Conosciamo la nostra parrocchia?

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Conosciamo la nostra parrocchia? Forse sì, forse no. Siamo presi da mille cose, magari preoccupati per tante ragioni, affannati nel far quadrare il bilancio degli impegni e del tempo disponibile; e così, probabilmente, passando per le strade che percorriamo ogni giorno, non gettiamo che uno sguardo distratto su quanto ci circonda, guardiamo solo quel tanto che basta a non farci battere la testa contro il muro o contro un palo.
A me, invece, è sempre piaciuto evocare, in un certo senso, il passato; pensare a tutti quelli che mi hanno preceduto in un luogo e a quelli che ci verranno poi; immaginare, per esempio, le moltitudini di persone che, in tanti secoli, hanno frequentato San Babila e che la frequenteranno in futuro, pensare al cumulo di preghiere, di sofferenze, di gioie di cui sono state e saranno testimoni le antiche navate della nostra basilica. Siamo come tanti anelli di una immensa catena che si allunga fino all’eternità.
Vogliamo allora per una volta goderci una vacanza nelle strade della nostra parrocchia? Sono strade cariche di storia, che hanno visto passare persone illustri, santi, re, letterati e via dicendo, se non vogliamo ricordare tutti gli uomini e le donne che la storia la fanno in silenzio.
La via più ricca di palazzi storici e quindi di memorie è senz’altro il corso Venezia. Ammirazione e rispetto merita senza dubbio il palazzo Fontana Silvestri (corso Venezia 10), che è praticamente l’unica testimonianza di architettura privata della nostra città che risalga all’epoca sforzesca (seconda metà del ’400), probabile opera del Bramante. Un fascino particolare spira dalla facciata piuttosto severa (un tempo pare fosse dipinta), dal bel cortile interno, dalle colonne del portale, che il tempo ha inesorabilmente consunto.
Dopo poche decine di metri, ma con un salto di secoli, si arriva al palazzo Serbelloni Sola Cabiati (corso Venezia 16) del XVIII secolo (architetto Simone Cantoni) all’angolo con via San Damiano. La facciata principale, prospiciente il corso Venezia, è imponente, soprattutto per la parte centrale, con lo sfondato attraversato da due enormi colonne ioniche e il grande frontone triangolare. Vittorio Emanuele II e Napoleone Bonaparte sono stati qui; che ricordo avranno conservato questi personaggi del nostro pezzetto di Milano?
Continuando la passeggiata metaforica, arriviamo al palazzo Saporiti (corso Venezia 40), pure del XVIII secolo e probabilmente apparentato al precedente palazzo Serbelloni. Basti osservare l’analogo motivo dello sfondato sulla facciata, qui ampliato con ben sei colonne ioniche. L’edificio poi è coronato da una serie di statue, che richiamano la facciata posteriore della vicina Villa Reale.
Infine sempre in corso Venezia, al numero 47, c’è il palazzo Castiglioni, opera dell’architetto Sommaruga, il massimo architetto attivo a Milano nell’epoca Liberty (1901-1903). Ultimo palazzo milanese destinato a costituire la residenza urbana di un’unica famiglia, famoso per lo spacco naturalistico delle pietre al piano terreno, per le statue che adornavano la facciata e che ora si trovano alla clinica Columbus, e, soprattutto, per il monumentale scalone centrale con balaustra in ferro battuto e corrimano in legno, vero capolavoro del genere.
Dal corso Venezia, passando in via Durini 24, troviamo palazzo Durini, del secolo XVII, opera del Richini (chiamato anche Ricchino), e più volte in seguito restaurato, anche in seguito ai danni subiti a causa della guerra. Un balcone sopra l’ampio portale, vasti cortili, un imponente scalone d’onore ne fanno un esemplare piuttosto notevole fra i palazzi milanesi.
Sempre nei dintorni di San Babila, si trovano infine il palazzo Bolagnos Visconti di Grazzano (via Cino del Duca 8) e il palazzo Taverna Radice Fossati (via Montenapoleone 2). Il primo, del XVIII secolo, caratterizzato dalla sfilata delle quindici finestre su tre piani della facciata, dal cortile rettangolare, contornato da un portico dalle colonne binate, che reggono, caso unico in Milano, un balcone continuo con balaustra di pietra. Il secondo, del secolo XIX, opera di Albertolli, presenta una forma a U. In esso è vissuto ed è morto Carlo Porta.
La nostra passeggiata è finita; è stata rapida ed un po’ sommaria, ma certo basta per rendersi conto di quelle che sono le nostre radici, dei legami con un passato che non si può cancellare, con tanti personaggi e, ancor più, con tante persone che hanno vissuto, gioito e sofferto, non solo negli storici palazzi, ma in tutte le case che affiancano le case della nostra zona.

GIULIA SANVISENTI
(bollettino parrocchiale di San Babila, 1987)

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Un celebre medico anni fa diceva che il manicomio è la fiera campionaria di quelli che stanno fuori e tuttavia non si può dimenticare la frase detta da un ricoverato di Mombello ad un tizio che passava davanti alla cancellata dell’ospedale: “Ma siete in tanti là dentro?”. Io mi sentirei di parafrasare affermando che i cosiddetti “assistiti” della nostra San Vincenzo sono la fiera campionaria di tutte quelle che si chiamano oggi le nuove povertà.
Il più delle volte non conosco nemmeno il nome di coloro che arrivano a San Babila a chiedere un aiuto, quasi sempre materiale (denaro e talvolta indumenti), così li ricordo con un soprannome, che subito me li raffigura nella loro personalità umana: quella, per lo meno, che vogliono farmi conoscere.
Penso, ad esempio, ad un emarginato, ex-carcerato, che avevo soprannominato “il povero del lunedì”, perché in quel giorno si presentava puntualmente ogni settimana. Poi cambiò giorno e periodicità; arrivava attorno al veti del mese e sempre raccontava di torti subiti, di mirabolanti possibilità di ricchezza vanificate dalla cattiveria di persone che gli volevano male e, innocente, lo avevano fatto finire in carcere. A suo dire cercava disperatamente un lavoro, e io pensavo che fosse un po’ “picchiato”, perché nessuno avrebbe mai assunto un barbone. Parlo al passato perché invece il lavoro adesso ce l’ha e probabilmente ha finito di venire ad elemosinare: l’ultima volta si è presentato ripulito e azzimato, quasi irriconoscibile.
Tempo addietro arrivava ogni tanto una donna piuttosto sporca, capelli biondi tinti, aria desolata: raccontava di un figlio che la picchiava, ma forse erano fantasie, perché temo che bevesse. Ad ogni modo per me era “la donna picchiata”. Voleva farmi regali di oggetti talora spaventosi, di cui mi disfacevo al più presto; era un tipo affettuoso, così non riuscivo ad impedirle di baciarmi. Da tempo non la vedo più e mi spiacerebbe che le fosse successo qualcosa di male.
C’è poi il disgraziato uscito dal manicomio per via della legge 180. È ancora giovane, cerca lavoro e naturalmente non lo trova, è sempre in giro anche se ora gli hanno dato la casa. Nel complesso è piuttosto instabile e agitato; lo chiamo “il povero della domenica”, perché questo è il suo giorno preferito per venire; ma in questo caso il suo nome mi è ben noto.
C’è la “bionda”, una donna dall’età indefinibile, che sta in chiesa per ore, per quanto asserisca di avere una madre molto anziana e ammalata, che non può abbandonare. Ha l’animo gentile e sensibile, si commuove per ogni piccola cortesia e vuol ricambiare come può. Da un paio di mesi non si fa vedere e quindi sono piuttosto preoccupata.
Voglio ricordare “l’uomo del by-pass”: un ometto gentile e rispettoso, viene due volte al mese, vive al dormitorio pubblico ed è sempre inguaiato per la salute; è educato, si mette in un angolo e aspetta pazientemente che gli si dia retta.
C’è l’ex-carcerato rissoso e violento, che racconta un sacco di frottole, l’imbrogliare è la sua seconda natura, è inesistente e trova sempre nuove scuse per cercare soldi, ma si sa che batte a tutte le porte.
C’è la donna che arriva una volta al mese, carica di fagotti, tipo “omnia mea mecum porto” (e credo sia così, perché è senza casa); chiede ogni genere di indumenti, ma in definitiva si accontenta di qualche biglietto da mille.
Da non dimenticare la cosiddetta “donna della pasta”: altra donnina minuscola che, qualche anno fa, chiedeva sempre e solo dei pacchi di pasta, donde il soprannome. Adesso accetta ogni tipo di generi alimentari e di indumenti ed è felice.
Una donna che vedo profilarsi all’orizzonte di piazza San Babila con un certo non troppo cristiano disgusto è la “pasticciona”: sempre affannata, un fiume di parole che scorre su un cumulo di disgrazie. La morale della favola è comunque la solita, le occorrono soldi.
Ci sono anche i ragazzini “poveri ma onesti”; così si definirono loro stessi la prima volta che li vidi. Cercavano di vendere tovagliette, centrini, pizzi e altre cose del genere. Facevano compassione e tenerezza ad un tempo; adesso i primi due non si vedono più, sono stati sostituiti da due ragazzette, pare sorelle. Continuano ad offrire gli stessi tipi di merce, perché preferiscono dignitosamente vendere, piuttosto che questuare.
Nel mio campionario non mancano alcuni nomadi, con bellissimi bambini. Soprattutto in questo periodo invernale hanno freddo e fame. Tra gli indumenti scelgono solo le cose più vistose e luccicanti; si portano via con gioia il pacco natalizio e i viveri in genere, ma cercano anche denaro, perché mancano di tutto, cominciando dai mezzi per riscaldarsi e cucinare qualcosa.
Infine ci sono gli imbroglioni di professione, senza fissa dimora, senza arte né parte, come si dice: è facile che chiedano il denaro per comprare il biglietto per la città X o il paese Y. Se ci caschi e comperi il biglietto, pensando di premunirti da inganni, sbagli ancora, perché poi il biglietto lo rivendono.
Un’unica volta sono certa che il biglietto sia stato usato: si trattava di un poveraccio venuto al nord in cerca di un’occupazione, aveva lasciato moglie e figli al sud e non trovando nessun lavoro, era ridotto veramente alla fame. È stato felice del biglietto e del denaro per mangiare qualcosa. Sono sicura che è ritornato a casa.
Forse mi sono dilungata, ma così si ha un’idea del tipo di umanità che ora i vincenziani accostano nel vissuto quotidiano. Sono finiti ormai i tempi delle tranquille vecchiette da visitare a domicilio.
È vero che ci si inquieta, si resta perèlessi, non si sa che ben fare, si rimane imbrogliati; ma è anche vero che ognuno di questi poveri, in fondo, non è che il volto sfigurato di Cristo e allora non si può far altro che tendere loro, comunque, una mano.

Giulia Sanvisenti

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