In Duomo, nel mattino di sabato 25 Marzo…

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31 marzo 2017

In Duomo, nel mattino di sabato 25 Marzo, erano presenti i sacerdoti, i diaconi e i consacrati e consacrate della Diocesi, oltre ad alcuni rappresentanti di altre confessioni cristiane; era presente anche una piccola delegazione islamica.

Papa Francesco è entrato in Duomo tra canti e applausi, ma subito ha voluto ritirarsi nel silenzio scendendo i preghiera nello Scurolo di san Carlo Borromeo. Una lunga preghiera colma di intensità, che noi abbiamo vissuto contemplando gli schermi che indugiavano sul suo volto e che abbiamo accompagnato immaginando cosa si dicessero il Vescovo che fu “vigore nuovo per la Chiesa ambrosiana” e il Papa “venuto dall’altra parte del mondo”.
Quando Francesco è risalito dallo Scurolo, abbiamo seguito, emozionandoci, i suoi saluti ai preti e religiosi malati, riconoscendo volti, contemplando sofferenze e, infine, commuovendoci all’applauso che ha segnato l’affettuoso saluto con l’Arcivescovo Dionigi, ormai segnato dall’incombere sempre più grave della malattia. Poi, saliti alla predella del’altare, abbiamo ascoltato il saluto dell’Arcivescovo con le parole di san Carlo a san Pio V: «Perché Dio conservi la Santità Vostra, in modo che possiamo vedere in questi nostri tempi nella Chiesa quel progresso spirituale che il mondo attende in continuazione dalla pietà e dallo zelo apostolico di Vostra Santità».
Quindi un prete, un diacono e una suora hanno rivolto tre domande a papa Francesco:
 Don Gabriele (Decanato di Gallarate) ha chiesto quali scelte prioritarie sono da compiere in una società, multietnica, multireligiosa, multiculturale, piena di sfide, dove spesso si corre il rischio di trovarsi con le reti vuote. E, partendo da questa metafora, Francesco prende la parola per mettere subito in chiaro che «l’evangelizzazione non è sempre sinonimo di prendere pesci. Bisogna prendere il largo, dare testimonianza e poi è il Signore che prende i pesci: quando, dove e come dove non lo sappiano. Noi siamo strumenti inutili». E ci ha raccomandato di «non perdere la gioia di evangelizzare. Perché evangelizzare è una gioia».
Rincuorante ascoltare Francesco che ci invita a non temere le sfide, perché «sono il segno di una comunità viva» e «ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica». Perché «Ogni epoca storica, fin dai primi tempi del cristianesimo, è stata continuamente sottoposta a molteplici sfide, perciò non dobbiamo temere le sfide, si devono prendere come il bue, per le corna! Non temerle. È bene che ci siano, perché ci fanno crescere, sono segno di fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene occhi e cuori aperti … Dobbiamo temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutto fatto… Questa fede non serve. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Sempre le ideologie crescono e germogliano quando uno crede di avere la fede completa».
Certo, la società “multi” è luogo impegnativo per vivere il compito dell’evangelizzazione ma Francesco ci rassicura: «Credo che la Chiesa – ha detto ancora il Papa – nell’arco di tutta la sua storia ha molto da insegnarci e aiutarci per una cultura della diversità. Lo Spirito Santo è il Maestro della diversità. La Chiesa pur essendo una è multiforme. La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita. Abbiamo visto e vediamo molte ricchezze e molti orrori/errori». Francesco ha invitato a guardare al mondo «senza condannarlo e senza santificarlo, riconoscendo gli aspetti luminosi e gli aspetti oscuri. Come pure aiutandoci a discernere gli eccessi di uniformità o di relativismo». Certo, non bisogna confondere «unità con uniformità», o «pluralità con pluralismo». Ciò che si cerca di fare «è ridurre la tensione e cancellare il conflitto o l’ambivalenza a cui siamo sottoposti in quanto esseri umani», ma «cercare di eliminare uno dei poli della tensione è eliminare il modo in cui Dio ha voluto rivelarsi nell’umanità del suo Figlio».
Certo «La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo»; ecco che allora ai sacerdoti spetta un compito importante: insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro.
 Roberto (diacono) ha chiesto quale deve essere il contributo del ministero diaconale nella vita delle nostre Comunità.
«Voi diaconi avete molto da dare», dice papa Francesco e continua: «All’interno del presbiterio potete essere una voce autorevole per mostrare la tensione che c’è tra il dovere e il volere, le tensioni che si trovano all’interno della vita familiare». E qui, riferendosi ai diaconi sposati, aggiunge: «Voi avete una suocera!», strappando una risata.
Francesco, poi, ricorda ai diaconi che non sono «mezzi preti e mezzi laici» e nemmeno «intermediari tra fedeli e pastori»; quindi dà una intensa definizione del ministero diaconale: «Il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Il servizio alla Parola, all’Altare, ai Poveri».
Se, per i diaconi, c’è il pericolo del clericalismo: «talvolta sembra quasi che il diacono prendere il posto del prete», è in agguato anche un’altra tentazione «quella del funzionalismo, un ragazzo che serve per certi compiti. No, voi avete un carisma chiaro nella Chiesa e dovete custodirlo. Il diaconato è una vocazione specifica, una vocazione familiare che richiama il servizio come uno dei doni caratteristici del popolo di Dio». I vescovi, fin dai tempi apostolici, hanno come compito principale quello di pregare e di annunciare la Parola. I diaconi, hanno come compito il servizio «a Dio e ai fratelli. E quanta strada c’è da fare in questo senso!». Inoltre, «non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non si apra al servizio dei poveri, e non c’è servizio dei poveri che non conduca alla liturgia».
 M. Paola (Orsoline di san Carlo), che chiede al Papa come poter dare una testimonianza di vita povera, vergine e obbediente all’uomo di oggi, vista la “minorità” delle suore nella Chiesa e nella società. Pur apprezzando la parola “minorità” vista nel contesto del carisma francescano e «sigillo dei cristiani», Francesco precisa: «Pochi sì, in minoranza sì, anziani sì, ma rassegnati no».
E Francesco ricorda che «le congregazioni non sono nate per essere la massa, ma un po’ di sale e un po’ di lievito perché la massa crescesse e il Popolo di Dio avesse il condimento che gli mancava».
Il Papa ha quindi invitato a leggere un articolo sull’Osservatore Romano che racconta «delle ultime due piccole sorelle di Gesù dell’Afghanistan, che stavano fra i musulmani. Devono tornare, sono anziane… benvolute da tutti… perché testimoni, perché consacrate a Dio Padre di tutti. E io ho detto al Signore questo: Gesù perché lasci questa gente così? E mi è venuto in mente il popolo coreano che ha avuto all’inizio tre quattro missionari cinesi, e poi per due secoli il messaggio è stato portato avanti dai laici! Le strade del Signore sono come Lui vuole che siano. Ci farà bene fare un atto di fiducia, è Lui che conduce la storia».
L’incontro si conclude con l’invito di «andare nelle periferie», di ritornare «alla Galilea del primo incontro».
«Andate» e «non dimentichiamo che quando si mette Gesù in mezzo al suo popolo, questo trova la gioia».
Dopo questa iniezione di fiducia che vale non solo per le suore, ma per tutti i presenti in Duomo, l’incontro si conclude con uno scambio di doni. In ricordo della visita pastorale, il Papa regala alla Diocesi un calice e la Chiesa milanese dona simbolicamente al Papa 55 appartamenti da distribuire a chi non ha casa.
Il Papa è quindi uscito sul sagrato del Duomo per recitare l’Angelus con i fedeli nella piazza. «Vi saluto e vi ringrazio per questa calorosa accoglienza qui a Milano – ha detto Francesco – la nebbia se n’è andata, le cattive lingue dicono che verrà la pioggia, non so, io non la vedo ancora. Grazie tante per il vostro affetto e vi chiedo di pregare per me perché io possa servire il Signore e fare la sua volontà».

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Un mese e mezzo di preparativi, riunioni, consulti con altri Rol coinvolti dalle rispettive Parrocchie, uniti nel timore di fare qualche passo falso e deludere le aspettative di chi ha riposto fiducia in te; il ritiro dei pass ufficiali nei giorni prossimi alla visita di Papa Francesco; manca così poco, liste di persone registrate e ricontrollate più volte per la correttezza dei nominativi. Passa il 22, il 23 e il 24 marzo, di sera, dopo i Vespri comunitari, ormai ci siamo: le previsioni meteo ci rassicurano dopo una settimana in cui non si parlava d’altro, spostando dal pomeriggio alla sera l’arrivo di possibili temporali .
Dormo poco, apro gli occhi tante volte, fino a che, con la prima luce del giorno mi alzo e guardando fuori dalla finestra ottengo il risultato di… non vedere nulla: proprio nei momenti in cui il Santo Padre sta per atterrare a Linate, verso cui il mio appartamento è orientato , all’altezza circa della stazione di Porta Vittoria, una fitta coltre di nebbia copre ogni visuale, mi sovviene che, durante le letture bibliche del giovedì, analizzando Isaia, si è parlato di come venissero utilizzati spesso gli elementi naturali per testimoniare la presenza del Signore, e mi è venuto naturale accostare questa nebbia ad un enorme movimento in sincrono, così come realmente accaduto per il suono delle campane di ogni chiesa milanese, dei nostri “don” che spargevano incenso in tal misura da celebrare così l’arrivo da noi in città del Pontefice. Prima di partire scendo per le strade, e lungo le transenne disposte su due lati, da corso XXII Marzo a Piazza V Giornate, c’è già una folta presenza di gente in attesa, a cui viene donata una sciarpa commemorativa dell’evento che tutti indossano, con questo giallo e questo blu che adornano i presenti. Io, praticamente l’unico, devio per una via laterale, e perdo il transito del Papa in direzione Duomo: devo infatti trovarmi con il nostro gruppo nei pressi della Stazione Garibaldi, curioso di dare un volto a tutti questi nomi e cognomi letti e riletti e che, a brevissimo, incontrerò al luogo convenuto. Poco alla volta formiamo il gruppo, anche se con qualche defezione , in poco meno di una ventina ci incamminiamo, e, con grande sorpresa, troviamo anche posto a sedere sul treno d’andata; partiamo col piede giusto e in una dozzina di minuti siamo a Monza. Un enorme fiume di persone cammina verso il parco, guidati da volontari in ogni dove; mentre facciamo conoscenza uno con l’altra raccontandoci le emozioni del momento e accompagnati nel tragitto da fedeli est-europei, guidati da una suora simpaticissima e molto scatenata, con un megafono in mano e intoniamo anche noi i loro cori, con un ridondante “Laudato Si’” in versione a due voci, polacca (loro) e italiana (noi).
Parco di Monza: mancano due ore alle 15 e siamo finalmente arrivati, sotto un sole splendente e con un tepore primaverile; c’è già un pienone incredibile e ci posizioniamo ai lati dell’ex ippodromo: il palco è distante, ma abbiamo un megaschermo e ci sono altoparlanti ovunque; alcuni di noi, specie i più giovani , ci salutano e cercano, riuscendoci, ad arrivare più vicini a dove dirà Messa Papa Francesco. Alcune, genialmente, addirittura si fanno passare come coriste ed entrano così in prima fila. Dovunque ci si volti, in ogni direzione, ci si rende conto di quanti giovani e bambini felici ci siano; personalmente è stato il riscontro più significativo che mi è rimasto dentro e che mi torna per prima cosa in mente ripensando alla giornata. Arriva Papa Francesco ed effettua più giri per salutare e benedire i presenti, l’entusiasmo è al massimo livello, volti sorpresi ed estasiati seguono fin dove è possibile il percorso della vettura che lo trasporta. Ascoltiamo la funzione, dove non sembra vero ascoltare l’Omelia fatta proprio da lui, lì in diretta, che ci esorta a credere che Dio è rendere possibile l’impossibile e con questo concetto che si fa spazio dentro di noi, al termine di una funzione ricca di cori e spiritualità, ci avviamo sulla strada del ritorno, divisi in gruppi sempre più piccoli, perché perdersi è fin troppo facile in mezzo ad un corteo lunghissimo, il quale rende particolarmente laboriose le operazioni di rientro a casa .
Poi con il buio, verso le 20, esausti ma così pieni di gioia, ritornando al tema degli elementi naturali, non ci importa nemmeno di un temporale che viene affrontato sia con ombrelli che con mezzi di fortuna sulla testa, e con dei canti, i canti delle nostre Parrocchie che sovrastano le pur comprensibili lamentele per la lentezza del deflusso e ancora adesso, nel ringraziare chi mi ha incaricato del ruolo e i presenti con me al parco, riecheggia nella mia mente strappandomi il più lieto dei sorrisi “ti ringrazio mio Signore, non ho più paura, perché, con la mia mano nella mano degli amici miei…”

Paolo Bagagli

 

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(23 febbraio 2017)

La Conferenza di San Vincenzo, che si riunisce presso la chiesa di San Francesco di Paola da diversi anni, opera a Milano con iniziative assistenziali e di promozione umana anche presso il quartiere Forlanini.
Abbiamo voluto chiedere alla Presidente Loredana Vargiu come la popolazione locale sta vivendo questo momento di attesa e preparazione alla visita di Papa Francesco.

“Anche i pochi abitanti del nostro quartiere che ancora non sanno dell’imminente visita di papa Francesco presso le nostre case (il 25 marzo), cominciano forse a scorgere dei movimenti “strani”. Sono molti, infatti, gli aspetti organizzativi che accompagnano una visita così importante. Forse alcuni si saranno accorti della crescita di attenzione dei mass media, relativa alle problematiche del nostro territorio e speriamo che anche questo possa stimolare le autorità competenti ad una maggiore assunzione di responsabilità, circa i bisogni reali del luogo. A tutti noi che amiamo il quartiere Forlanini è chiesto, però, anzitutto di accogliere la visita di papa Francesco, come un’occasione feconda.
Il papa sarà tra noi per circa un’ora del suo intensissimo viaggio, tra le 8,30 e le 9,30, attraversando alcuni tratti delle case popolari di via Salomone 64 e incontrando due famiglie. Si fermerà, infine, presso la cappellina dedicata a Maria, tra le case bianche e parco Galli, per pregare e benedire tutte le persone del territorio.
Il «Lotto 64» è un mondo a parte. Il viaggio inizia nel sottopassaggio di fronte alla chiesa di via Salomone: benvenuti nelle «Case bianche», eredità delle case minime. Di quell’epoca è rimasta giusto l’edicola della Madonna dove si fermerà, il 25 marzo prossimo, papa Francesco. Il resto era stato distrutto e ricostruito nel 1977 sotto forma di venti edifici a nove piani, dal numero 28 al 66: 477 alloggi per un totale di un migliaio di abitanti che vivono in questi appartamenti dell’Aler con quotidiani problemi di manutenzione e di disagio. E non solo. Negli anni ‘70 qui al mattino si contavano le siringhe e i morti e nel 1982 don Giancarlo Cereda aveva fatto nascere l’associazione “La Strada” per il recupero dei tossicodipendenti.

Oggi il tema della droga è meno esplosivo, ma ci sono la solitudine dei moltissimi anziani, le difficoltà di bambini e adolescenti con famiglie fragili e storie personali al limite, la povertà diffusa, le occupazioni (60 alloggi almeno) e l’integrazione fra tante etnie diverse (il 18 per cento degli abitanti non è italiano). In questo mondo a parte l’unico presidio è lo Spazio Anziani gestito dalla Caritas in accordo con il Comune per l’accompagnamento, il disbrigo delle pratiche e attività ricreative: è l’unica porta aperta e alla fine arrivano qui anche le segnalazioni dell’ascensore guasto, del soffitto che gronda acqua malgrado il rattoppo fatto, della necessità di un cambio alloggio, ma anche degli acciacchi, del freddo, della paura per gli atti di vandalismo. Giorgio Sarto ha 73 anni e ha cominciato a fare il volontario alle Case bianche quando ne aveva 18. Da più di vent’anni si occupa a tempo pieno di questo quartiere: «Il problema dell’edilizia popolare in genere è che se dai casa alle persone svantaggiate devi anche prevedere servizi di coesione», spiega. Non basta un tetto, insomma: «Queste persone chiedono dignità e negli anni le istituzioni si sono spesso dimenticate il significato di questa parola.

Era la vecchia Trecca: non un fortino della malavita ma una difficile terra di confine, tra incuria e abbandono. «Ma non c’è conflitto sociale». Papa Francesco lo visiterà il prossimo 25 marzo, entrerà nelle case, incontrerà nomadi e musulmani
«Sì, sì, è vero: lo hanno detto anche in televisione». L’ultimo dubbio lo scioglie il solito «ben informato». Ma sotto i porticati dagli intonaci scorticati la notizia circolava da ore: arriva il Papa. «Proprio qui». E nel cortile della dirimpettaia parrocchia di San Galdino c’è chi sa qualcosa di più e scherza col parroco: «Ho sentito che andrà a visitare a casa due famiglie, don Augusto, mi raccomando, lei sa dove abito…». Le «Case bianche» sono un complesso di edifici che dalla fine degli anni Settanta stringono 477 appartamenti nel grigio di pareti scrostate e foderate d’amianto. Prima c’erano le case minime volute dal fascismo. E molti tra gli oltre 200 anziani che abitano qui si ricordano ancora del vecchio quartiere della Trecca. Ma attorno a loro il mondo è cambiato.

Ai tempi dell’Aler, la popolazione è composta dalle successive stratificazioni migratorie, che trovano casa qui attraverso i regolari canali di assegnazione o per l’azione del racket che, bene o male, riesce a tenere sotto controllo una quota di alloggi a disposizione di chi paga. Ci sono balordi, c’è chi spaccia, ci sono iniziative sociali in numero sorprendente e quotidiane manifestazioni spontanee di solidarietà e integrazione. Le Case bianche non sono un fortino malavitoso né un giardino fiorito. Questa è periferia, territorio di confine, dove umanità, fragilità e alienazione si rincorrono dalla mattina alla sera.

Sembra già di vederlo, il popolo delle Case bianche, radunato dal mattino presto di sabato 25 marzo tra il parcheggio e il vicino parco Guido Galli. Gli occhi puntati sulla cappelletta che ospita una statuetta della Madonna, recuperata da un vecchio cortile popolare e alloggiata a ridosso della stazione dei carabinieri di via Zama. Papa Francesco sarà lì, davanti a loro, dopo che avrà visitato un paio di appartamenti e incontrato rappresentanze dei nomadi, dei musulmani e delle comunità migratorie, cioè del panorama umano di questo pezzo di Milano. «Però gli converrà andare a un piano basso — ironizza amara una signora — perché qui gli ascensori bloccati non sono un caso sfortunato. Ci sono persone anziane al nono piano che ogni tanto si ritrovano agli arresti domiciliari».

Don Augusto Bonora

La prima voce di sofferenza è proprio questa: «L’incuria nella manutenzione delle strutture», ti rispondono senza il minimo indugio inquilini, operatori sociali e preti. Perché case, tubature, impianti elettrici, tutto è esausto. «E se ti piove in casa non vivi bene e finisci per sentirti davvero abbandonato». Dopodiché ci sono i problemi che rendono più difficile e fragile l’esistenza di chi arriva ultimo: lavoro, reddito, possibilità.
Finora, però, questa stratificazione di fragilità non si è trasformata in conflitto. Non c’è la guerra di tutti contro tutti, nessuno scontro etnico o culturale, «siamo sulla strada tra Babele e Gerusalemme», sorride don Augusto Bonora, parroco di San Galdino, che raduna all’oratorio tutti, ma proprio tutti i bambini delle Case bianche e non solo. Di qualsiasi religione. Del resto, persino un imam del vicino centro islamico ha preso residenza formale in parrocchia. E anche tra i 477 alloggi delle Case bianche, i bambini musulmani bussano alla porta delle Piccole sorelle di Gesù, che abitano al primo piano, oppure capita che una giovane tunisina faccia la volontaria per la Caritas, che qui da anni è l’unico vero interlocutore.

«Spesso questa gente non sa dove e a chi rivolgersi, chiede di essere ascoltata, ha grande paura di essere discriminata — spiega Giorgio Sarto, veterano Caritas di via Salomone — anche quando non è davvero così, al punto da autoescludersi». E adesso che arriva il Papa? La risposta è sempre la stessa: ‘Chissà se all’Aler succede un miracolo’ ”  ».

Loredana Vargiu


(17 febbraio 2017)

Sono aperte le iscrizioni per partecipare alla Messa con papa Francesco, in programma il 25 marzo alle 15 al Parco di Monza.
La raccolta delle adesioni è decentrata. Il compito infatti è stato affidato ad ogni parrocchia o comunità pastorale. Chi desidera partecipare alla Messa al Parco di Monza, può recarsi in parrocchia e lasciare il proprio nominativo. L’iscrizione è totalmente gratuita.

Nella nostra Comunità pastorale l’iscrizione avviene presentandosi in Segreteria e compilando un apposito modulo che contiene tutte le indicazioni pratiche necessarie.


La Santa Messa è il cuore di tutta la visita di papa Francesco a Milano e alle terre ambrosiane. È un momento aperto a tutti, in cui partecipare è facile, gratuito e libero. Sarà una festa di Chiesa, per tutta la comunità e la Chiesa ambrosiana.
Le persone con disabilità o anziani con difficoltà di movimento sono facilitate nell’accesso all’area, grazie alla presenza di Caritas Ambrosiana, Oftal e Unitalsi. Per informazioni, iscrizioni e per chi necessita di assistenza particolare è attivo l’indirizzo mail disabili25marzo@caritasambrosiana.it
Tutte le informazioni sulla Visita pastorale di papa Francesco sono disponibili sul sito www.papamilano2017.it.
Sul sito, nella sezione “Riflessioni” sono disponibili, oltre al Sussidio in preparazione alla visita del Papa scritto per l’occasione, testi e video di riflessione per l’approfondimento quotidiano dei temi che la visita suscita nella comunità ambrosiana.


(10 febbraio 2017)

In questo sabato il nostro ROL parteciperà all’incontro organizzativo per stabilire le procedure di iscrizione alle iniziative previste per la visita del Papa a Milano: in particolare per partecipare alla Messa che sarà celebrata nel pomeriggio di Sabato 25 Marzo al Parco di Monza.


(Milano, 18 dicembre 2016)

“In questa città io ho un popolo numeroso” dice il Signore (At 18,10). Lettera del Consiglio Episcopale Milanese a tutti gli abitanti della città metropolitana e delle terre di Lombardia

Carissimi,
 Papa Francesco viene a Milano il 25 marzo 2017, solennità dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria per il ministero che gli è stato affidato di confermare nella fede i suoi fratelli (Lc 22,32).
In questa terra, laboriosa fino alla frenesia e forse incerta fino allo smarrimento, generosa fino allo sperpero e forse intimorita fino alla spavento, sentiamo il bisogno e domandiamo la grazia di essere confermati in quella fede che gli Apostoli ci hanno trasmesso e che attraversa i secoli fino a noi.
Ci incamminiamo verso l’evento della visita papale con il desiderio che non si riduca ad esperienza di una emozione intensa e passeggera: sia piuttosto una grazia che conforti, confermi, orienti la nostra fede, nel nostro cammino verso la Pasqua, in preghiera con Maria e offra ragioni e segni per la speranza di tutti gli uomini e le donne della nostra terra.
Aspettiamo la visita di Papa Francesco quale compimento della “visita pastorale feriale” in atto nella nostra diocesi, che si propone di intuire il passo che il Signore ci chiede per continuare a irradiare la gioia del Vangelo: sarà pertanto utile riprendere Evangelii Gaudium e la Lettera Pastorale Educarsi al pensiero di Cristo, perché sia maggiormente conosciuta e approfondita e perché diventi realmente “anima” della vita delle comunità, attraverso proposte di preghiera, per esempio in momenti di prolungata adorazione, iniziative di formazione, per esempio in occasione di catechesi per adulti e della predicazione speciale nei quaresimali. Siamo in cammino per custodire e far risplendere i tratti di una Chiesa umile, disinteressata e beata, come Papa Francesco stesso ha raccomandato alla Chiesa Italiana, nel Convegno ecclesiale di Firenze.
Ci prepariamo a ringraziare il Papa per il dono del Giubileo straordinario della Misericordia annunciato in Misericordiae vultus. Avremo cura che l’abbondante effusione di grazie, sperimentata da molti, continui a portare frutto nel vivere il sacramento della riconciliazione nelle nostre chiese e nelle chiese penitenziali (in coerenza con quanto ci chiede il Papa nella lettera apostolica Misericordia et misera, in cui sono richiamati anche altri aspetti importanti del cammino successivo al Giubileo). A questo proposito sarà opportuno che in ogni chiesa siano decisi e pubblicati orari di presenza assicurata del confessore e potrà essere fruttuoso che il sacramento della confessione sia celebrato anche in forma comunitaria, come ha sperimentato il clero in Duomo, in occasione della festa di san Carlo. A nessuno manchi mai l’offerta della misericordia del Padre che rigenera la vita e nutre la speranza.
Dobbiamo insistere sula conversione missionaria delle nostre comunità e la responsabilità della testimonianza di cui deve farsi carico ogni battezzato. “Ho un popolo numeroso in questa città” rivela il Signore all’apostolo scoraggiato (cfr At 18,10). I passi che le comunità decidono durante la visita pastorale devono orientare il cammino di tutti verso il campo che è il mondo, con le opere di misericordia e le parole che ne rivelano l’origine e il senso. L’Arcivescovo porterà il Santo Chiodo per le strade della diocesi durante le Via crucis di Quaresima per accompagnarsi alle comunità in cammino nel segno della Pasqua, con l’annuncio dell’amore fino alla fine che conforma ai sentimenti e alla mentalità di Cristo, al punto da rendere possibile essere misericordiosi come è misericordioso il Padre. Nessuno deve lasciarsi rubare la gioia dell’evangelizzazione (EG 83), che diventa conversazione quotidiana, educazione alla fede nelle famiglie, pratica ordinaria negli affetti, nel lavoro, nella festa. Un “popolo numeroso” ha bisogno del Vangelo e questa nostra città lo invoca con segni e linguaggi molteplici.
Il programma della visita di Papa Francesco è stato pubblicato: l’intensità di quella giornata rivela l’affetto del Papa e il suo desiderio di raggiungere tutti e noi tutti vogliamo prepararci a ricambiare l’affetto e a farci raggiungere dalla sua parola. Vogliamo tutti essere presenti, non pretendendo il privilegio di essere i primi, i vicini, i preferiti, ma desiderando la grazia di essere benedetti dentro il popolo numeroso che questa città esprimerà in quell’occasione.

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