Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. La preghiera di Papa Francesco

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Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,
la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle.

Amen

 

Supplica tratta da messaggio di Papa Francesco per la
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021

Testo integrale del messaggio Verso un “noi” sempre più grande:
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2021-05/papa-messaggio-giornata-mondiale-rifugiato-2021.html

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In questa Domenica, con tutta la Chiesa universale, celebriamo anche la XXIV Giornata mondiale della Vita consacrata.

La vita consacrata è la risposta a una vocazione ad essere testimoni del Regno che viene. Così presenta questo giorno di preghiera papa Francesco: La vita consacrata: sboccia e fiorisce nella Chiesa; se si isola, appassisce. Essa matura quando i giovani e gli anziani camminano insieme, quando i giovani ritrovano le radici e gli anziani accolgono i frutti.

E il nostro Arcivescovo Mario Delpini ricorda che la vita consacrata è una grazia incomparabile che la nostra Chiesa ha ricevuto e che ha molto fruttificato nei decenni passati è la vita consacrata nella sue varie forme. La vita consacrata è la risposta a una vocazione ad essere testimoni del Regno che viene.

Nella nostra Comunità la vita consacrata è presente in varie forme: una comunità di Ausiliarie Diocesane vive nella canonica di s. Babila e una di loro, Roberta, è membro della nostra Diaconia ed è responsabile della Pastorale Giovanile e dei cammini di Iniziazione cristiana. Abbiamo, inoltre la presenza di fr. Michele che appartiene alla famiglia dei Fratelli Oblati Diocesani. Ogni giorno fr. Michele lascia la sua Comunità (che vive in corso Italia, presso s. Celso) e viene tra noi a prendersi cura delle nostre Sacrestie, delle celebrazioni liturgiche e a collaborare con Roberta per l’Iniziazione cristiana. Vi sono anche due famiglie di “religiose”: le Suore di Maria Santissima Consolatrice (presso l’Istituto dei ciechi di via Vivaio) e le Suore Orsoline di s. Carlo (presso il Pensionato per giovani di viale Majno).

Ci uniamo alla preghiera di ringraziamento di tutta la Chiesa ambrosiana per il grande dono della vita consacrata in mezzo a noi e spiritualmente ci uniamo alla preghiera nella celebrazione eucaristica che nel pomeriggio di Domenica sarà presieduta dall’Arcivescovo alle 17.30 nel Duomo (per chi volesse, c’è la trasmissione in diretta su Chiesa Tv, canale 195).

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In questa I Domenica dopo la Dedicazione del Duomo (Domenica del mandato missionario) la nostra Diocesi vive la GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE. Come ogni anno il mese di ottobre spalanca il cuore alla missione che la Chiesa annuncia e vive in ogni contesto.
Il messaggio di papa Francesco ci invita a pregare perché si ravvivi in ciascuno di noi la convinzione che Gesù Cristo è la risposta alle nostre necessità più vere e più profonde; tutti siamo stati creati per quello che il Vangelo ci propone: l’amicizia con Gesù e l’amore fraterno.
Nel presentare la nostra offerta domenicale veniamo invitati a ricordarci di missionari e missionarie che, in ogni parte del mondo, annunciando il Vangelo, sono impegnati in una enorme opera di promozione umana e di redenzione sociale.
Il nostro contributo diventa segno di una fraternità missionaria, in cui tutta la comunità credente si potrà sentire coinvolta nel far crescere il dinamismo missionario in tutte le sue iniziative.


I fratelli non vanno selezionati ma abbracciati
(omelia di papa Francesco nella 93° Giornata missionaria)

“Monte”, “salire”, “tutti”. Sono queste le tre parole che Papa Francesco ha scelto di dedicare ai missionari di tutto il mondo nella Messa in San Pietro per la loro 93.ma Giornata mondiale. Dalle parole del profeta Isaia al luogo dove Gesù chiede agli apostoli di incontrarsi dopo la resurrezione, il monte è sempre stato il “luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo”, spiega nell’omelia.

Il monte ci riporta all’essenziale

Sul monte siamo chiamati ad avvicinarci a Dio “nel silenzio, nella preghiera, prendendo le distanze dalle chiacchiere e dai pettegolezzi che inquinano”, ma anche ad avvicinarci agli altri, essendo il monte il luogo dove inizia la missione e dove si possono vedere le persone da un’altra prospettiva:
Dall’alto gli altri si vedono nell’insieme e si scopre che l’armonia della bellezza è data solo dall’insieme. Il monte ci ricorda che i fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane: Dio e i fratelli.

Salire vuol dire rinunciare

“Non siamo infatti nati per stare a terra, per accontentarci di cose piatte, siamo nati per raggiungere le altezze”, aggiunge il Papa, e per incontrare Dio e i fratelli sul monte è sempre necessario “salire”. Un’azione che “costa fatica, ma è l’unico modo per vedere tutto meglio” e, come in una dura scalata, si è ricompensati dalla vista del panorama migliore. In montagna, poi, non si può salire bene se si è appesantiti, spiega Francesco, e allo stesso modo bisogna alleggerirsi, “bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità”. In questo sta il “segreto della missione”:
Per partire bisogna lasciare, per annunciare bisogna rinunciare. L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio, che sa rinunciare a tante cose materiali che rimpiccioliscono il cuore, rendono indifferenti e chiudono in sé stessi; una vita che si stacca dalle inutilità che ingolfano il cuore e trova tempo per Dio e per gli altri.

Il cuore va oltre le “dogane umane”

Il senso della missione è quindi “salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti”. Una parola, “tutti”, che il Signore non si stanca mai di ripetere:
Tutti, perché nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua salvezza; tutti, perché il nostro cuore vada oltre le dogane umane, oltre i particolarismi fondati sugli egoismi che non piacciono a Dio. Tutti, perché ciascuno è un tesoro prezioso e il senso della vita è donare agli altri questo tesoro.

Il cristiano va incontro a tutti

Salire e scendere, infatti, sono gli attributi del cristiano, che è “sempre in movimento” e “va verso gli altri”. “Il testimone di Gesù”, spiega ancora il Papa, non è mai, perciò, “in credito di riconoscimento dagli altri, ma in debito di amore verso chi non conosce il Signore” e “va incontro a tutti, non solo ai suoi, nel suo gruppetto”.

Missione è donare aria pura a un mondo inquinato

Una testimonianza che va vissuta in prima persona, comportandosi da discepoli. Questa è infatti l’istruzione che ci dà il Signore per andare verso tutti. La stessa Chiesa “annuncia bene solo se vive da discepola” e il discepolo “segue ogni giorno il Maestro” e condivide con gli altri la gioia di questa condizione:
Non conquistando, obbligando, facendo proseliti, ma testimoniando, mettendosi allo stesso livello, discepoli coi discepoli, offrendo con amore quell’amore che abbiamo ricevuto. Questa è la missione: donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell’inquinamento del mondo; portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno.

Non un peso, ma un dono

Il Signore, conclude poi il Papa, ha infatti una “sorta di ansia per quelli che non sanno ancora di essere figli amati dal Padre, fratelli per i quali ha dato la vita e lo Spirito Santo”. Un’ansia da placare andando con amore verso tutti, perché la missione “non è un peso da subire, ma un dono da offrire”.

(Michele Raviart)

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Stiamo per iniziare la celebrazione della IV Domenica di Pasqua in cui ricorre, come ogni anno, la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni.

La prima, e comune, vocazione è quella battesimale: ogni donna ed ogni uomo sono chiamati da Dio ad entrare nella comunione della Trinità, ed il Battesimo è la celebrazione di questo mistero trinitario che illumina l’incontro quotidiano con Dio e con il prossimo.

Nell’incontro con il Signore qualcuno può sentire il fascino di una chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio ordinato. Si tratta di una scoperta che entusiasma e al tempo stesso spaventa, sentendosi chiamati a diventare “pescatori di uomini” nella barca della Chiesa attraverso un’offerta totale di sé stessi e l’impegno di un servizio fedele al Vangelo e ai fratelli. Questa scelta comporta il rischio di lasciare tutto per seguire il Signore e di consacrarsi completamente a Lui, per diventare collaboratori della sua opera.

Ma la nostra preghiera vuole aiutare ogni chiamato a scoprire che non c’è gioia più grande di rischiare la vita per il Signore. Sosteniamo in preghiera quanti vengono chiamati dal Signore: preghiamo perché nessuno sia contagiato da quella paura che paralizza davanti alle alte scelte che il Signore propone.


A seguire una sintesi del messaggio proposto da papa Francesco per questa Giornata mondiale.


Il coraggio di rischiare per la fede. 56° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

Il tema che papa Francesco ha voluto sottolineare con il messaggio per la 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni ci conduce istantaneamente all’esperienza pasquale dei discepoli. Essi intuiscono una promessa di bene sovrabbondante rispetto ai loro desideri, capiscono e non capiscono, seguono, ma fuggono davanti alla croce: alla fine però il coraggio di rischiare nasce in loro quando l’orizzonte della vita si spalanca oltre lo spazio e il tempo di una vita puramente umana. È il dono della Pasqua, per loro come per noi. È lo Spirito che origina in noi un coraggio inatteso e sconosciuto fino a quel momento. È il dono dello Spirito del Risorto che fa del cuore umano la più grande “risorsa innovativa” di cui il mondo ha tanto bisogno.
Giovane è colui che sa stare in attesa di un compimento che non si dà, per questo entra in sintonia con lo Spirito. Chi invece si sclerotizza non coglie la promessa insita nell’incontro con l’Uomo Nuovo per eccellenza, Gesù. Può solo dubitare, fuggire, condannare.
Anche oggi una vita che si colga come “vocazione” non può che nascere dallo stupore di sentirsi guardati, riconosciuti, amati. Lasciamoci stupire da Dio! È un invito che ricorre spesso – sebbene con parole simili – nelle parole del Papa alla Chiesa e in particolare ai giovani. Lo stupore di fronte a una promessa di bene suppone che quel bene corrisponda ai nostri desideri. Dio non ci viene incontro in modo invadente o costrittivo, piuttosto mostra di capire i desideri umani e indica la via per portarli a compimento: vi farò pescatori di uomini!
Papa Francesco ci invita a riflettere su un punto nevralgico del discernimento vocazionale: Dio ci promette un bene personale, ma al tempo stesso ci rende portatori di quella stessa promessa per ogni uomo. Sono due dimensioni inscindibili dell’esperienza cristiana: la gioia che riceviamo diventando discepoli ci rende anche testimoni! È un processo diffusivo, contagioso; per questo ciò che accade nell’incontro con Gesù allarga il cuore di chi desidera una vita piena, e chiama ad annunciare agli altri l’amore che salva dal non senso.
Per cogliere questa “promessa” di bene occorre il coraggio di desiderare in grande: «Il desiderio di Dio è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio». Anche oggi le giovani generazioni hanno desideri grandi come i giovani di ogni tempo, ma dobbiamo interrogarci se, nel contesto in cui viviamo, questi desideri vengono spenti o non riescono ad affiorare, soffocati da una miriade di parole, opportunità, stimoli di basso cabotaggio. Il Papa sprona i giovani a osare di più, a puntare in alto nella ricerca del senso della vita. Sembra dire loro che questo è l’unica via per la quale poter incontrare la promessa di Dio. Un cuore addormentato e una coscienza spenta non sono le condizioni ottimali per accogliere l’invito di Gesù a prendere parte alla sua gioia e rattristano il cuore del Padre.
Con Gesù noi conosciamo il cuore di Dio, e sappiamo che egli parla il linguaggio umano, coglie i nostri desideri e li potenzia: chiama dei pescatori a essere pescatori, ma di uomini. È sulla materia grezza dei nostri desideri che Dio può fare grandi cose. Perciò, se c’è una via pastorale da seguire per ridestare i giovani alla consapevolezza di essere chiamati, sta nel sollecitarli a prendere sul serio i propri desideri e a percorrerli come la strada su cui il Signore si farà sentire. Come è successo ai discepoli.
Tuttavia, nella dinamica vocazionale, noi cogliamo che, mentre la promessa di Dio porta a compimento i nostri desideri più autentici in una logica di continuità, si fa strada in noi anche la consapevolezza che per tenere alto il desiderio occorre assumere il rischio della fede. Ancora una volta è la Pasqua di Gesù che ci istruisce: il rischio è reale e ci ripropone una logica di discontinuità con i nostri desideri più immediati, le nostre sicurezze, perfino la nostra libertà e la vita stessa: se mi fido di Dio, credo davvero alla sua promessa, mi impegno per un compimento che non è nelle mie mani. È il paradosso della fede: per rischiare occorre coraggio, e il coraggio può venire solo dalla consapevolezza di aver trovato quella perla preziosa per la quale è possibile vendere ogni altro bene.
È la via affettiva del discepolato che può farci raccogliere il rischio come un’opportunità. Lo sanno bene le donne, testimoni della Pasqua del Signore in ogni attimo del suo calvario, fino alla scoperta della tomba vuota. Il coraggio che è mosso dall’amore, ha in premio l’amore stesso, l’Amore ritrovato in una dimensione “altra”, l’unica che rende possibile una scelta “per sempre”, come nel giorno di Pasqua, di ieri, di oggi, di sempre.
Tenendo altra questa speranza, ogni giovane può aprirsi alla vita come vocazione rischiando nella quotidianità di fare scelte secondo il Regno di Dio, quel Regno che è in mezzo a noi, e che ha un volto, quello del Cristo:
«Olivier Clement chiamava “germi di resurrezione”
tutti gli atti buoni di fede, speranza e carità
compiuti da qualunque uomo sulla terra.
Seguendo queste tracce, lasciandosi guidare
dai germi di resurrezione,
si diventa “Pollicini del Regno”.
Dal Cristo risorto
e da chi si lascia illuminare dalla sua luce
è stata definitivamente aperta
la strada del Regno di Dio,
che parte dalla terra e va fino al Cielo»

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