Anna Garbin – Serv. Soc. Professionale Territoriale Zona 1, Comune di Milano

arsiv


Rappresento, in questo incontro, il Servizio Sociale Professionale Territoriale del Comune di Milano, Municipio 1, ed abbiamo con piacere accolto l’invito di Don Augusto, perchè crediamo fermamente nella potenzialità del lavoro di rete, che si basa sulla conoscenza e volontà di confronto reciproche.
Pare importante fornire alcuni elementi di conoscenza circa le caratteristiche ed il funzionamento del servizio di cui facciamo parte, soprattutto alla luce delle sostanziali trasformazioni organizzative,avvenute negli ultimi due anni.
Avrete sicuramente sentito parlare del processo di Riorganizzazione, che, in questi ultimi tempi, ha investito i servizi sociali del Comune di Milano: processo che ha visto il passaggio da un sistema impostato su Settori, rispondenti ai bisogni di precise fasce di utenza, ad un sistema Trasversale, nel quale i servizi si rivolgono alla totalità dei cittadini, indipendentemente dalla loro età e dalle loro caratteristiche.

In concreto, il sistema dei servizi sociali è passato da una impostazione Tematica, servizi rivolti a Famiglie, Disabili, Adulti, Anziani, ad modello di servizio territoriale ,unico e polifunzionale, in grado di accogliere ogni tipo di richiesta spontanea.
L’obiettivo che il progetto di Riorganizzazione si poneva era infatti il superamento della impostazione di tipo settoriale, che spesso non permetteva confronti sistematici tra i Settori ed esponeva al rischio di interventi paralleli, magari sulla stessa famiglia.
Pertanto la nuova impostazione si poneva come finalità la razionalizzazione degli interventi assistenziali, in una logica complessiva, che uniformasse, aspetto molto rilevante, i requisiti di accesso ai servizi .

L’accesso al SSPT da parte del cittadino passa attraverso la attività di Segretariato Sociale, nella quale il cittadino stesso si rivolge al servizio, telefonicamente o di persona; la richiesta viene accolta dal personale amministrativo, che raccoglie i dati, compilando una scheda di segretariato, e fissando un appuntamento con la Assistente Sociale.
Il primo incontro può risolversi in un semplice colloquio informativo, nel quale il cittadino cerca di raccogliere elementi sul funzionamento dei servizi, sulle procedure da seguire….e può non avere un seguito. Può invece sfociare in quella che viene definita “presa in carico”, nella quale, insieme all’utente si condividono percorsi di aiuto, mettendo in campo risorse di tipo assistenziale od economico o sociale.
L’attività di segretariato viene gestita con modalità diverse nelle singole zone: in alcune si svolge in modo spontaneo, in altre, come nel nostro servizio, tramite appuntamenti.
In alcune zone sono state mantenute le sedi originarie dei servizi , in altre esse sono state ridotte, in relazione alla disponibilità numerica degli operatori sociali esistenti.

Nella nostra Zona 1, da circa un anno, i servizi esistenti hanno reperito una unica sede, collocata in Via Ugo Foscolo,5; sede nella quale sono confluiti :
– Nucleo Distrettuale Disabili che era collocato fuori zona, con una A.S ed un operatore Amministrativo
– Servizio Adulti in difficoltà, che non aveva una propria sede e disponeva solo di una Assistente Sociale
– Centro Multiservizi Anziani (due sedi Via Montegrappa e Via U.Foscolo), con un totale di 5 A.S e 2 operatori Amministrativi.
Nell’attuale sede, pertanto, operano 7 Assistenti Sociali e tre Operatori Amministrativi, più una operatrice, prima in servizio al CMA.

Il poter contare su di una sede di lavoro comune e molto adeguata dal punto di vista strutturale (alcune colleghe non avevano sede o lo spazio esistente era insufficiente…) ha avuto un impatto molto positivo sul nostro lavoro, perchè ci ha consentito di formare un gruppo di lavoro, in grado di confrontarsi e sostenersi; per l’utenza ha voluto dire trovare un unico punto di riferimento ed un luogo dignitoso e tranquillo, aspetti molto importanti per chi deve parlare di sè e delle proprie difficoltà.

Il Servizio Sociale Territoriale rappresenta così il Primo Livello di contatto con il cittadino, di cui accoglie le richieste spontanee.
Permanbe l’attività del Servizio Sociale di Secondo Livello, con sede in Via Dogana, dove operano le colleghe che affrontano le situazioni che hanno decreto del Tribunale dei Minori.

Un processo di riorganizzazione così radicale ed ambizioso, realizzato peraltro in tempi molto brevi, in relazione alla complessità dei problemi,non poteva naturalmente non comportare l’insorgere di problematiche,che via via stanno emergendo.
Il tema dei carichi di lavoro e della necessità di poter contare su un numero adeguato di operatori, è elemento di importanza capitale, per poter continuare a fornire un servizio di qualità, nonostante le mille difficoltà, e non una mera attività di “sportello”, che non rappresenta il bisogno espresso dai cittadini che si rivolgono a noi.
Allo stesso modo l’esigenza di uscire dalle precedenti logiche di settore, che erano sì limitate, ma fornivano altresì competenze specialistiche, per aprirsi a tutte le problematiche dell’utenza, assumendo competenze, risorse, saperi propri degli altri servizi, non è stata e non è impresa semplice: essa continua a richiedere l’investimento di molte risorse da parte degli operatori stessi.
Su questi temi, ed altri più specifici, gli operatori dei servizi continuano a sollecitare l’attenzione della Amministrazione, e a fornire contenuti di discussione, cercando di mantenere aperto uno spazio di confronto, senza il quale non appare possibile una concreta verifica della rispondenza dei servizi, ai bisogni dei cittadini.

Volevamo ora riportare alcune riflessioni sulla utenza che si rivolge al nostro servizio, approfondendone le caratteristiche ed i bisogni.
Occorre premettere che i servizi operanti in Zona 1 si sono storicamente dovuti confrontare con un pesante pregiudizio espresso dai colleghi nei loro confronti : la zona 1, naturalmente più piccola e meno popolosa, a confronto con alcune zone periferiche, pareva essere zona priva di una utenza significativa e, pertanto, il lavoro delle assistenti sociali, veniva giudicato inutile od insufficiente.
Abbiamo sempre contrastato questa impostazione: senza naturalmente voler competere con le zone periferiche, abbiamo sempre dimostrato di avere un numero di utenti di tutto rispetto, in relazione agli operatori esistenti (seguiamo una media di 120 casi a testa).
Inoltre l’utenza della zona 1 è utenza di tipo particolare,ad es. c nei nostri servizi, più alta appariva l’incidenza di situazioni di isolamento o di degrado, o più frequente il ricorso a procedure per nomine di Amministratore di Sostegno.
Una caratteristica peculiare della utenza della nostra zona è rappresentata da persone che in passato avevano situazioni economiche di benessere, e che improvvisamente, per ragioni sanitarie, esperienze familiari o scelte economiche sbagliate, si ritrovano in situazione di indigenza.
Le difficoltà ad adattarsi a questo nuova realtà, la insoddisfazione per la condizione presente,a fronte del ricordo di passate , gratificanti esperienze, spesso porta ad espriemere,atteggiamenti critici e svalutativi, nei confronti dei servizi comunali, che vengono considerati sminuenti della propria identità.
Spesso questi utenti presentano atteggiamenti iperrichiedenti nei confronti del servizio, che non appare mai all’altezza delle aspettative, del quale vengono riportati esclusivamente i limiti, quasi che attraverso questi atteggiamenti queste persone ritrovassero una prova del loro “valore” passato.
Questi atteggiamenti rendono difficile ed impegnativo il rapporto, e l’impostazione di un servizio assistenziale, in quanto gli obiettivi dell’intervento non sono condivisi, ma essi appaiono costantemente da rinegoziare.
Spesso accade che le “peculiarità di carattere” che i nostri utenti dimostrano, nascondano in realtà difficoltà più profonde, dove disturbi di natura psichiatrica, non hanno mai avuto evidenza tale da richiedere cure specifiche, ma condizionano pesantemente il rapporto con l’esterno per queste persone.

Nella nostra Zona, esistono comunque anche Stabili Popolari, alcuni in ottime condizioni,altri più degradati.
Il susseguirsi di Enti Gestori diversi, le difficoltà economiche, hanno reso difficili gli interventi di tipo manutentivo, non garantendo risposte adeguate ai bisogni esitenti.
La carenza di significativo controllo comporta il verificarsi di situazioni di abusivismo e di degrado, che pure si verificano anche in stabili così centrali.
La nostra zona si caratterizza anche per la presenza di Portinerie di palazzi storici, ai quali sono annesse abitazioni anguste per i portieri e le loro famiglie, che presentano spesso familiari anziani o disabili; spesso accogliamo le richieste degli stessi portieri che si ritrovano al termine della loro attività senza lavoro e senza abitazione.

Negli ultimi anni, infine, ed è l’aspetto su cui vogliamo riflettere insieme, abbiamo assistito ad un aumento esponenziale delle persone senza fissa dimora,che si sono rivolte al nostro servizio.
Questi cittadini hanno residenza fittizia presso la sede Comunale di Via Strehler, presso la Caritas di Via Bergamini o presso Parrocchie.
Nel 2016 il 18% della nostra utenza è rappresentato da persone senza fissa dimora, italiani o stranieri, che in seguito alla perdita del lavoro, a situazioni familiari e personali difficili, si ritrovano senza reddito e senza abitazione; spesso essi hanno perduto, insieme al lavoro ed alla abitazione,anche le relazioni con la rete familiare ed amicale; numerosi si trovano nella fascia di età compresa tra i 50 ed i 65 anni,età in cui una ricollocazione lavorativa è pressochè impossibile.

Per far fronte ai bisogni che questi cittadini ci portano, le risorse di cui disponiamo sono assolutamente insufficienti, sia dal punto di vista abitativo che da quello economico e sociale.
La possibilità di essere collocati in strutture non di fortuna, ma con una possibilità di un percorso in vista di una autonomia, è assolutamente inadeguata numericamente (ci sono 19 posti in convenzione per le seconde accoglienze).
Occorre considerare anche la propensione espressa da cittadini senza dimora italiani, ma anche stranieri, a rifiutare una collocazione in dormitorio, preferendo dormire per strada o sui treni, in conseguenza di negative esperienze passate, ma anche in relazione alla difficoltàdi di affrontare la convivenza con un numero elevato di persone.
All’’interno di questa fascia di utenza, sempre più frequenti sono le persone che manifestano gravi problemi di tipo sanitario, spesso di tipo oncologico: appare ancora più difficile, a fronte di tali problematiche, reperire collocazioni adeguate, in grado di fornire spazi sufficienti e protetti, adatti a chi necessita di cure e tranquillità.
Frequenti sono gli utenti senza dimora affetti da patologie di natura psichiatrica: si aprono per queste situazioni problematche relative all’ottenere una presa in carico sanitaria, da una lato,ma anche del riuscire ad ottenere la collaborazione dell’individuo,affetto da queste patologie, in un percorso di aiuto.

Come si è detto questi nostri utenti,sono senza reddito, oltre che senza dimora.
Superato il passato strumento del Sussidio, possiamo contare oggi sulle Misure di Sostegno al Reddito, uniformate per requisiti, che si aprono un paio di volte l’anno e le cui richieste vengono raccolte entro termini temporali precisi.
Questo tipo di strumento, a causa delle procedure e dei tempi di concessione, non ci fornisce la possibilità di rispondere in tempo reale ai bisogni economici emergenti.
Ad esempio la difficoltà di coprire spese di tipo sanitario appare una delle esigenze ricorrenti, così come la necessità di piccole somme per provvedere a rinnovi di carte di identità, o acquisto di valori bollati (vd partecipazione bando di alloggio)

Sempre sul fronte del bisogno economico, segnaliamo un problema che negli ultimi tempi, si verifica sempre più frequentemente: ci riferiamo a quei cittadini, senza dimora, per i quali,si inoltra la richiesta, e, dopo anni di attesa, si riesce ad ottenere un alloggio popolare; recentemente abbiamo assistito al rifiuto, da parte di questi utenti, privi di reddito, dell’alloggio tanto agognato: essi non si sentivano in grado di affrontare un futuro di impegni di tipo economico, senza avere nulla su cui contare, e non sentendosi in grado di affrontare queste responsabilità, preferivano continuare la loro esistenza senza dimora per evitare ulteriori problemi.
Tale situazione ci pare esprimere in modo pesante, la realtà paradossale nella quale ci troviamo: la mancanza di risorse economiche rende impossibile l’attuarsi di percorsi di autonomia, e, nello stesso tempo, condiziona la possibilità di un ricambio tra gli ospiti dei vari centri, rischiando di condizionare il sistema complessivo.

Al termine dei problemi evidenziati, non possiamo affermare , pure dal nostro privilegiato osservatorio ,di essere in grado di ipotizzare forme di affrontamento vincenti dei problemi individuati; spesso anzi ci sentiamo sovrastate ed impotenti.
Mi viene però da pensare che forse la direzione in cui andare debba puntare, in ambiti diversi, a risposte differenziate, che tengano conto delle realtà e delle caratteristiche personali: spazi piccoli e condivisi per l’accoglienza, progetti economici finalizzati alla copertura di piccole spese… potrebbero rappresentare piccoli progetti territoriali, la cui gestione e controllo, apparirebbe maggiormente sostenibile.
Auspichiamo che la rilessioni su questi temi possa continuare,in futuro e possa assumere anche finalità operative comuni: noi operatori siamo disponibili,in questo senso, a fornire il nostro contributo,le nostre riflessioni e la nostra esperienza.

Read More →

Ringrazio Emanuele per aver così raccolto, arricchito e documentato quanto condiviso anche nell’ultimo incontro di coordinamento.
Mi limiterò quindi a raccontare qualcosa sulla nostra specificità come Associazione di Volontariato nel Centro dei Fratelli di san Francesco, di quanto rileviamo da questo il nostro piccolo punto di osservazione rispetto alle povertà che incontriamo e del tipo di risposta che cerchiamo di dare come volontariato.

Io mi occupo di volontariato di ispirazione francescana, nato nel centro di Milano presso la chiesa di Sant’Angelo, che ha quindi una lunga tradizione e dei valori radicati. Vorrei partire da qui, dai cittadini attivi che si riconoscono in quei valori, oggi come allora, ma in una realtà che è cresciuta e si è organizzata.
La tradizione francescana affermava che ‘quando c’è un povero in città è tutta la città che è malata’.
Potremmo leggere in due direzioni questa affermazione: i poveri ammalano la città (e quindi è un problema che tocca tutti – vediamo spesso rabbia e intolleranza, ma spesso anche paura di essere oggi esposti a rischi di scivolare “in basso”) o viceversa è la città che, poiché malata (sofferenze urbane di cui ha parlato Emanuele ) che crea la povertà crescente in cui viviamo. Da qualunque direzione vogliamo leggerla ci sono due poli in gioco, non uno: non ci sono solo i poveri, c’è anche la cittadinanza. Su questi due poli è impegnata l’associazione volontari: non solo a cercare di offrire risposte concrete alle povertà di oggi, ma anche a far crescere cittadini attivi capaci di inclusione.
Molti aspiranti volontari che vengono a colloquio ritengono di vivere dalla parte sana di questa città e hanno l’idea di sanificare l’altra. Il problema non è mio, è suo, quindi io se posso, se sono buono e quando ho tempo faccio qualcosa , ma non mi chiedete altro. Arrivano con risposte individuali ai problemi, non ne conoscono i contesti e non sono interessati (o non vedono il senso) di lavorare in termini di collettività, di formazione, di crescita, di spinta a cambiare qualcosa: il cambiamento deve farlo l’altro. Il non riconoscere di essere “dentro la malattia” rischia di far sì che il proprio apporto sia considerato opzionale e quindi di ritenere che:
delego agli specialisti il problema, casomai darò qualcosa se posso (volontariato a spot ma senza preoccuparsi di capire, approfondire ….che a volte non si rende conto di essere più dannoso che utile)
se entro in campo io devo vedere che è davvero utile: l’altro mi ringrazierà, io gli cambierò davvero le cose, altrimenti non serve che io ci perda il mio tempo
Il percorso che si fa come associazione di volontariato è invece quello di prendere consapevolezza della sofferenza urbana e di imparare ad uscire dal concetto individualista di affrontare i problemi entrando nella dimensione di gruppo, rete, cambiamento prima interno che esterno.
Il volontariato è un luogo di crescita sociale straordinario, se consapevolmente orientato e supportato, si muove su un percorso pieno di dubbi – non di risposte preconfezionate e stabili nel tempo – e cambiamenti. Il volontariato è sempre stato storicamente il primo attivatore di cambiamenti sociali, proprio perchè aggregato e inserito in un territorio che sente da dentro le cose.
Riteniamo che investire nella cittadinanza attiva sia fondamentale non meno dell’aiuto dato alle persone in difficoltà, e questo in particolare nel centro città, luogo più esposto a rimanere nella dimensione del puro buonismo o al contrario di esasperazione e paura crescenti. Aiutare i cittadini a vivere accanto a nuovi cittadini (anche quelli che qualche legge ha reso meno “tali”) è un compito che vorremmo si valorizzasse di più, affinchè cresca la consapevolezza di essere parte del problema e quindi..anche della sua soluzione!
I volontari, in particolare quelli del Centro di Ascolto, sono impegnati ad avere diversi focus: quello “da lente di ingrandimento” (per capire la specificità della situazione e da come è vissuta e affrontata) ma anche da binocolo (per contestualizzarla ), considerando il passato e immaginando un progetto su cui co-costruire, una specie di patto. Tutto questo stando anche “nel mezzo”, ovvero abitando insieme la casa (direi la tenda perchè alla fine del colloquio si smonta) umana di condivisione di emozioni e accoglienza di pensieri, che restituisce alla persona il suo valore, al di là della situazione e bisogni portati. Decisamente un compito non facile che richiede continuo impegno, formazione e tempo, anche dopo il tempo del colloquio – spesso anche a livello di contatti personali – per ampliare possibilità di creare ponti e reti. Qui si coltiva FIDUCIA.
Emanuele sottolineava anche la nostra comune preoccupazione come Centri di Ascolto rispetto ai giovani che difficilmente riescono ad avvicinarsi ad un percorso di volontariato così complesso e impegnativo. Tuttavia ci sono strade nuove che si possono preparare per loro, che non sono solo nell’esperienza saltuaria – magari tramite la scuola, ma vorrei tornare più avanti su questo aspetto..
Un altro principio francescano in cui ci impegnamo nell’ambito del volontariato è la RECIPROCITA’, che fa parte della responsabilità condivisa: cercare di mettere la persona in condizioni di reciprocare, consente di restituirle dignità, e di sottolinearle che scommettiamo con lei per questo cambiamento, in cui siamo accanto come uomini. Come Centro di Ascolto facciamo facciamo ad esempio firmare un impegno a restituire quando la situazione personale cambierà.
Il nostro Centro di ascolto ha una lunga esperienza nelle situazioni di povertà locali, abbiamo ancora due volontarie che ne fanno da prima che nascesse l’associazione (oltre 20 anni fa) e che hanno visto cambiamenti in numeri e complessità delle situazioni seguite, ma anche di soluzioni sviluppate sia da parte delle persone sia da parte delle altre realtà di aiuto che man mano sono cresciute sul territorio. Sulle competenze sarebbe utile riflettere perchè a volte si rischia di sminuirle, quando invece andrebbero meglio conosciute, anche se orientate, in particolare su percorsi di legalità e sostenibilità nel tempo.
Le persone che arrivano (l’altro polo di cui parlavo all’inizio), vengono, come per altri centri di ascolto di zona 1, per lo più da fuori dal centro città,salvo invii da parte di altri servizi del nostro Centro, come l’Unità mobile (si tratta di pochi casi ) o l’ambulatorio o lo sportello di orientamento e accompagnamento al lavoro.
Le persone che incontrano i volontari dell’Unità Mobile, che seguono il centro città, sono peggiorate in questi ultimi anni, anche per il protrarsi del tempo di vita in strada, incattivite dalla pressione di nuovi arrivi di differenti povertà e di risposte “per categorie” che di fatto hanno portato ad aumentare la tensione. Molti si sono nascosti in zone più riparate e meno in vista, altri sono ritornati alla strada dopo un periodo in cui lavoravano e vorrebbero sentirsi considerati diversi da coloro che arrivano oggi o da coloro che sono in strada da tempo. Ma di fatto vivono tutti la stessa sorte della strada, con saltuarie differenze nelle accoglienze notturne, legate al periodo dell’anno, ai flussi, alle decisioni politiche del momento. Lo sforzo dei volontari è riconoscere la differenza e dare voce, spazio alla ricerca di ciascuno della propria individualità.
Il limite di quello che si fa oggi? Dare un tempo e uno spazio “da servizio”, ma poi la persona rimane nella sua marginalità sociale, coi suoi pensieri, spesso senza sbocco di speranza. Serve un luogo dove poter consentire a tutti di spendere nella relazione qualcosa che non sia il denaro.
Mi ha colpito il racconto di una volontaria che ha avuto come richiesta da una signora senza tetto di un giornale di gossip. Per lei è stato chiedere di stare in relazione alla pari, una situazione normale in cui lei può avere argomenti come altri, entrare in relazione non come bisognosa. C’è un bisogno di rapporti normali, di sentirsi alla pari che rischia di non venire ascoltato se ragioniamo solo in termini di servizi. Non basta l’apporto specialistico spesso messo a disposizione, non bastano i servizi organizzati, gli operatori…Anche nell’attività dei volontari il rischio è che il rapporto sia sempre sui PROBLEMI e troppo poco sulle LE POSSIBILITA’ che ciascuno ha di essere anche altro: la possibilità di sperimentare e quindi di poter immaginare un inserimento nella società in modo nuovo. Facciamo ancora fatica a capire il valore dell’incontro e della condivisione e che questo aspetto non è demandabile al comune, regione, alla politica, agli operatori sociali, al sistema economico…no: questo riguarda ognuno di noi.
Vorremmo quindi insieme immaginare, oltre a quello che già si fa, degli spazi di condivisione, di sviluppo e attivazione di altre modalità di stare in relazione. Tutto ciò cercando di viverlo con dei tempi “normali” – non quelli della durata del servizio – , più a portata d’uomo. E’ vero che ci sono parrocchie e diverse realtà nella periferia di Milano o ci sono i centri diurni, ma servirebbe anche un ambiente laico, in centro città, aperto a tutti, se vogliamo considerare le tante diversità che “abitano” il nostro Centro città. Importante è anche non dimenticare la necessità di avere servizi igienici e docce che consentano di restituire dignità alle persone perchè davvero possano sentirsi di provare a giocarsi in modi nuovi. Questo creerebbe cambiamento e questo riguarda tutti noi. Un luogo dove trovarsi persone tra le persone e non come bisognosi tra i benestanti (dove possano essere proposti anche vari stimoli nuovi).
L’esistenza di un luogo fisico, nel centro della città, avrebbe un ruolo importante anche per l’aspetto dell’educazione dei giovani: una proposta di vita più simile al villaggio, dove diventi normale la diversità, la condivisione e la consapevolezza di una sorte comune. Qui anche loro potrebbero dare un apporto per quella che è la loro fase di vita, imparando anche da chi ha più esperienza.
Vorremo insomma costruire insieme un luogo in cui alla “malattia della città” non si risponda solo con l’antidolorifico (come si fa nei discorsi emergenziali, attraverso la distribuzione temporanea di qualche bene essenziale) , e nemmeno con le cure palliative (servizi che mantengono nell’assistenza) bensì con una visione olistica, che coinvolge tutta la persona nel contesto in cui vive, di cui ognuno di noi si senta davvero parte attiva e responsabile.

Read More →

IL CENTRO DI ASCOLTO “MESSA DELLA CARITA’” FU FORTEMENTE VOLUTO DOPO LA GUERRA, INTORNO AL 1945/46, DA P. DAVIDE M. TUROLDO, VISTE LE PRECARIE CONDIZIONI ECONOMICHE, SOCIALI E PSICOLOGICHE DI GRAN PARTE DELLA POPOLAZIONE MILANESE; IN SEGUITO, NEL 1948, VENNE RICONOSCIUTO UFFICIALMENTE NEI REGISTRI DELLA PARROCCHIA.
CREDO SIA STATO UNO DEI PRIMI CENTRI DI ASCOLTO A MILANO: LA CARITAS E’ STATA ISTITUITA DA PAPA PAOLO VI NEL 1971, E RESA OPERANTE NELLA DIOCESI DI MILANO NEL 1974. RESPONSABILE DEL CENTRO E’ IL PARROCO DI S. CARLO, OGGI PADRE STEFANO BORDIGNON.
ALL’INIZIO LE RISORSE ECONOMICHE, OLTRE ALLA GENEROSITA’ DEI PADRI SERVI DI MARIA CHE SONO IN S. CARLO, VENNERO ELARGITE IN GRAN PARTE DALLA SIGNORA MARIA PIRELLI, DONNA MOLTO SENSIBILE E DI GRANDE GENEROSITA’. OGGI LE RISORSE PROVENGONO DAI PADRI, CHE DEVOLVONO AL CENTRO DI ASCOLTO TUTTE LE OFFERTE DELLE MESSE DELL’ULTIMA DOMENICA DEL MESE DEDICATA ALLA CARITA’, E DALLA GENEROSITA’ DEI FEDELI DI S. CARLO. IN QUELLA OCCASIONE SI PRESENTANO 1-2 SITUAZIONI TRA LE PIU’ IMPEGNATIVE.
SIN DALL’INIZIO GLI AIUTI DI SOSTEGNO ECONOMICO E DI PARTECIPAZIONE CRISTIANA (SEMPRE PRESENTE NEL NOSTRO OPERATO), SONO STATI RIVOLTI ALLE FAMIGLIE PRINCIPALMENTE, ANCHE PERCHE’ ALL’EPOCA I COSI’ DETTI BARBONI, GLI ODIERNI HOMELESS, ERANO RELATIVAMENTE POCHI E LE LORO RICHIESTE DI ELEMOSINA, NELLE PARROCCHIE, ERANO RIVOLTE SOPRATTUTTO AI PARROCI.
INFATTI LA PARROCCHIA DI S. CARLO DISTRIBUIVA PICCOLE SOMME DI DANARO TUTTI GIOVEDI’, MA INTORNO AGLI ANNI ’90, IN SEGUITO AD EPISODI DI VIOLENZA NEI CONFRONTI DEL PARROCO, LA CARITA’ DELLA PARROCCHIA FU AFFIDATA DAI PADRI AL NOSTRO CENTRO DI ASCOLTO.
PERTANTO, OLTRE LE FAMIGLIE, CHE ERANO E SONO SEMPRE LE PRIVILEGIATE, SPECIALMENTE IN PRESENZA DI BAMBINI, LA MESSA DELLA CARITA’ HA AIUTATO CHI ERA SENZA DIMORA, CON PICCOLE SOMME DI DANARO CONSEGNATE MENSILMENTE, E PAGANDO PER LORO I DORMITORI, OCCHIALI DA VISTA, PROTESI DENTARIE, TICKETS E MEDICINALI ED ALTRO.
MA NEL CORSO DI QUEST’ULTIMO DECENNIO LA SITUAZIONE E’ DI MOLTO CAMBIATA LA POPOLAZIONE DEI SENZA DIMORA E’ AUMENTATA NOTEVOLMENTE, PER LA CRISI CHE CI HA COLPITO, MA ANCHE PER L’ARRIVO DI MOLTI, MOLTISSIMI EMIGRANTI. E NON SONO MANCATI EPISODI DI VIOLENZA E PREVARICAZIONE, NON SOLO FRA LORO MA ANCHE VERSO I VOLONTARI ALL’ASCOLTO, TANTO CHE E’ STATA FATTA INTERVENIRE LA FORZA PUBBLICA PIU’ VOLTE. IN PIU’ ABBIAMO NOTATO CHE LE NOSTRE SOMME DI DANARO MENSILI NON ERANO DI NESSUN INCENTIVO; PER LA MAGGIOR PARTE DI LORO LA SITUAZIONE RIMANEVA IMMUTATA.

E’ GENTE CHE HA FALLITO, NEL CORSO DEGLI ANNI, IL PROPRIO PROCESSO INTEGRATIVO, RITROVANDOSI VITTIME DI UN SISTEMA INCAPACE, PER MANCANZA DI PROGETTAZIONE, DI MEZZI, DI FORNIRE LORO RISPOSTE EFFICACI RIVOLTE, NON SOLO A COPRIRE ESIGENZE PRIMARIE, MA ANCHE A PROSPETTARE LORO UN FUTURO POSSIBILE.
LA GRAVE EMARGINAZIONE CERTAMENTE NON E’ UNA SCELTA DELL’INDIVIDUO, MA PIUTTOSTO UN ADATTAMENTO ALL’ESCLUSIONE DALLA COLLETTIVITA’ ….. LA PERSONA INDIVIDUANDO COME PROCURARSI L’ESSENZIALE, MANGIARE E DORMIRE, ED ANCHE ALTRO, SI ADAGIA E COSI’ NON PROMUOVE, ANZI RIMUOVE OGNI POSSIBILITA’ DI IMPEGNO E DI REAZIONE ALLA SUA CONDIZIONE …. SIAMO IN UN CIRCUITO CHIUSO.
QUESTO PROBLEMA NON SI PUO’ AFFRONTARE SOLO CON INTERVENTI ATTI A SODDISFARE I BISOGNI PRIMARI O ECONOMICI, SANITARI, MA NECESSITA DI PROFESSIONALITA’ ALTRE CHE ARRESTINO QUESTI PROCESSI DI DEGRADO, DI POVERTA’ PROGRESSIVA MEDIANTE PROSPETTIVE SOCIALI ED EDUCATIVE E SOPRATTUTTO CON APPROPRIATI MEZZI DI COMUNICAZIONE E DI ACCOMPAGNAMENTO DELL’INDIVIDUO: QUESTE PERSONE NON SI POSSONO ABBANDONARE, NON DEVONO ESSERE LASCIATE SOLE.
I CENTRI DI ASCOLTO, E PARLO DEL NOSTRO IN PARTICOLARE, NON SONO ATTREZZATI A PROPORRE E PROGETTARE SIMILI INTERVENTI, SOPRATTUTTO PER MANCANZA DI PERSONALE ADEGUATO …. SOLO LE COMPETENTI ISTITUZIONI PRESENTI SUL TERRITORIO, CHE POI SONO QUELLE CHIAMATE AD EFFETTUARE SIMILI INTERVENTI, POTREBBERO FARLO.
PER MILANO VI E’ UNA STIMA (FORSE IN DIFETTO) DI CIRCA 3000 PERSONE SENZA DIMORA … LA MAGGIORANZA DI QUESTE PERSONE SONO UOMINI, LE DONNE SONO QUELLE CHE MEGLIO RIESCONO AD AFFRONTARE SITUAZIONI DIFFICILI, CHE MEGLIO SANNO GESTIRSI: SI PENSI A QUANTE, CON FIGLI, SONO LASCIATE DAI LORO COMPAGNI ….. EPPURE RIESCONO CON MOLTI SACRIFICI A PORTARE AVANTI LA FAMIGLIA ….. L’UOMO FUGGE, RIFUGGE DA OGNI RESPONSABILITA’ , MAGARI DIVENTANDO UN …. SENZA DIMORA.
PER QUESTI MOTIVI IL NOSTRO CENTRO, DA OLTRE UN ANNO, HA DECISO DI NON DISTRIBUIRE PIU’ SOMME DI DANARO …. A PIOGGIA, MA DI CONTINUARE AD AIUTARE QUESTE PERSONE CON IL PAGAMENTO DI MEDICINALI, TICKETS PER INDAGINI MEDICHE, FORNITURA DI OCCHIALI DA VISTA, PROTESI DENTARIE, CORSETTI E CALZE ORTOPEDICHE, TUTTO SU RICHIESTA MEDICA, PAGAMENTO DI DORMITORI, FORNITURA DI CELLULARI, RICARICHE TELEFONICHE, IL TUTTO EFFETTUATO DA NOI DIRETTAMENTE, PREFERIAMO NON DARE DANARO AI NOSTRI ASSISTITI.
ABBIAMO AIUTATO ANCHE DIVERSI RAGAZZI A COMPLETARE I LORO STUDI UNIVERSITARI, PAGANDO PER LORO LE TASSE SCOLASTICHE; AL CONSEGUIMENTO DELLA LAUREA SONO TORNATI AL LORO PAESE, NON SENZA RINGRAZIARE LA MESSA DELLA CARITA’, E DI QUESTO SIAMO ORGOGLIOSI. ABBIAMO AIUTATO MINORENNI ACCOMPAGNATI DA UN EDUCATORE AD ISCRIVERSI A CORSI O ALTRO PER I QUALI ESISTEVA UN PROGETTO PER UN FUTURO CONDIVISO.

A QUESTO PROPOSITO DEVO SEGNALARE CHE NEL NOSTRO CENTRO NON SONO VENUTI MAI I COSI’ DETTI RAGAZZI PROFUGHI NON ACCOMPAGNATI A CHIEDERE AIUTI GENERICI. PERTANTO E’ UN PROBLEMA CHE NON ABBIAMO MAI AFFRONTATO E CHE NON CONOSCIAMO. CREDIAMO CHE L’ATTENZIONE DELLA CARITAS E DELLE ISTITUZIONI DEBBA ESSERE RIVOLTA PROPRIO NEI LORO CONFRONTI, POICHE’ SONO I PIU’ DEBOLI E I PIU’ ESPOSTI A PERICOLI.
ALTRA REALTA’ SONO I PADRI SEPARATI E/O DIVORZIATI CHE AL VERIFICARSI DI QUESTA SITUAZIONE DIVENTANO I NUOVI POVERI: NON AVENDO I MEZZI NECESSARI AD AFFRONTARE LA NUOVA VITA, SPESSO PERDONO IL LAVORO FINENDO IN DORMITORI O ADDIRITTURA IN STRADA: NE ABBIAMO AIUTATI ALCUNI INSIEME AD ALTRE ASSOCIAZIONI.
E POI CI SONO GLI OVER 50 CHE HANNO PERSO IL LAVORO E NON RIESCONO A TROVARLO E QUELLE PERSONE CHE, PUR AVENDO LAVORATO, SONO RIENTRATI NELLA LEGGE FORNERO. MA PER QUESTE CATEGORIE PARE SIA INTERVENUTA LA LEGGE PER SANARE ALCUNE POSIZIONI.
DIVERSA E’ LA SITUAZIONE DEI NUCLEI FAMILIARI: NEI CASI DI GRAVE INDIGENZA, DOPO ACCURATE INDAGINI E SPESSO SU INDICAZIONE, CON RELAZIONI DETTAGLIATE, DI ALTRI CENTRI DI ASCOLTO PARROCCHIALI , DI ASSOCIAZIONI QUALI LA S. VINCENZO E DI ASSISTENTI SOCIALI DEL COMUNE DI MILANO, INTERVENIAMO CON SOMME DI DANARO, DISTRIBUITE MENSILMENTE E PER UN NUMERO DI MESI CHE PUO’ VARIARE A SECONDA DELL GRAVITA’ DELLA SITUAZIONE, RIPETIBILI SE IL BISOGNO NON SI E’ RISOLTO O ALLEGGERITO, OLTRE OVVIAMENTE AL PAGAMENTO DI BOLLETTE DELLE UTENZE, ENERGIA E GAS, ED ALTRO, ANCHE REFEZIONE, TASSE SCOLASTICHE CHE NON POSSONO ACCEDERE ALLA GRATUITA’ POICHE’ SI FA RIFERIMENTO AD UN ISEE DI DUE ANNI PRIMA, QUANO LA SITUAZIONE ECONOMICA FAMILIARE ERA MIGLIORE PERCHE’ IL PADRE O LA MADRE LAVORAVANO ……. QUESTA E’ UN’ABERRAZIONE ED ANDREBBE CORRETTA DA CHI HA IL POTERE DI FARLO.
INOLTRE IL NOSTRO CENTRO DISTRIBUISCE OGNI MATTINA, DAL MARTEDI’ AL VENERDI’ LA COLAZIONE E OGNI 15 GG. UN PACCO VIVERI, OLTRE A INDUMENTI, A RICHIESTA.
TUTTO QUESTO E’ POSSIBILE GRAZIE AL LAVORO INCESSANTE DI MADRE DOLORES, CON LE SUE SUORE SERVE DI MARIA, CHE E’ L’ANIMA VIVA DELLA MESSA DELLA CARITA’ E AI VOLONTARI CHE, ASSIEME ALLA MADRE, CON DEDIZIONE E TANTA ABNEGAZIONE SVOLGONO IL DELICATO COMPITO DELL’ASCOLTO PER 4 GIORNI LA SETTIMANA, INTERESSANDOSI AGLI ASSISTITI ANCHE OLTRE LE ORE DI ASCOLTO.

Read More →

Il Centro Storico rappresenta il cuore di Milano, una città da sempre attenta alle Povertà, antiche e nuove, vicine e lontane, comunque prossime.
Operatori e volontari di diverse Associazioni negli ultimi 6 anni hanno deciso di coordinarsi nelle azioni e nelle progettualità, per offrire un Sevizio attorno alle persone che vengono a chiedere aiuto nei Centri di Ascolto (CdA) e nei Servizi di carattere caritativo, con l’importante supporto di Caritas Ambrosiana. Si tratta di alleanze educative ed alleanze tra diversi, come tra assistenti sociali, volontari, counsellor, insegnanti e molti altri professionisti. Fondamentali in questo programma sono state la progettualità condivisa, costruire buone prassi, l’attenzione alle ricadute di senso sulle famiglie d’origine di chi chiede aiuto. Particolare attenzione è stata posta nell’evitare che i bisogni portati dalle persone siano semplicemente legati all’offerta che le Associazioni mettono in campo.
Abbiamo pensato che affrontare insieme dei problemi volesse dire già risolverne la metà, moltiplicare le risorse e le esperienze, evitando così sovrapposizioni d’azioni disorientanti per chi chiede aiuto ed affaticanti per chi lo desidera donare. Vogliamo con quest’incontro condividere il lavoro svolto fin’ora ed aprire strade nuove, con la certezza di appartenere ad un sistema aperto e non chiuso. Come dice Sciascia, «accarezzando spesso il mondo in contropelo», in modo mai omologato al pensiero dominante, facendo cose nuove e non ancora pensate, perché il Vangelo ha bisogno di gente viva.
Questa Comunità Cristiana ha scelto di lavorare insieme ed assumere responsabilmente un pezzo di realtà e di farlo proprio esprimendo così la propria Missione in modo altro rispetto alle istituzioni, ma coerente e condiviso con queste ultime. Si è desiderato non burocratizzare le attività, cercando però al tempo stesso di renderle organizzate e competenti.
Le Povertà che desideriamo servire sono molto cambiate in questi ultimi anni, come rileviamo quotidianamente. Se osserviamo ad esempio le diverse esperienze dei Centri di Ascolto delle molte Associazioni, un tempo le persone sostenute nei CdA di Milano erano circa il 6 per cento della popolazione totale (fonte Caritas, 2013), erano anche quelle persone che nonostante i comuni sforzi spesso non riuscivano ad uscire dallo stato di difficoltà. Talvolta perché col tempo sono diventati su un piano emotivo “i nostri assistiti”, talvolta troppo nostri, generando forme di dipendenza “dai volontari” per cui per molti anni gli assistiti sono stati sempre gli stessi, per identità e numero.
Le richieste di aiuto, più alte nelle periferie urbane ed esistenziali di Milano, in questi anni si sono sposte verso il centro, in quanto luogo delle occasioni e delle opportunità. Domande portate ai Parroci, alle Parrocchie ed alle diverse Associazioni che col tempo hanno costruito luoghi di ascolto e centri pensati per costruire percorsi di orientamento, presa in carico ed erogazione gratuita di servizi di base.

Oggi le Povertà visibili nel Centro Storico hanno cambiato forma e certamente in futuro muteranno ancora, espressione di una società liquida che cambia continuamente, che lascia indietro i più fragili, che ha portato i penultimi ad esser gli ultimi, seguendo senza accorgersi lo scivolamento su un piano inclinato verso il basso, spinti da contrarietà anche incolpevoli che li hanno portati a situazioni del tutto inattese e mai sperimentate. Inoltre stiamo assistendo ad un ritorno di persone aiutate in passato e che sono tornate con problemi diversi e più ampi.
Con le crisi economiche, dal 2008 la situazione è precipitata, il tasso di povertà ha superato il 20 per cento della popolazione totale (fonte Caritas, 2016). Si tratta di persone non conosciute precedentemente, spesso italiani, disoccupati, laureati o con più di 50 anni di età. Ora le richieste che arrivano alle Parrocchie ed ai CdA sono ben diverse e complesse; ticket sanitari, spese scolastiche od impreviste (per la manutenzione della casa o per la cancellazione di una partita iva), restituzione di prestiti, od ancora un alloggio per il padre separato che dorme in macchina o risposte al dilemma del “dopo di noi” per dei genitori che hanno un figlio disabile.
La presenza di girovaghi con lunghe carriere di povertà esibita, che moltiplicano gli interventi di aiuto allontanando così la possibilità di esprimere il proprio progetto di vita, esiste ed esisterà sempre, ma tra questa moltitudine ci sono anche migranti figli di un’economia di mercato mondiale che genera ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, senza fissa dimora abbandonati alla loro reiterante quotidianità di sopravvivenza perché troppo folli per essere seguiti, ma sufficientemente adeguati per essere lasciati da soli, od ancora carcerati che mendicano una seconda possibilità. Anche i rom od i ragazzi africani che vediamo davanti ai Supermercati del Centro per chiedere l’elemosina potrebbero inserirsi in un contesto sociale e lavorativo, facendoli uscire dallo sfruttamento di organizzazioni criminali.

I bisogni sono diventati multi direzionali e plurimi generando forme di povertà che fanno più male rispetto a quelle del passato, perché colgono, come abbiamo detto, persone che prima conducevano una vita dignitosa e perché mettono in discussione l’identità della persona stessa, secondo l’attuale visione che “sei quello che fai”, rimuovendo così la speranza e con essa un futuro.
Sono proprio queste ultime le Povertà invisibili che desideriamo cogliere oggi nel Centro Storico, attraverso una prima fase di ascolto e rilevazione, per coglierne i bisogni veri. Leggerle è diventato complicato. Incontriamo, spesso senza saperlo, Poveri nascosti in un’apparente e discreta normalità; sono padri di famiglia decaduti da situazioni di benessere, con il cellulare di ultima generazione (ma a noleggio) perché lo usano per la ricerca del lavoro e per la rete sociale; mamme povere ma perfettamente truccate perché desiderano restituirsi la dignità di una donna che si prende cura di se; tutti poveri che sono tornati magari a cenare di nascosto dagli altri con una tazza di latte, ma cercano di farlo insieme, come famiglia. Poveri apparentemente inadeguati e colpevoli, che se soli rischiano di peggiorare notevolmente la loro situazione perché convinti di moltiplicare la propria insufficiente pensione nei bar con le slot machine o fiduciosi che i prestiti di amici e parenti possano essere una risposta stabile. Poveri che rischiamo di non accogliere in una relazione di cura e di promozione perché siamo guidati da stereotipi più che da conoscenze reali delle diverse situazioni.
Oggi queste sfide ci propongono o meglio impongono di generare delle risposte inedite e creative, a partire dalla sapienza di valori sedimentati.

La proposta di oggi è anche quella di non pensarci solo CdA, Mense, Servizi di distribuzione Viveri, Unità Mobile, Centri Diurni, Servizi di Base, Segretariati Sociali come quindi solo luoghi fisici di assistenza con pericolose derive d’efficentazione, luoghi che di volta in volta vengono interpretati come un agenzia di collocamento od un ufficio di sostegno al reddito, e che in queste direzioni tende emotivamente ad orientarsi nelle diverse azioni, per meglio accogliere le persone in difficoltà. Dovremmo invece abitare le relazioni di prossimità, ravvicinate, secondo logiche di fratellanza, sospendendo il giudizio, anche tra di noi. Si tratta di una scelta complessa, perché comprende un contesto in cui muoversi, territoriale e multidisciplinare. Una scelta complessa anche perché si diventa contesto parrocchiale, di quartiere, di decanato. Una scelta che ancora una volta diventa progetto di vita personalizzato con e per la Persona, sia per chi chiede aiuto sia per chi si dona. Dobbiamo accompagnarci come comunità attraverso l’espressione delle diverse competenze, personali e professionali senza però mai delegare la gestione della relazione ai “tecnici”, ma operando insieme per mettere in azione quel cambiamento desiderato. Dobbiamo ricordarci che la prima relazione di aiuto è quella educativa, ed è anche l’alimento più importante che alcuni di noi mettono nel pacco viveri. Nella reazione di aiuto si apre la possibilità di coinvolgere anche i giovani, in modo da promuovere la pastorale giovanile e per passare il testimone a chi verrà dopo di noi. Molti di noi non sono più giovanissimi, è il momento di prenderci cura e soprattutto lasciare spazio alle nuove generazioni a qui consegnare il senso di una vita ben spesa.

La proposta è quindi quella di raccoglierci, insieme alle Parrocchie, intorno alla relazione, donandoci fraternamente, in una dimensione umana ed empatica. Si tratta di un’accoglienza diffusa, all’esterno, che desidera essere “Chiesa in uscita” e comunità educante, condivisa, familiare, persino competente, perché coglie i talenti di chi ne è coinvolto. La relazione così abitata ci invita ad uscire dal passato, dalle difficoltà incontrate, divenendo un luogo non fisico di cura dove quindi esplicitare il bene ed i valori. Si potrebbe obiettare che la relazione non risolve le difficoltà materiali, ma certamente ne cambia la prospettiva, apporta forze ed idee nuove, occasioni, possibili soluzioni se condivise; insomma conduce alla Speranza.
E’ anche un modo di condividere nella quotidianità il volto missionario della Parrocchia e secondo questa visione agire logiche di sistema innovative essendo dei testimoni presenti sul territorio, anche partecipando alla progettazione.
Ciò permetterebbe di coinvolgere la propria comunità più ampia, cioè coloro che frequentano la Messa ma non sono coinvolti nei servizi, e coloro che non frequentano la Chiesa ma potrebbero essere coinvolti nelle diverse attività per scoprirne l’annuncio e la missione. Coinvolgerebbe Istituti scolastici, negozianti, professionisti, autorità locali, enti del pubblico e privato sociale, etc. Si tratta di sinergie trasversali dai percorsi ed esiti decisamente innovativi, anche se il cammino è tutt’altro che semplice. In questo modo il paniere di risorse che offriamo al prossimo è colmo di occasioni diverse ed il progetto di vita viene pensato su misura e riferito a chi deve realizzarlo. Alcuni di noi già lo fanno, a partire da un caso o da una situazione singola, ma non abbiamo ancora ultimato un metodo di lavoro condiviso.
Se riuscissimo ad agire e testimoniare la Carità, anche secondo rappresentazioni o Carismi diversi, in modo condiviso e partecipato genereremmo speranza ed occasioni, in quanto opportunità di cambiamento positivo, che aiutano e guidano il vivere.
Una comunità che così sostituisce il termine di scambio nelle relazioni, con il termine dono, si orienterebbe a fenomeni di restituzione da parte di chi usufruisce dell’aiuto avuto in dono, nuovamente donato a propria volta, magari anche solo attraverso lavori socialmente utili.
Attenzione particolare andrebbe riservata alla formazione condivisa e partecipata, in equilibrio con i tempi e gli spazi della vita moderna, formazione che abbia come fine il cambiamento, la sinergia ed il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dei servizi. Una formazione che possa creare comunità, ed un futuro per la stessa. Dei servizi che siano anche storytelling, come si usa dice oggi, del percorso e dell’identità.

Le Povertà cresceranno per complessità e difficoltà anche nel Centro Storico, dalla disparità nel possesso delle risorse, alle diversità culturali che non devono portarci al un mercato dei valori, dove se tutto vale, nulla vale realmente, dall’analfabetismo funzionale, al disagio psicologico, dalla complessità di ricondurre le persone in difficoltà in percorsi codificati, perché rinchiusi senza speranza in se stessi o per conservare l’unica cosa a loro rimasta, la libertà, all’impoverimento delle famiglie, dalla solitudine dei giovani quanto delle persone anziani, all’abuso di alcool e stupefacenti, alla disgregazione delle famiglie, all’impossibilità di accompagnare bambini ed adolescenti all’adultità per il troppo lavoro od impegni. Persino l’aspettativa di vita delle persone, per la prima volta, si è ridotta (fonte: rapporto Osservasalute 2015); complice la contrazione delle spese di prevenzione e perché molti non possono più curarsi.
E’ di questi mesi la notizia che oramai il 20% circa dei ragazzi tra i 13 ed i 20 anni hanno comportamenti intenzionali di autolesionismo, facendosi del male o tagliandosi, quasi sempre di nascosto ed in privato, per rabbia o per punirsi. (fonte Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2017). Paradossalmente ciò accade nell’epoca della maggior sviluppo digitale. Questo avviene anche qui, nel Centro Storico; vuol dire che dei 200 ragazzi di quest’età che abitano nella nostra zona e che incrociamo spesso, 40 di loro si fa intenzionalmente del male e 6 di loro lo fa in maniera costante e ripetitiva, di nascosto, quasi tutti i giorni.

Tutte queste sono Povertà invisibili, che in antiche culture, più semplici ma più a misura d’uomo, avevano la possibilità d’espressione e risoluzione nella vita del villaggio. Diversi sono i contenuti delle osservazioni se condotte nei CdA o nei Servizi, piuttosto che nella strada e nelle case, di giorno piuttosto che di notte, si tratta di un ulteriore elemento di complessità.
I volontari che operano nei CdA del Centro Storico segnalano che le persone che chiedono aiuto arrivano quasi sempre da zone più periferiche, quasi mai abitano nella zona di competenza del Centro. Ciò vuol dire che non ci sono Povertà? Tutt’altro, piuttosto per dignità o regole sociali implicite non si rivolgono ai propri CdA, al limite ne fanno cenno al Parroco od a persone di fiducia e riservate.
Giustamente qualche Centro si sta specializzando rispetto a bisogni importanti, sviluppando competenze, come ad esempio accade per la distribuzione di viveri, l’orientamento nella ricerca del lavoro o su questioni legali ma il CdA ed i Servizi devono presidiare la propria vera vocazione; la relazione, nelle sue molteplici espressioni e nella sostenibilità delle risorse. Dalla relazione origina anche il senso del pacco viveri e del guardaroba. In questo si incrocia il non limite della parrocchia, nella quale ci si percepisce come Comunità più ampia. Se la “questione dei Poveri” non fosse demandata a pochi volontari professionisti, seppur dall’insostituibile valore, ma generata come azione condivisa abitando le relazioni attraverso la Parrocchia e nella comunità più ampia, nella famiglia umana, allora sarebbe più facile incontrare l’uomo nei suoi bisogni, talenti e progettualità. Costruire risposte alle emergenti Povertà interessa e riguarda tutti, perché “lavorare al servizio degli altri ci cambia, ed incrocia la misericordia”, tema che Papa Francesco ha evidenziato in tutta la sua forza. Bisogna inoltre passare dai sostantivi ai verbi. Non parliamo più di Servizi per le Povertà, ma di curare, lavorare, abitare, educare, persino amare. Verbi da declinare non per categorie, ma per tutti, tutti noi. Dobbiamo privilegiare legami e significati al posto di prestazioni, servizi e denaro. Non apriamo nuovi servizi se non siamo certi che possano generare e rigenerare un legame.
Ripercorrere il senso insieme, ci riporterà a metodi e modelli inediti e generativi, se pensiamo ai bisogni reali dell’oggi, nella prospettiva dei de-sideri, in quanto già abitati. Compito impossibile? Tutt’altro, come ci ricorda Papa Francesco, a noi solo il compito di “avviare processi più che occupare spazi”.

Read More →
error: Content is protected !!