Commento al Vangelo

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Exemple

Di chi è la colpa?
Una domanda cieca: “chi ha peccato?”
L’inizio del brano ci immette con immediatezza drammatica alle domande di questi giorni: “Chi ha peccato? Di chi è la colpa?”. La domanda i discepoli se la fanno di fronte ad uno sconosciuto fermo al bordo della strada, ma per noi la domanda è più drammatica, perché ce la facciamo a riguardo di persone vicine, di amici, di fratelli colpiti dal male. “Di chi è la colpa?” Chissà perché questa domanda sembra quasi inevitabile. Non è la domanda giusta, di per sé, e infatti Gesù la scarta, invita i discepoli a guardare altrove. Però è una domanda che si impone, sembra quasi inevitabile: “Di chi è la colpa?” Perché questa domanda insorge dentro di noi? Io credo che sia per il fatto che noi non sappiamo sostenere il male, reggere impotenti il dolore, le situazioni di malattia. Tutto questo ci fà così male che non le reggiamo e dobbiamo in qualche modo e scaricarle. Per questo cerchiamo un colpevole; “se c’è un colpevole io non centro, io sono in salvo, non mi tocca!” Ecco che si cerca (e si trova) ogni volta il colpevole di turno: l’untore, piuttosto che il complotto internazionale, la stupidità della popolazione che non si è difesa. Il colpevole mette ciascuno al riparo – o almeno crediamo – senza che ci si debba assumere alcuna responsabilità. E invece non è così, non è così! Noi siamo tutti responsabili per tutto e di tutti! La ricerca del colpevole – “chi ha peccato?” – è una “domanda cieca”, non porta da nessuna parte, ma soprattutto è un modo di non lasciarsi toccare dalle situazioni. Invece l’unico modo di affrontare il male che ci attornia, di attraversare il buio, le situazioni oscure, è di entrare dentro di esse, di lasciarsi toccare da esse, dovessero anche ferirci.

Le opere della luce
E infatti Gesù risponde alla domanda dei discepoli spostando altrove la ricerca. Dobbiamo cercare non la colpa sua o dei suoi genitori, ma dobbiamo compiere le opere della luce! Anche nei momenti più oscuri c’è ancora un po’ di luce, c’è del bene che possiamo fare e che accade sotto i nostri occhi, se lo sappiamo vedere. Dobbiamo restare tenacemente attaccati a tutta la luce che c’è, finché è giorno! Tenere accesa la luce che c’è, orientarci con essa senza lasciarci accecare dall’oscurità. Perché le tenebre sono accecanti e insieme seducenti. Noi subiamo spesso una sorta di fascinazione per l’oscurità, vediamo subito le cose brutte, le cose negative, gli errori, il male, i colpevoli. Lo vediamo subito, e non vediamo il bene. Gesù sposta il nostro sguardo verso le opere della luce, la possibilità di bene che è ancora possibile.

Il tocco della grazia e la promessa che mettono in cammino
Che cosa fa allora Gesù? La sua opera avviene attraverso un gesto e una parola. Per prima cosa Gesù tocca il cieco. Compie gesti che sono evidentemente simbolici: prende della terra, sputa nel fango, lo mette sugli occhi dell’uomo cieco. Sono gesti che richiamano la creazione dell’uomo, che indicano un contatto e una comunicazione dello spirito che fa vivere. Come è nella creazione di Dio che alita il suo respiro sull’uomo fatto di terra perché prenda vita. Noi oggi siamo terrorizzati, abbiamo paura che il fiato, il respiro di qualcuno, ci infetti e ci porti la morte. Ma è ancor più vero il contrario: noi riceviamo la vita se qualcuno ci respira addosso, ci alita, ci ossigena con il suo spirito. Non possiamo vivere sempre con le mascherine, cercando di immunizzarci da ogni contatto. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci tocchi, che ci raggiunga con il suo alito perché quel soffio è vita, non porta la morte, porta la forza della vita: ogni volta che qualcuno che ci vuole bene ci tocca, ci bacia, ci accarezza, noi viviamo. Senza siamo morti. È un atto creativo, perché l’amore è capace di ricreare, ha una potenza creatrice straordinaria.
La seconda azione che Gesù compie è il dono di una parola che è una promessa e un ordine: “va’ a lavarti”. Inizia qui il cammino di una creatura nuova, di un uomo nuovo. Il cieco inizia una vita nuova perché impara a camminare fidandosi della parola, della promessa di Gesù.
Questo dice molto dell’esperienza della fede. Credere è essere toccati da una grazia, ricevere un tocco di grazia, e mettersi in cammino. Basta poco, un tocco appena di grazia che ti fa vivere. Nel momento in cui la ricevi non vedi il Signore, non lo sai neppure di essere stato ricreato, ma lo senti, lo intuisci perché di nuovo impari a fidarti. La promessa indica una rigenerazione, un futuro possibile: “va’, cammina, lavati e purificati, rinasci e alzati, e vedrai in modo nuovo”. Così è nell’esperienza della fede di tutti: quando il Signore c’è e ci tocca, passa a fianco della nostra vita, noi non lo vediamo. Percepiamo in maniera intuitiva una presenza di vita, ma non lo vediamo; solo dopo aver imparato a camminare e sorretti dalla sua promessa, giungiamo a riconoscerlo. Ma prima c’è un lungo e arduo percorso durante il quale, fidandosi di questa parola, impariamo a reggere il tempo della sua assenza. Perché in tutto il brano Gesù è un grande assente: si presenta all’inizio e alla fine, ma nel corso drammatico di tutta la parte centrale del cammino, quando il cieco deve reggere la prova, quest’uomo è da solo, e Gesù è assente. Eppure, quell’assenza non è priva di forza, è un ‘assenza che ha lasciato una traccia, la sua parola, l’esperienza di quell’incontro che lui non può dimenticare e che lo tiene vivo; fa si che possa reggere anche le provocazioni, le interrogazioni di tutti quelli che lo mettono in dubbio; lui non lo ha visto, eppure qualcosa è accaduto di straordinario! Credere significa anche questo: imparare a camminare reggendo il tempo dell’assenza di Gesù, fidandosi solo della parola ascoltata

parlo con te
Merita una parola anche il finale e ci può essere utile per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Sono giorni nei quali dobbiamo imparare a camminare al buio: a camminare senza vedere con chiarezza, con immediatezza, dove si va, il senso di quello che ci sta accadendo, che cosa bisogna fare; non lo sappiamo, brancoliamo, camminiamo al buio, ma proprio perché non vediamo tutto chiaro, possiamo ascoltare. Sostenuti e sorretti da una parola arriveremo all’incontro col Signore solo perché prima lo abbiamo saputo ascoltare, mentre camminavamo al buio. Infatti, quando il cieco giunge al termine del suo cammino, il Signore gli va incontro e gli dice: “Credi tu nel Figlio dell’uomo ?”
Il cieco risponde: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. “Sono io che parlo con te”. Se impariamo a fidarci, a “rimanere nella parola” (come ha detto Gesù domenica scorsa), se camminiamo anche al buio guidati dalla parola, se pazientemente abbiamo imparato a sostare a lungo nella parola, ruminandola – come dicono i monaci -, interiorizzandola, ecco allora poi arriveremo a scoprire il suo volto. “Perché io parlo con te, parlo sempre con te; la mia parola ti è vicina; potranno esserci momenti oscuri, ci saranno certamente giorni nei quali dovrai camminare al buio, ma io non smetterò di parlare con te: io sono colui che parla con te”. Parlaci signore! Rendici capaci di ascolto fiducioso della tua parola; questi giorni nei quali ci manca tanto l’eucaristia, cioè la presenza del Signore, noi camminiamo al buio sorretti dalla tua parola, e tu, Signore, non smettere mai di rivolgerla a noi.

 

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Di chi è la colpa?
Una domanda cieca: “chi ha peccato?”
L’inizio del brano ci immette con immediatezza drammatica alle domande di questi giorni: “Chi ha peccato? Di chi è la colpa?”. La domanda i discepoli se la fanno di fronte ad uno sconosciuto fermo al bordo della strada, ma per noi la domanda è più drammatica, perché ce la facciamo a riguardo di persone vicine, di amici, di fratelli colpiti dal male. “Di chi è la colpa?” Chissà perché questa domanda sembra quasi inevitabile. Non è la domanda giusta, di per sé, e infatti Gesù la scarta, invita i discepoli a guardare altrove. Però è una domanda che si impone, sembra quasi inevitabile: “Di chi è la colpa?” Perché questa domanda insorge dentro di noi? Io credo che sia per il fatto che noi non sappiamo sostenere il male, reggere impotenti il dolore, le situazioni di malattia. Tutto questo ci fà così male che non le reggiamo e dobbiamo in qualche modo e scaricarle. Per questo cerchiamo un colpevole; “se c’è un colpevole io non centro, io sono in salvo, non mi tocca!” Ecco che si cerca (e si trova) ogni volta il colpevole di turno: l’untore, piuttosto che il complotto internazionale, la stupidità della popolazione che non si è difesa. Il colpevole mette ciascuno al riparo – o almeno crediamo – senza che ci si debba assumere alcuna responsabilità. E invece non è così, non è così! Noi siamo tutti responsabili per tutto e di tutti! La ricerca del colpevole – “chi ha peccato?” – è una “domanda cieca”, non porta da nessuna parte, ma soprattutto è un modo di non lasciarsi toccare dalle situazioni. Invece l’unico modo di affrontare il male che ci attornia, di attraversare il buio, le situazioni oscure, è di entrare dentro di esse, di lasciarsi toccare da esse, dovessero anche ferirci.
Le opere della luce
E infatti Gesù risponde alla domanda dei discepoli spostando altrove la ricerca. Dobbiamo cercare non la colpa sua o dei suoi genitori, ma dobbiamo compiere le opere della luce! Anche nei momenti più oscuri c’è ancora un po’ di luce, c’è del bene che possiamo fare e che accade sotto i nostri occhi, se lo sappiamo vedere. Dobbiamo restare tenacemente attaccati a tutta la luce che c’è, finché è giorno! Tenere accesa la luce che c’è, orientarci con essa senza lasciarci accecare dall’oscurità. Perché le tenebre sono accecanti e insieme seducenti. Noi subiamo spesso una sorta di fascinazione per l’oscurità, vediamo subito le cose brutte, le cose negative, gli errori, il male, i colpevoli. Lo vediamo subito, e non vediamo il bene. Gesù sposta il nostro sguardo verso le opere della luce, la possibilità di bene che è ancora possibile.
Il tocco della grazia e la promessa che mettono in cammino
Che cosa fa allora Gesù? La sua opera avviene attraverso un gesto e una parola. Per prima cosa Gesù tocca il cieco. Compie gesti che sono evidentemente simbolici: prende della terra, sputa nel fango, lo mette sugli occhi dell’uomo cieco. Sono gesti che richiamano la creazione dell’uomo, che indicano un contatto e una comunicazione dello spirito che fa vivere. Come è nella creazione di Dio che alita il suo respiro sull’uomo fatto di terra perché prenda vita. Noi oggi siamo terrorizzati, abbiamo paura che il fiato, il respiro di qualcuno, ci infetti e ci porti la morte. Ma è ancor più vero il contrario: noi riceviamo la vita se qualcuno ci respira addosso, ci alita, ci ossigena con il suo spirito. Non possiamo vivere sempre con le mascherine, cercando di immunizzarci da ogni contatto. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci tocchi, che ci raggiunga con il suo alito perché quel soffio è vita, non porta la morte, porta la forza della vita: ogni volta che qualcuno che ci vuole bene ci tocca, ci bacia, ci accarezza, noi viviamo. Senza siamo morti. È un atto creativo, perché l’amore è capace di ricreare, ha una potenza creatrice straordinaria.
La seconda azione che Gesù compie è il dono di una parola che è una promessa e un ordine: “va’ a lavarti”. Inizia qui il cammino di una creatura nuova, di un uomo nuovo. Il cieco inizia una vita nuova perché impara a camminare fidandosi della parola, della promessa di Gesù.
Questo dice molto dell’esperienza della fede. Credere è essere toccati da una grazia, ricevere un tocco di grazia, e mettersi in cammino. Basta poco, un tocco appena di grazia che ti fa vivere. Nel momento in cui la ricevi non vedi il Signore, non lo sai neppure di essere stato ricreato, ma lo senti, lo intuisci perché di nuovo impari a fidarti. La promessa indica una rigenerazione, un futuro possibile: “va’, cammina, lavati e purificati, rinasci e alzati, e vedrai in modo nuovo”. Così è nell’esperienza della fede di tutti: quando il Signore c’è e ci tocca, passa a fianco della nostra vita, noi non lo vediamo. Percepiamo in maniera intuitiva una presenza di vita, ma non lo vediamo; solo dopo aver imparato a camminare e sorretti dalla sua promessa, giungiamo a riconoscerlo. Ma prima c’è un lungo e arduo percorso durante il quale, fidandosi di questa parola, impariamo a reggere il tempo della sua assenza. Perché in tutto il brano Gesù è un grande assente: si presenta all’inizio e alla fine, ma nel corso drammatico di tutta la parte centrale del cammino, quando il cieco deve reggere la prova, quest’uomo è da solo, e Gesù è assente. Eppure, quell’assenza non è priva di forza, è un ‘assenza che ha lasciato una traccia, la sua parola, l’esperienza di quell’incontro che lui non può dimenticare e che lo tiene vivo; fa si che possa reggere anche le provocazioni, le interrogazioni di tutti quelli che lo mettono in dubbio; lui non lo ha visto, eppure qualcosa è accaduto di straordinario! Credere significa anche questo: imparare a camminare reggendo il tempo dell’assenza di Gesù, fidandosi solo della parola ascoltata
parlo con te
Merita una parola anche il finale e ci può essere utile per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Sono giorni nei quali dobbiamo imparare a camminare al buio: a camminare senza vedere con chiarezza, con immediatezza, dove si va, il senso di quello che ci sta accadendo, che cosa bisogna fare; non lo sappiamo, brancoliamo, camminiamo al buio, ma proprio perché non vediamo tutto chiaro, possiamo ascoltare. Sostenuti e sorretti da una parola arriveremo all’incontro col Signore solo perché prima lo abbiamo saputo ascoltare, mentre camminavamo al buio. Infatti, quando il cieco giunge al termine del suo cammino, il Signore gli va incontro e gli dice: “Credi tu nel Figlio dell’uomo ?”
Il cieco risponde: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. “Sono io che parlo con te”. Se impariamo a fidarci, a “rimanere nella parola” (come ha detto Gesù domenica scorsa), se camminiamo anche al buio guidati dalla parola, se pazientemente abbiamo imparato a sostare a lungo nella parola, ruminandola – come dicono i monaci -, interiorizzandola, ecco allora poi arriveremo a scoprire il suo volto. “Perché io parlo con te, parlo sempre con te; la mia parola ti è vicina; potranno esserci momenti oscuri, ci saranno certamente giorni nei quali dovrai camminare al buio, ma io non smetterò di parlare con te: io sono colui che parla con te”. Parlaci signore! Rendici capaci di ascolto fiducioso della tua parola; questi giorni nei quali ci manca tanto l’eucaristia, cioè la presenza del Signore, noi camminiamo al buio sorretti dalla tua parola, e tu, Signore, non smettere mai di rivolgerla a noi.

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È una questione di libertà.
Forse non ci viene spontaneo pensarlo, ma la fede è lo stile di uomini e donne liberi. La promessa di Gesù è che incontrarlo, conoscerlo, e seguirlo ci rende liberi davvero. Non sempre pare che la religione sia pensata come via della libertà, piuttosto il contrario: sembra che credere significhi avere obblighi, doveri, limitazioni, imposizioni, confini stretti, possibilità ridotte. In questo caso Dio somiglia a un padrone che vigila con piglio severo i suoi servi, perché seguano i suoi dettami con pia osservanza, pronto a punire chi devia da una parte o dall’altra. Ma non è questo il Dio di Gesù, che invece scommette sulla nostra libertà e la promuove, la desidera per ciascuno di noi fino a dare la sua vita perché noi possiamo essere liberi davvero.
Tutti prigionieri.
Sembra poi paradossale parlare di libertà in un momento come questo, quando ci troviamo tutti prigionieri. Chiusi nelle nostre case, ma ancor più chiusi nella paura, cercando di isolarci per non venir infettati e per non infettare nessuno. O forse questo tempo strambo ci costringe a fare i conti con una verità scomoda: non siamo per nulla liberi. La libertà di movimento di cui godiamo è un privilegio di pochi; molti infatti non ne possono godere anche perché siamo noi a respingerli. La libertà di dire tutto quello che ci pare e piace di cui abusiamo è solo un vezzo narcisista dannoso; di scempiaggini se ne sentono tante in questi giorni! La libertà di fare quello che ci pare senza curarci delle conseguenze è una colpa e un peccato; dobbiamo invece fare i conti con il fatto che ogni comportamento personale ha una ricaduta su tutti! Tutte queste forme della libertà sono fasulle, sono prive di verità. È la verità che ci fa vivere liberi, ma occorre diventare uomini veri, veramente umani!
Che cosa dunque vuol dire essere liberi?
«Libero davvero è, non chi può fare quel che vuole, ma chi può volere davvero quel che a. i ero davvero è chi pu le arsi alle proprie opere con tu o il cuore, l’ani a e le forze. L ib ero davvero è chi non si arrende a considerare le proprie azioni co m e un esperim ento sospeso, in a ttesa di vedere risulta ti. Chi agisce così sospeso, si accorgerà alla fine della vita che essa tutta è stata solo un esperim ento. L ib ero davvero è chi conosce una buona causa, per la quale merita spendersi. Una libertà così esige altro che la semplice spontaneità. Esige una speranza certa e non si affida ai propri modi di sentire». (Angelini)
Resi liberi: grazia e libertà
“Se dunque il Figlio vi farà liberi sarete liberi davvero”. Non ci li beriamo da soli dalle nostre schiavitù e dal peccato che vince la nostra fragile volontà. Occorre che qualcuno ci renda liberi. La libertà prima di essere una conquista è una grazia.
Si tratta di sentirsi amati, generati dall’amore, invasi da una fiducia inaspettata, sorpresi da uno sguardo felice di noi in ogni caso. La grazia suscita la libertà e la rende possibile. È nelle relazioni che ci generano alla vita che trova la sua origine la nostra possibilità di diventare liberi. Liberi non si nasce, di diventa. Non è l’appartenenza a una razza, a un ceto sociale, a una religione che renda automaticamente liberi, ma la verità di legami buoni e generativi. Il Figlio ci rende liberi perché ci dona la sua stessa vita: ogni volta che la vita viene donata nascono uomini e donne liberi.
Restare fedeli, la libertà di uomini veri
Resi liberi ci è chiesto di restare fedeli, di vivere nella verità. La verità che ci rende liberi non è prima di tutto una questione intellettuale: si tratta di essere uomini e donne veri, autentici,
credibili e affidabili. La credibilità di un uomo è pari alla sua fedeltà, alla tenuta nella prova, nel tempo e nelle difficoltà. Per questo Gesù invita a “rimanere” nella sua parola: questa fedeltà tenace alla parola ricevuta e alla parola data, fa di noi uo m ini veri, e per questo lib eri davvero. Uo m ini e donne “di parola”: che si fidano delle promesse ricevute e che onorano la parola data.
Vivere nella libertà questi giorni
Sono giorni strani, è vero. Li dobbiamo vivere chiusi in casa, circondati dalla paura, bombardati da notizie che seminano sospetti. Ma forse è una occasione per vivere nella libertà umanizzando questo tempo, da uomini veri. Facciamo verità della nostra relazione con Dio, come figli e non come schiavi, come figli amati di cui il Padre si prende cura. Il Figlio ci libera dalla paura di Dio, dal pensiero che ci possa mandare flagelli per punizione, dal male oscuro e invisibile che ci contagia. Dio ci libera dal male, Dio non condanna nessuno, Lui ci salva: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” (Gv 3,17). Possiamo vivere la verità dei legami buoni e veri della nostra vita: prenderci cura gli uni degli altri, starci vicino come possiamo, ma con verità. Possiamo fermarci ed essere liberi dalla agitazione per ritrovare quello che vale e quello che conta. Vivere da uomini davvero liberi. (don Antonio Torresin)

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Exemple

Il pozzo di Giacobbe. Luogo di frontiera. Periferia dello spirito. Misterioso appuntamento tra la sete di Dio e la sete dell’uomo. Quella donna che va ad attingere acqua nell’ora forse più calda del giorno – era circa mezzogiorno – è il simbolo di tutti i deserti dell’uomo. La sua anfora evoca la sete del salmista: L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 42,3). Osserviamola da vicino. Ella si stupisce di essere preceduta dalla sete di un viandante che sarebbe stato l’ultimo a poterle chiedere da bere: un giudeo! Le distanze poste dalla storia e dai pregiudizi scavano, tra loro, fossati. Oggetto specifico di contesa la preghiera: sarò Gerusalemme, città santa dei giudei, o il monte Garizim, altura santa dei samaritani il luogo dove Dio si lascia incontrare La risposta di Gesù è decisiva: il Padre cerca adoratori in spirito e verità. La preghiera cristiana e in particolare la liturgia che ne è il vertice, si dovranno sempre misurare con questa risposta. (…) Quando la Samaritana chiede a Gesù quale sia il luogo in cui bisogna adorare enuncia un interrogativo che non è solo teorico. Ne va dell’esistenza. Lo si vede bene dall’attaccamento che, in tutte le tradizioni religiose, si ha per la propria storia, i propri riti, la propria confessione di fede. Certo, ella poneva anche un cruciale problema di verità. La nostra epoca è portata a sottovalutare questo interrogativo. Magari con il nobile intento di non cadere nella tentazione dell’intolleranza e della violenza che, purtroppo, anche ai nostri giorni sono tornate alla ribalta in gruppi estremisti che alla religione si appellano del tutto impropriamente. La risposta di Gesù alla Samaritana affronta invece direttamente la questione della verità. «Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22). Sullo sfondo c’è la rivelazione biblica. C’è l’immagine di un Dio che non se ne sta in un distaccato “olimpo” ma vuole incontrare l’uomo sul suo terreno. La Bibbia è il racconto di questa iniziativa di Dio. Nulla tolto all’incontro di Dio con tutti gli uomini, ben tratteggiato nei primi capitoli della Genesi, dalla creazione di Adamo fino alla vocazione di Abramo.
È qui il fondamento dell’esperienza religiosa universale e dello stesso dialogo tra le religioni. Ma dalla vocazione di Abramo in poi si delinea un cammino specifico che, pur ridondando a vantaggio di tutti gli uomini, passa attraverso un concreto popolo. Gesù lo dice chiaro: «La salvezza viene dai Giudei ». È da ribadire: anche nel tempo del dialogo interreligioso, la nostra preghiera resta incardinata sulla verità del Vangelo. La liturgia è testimonianza qualificata di questa verità, secondo l’antico detto che suppone ed esige una precisa corrispondenza tra «lex orandi» (la norma della preghiera) e «lex credendi» (la norma della fede). E tuttavia – anche questo è affermato in maniera categorica – Gesù inaugura un tempo nuovo. «Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: cosi infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,23-24). Tutta la vita cristiana, anche la liturgia, sta dentro questo nuovo orizzonte. Che cosa c’è dentro queste parole? Esse esprimono senza dubbio un superamento: «né su questo monte né a Gerusalemme» (Gv 4,21). A sottolineare tale novità, il vangelo di Giovanni presenta, fin dalle sue prime battute, un episodio che gli altri evangelisti pongono verso la fine del suo ministero: la purificazione del tempio (Gv 2,13-22), compiuta da Gesù in modo energico e provocatorio, con la conclusione misteriosa su cui getterà piena luce la Pasqua: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo edifcherò» (Gv 2,19). Si riferiva – annota l’evangelista – al suo corpo (Gv 2,21). Mentre purificava l’antico tempio, gettava le fondamenta di un nuovo tempio. Se l’antico tempio era stato il luogo scelto da Dio per esprimere l’alleanza col suo popolo, il nuovo tempio non è più collocato nella “geografia”, ma piuttosto nella “biografia”, coincidendo con il corpo risorto di Cristo, nel quale abita la «pienezza della divinità» (Col 2,9). Un corpo plasmato nel grembo di Maria, ma che si dilata nei discepoli, legati a Cristo come membra del suo corpo, sicché la Chiesa stessa ed, anzi, ciascun battezzato è, in lui, tempio santo (1Cor 3,16- 17; 6,19-20; 2Cor 6,16). Ecco la grande novità del culto cristiano! Da essa non deriverà un rifiuto dei luoghi di culto, ma un approfondimento spirituale del loro senso. I primi
cristiani si radunavano ancora nel tempio di Gerusalemme, ma celebravano l’Eucaristia – la novità delle novità – nelle case. Alcune di esse furono chiamate, in rapporto alle esigenze di incontro e celebrazione, “case della Chiesa “, domus ecclesiae. Da esse si svilupperanno gradualmente le nostre chiese innescando la rande storia dell’architettura cristiana che ha punteggiato l’Europa, in particolare la nostra Italia, di edifici stupendi. (…) Ma le fattezze e la bellezza delle chiese, dalle maestose cattedrali alle umili chiese di campagna, non richiamano più l’antico tempio: sono il segno visibile dell’edificio spirituale costruito dalle pietre vive che sono i battezzati. Il tempio di pietra ormai totalmente in funzione del “tempio vivente” che si edifica nei cuori e nei rapporti tra le persone: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor 3,16).

(Domenico Sorrentino)

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