Autorizzati a pensare. Il discorso alla città dell’Arcivescovo di Milano il 6 Dicembre

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Siamo «autorizzati a pensare». E dunque a non farci troppo influenzare «dal particolare di cronaca che provoca una reazione emotiva», a non lasciarci «condizionare da gruppi di pressione che promuovono ideologie o punti di vista troppo parziali». Nell’epoca in cui prevalgono le emozioni, talvolta istintive, va recuperata la ragionevolezza evitando di cercare capri espiatori come avviane talora con i migranti e i rifugiati, credendo che questo sia l’unico problema urgente, quando invece ci sono le emergenze della crisi demografica, la mancanza di lavoro e di prospettive per i giovani, la solitudine degli anziani.
L’arcivescovo di Milano Mario Delpini pronuncia nella basilica di Sant’Ambrogio il suo secondo discorso alla città davanti agli amministratori e ai politici locali e, partendo dalla Lettera di Giacomo sulle dinamiche conflittuali della comunità, invita a riscoprire il pensiero, la ragione, il confronto per il bene comune. «L’emozione non è un male, ma non è una ragione. Forse in questo momento l’intensità delle emozioni è particolarmente determinante nei comportamenti. Ciascuno si ritiene criterio del bene e del male, del diritto e del torto: quello che io sento è indiscutibile, quello che io voglio è insindacabile», annota Delpini.
«La “cultura post-moderna”, se si può usare il termine “cultura” in questa accezione, esalta l’emozione, lo slogan gridato, stuzzica la suscettibilità e deprime il pensiero riflessivo». L’arcivescovo di Milano, pur precisando di non voler in alcun modo avallare inadempienze e disservizi, descrive la malattia della «suscettibilità, di un pregiudiziale atteggiamento di discredito verso le istituzioni e in particolare verso i servizi pubblici più vicini ai cittadini, che si tratti dell’ambito scolastico o di quello sanitario o di quello tributario o di quello dei trasporti o dell’ecologia urbana o di qualsiasi altro».
Questa «confusione tra ragioni ed emozioni spesso può complicare gravemente la convivenza civile». Così, «nel dibattito pubblico, nel confronto tra le parti, nella campagna elettorale, il linguaggio tende a degenerare in espressioni aggressive, l’argomentazione si riduce a espressioni a effetto, le proposte si esprimono con slogan riduttivi piuttosto che con elaborazioni persuasive».
Ma il consenso costruito «con un’eccessiva stimolazione dell’emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali», non giova – spiega Delpini – «al bene dei cittadini e non favorisca la partecipazione democratica. La partecipazione democratica e la corresponsabilità per il bene comune crescono, a me sembra, se si condividono pensieri e non solo emozioni, informazioni obiettive e non solo titoli a effetto, confronti su dati e programmi e non solo insulti e insinuazioni, desideri e non solo ricerca compulsiva di risposta ai bisogni. Pertanto credo sia opportuno un invito ad affrontare le questioni complesse e improrogabili con quella ragionevolezza che cerca di leggere la realtà con un vigile senso critico».
Occorre dunque riscoprire «la cultura e il pensiero che danno buone ragioni alla fiducia, alla reciproca relazione, a quella sapienza che viene dall’alto». L’arcivescovo critica anche la complicazione della normativa, delle pratiche burocratiche, delle procedure di verifica e di rendicontazione, che sembrano ispirate «da una sorta di pregiudiziale sospetto sul cittadino, come fosse scontato che la gente sia naturalmente disonesta e incline a contravvenire alle regole. Ne deriva una specie di ossessione per la documentazione e i controlli: le pratiche si gonfiano in modo spropositato, i tempi per le autorizzazioni si prolungano in maniera esasperante. Ne risulta intralciata e paralizzata l’intraprendenza della creatività e della generosità, degli imprenditori come degli operatori sociali».
Per questo Delpini ritiene che «si debba insistere in quei percorsi di semplificazione che sono spesso enunciati e promessi per rendere più facile essere buoni cittadini, onesti e in regola con la pubblica amministrazione, per favorire l’intraprendenza di imprenditori e di operatori negli ambiti del servizio ai cittadini e della solidarietà».
«La riscoperta e la valorizzazione del bene comune (e non solo dei beni comuni, dei beni privati e di quelli pubblici), oltre lo Stato e il mercato – afferma l’arcivescovo di Milano – può favorire la rigenerazione della cittadinanza, come vivibilità e appartenenza civile».
Delpini invita università e istituzioni culturali «a produrre e a proporre un pensiero politico, sociale, economico, culturale che superando gli ambiti troppo isolati delle singole discipline possa aiutare a leggere il presente e a immaginare il futuro». E identifica l’insidia dell’utilitarismo che «riduce il valore all’utile immediato e quantificabile, che si chiami profitto, consenso, indice di gradimento. Il pensiero asservito all’utilitarismo si riduce a calcolo, quindi a valutare risorse e mezzi in vista di un risultato per lo più individuale o corporativistico piuttosto che di un fine comune e condiviso. Pertanto si rinuncia alla riflessione sulle domande di senso, relegando l’argomento nell’irrazionale e nel sentimentale, escluso per principio dalla sfera pubblica e dalla possibilità di una dimensione sociale».
Occorre dunque «un pensiero realista, che abbia a cuore la ricerca continua della verità e del bene condiviso, libera da pregiudizi, aperta agli altri e alla domanda di senso». Che riscopra l’Europa «come convivenza di popoli». Siamo impegnati e motivati «per una partecipazione costruttiva alle vicende europee: vogliamo dare volto all’Unione Europea dei popoli e dei valori, che pensi i suoi valori e le sue attese nella concretezza storica del tempo presente e di quello a venire, e che non si occupi di beghe e di interessi contrapposti».
Poi Delpini cita la Costituzione della Repubblica Italiana, e in particolare la prima parte dove sono formulati princìpi e valori fondamentali, che «non può essere ridotta a un documento da commemorare, né a un evento tanto ideale quanto irripetibile, ma deve continuare a svolgere il compito di riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell’uomoˮ (art. 2), al fine di promuovere “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paeseˮ (art. 3). Queste acquisizioni irrinunciabili sono frutto – come è doveroso ricordare – di tenace dialogo e confronto fra tradizioni di pensiero diverse e tuttavia appassionate del primato del bene comune. Credenti e non credenti hanno messo in comune il proprio patrimonio culturale e sociale»
L’arcivescovo lamenta quindi le reazioni emotive al particolare di cronaca: «Gli amministratori locali sono chiamati a un esercizio di realismo e quindi anche a essere vigili sul rischio di lasciarsi condizionare da gruppi di pressione che promuovono ideologie o punti di vista troppo parziali. Talora la risonanza mediatica di una decisione o di una proposta diventa tentazione che induce ad accondiscendere alle insistenze per un interesse particolare il cui contributo al bene comune è discutibile».
Ne è un esempio la tendenza «a cercare un capro espiatorio: talora, per esempio, il fenomeno delle migrazioni e la presenza di migranti, rifugiati, profughi invadono discorsi e fatti di cronaca, fino a dare l’impressione che siano l’unico problema urgente».
Ma si devono nominare altre «problematiche emergenti e inevitabili», come «la crisi demografica che sembra condannare la popolazione italiana a un inesorabile e insostenibile invecchiamento»; «la povertà di prospettive per i giovani che scoraggia progetti di futuro e induce molti a trasgressioni pericolose e a penose dipendenze» ; «le difficoltà occupazionali nell’età adulta e nell’età giovanile e le problematiche del lavoro»; «la solitudine il più delle volte disabitata degli anziani».
L’arcivescovo conferma che «le nostre comunità sono pronte, ci stanno, sono già all’opera. Io credo che sia onesto riconoscere che le problematiche nominate e anche altre connesse suggeriscono che la famiglia è la risorsa determinante, è la cellula vivente: può infatti tenere insieme le età della vita, la cura per il futuro, la pratica della solidarietà, la prossimità alle fragilità e rendere la città un luogo in cui sia desiderabile vivere, lavorare, studiare, diventare grandi, essere curati e assistiti. La famiglia è – a mio parere – il fattore decisivo».
Delpini immagina che «i protagonisti pensosi della vita della città condividano il proposito di prendersi cura del legame sociale, di nutrire e rafforzare le identità dei nostri territori (perché sappiano generare ancora energie per processi di aggregazione e di inclusione che contrastino l’isolamento e la solitudine e che sono tipiche della nostra cultura), di rilanciare la generosità pubblica e privata, perché si torni a percepire come un segno di maturità e di intelligenza civica investire risorse anche economiche per far fronte alle povertà che bussano alle nostre porte».
E torna nel finale a parlare della conoscenza della Costituzione come «un punto di partenza che può ispirare una visione di società comune a tutti gli abitanti del nostro territorio», suggerendo «di aprire ogni consiglio comunale con la lettura e il commento» di qualche articolo della prima parte della Carta. Un secondo aspetto fondamentale è l’educazione civica. «La sinergia tra gli amministratori e gli operatori della scuola può incoraggiare iniziative in atto e avviarne di nuove per contribuire all’educazione degli studenti, che siano italiani da generazioni o che siano provenienti da altri Paesi».
(Andrea Tornielli – da “Vatican insider”)

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Giornata Diocesana Caritas. Giornata Mondiale dei poveri.
Messaggio dell’Arcivescovo per la Domenica 11 novembre 2018.

 

 

VERSO GERUSALEMME, CITTÀ DELL’INCONTRO E DELLA FRATERNITÀ.

 

Fratelli e sorelle,
anche se già abbiamo fatto tanto, possiamo dire che basta? Anche se siamo stanchi, possiamo difenderci dalla compassione che suscita in noi il grido del povero, dall’inquietudine di fronte alla prevaricazione dell’ingiustizia, da quell’ardore che lo Spirito di Dio suscita in noi? Chi vive in comunione con Gesù avverte che cresce lungo il cammino il suo vigore, secondo l’espressione del salmo che ho scelto come titolo della Lettera pastorale per questo anno.
Sono sempre stupito e grato per l’immensa generosità e creatività che esprimono le nostre comunità e gli operatori Caritas in particolare. Vi sono profondamente grato e soprattutto vi è grato il Signore Gesù: “l’avete fatto a me!”. Nella solennità di Cristo Re, Giornata Diocesana della Caritas, occasione per la Diocesi di Milano per vivere la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco, Gesù continua a visitarci, a stendere la mano e a premiarci: “L’avete fatto a me!”.
Se crescono i bisogni e si complicano le procedure, noi ci domandiamo come possano bastare le nostre forze. È la domanda già posta dai discepoli a Gesù, quando considerano la folla affamata e i due pani di cui dispongono. Raccogliamo quindi dalle parole di Gesù anche la risposta: crediamo alla sua parola e ispiriamo alla sua parola il nostro andare, perché la Parola è lampada per i passi di chi cammina nel deserto; crediamo che il terreno delle nostre comunità sia buon terreno e perciò ci impegniamo a seminare inviti, proposte, parole che produrranno frutto, dove il 30, dove il 60, dove il 100 per uno; crediamo nella comunione dei santi e sentiamo l’incoraggiamento che ci viene dai santi nostri amici e quest’anno, in modo particolare, dalla presenza ispiratrice di san Paolo VI che ha indicato la priorità educativa di cui la Caritas deve farsi carico.
Mentre siamo pressati dal bisogno immediato, non cerchiamo di resistere alla logica dell’elemosina e contrastiamo la tendenza a ridurci ad una istituzione assistenziale di supplenza. Rinnoviamo ancora l’impegno a costruire una mentalità ispirata al Vangelo. Nella pratica del buon vicinato, sappiate riconoscere coloro che soffrono e che fanno più fatica a vivere la quotidianità dei nostri giorni come testimoni fedeli al Vangelo.
Siate una voce amica, una mano tesa, una irradiazione di fiducia per generare un cambiamento culturale e mostrare a tutti che si può vivere in modo diverso perché il Regno di Dio è già in mezzo a noi.
Siate benedetti e portatori di benedizione per tutte le persone che incontrate.

+ Mario Delpini
Arcivescovo di Milano

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Il Vescovo di Milano monsignor mons. Mario Delpini si rivolge, idealmente all’intera Chiesa ambrosiana: «In questa chiesa di cui è titolare il cardinale Scola (l’Arcivescovo emerito accompagna i pellegrini con la preghiera non potendo essere presente per un intervento chirurgico alla schiena), siamo riuniti e radunati da un debito di riconoscenza verso Paolo VI. Tutti gli siamo in qualche modo debitori: le Ausiliarie diocesane che ebbero in Montini, quale arcivescovo, colui che le ha indirizzate verso il loro particolare carisma di donne della risurrezione; il Seminario Lombardo dove ha vissuto anni di studio, il Seminario diocesano che ha molte volte visitato avendone una particolare attenzione. Tante persone, poi, che sono qui, hanno da lui ricevuto la Cresima o lo hanno conosciuto. Anche coloro che non l’hanno potuto conoscere di persona, hanno ricevuto molto dai suoi testi così intensi, dal suo Magistero, dal servizio che ha reso, conducendo a buon fine il Concilio e conducendo la Chiesa nel post-Vaticano II». Il pensiero va alla Lettera pastorale inviata alla nostra Arcidiocesi per la Quaresima del 1955 – “O Cristo, Tu ci sei necessario” -, con la famosa frase che tanto è presente negli scritti del futuro Santo e nella sua preghiera.
Chiediamoci cosa Montini ha ricevuto da noi, dalle Comunità che lo hanno condotto a questa santità, anche se la santità è sempre qualcosa di superiore, un dono dello Spirito. Forse, considerando questo, possiamo diventare più consapevoli. In questa preghiera mi sembra che Montini-Paolo VI traduca un fremito, comunichi una consolazione, una forza per vivere dicendo che il Signore ci è necessario, offrendo il senso del bisogno della Grazia di Dio.
In sintesi, i luoghi e i tempi dell’intera esistenza montiniana tornano nella riflessione dell’Arcivescovo. Credo che abbia ricevuto da Brescia e dal cattolicesimo bresciano di quegli anni, una specie di ottimismo sulla possibilità che i cristiani hanno di costruire un’economia e una politica a favore del Bene comune; che vi sia una possibilità di incidere in Istituzioni che incarnino un mondo intenso di valori; che vi possa essere un modo di vivere la proposta culturale, il giornalismo, la finanza, le banche, capace di offrire alla società disorientata una parola di speranza. Noi crediamo di potercela fare.
Dalla prolungata presenza a Roma, come assistente della Fuci e con il lavoro svolto in Segreteria di Stato, ha ricevuto la persuasione della possibilità della intelligenza. Qui ha incontrato tanti giovani della Fuci che si sono si sono formati nell’impegno ecclesiale, politico e sociale. Qui si è creata la sua stima per la cultura e lo studio.
E Milano? Nel suo Episcopato ha dato e ricevuto molto, sottolinea Delpini esemplificandone due aspetti.
Il primo è la fiducia nell’organizzazione, attraverso la creazione di iniziative e di forme di presenza della Chiesa che tengano viva la trasmissione del Vangelo. Basti pensare al “Piano Nuove Chiese” o alla Missione di Milano del 1957.
E poi la prossimità – tanto che la Visita pastorale non era solo una bella Celebrazione – «perché voleva entrare nella vita, nelle situazioni, nei problemi della gente». Come a dire, quel “Tu ci sei necessario” era, appunto, necessario per illuminare ogni problema, per aiutare, per coltivare tutto questo. Paolo VI, infine, con il suo fremito sempre vivo di evangelizzazione fatta di parole pertinenti e di messaggi specifici, di interpretazioni adatte alle diverse situazioni. Questo lo ha imparato dalla sensibilità francese, con all’attenzione per la scrittura e lo stile della parola incisiva, per la cura dell’oratoria.
Il servizio alla Chiesa universale gli ha dato consapevolezza della necessità del Cristo per la speranza del mondo, per evolvere – con la “Populorum Progressio” – per la pace – con il famoso Discorso all’Onu – per il bene dei popoli, per i poveri, per essere uniti come cristiani, per la missione – è andato in tutti i Continenti per dare testimonianza-, in ogni circostanza della storia».
Un “Tu ci sei necessario”, quindi, per un fremito che è stato vivo per tutta la sua vita. Le comunità dalle quali è stato generato, in cui ha vissuto e servito, hanno contribuito a renderlo ricco e perseverante nei doni che Dio gli ha fatto e a essere, adesso, un santo per Grazia di Dio e intercessore per tutta la Chiesa.


 

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Exemple

Giovani che non si scoraggiano

Un’attenzione particolare l’Arcivescovo la dedica ai giovani, nell’anno nel quale si celebra il Sinodo dei vescovi voluto da papa Francesco: È tempo, io credo, di superare quel senso di impotenza e di scoraggiamento, quello smarrimento e quello scetticismo che sembrano paralizzare gli adulti e convincere molti giovani a fare del tempo della loro giovinezza un tempo perso tra aspettative improbabili, risentimenti amari, trasgressioni capricciose, ambizioni aggressive: come se qualcuno avesse derubato una generazione del suo futuro. La complessità dei problemi e le incertezze delle prospettive occupazionali non bastano a scoraggiare i credenti.

La cura della Parola a Messa e nella preghiera

L’Arcivescovo invita a una cura particolare alla Messa domenicale, in particolare nell’annuncio della Parola, a una spiritualità alimentata dalla preghiera: Non si può essere ingenui o affidarsi all’emotività nell’accostarsi a quel libro straordinario che è la Sacra Scrittura. È quindi necessario che l’insegnamento catechistico, la predicazione ordinaria, il riferimento alla Scrittura negli incontri di preghiera, nei percorsi di iniziazione cristiana, nei gruppi di ascolto, negli appuntamenti della Scuola della Parola siano guidati con un metodo e condotti con sapienza. Ma la guida del metodo deve essere adeguata agli interlocutori e soprattutto deve aiutare a riconoscere nella Sacra Scrittura quell’offerta di luce, di forza, di gioia, che viene dalla potenza della Parola di Dio.

Dalla Missione di Milano alla nuova evangelizzazione

Dalla preghiera alla testimonianza per la nuova evangelizzazione. Anche su questo Delpini non manca di riprendere la lezione montiniana: Siamo chiamati a condividere lo spirito con cui ha promosso e vissuto la Missione di Milano del 1957 e le motivazioni che lo hanno convinto a visitare i continenti e a orientare il Concilio Vaticano II al confronto, al dialogo, alla simpatia per il mondo, per una responsabilità di evangelizzazione. Come ci consiglia papa Francesco, rileggere l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sarà un modo per vivere la canonizzazione non solo come una celebrazione, ma come occasione per rendere ancora fecondo il magistero di Paolo VI.
Una nota critica non manca verso chi frequenta la comunità, ma rimane impermeabile su questioni decisive: Anche frequentatori assidui degli ambienti parrocchiali sono spesso insensibili alle proposte di partecipazione costruttiva all’impresa comune di rendere più abitabile il mondo e più solidali le relazioni. Il buon vicinato è la pratica possibile a tutti, ma per i discepoli del Signore è una forma di obbedienza al comandamento del Signore e di condivisione di una speranza più alta.

Custodire e rilanciare l’umanesimo cristiano

La presenza dei cristiani nella società va rilanciata, anche perché – sottolinea l’Arcivescovo – sentiamo la responsabilità di custodire la preziosa eredità dei nostri padri, quell’umanesimo cristiano in cui si integrano la fede, il senso pratico e la speranza, la cura per la famiglia e per la sua serenità, la gioia per ogni vita che nasce, la responsabilità dell’amore, la serietà della parola data, la fierezza per il bene che si compie e insieme un senso del relativo che aborrisce ogni esibizionismo, una inclinazione spontanea alla solidarietà e una prontezza nel soccorrere, la serietà professionale e l’intraprendenza operosa, l’attitudine a lavorare molto e la capacità di fare festa, una radicata fiducia verso il futuro e una vigile capacità di risparmio e programmazione. Avvertiamo tuttavia che l’evoluzione contemporanea sembra condannare all’irrilevanza quell’armonia di valori che forse descriviamo in modo un po’ idealizzato, ma che hanno offerto l’ispirazione a molte iniziative, istituzioni, forme di presenza nella vita sociale e politica.

Cristiani non timidi, ma profeti in dialogo

In un contesto affollato di populismi e nazionalismi, l’Arcivescovo richiama a una testimonianza coraggiosa dei cristiani, che si esprimano e siano capaci di tessere alleanze per proporre, difendere, tradurre in pratiche persuasive quei tratti dell’umanesimo cristiano che contribuiscono alla qualità alta della vita delle comunità, delle famiglie, di ogni uomo e di ogni donna. La presenza di molti cristiani in ogni ambiente di vita non può essere mascherata per timidezza, per un complesso di inferiorità, per la rassegnazione a una separazione inguaribile tra i valori cristiani e la logica intrinseca e indiscutibile della realtà mondana.
I cristiani sono profeti, hanno proposte, hanno soluzioni, hanno qualche cosa da dire nel dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.


Una Chiesa in cammino, che non teme di riformarsi e leggere i segni dei tempi per una testimonianza che si fa gioia e speranza per gli uomini di oggi: è il filo conduttore della prima Lettera pastorale dell’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini.

L’Arcivescovo sviluppa la sua proposta partendo dalla «consapevolezza di essere la Chiesa in debito verso questo tempo e questo mondo».

La lezione attuale di Montini

Una Lettera pastorale intrisa di ammirazione per il suo predecessore Giovanni Battista Montini, più volte richiamato come esempio da rilanciare e approfondire: Mentre ci prepariamo alla canonizzazione del beato papa Paolo VI chiedo la sua intercessione perché la sua preghiera ci accompagni. Invito a riprendere la sua testimonianza e a rileggere i suoi testi, così intensi e belli, perché il nostro sguardo su questo tempo sia ispirato dalla sua visione di Milano, del mondo moderno e della missione della Chiesa.

Un coraggioso rinnovamento della Chiesa

Una Chiesa che si riforma sempre, che non si siede sul già sperimentato, ma che vive pienamente il tempo: Siamo un popolo in cammino. Non ci siamo assestati tra le mura della città che gli ingenui ritengono rassicurante, nella dimora che solo la miopia può ritenere definitiva. Invita a pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa, perché la Chiesa non assolutizza mai forme, assetti, strutture e modalità della sua vita. E ancora: Non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione “si è sempre fatto così” che si propone talora come argomento per chiedere conferma dell’inerzia e resistere alle provocazioni del Signore che trovano eco nelle sfide presenti.

Viviamo vigilando nell’attesa. Viviamo pellegrini nel deserto. Non siamo i padroni orgogliosi di una proprietà definitiva che qualche volta, eventualmente, accondiscende all’ospitalità; siamo piuttosto un popolo in cammino nella precarietà nomade. Possiamo sopravvivere e continuare la rischiosa traversata perché stringiamo alleanze, invochiamo e offriamo aiuto, desideriamo incontri e speriamo benevolenza. Perciò i pellegrini, persuasi dalla promessa, percorrono le vie faticose e promettenti, si incontrano con altri pellegrini e si forma un’unica carovana: da molte genti, da molte storie, da molte attese e non senza ferite, non senza zavorre.

Per una Chiesa dalle genti

L’Arcivescovo richiama il cammino fin qui svolto in occasione del Sinodo «Chiesa dalle genti», che si concluderà il 3 novembre. Affronta il tema della ricchezza anche ecclesiale che nasce dal dialogo di popoli e persone presenti a Milano e in Diocesi: La Chiesa si riconosce “dalle genti” non solo perché prende coscienza della mobilità umana, ma, in primo luogo, perché, docile allo Spirito, sperimenta che non si dà cammino del Popolo di Dio verso il monte dell’alleanza piena se non dove, nel camminare insieme verso la medesima mèta, si apprende a camminare gli uni verso gli altri. L’incontro, l’ascolto, la condivisione permettono di valorizzare le differenze, lo specifico di ciascuno, impongono di riconoscere i doni ricevuti dalla tradizione di ciascuno.

Mettendo da parte paure, incomprensioni e muri che oggi sembrano prevalere nel dibattito pubblico: Non si può immaginare perciò che il popolo in cammino viva di nostalgia e si ammali di risentimento e di rivendicazioni, perché proprio per questo si è deciso il pellegrinaggio, per uscire da una terra straniera e da una condizione di schiavitù». Perciò «ci facciamo compagni di cammino di fratelli e sorelle che incontriamo ogni giorno nella vita; uomini e donne in ricerca, che non si accontentano dell’immediato e della superficie delle cose.

In questo contesto i cristiani si devono porre con la predisposizione degli animi, che significa la disponibilità a percorsi di riflessione, preghiera, iniziative e significa rinnovata docilità al vento amico dello Spirito che spinge al largo, cioè all’audacia e alla fortezza, alla pazienza e alla sapienza per delineare i tratti della Chiesa cattolica.

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Nel primo giorno dell’anno, Solennità dell’Ottava di Natale, in cui si celebra la Giornata Mondiale per la Pace (quest’anno la 51°), l’Arcivescovo, monsignor Delpini, ha presieduto l’Eucaristia concelebrata dai membri del Consiglio Episcopale Milanese e del Capitolo metropolitano, alla presenza dei responsabili e rappresentanti delle Chiese Cristiane presenti a Milano.
Nell’omelia l’Arcivescovo ha parlato di Milano, la metropoli città di mezzo, crocevia del mondo, orgogliosa della sua storia e della sua gente ed ha innalzato una sorta di inno di benedizione allargato all’intera Diocesi.

«O terra, mia gente, Milano, città dell’incontro, città attraente per genti che vengono a visitarti, a lavorare da ogni parte del mondo, sii benedetta e custodita dal Signore. Milano, città generosa, resa viva da un numero impressionante di opere di bene, di disponibilità al servizio, di professionisti che non si risparmiano, di volontari che si radunano da ogni dove per servire alle mense, per curare, per assistere, per incoraggiare. Sii benedetta, Milano per questo cuore in mano, perché il bisogno degli altri non ti mette paura o di malumore, ma ti convince a rimboccarti le maniche, anche dopo una giornata di lavoro, per fare ancora qualche cosa, per dare ancora una mano».
Il pensiero va, ovviamente, anche alla città dove tante confessioni cri-stiane e professioni religiose «convivono in pace, dove i fedeli delle diverse Chiese amano cercare ciò che unisce e non ciò che divide, uniti per contrastare l’indifferenza e il fanatismo: possano i giorni a venire propiziare ulteriori passi di condivisione e confermare la speranza che la chiarezza delle appartenenza possa coniugarsi con la cordialità della convivenza».
E, ancora, quasi in un crescendo che non vuole dimenticare niente e nessuno della Milano complicata e nervosa, «tentata da molte seduzioni e molte inerzia», l’auspicio è di sciogliere i nodi che attanagliano una vita che potrebbe essere ancora migliore.
«Milano, città colta e saggia, città della scienza e della ricerca, città dai pensieri audaci, sii benedetta perché nei tuoi laboratori e nelle tue Università la ricerca non è a servizio della potenza, ma per migliorare la vita della gente, perché non costruisci strumenti di morte, ma aiuti la vita, perché non dimentichi il perché e il per chi si fa ricerca. Dio ti faccia grazia per vivere l’audacia della ricerca non come una presunzione di onnipotenza, ma come un’infaticabile trafficare dei talenti ricevuti per dare gloria a Dio, con la cura per la vita buona di ogni uomo e di ogni donna.
Milano, città della finanza, città degli affari, città della moda, della comunicazione e della informazione, piccola città che sfidi i colossi del mondo con l’intraprendenza e con la creatività, sii benedetta perché respingi la tentazione dell’idolatria del denaro, del successo, di un racconto manipolato della realtà, per inventare un modo di usare il denaro, di fare affari, di vendere e di comprare, di comunicare che non apra la porta agli squali, ma che edifichi una convivenza sana, un benessere condiviso».
Città della pace, insomma, che «non vuole perdersi nell’anonimato degli adoratori del vitello d’oro», ma dove si cerca quello che papa Francesco raccomanda: “accogliere, proteggere, promuovere, integrare”.
Non può mancare la metropoli che, solo seconda a New York, ospita più di 200 Consolati. «Questi rappresentanti possono aiutare a capire il vero motivo per cui in alcuni Paesi la gente non vuole, non può restare, che cosa quei Paesi fanno e possono fare perché non si disperdano le forze migliori, perché migrare non sia una necessità drammatica che espone a rischi e a imprese disastrose, ma sia un diritto e una possibilità, l’autorizzazione a coltivare un sogno e non a fuggire da un incubo».
E, infine, ma non sicuramente ultimo argomento, la città della santità, delle vocazioni, di preti e consacrate che indicano la via del bene e della testimonianza.
«Milano, città di santi, di uomini e donne, come don Carlo Gnocchi, don Luigi Monza, Luigi Monti, don Domenico Pogliani, fratel Ettore Boschini», ma si potrebbe aggiungere anche suor Enrichetta Alfieri, «e tanti altri che hanno esplorato le miserie dell’umanità e, mossi dallo Spirito, hanno aperto vie nuove e dato vita a Istituzioni che stringono alleanza con l’ente pubblico perché i malati siano curati, i disabili siano riabilitati, gli anziani assistiti, i senza tetto siano ospitati».
Una realtà, una speranza di vita buona e possibile, una convivenza che si rende presente, prima, nello scambio della pace tra i concelebranti e i Ministri delle Chiese e, a conclusione, dalla Benedizione finale invocata coralmente, mentre e si srotola, nelle prime file del transetto, un grande striscione della Comunità di Sant’Egidio (che precedentemente aveva promosso una partecipata Marcia della Pace). Le parole? “Pace in tutte le terre”.
Poi, conclusa la Celebrazione, nella Cappella arcivescovile, monsignor Delpini incontra per i tradizionale auguri del 1 gennaio, i rappresentanti delle Chiese cristiane e i membri della Commissione ecumenica. Il saluto iniziale è portato dal presidente dell’organismo, monsignor Luca Bressan, presente anche il responsabile diocesano del Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo, il diacono Roberto Pagani.
La parola passa a Sara Comparetti della Chiesa Battista, presidente del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano, che ringrazia Delpini per le parole da lui rivolte ai rappresentanti delle Chiese nell’omelia dell’Ingresso in Diocesi e per l’indizione del Sinodo. Si parla di un anno, quello appena conclusosi, ricco di eventi, anzitutto il 500esimo della Riforma protestante che «è stata occasione per un incontro e per conoscersi meglio. Il primo anniversario celebrato non “contro”, ma “con”». Senza dimenticare la possibilità, emersa nell’annuale Convegno del Servizio per l’Ecumenismo della Cei di Assisi del 2017, di poter costituire una Consulta Nazionale Ecumenica.
La speranza è, ovviamente, di proseguire su una strada di dialogo che vede in Milano, anche per la presenza del Consiglio (tanto hanno fatto le amicizie personali e la consuetudine a incontrarsi) un’isola felice. CCCM che compie 20 anni e intende celebrare l’importante anniversario con tante iniziative, prima di tutte la Settimana di Preghiera per l’Unità che vedrà, alla sua conclusione, la presenza dell’Arcivescovo presso il Tempio Valdese di Milano, il prossimo 25 gennaio. E, magari, con la speranza di un pellegrinaggio, tutti insieme, o ancora con la bella idea di trovare in città un luogo in cui ricordare i testimoni, riconoscendo quanto la fede comune possa farci riconoscere fratelli e sorelle.
«Il tema dell’ecumenismo ha sempre suscitato appassionata adesione nella nostra Diocesi, anche in tempi nei quali i rapporti erano molto meno sciolti di oggi. L’idea di un luogo per ricordare i testimoni della fede che hanno pagato, talora, con la vita la loro coerenza è da considerare con molta attenzione», dice, da parte sua, l’Arcivescovo.
«Voglio condividere uno sguardo positivo che si aspetta segni incoraggianti per una fraternità che deve essere veramente quella che il Signore vuole al di là delle fatiche e delle paure. Ho fiducia che alcune delle proposte formulate siano punti di coagulo di tante energie per un buon vicinato che significa costruire la città intorno non al supermercato o alla banca, ma alla piazza attraverso una trama di rapporti liberi inseriti in una convergenza. La Chiesa è unica e sarò grato per tutti i contributi che potremo condividere su questo tema.
Il 20esimo del Consiglio e il 60esimo dell’annuncio del Concilio possono far immaginare un anno di Grazia. Milano è certamente una città molto secolarizzata – seppure con un’importante presenza cristiana – nella quale può sembrare che si possa prescindere da Dio. Questo è un tema che mi impensierisce molto. Per la qualità della vita della gente dobbiamo interrogarci. Come si fa a vivere insieme in una metropoli senza un riferimento trascendente? Abbiamo la responsabilità di offrire la testimonianza della bellezza di poter avere una speranza più grande. Chiedo il vostro aiuto su tutto questo e, in specifico, sul Sinodo».

(Annamaria Braccini – da www.chiesadimilano.it)

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Domenica 12 novembre 2017, ore 16.45 – Duomo di Milano

«Fu così che l’Angelo inventò i nonni per consolare i bambini e prepararli alla festa di Natale: per questo in certi presepi c’è anche la statuina della nonna di Gesù, vicino alla mangiatoia, pronta a raccontare una storia e a fare una carezza con la rugosa mano sinistra, nel caso il Bambino non riesca a prendere sonno». (M. Delpini, Un Angelo in paese. Storie di Natale per famiglie*)

Ore 16.45-  Momento di dialogo tra i nonni e l’Arcivescovo
Ore 17.30 – Santa Messa della prima domenica di Avvento

Per favorire l’organizzazione si chiede di segnalare la propria adesione su www.chiesadimilano.it/messeavvento

Tutte le informazioni su www.chiesadimilano.it


* “Fratelli, sorelle! Vorrei raggiungere ogni casa per portare la benedizione di Natale. Vorrei visitare ogni famiglia per ascoltare una confidenza, per raccontare una storia, per stringere le mani. Pensavo che l’impresa fosse impossibile e me ne intristivo. C’era persino una voce che mi rimproverava: «Dunque vuoi lasciare i tuoi fratelli e le tue sorelle senza un augurio di Natale? Ma che fratello sei?». Per fortuna ho incontrato il signor Angelo, gli ho confidato la mia inadeguatezza e il mio rammarico. E il signor Angelo ha trovato subito una soluzione: «Ma non preoccuparti: ci vado io!». E così io vi raggiungo tramite l’Angelo: lui visita tutte le città, lui entra in tutte le case. Per tutti avrà una parola, per ogni casa avrà una benedizione, ha persino tempo per ascoltare le confidenze e consolare qualche lacrima. Ecco, viene a nome mio il signor Angelo: accoglietelo bene! Ha il volto del vostro prete, ha il volto del diacono, della suora, degli altri amici della parrocchia che bussano alle vostre porte mentre dappertutto si prepara il Natale: sono belli e buoni come l’esercito del cielo che la notte di quel Natale rallegrarono la terra con il loro inno festoso e avvolsero di luce la vita della gente. Non so come esprimere la mia gratitudine al signor Angelo e non so come dirvi il mio affetto e il mio augurio, fratelli e sorelle. Forse vi sembrerà poco conveniente che io mi metta a raccontare storie mentre dovrei fare discorsi più seri. Però la colpa, se è una colpa, è del signor Angelo che aveva tanta premura di venire a casa vostra che non mi ha lasciato il tempo per scrivere messaggi più elevati e parole più convenienti. Prendetelo com’è! È un angelo… E che sia un buon Natale, per voi e per tutti: pace in terra agli uomini amati dal Signore!”

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