti che, come il Battista,
si interrogano sul bene fatto per Dio e per il prossimo,
sul disagio e la fatica del testimoniare nella vita la notizia bella
sul significato del darsi tanto da fare ed essere ripagati con male e sofferenza…
Ci si scorda, infatti, spesso, che il beato, secondo il Vangelo,
non è colui che è ricco, potente, forte e acclamato,
anzi, la beatitudine, annunciata da Gesù sulla montagna,
è quella di poveri, affamati di giustizia, perseguitati e emarginati
proprio a causa del Messia Gesù e del suo Vangelo…

La dura conversione che Gesù chiede a Giovanni, e a ciascuno di noi,
è quella di non lasciarsi abbattere dalla tristezza e dallo sconforto:
perché, se il profeta è vinto dalla mancanza di felicità e di libertà,
non solo non è coerente con l’annuncio del Vangelo, ma diventa scandalo…

Gesù non è venuto ad annunciare una felicità insipiente,
capace di tener buoni i poveri e i sofferenti,
di alienarli nell’attesa di qualcosa che, forse, non ci sarà mai,
di garantir loro una gioia futura e sempiterna…

Gesù ha annunciato un Vangelo che prende sul serio l’esistenza umana
e rivela che per incontrare la felicità non si deve fuggire dalla vita,
ma, al contrario, affrontandone, in pienezza, le asperità e le delusioni,
si deve attraversare, coraggiosamente, anche la porta stretta dello scandalo…

Per questo, l’Evangelo di oggi annuncia una beatitudine paradossale,
in una situazione drammatica – un arresto per la fedeltà alla propria missione –
si vive l’essere profeta e testimone, e si annuncia la pienezza di vita…
L’Evangelo non si annuncia in modo indolore,
ma sempre attraverso un travaglio:
il suo contenuto è invito a sporcarsi con la vita e le sue contraddizioni,
e a scoprire beatitudini sempre nuove, là, dove il mondo non le sa scorgere…

don Enrico

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Perché costruire strade?


L’Avvento è già iniziato, ma l’Evangelo di oggi ci riporta all’inizio:
il vangelo secondo Marco propone al suo esordio un titolo significativo:
e ci dice l’inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio…
La prima parola di questo Vangelo è inizio,
la medesima parola con cui si apre il libro della Genesi,
il libro della storia santa della Prima Alleanza…
Inizia, quindi, una nuova storia, quasi una nuova creazione,
che parte dalla proclamazione della notizia buona e bella (l’evangelo),
e del gioioso messaggio che riguarda Gesù, il Messia, il Figlio di Dio…
I profeti proclamavano la buona notizia della venuta di Dio,
la venuta nella povera storia degli umani, la nostra storia,
l’evangelista proclama che la venuta è attuale, in Gesù, il Cristo, il Messia…
Gesù, il discendente di Davide atteso da Israele,
uomo della terra spuria di Galilea, nato da donna, da Maria,
ora acclamato dalla sua comunità come il risorto, il Signore vivente
il Figlio di Dio proclamato dal centurione romano, ai piedi della croce…

Protagonista dell’annuncio della venuta del Salvatore
è l’austero profeta battezzatore, Giovanni,
l’uomo del deserto che chiama ad una attesa di conversione…
Giovanni chiede di preparare di una strada al Signore:
un invito che ricorda agli Ebrei, che vivono in una terra aspra e montuosa,
la grandi strade, diritte e facili da percorrere, che conducevano ai templi pagani…
In realtà il Signore non chiede che venga aperta una strada davanti a noi,
perché noi la si percorra per andare a lui,
è esattamente il contrario: Dio chiede di sgomberare la strada,
perché è quella che lui percorrerà per raggiungere noi…
Lo ricordano spesso le Orazioni della Liturgia di questo Tempo d’Avvento:
non è la nostra strada dritta che ci permette di raggiungere Dio,
– le nostre povere strade son sempre, almeno un po’, strade storte e sassose –
sarà la strada ripulita, e sgomberata dalle nostre asperità,
che diventa strada del Signore!
Se su quella strada sgombra avviene l’incontro tra l’umano e il divino,
l’incontro con la grazia di Dio, che ricerca ciascuno di noi,
la grazia che ci incontra sulla via della misericordia e del perdono…
È strada che lui solo, il Veniente, può percorrere con autorevolezza:
noi possiamo solo lasciarci incontrare, se riconosciamo il nostro peccato…

L’Avvento ci chiede di sgomberare le nostre strade di contraddizione:
il peccato, infatti, è contraddire alla Parola del Signore,
e solo un cuore sgomberato, da sassi di egoismo e autosufficienza,
e confessa il proprio peccato, che può fare esperienza di Dio…

don Enrico

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