“Tocca a noi, tutti insieme”. Il discorso del Vescovo Delpini alla città

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Ieri sera, venerdì 4 dicembre, il nostro Vescovo Mario ha rivolto il tradizionale “Discorso alla città” durante la celebrazione dei “Vespri votivi di s. Ambrogio”.
Partendo da un’icona biblica, che l’anno scorso abbiamo ben conosciuto nel gruppo di lettura biblica del Giovedì, l’Arcivescovo ha voluto leggere i segni del tempo pesante che tutti stiamo vivendo, ma ha voluto invitare a guardare al futuro, alla speranza.
Il Vescovo ha ricordato il gesto del profeta Geremia che, con Gerusalemme assediata dai nemici babilonesi, e quasi votata alla distruzione, acquista un campo: un gesto sconsiderato ma proiettato verso il futuro. A quanti sono tentati di lasciare il terreno incolto e non preparare la semina, il Vescovo propone di “acquistare il campo” e lui lo vuole acquistare per primo, ricordando le varie categorie di persone che, nel tempo della pandemia, “sono rimaste al loro posto” assicurando la tenuta dei rapporti di vicinato, comunicandoci che siamo tutti necessari gli uni agli altri.

 

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È tradizione ambrosiana che in occasione della festa del Duomo, l’8 settembre, il vescovo scriva ai fedeli le note per l’apertura di un nuovo anno pastorale; mons. Delpini, ormai da tre anni arcivescovo, ho introdotto una novità: pubblica la lettera pastorale all’inizio della stagione estiva e non più alla vigilia della natività di Maria a settembre. In pratica vuole che facciamo i compiti delle vacanze!

Il titolo scelto al nuovo testo è tratto dal libro biblico di Ben Sirah, più comunemente detto “il Siracide”, e suona così « Infonda Dio sapienza nel cuore».
Un’invocazione dunque, affinché ci sia dato di capire quali possano essere le direzioni, le scelte e le modalità più adatte al tempo incerto fra pandemia prolungata e insicurezza sociale; dice Delpini: “Non è più tempo di banalità e di luoghi comuni, non possiamo accontentarci di citazioni e di prescrizioni. È giunto il momento per un ritorno all’essenziale, per riconoscere nella complessità della situazione la via per rinnovare la nostra relazione con il Padre”.

Il lavoro che le comunità cristiane hanno da affrontare dovrà essere accompagnato dalla meditazione assidua e condivisa del libro del Siracide.
Il volume che il vescovo ci offre (presente in libreria e online nel sito della diocesi) comprende due sezioni: il testo della proposta pastorale 2020-2021, che affronta in modo articolato i temi insorti in seguito ai difficili mesi trascorsi, e la Lettera per l’8 settembre, inizio dell’anno pastorale. Ogni tempo liturgico vedrà poi pubblicata una lettera di Delpini di introduzione al momento dell’anno liturgico (Avvento/Natale, Quaresima/Pasqua e Pentecoste).

Il nostro arcivescovo preannuncia fra l’altro una giornata speciale: la “Domenica dell’Ulivo”, nella memoria liturgica di San Francesco (4 ottobre). «Vogliamo ricordare l’immagine della colomba che porta in becco una fogliolina di ulivo per annunciare a Noè che l’alluvione è finita e che la terra si predispone a tornare di nuovo un giardino», spiega Delpini. Nella scelta di quel simbolo c’è un richiamo alla benedizione dei rami di ulivo che non si è potuta fare la Domenica delle Palme a causa della pandemia.
Il lungo lokdown ci ha insegnato che non è possibile andare avanti senza ascolto, silenzio, condivisione, preghiera: l’estate si apra nel segno dell’invocazione della sapienza!

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Omelia dell’Arcivescovo mons.  Delpini

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Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
In suffragio dei consacrati defunti nell’anno

CELEBRAZIONE EUCARISTICA
Milano, Duomo – 18 giugno 2020

 

 

1. Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti.

I sapienti sono rimasti all’oscuro. I sapienti sono stati consigliati dal serpente, hanno mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male. I sapienti hanno conquistato ciò che era precluso, hanno trovato necessario conoscere non solo il bene, ma anche il male. Il frutto dell’albero si è rivelato amaro e perciò i sapienti hanno conosciuto l’amarezza e si sono convinti che proprio questo è il vertice della sapienza, questa è l’ultima scoperta: il pensiero triste, la sapienza amara.
Hanno dunque coltivato il pensiero triste, hanno insegnato l’etica della rassegnazione, hanno definito i limiti del bene, assediato da ogni parte del male, dalla morte, dal nulla. Questi sapienti rimasti all’oscuro, maestri del pensiero triste, educatori dell’etica della rassegnazione abitavano una volta nelle città delle sponde del lago, a Corazin, a Betsaida a Cafarnao (Mt 11,20-24): hanno sentito il suono del flauto e l’invito alla festa, ma non si sono uniti alla danza, hanno sentito il canto del lamento (cfr. Mt 10, 17), ma non si sono battuti il petto per convertirsi, hanno sentito annunciare il Regno vicino (Mt 10,7).
Si ha però l’impressione che i maestri della tristezza e della rassegnazione abbiano avuto discepoli anche in altre città e in altri tempi.
Se noi fossimo discepoli dei maestri della tristezza, questa nostra celebrazione sarebbe triste: il ricordo dei fratelli e delle sorelle che sono morti quest’anno, secondo il pensiero della tristezza, sono perduti per sempre, il nostro ricordo è solo rammarico per la loro irrimediabile assenza, la nostra riconoscenza per il bene che abbiamo ricevuto dal loro ministero e della loro testimonianza è senza interlocutori: infatti a chi diciamo grazie se sono finiti nel nulla? Il bene da loro compiuto è contenuto nei limiti imposti dal male e la morte, il nulla finisce per inghiottire tutto e tutti: è solo questione di tempo.

 

2. Queste cose le hai rivelate ai piccoli.

Noi però non siamo discepoli dei maestri della tristezza, ma del Figlio che ha rivelato il Padre. Non ci vantiamo di una sapienza conquistata con la trasgressione, ma accogliamo con gratitudine la verità rivelata dall’unico Maestro. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11,27).
Nella rivelazione della verità del Padre abbiamo trovato ristoro anche se la vita ci ha stancato e abbiamo sentito l’oppressione del male e della morte.
Abbiamo accolto l’invito: venite a me e siamo venuti, abbiamo appoggiato il nostro capo sul petto di Gesù, come il discepolo amato, per ascoltare il cuore mite e umile del Signore e troviamo ristoro per la nostra vita, secondo la sua promessa (Mt 11,29). Lasciamo perdere il pensiero triste e ci rallegriamo della verità beatifica, respingiamo l’etica della rassegnazione e pratichiamo la virtù della speranza.
Perciò la nostra celebrazione è piena di fiducia perché il nostro ricordo dei confratelli e consorelle defunti non è solo il ricordo di persone care irrimediabilmente perdute, ma piuttosto la consolazione di riconoscere che condividiamo la comunione dei santi. Il Padre ha reso partecipi della sua vita tutti noi e i nostri morti sono vivi presso Dio e continuano a volerci bene, a pregare con noi, a suggerirci motivi di speranza, a indicarci percorsi che non deludono.
Crediamo la comunione dei santi.
Perciò la nostra celebrazione è eucaristia, rendimento di grazie, riconoscenza. Nella comunione dei santi la verità delle persone risplende in modo più essenziale e così conosciamo meglio coloro che hanno condiviso un tratto del nostro cammino terreno. Guardiamo con maggior benevolenza ai loro limiti, riusciamo a intuire con maggior intelligenza le loro buone intenzioni, il bene che ci hanno voluto, l’amore con cui continuano ad amarci, raccogliamo con più costruttiva saggezza il loro insegnamento. Nella comunione dei santi trova compimento anche l’incompiuto: quello che si sarebbe voluto dire e che è rimasto taciuto, quelle manifestazioni d’affetto che sono state trattenute, le opere buone che sono state mortificate dall’approssimazione, dalla fretta, da modi di fare goffi e maldestri.

Nelle mie intenzioni questa celebrazione di suffragio per i preti defunti dovrebbe essere un appuntamento annuale in cui il presbiterio diocesano celebra e professa la comunione dei santi.
In questo anno drammatico i morti sono stati più numerosi e molti hanno percorso l’ultimo tratto di strada in una solitudine straziante. Vogliamo ricordarli questa sera per nome, preti, consacrati e consacrate, come per dire a ciascuno quella vicinanza che non siamo riusciti a esprimere, non per rimediare a un infondato senso di colpa, ma per celebrare la comunione dei santi, dove ogni vita trova ristoro, nella comunione eterna e beata con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

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Quasi ad essere interprete di tutte le nostre preghiere, il nostro vescovo Mario, si è recato in tarda mattinata dello scorso venerdì nei cimiteri milanesi.
Al Cimitero Maggiore con i padri Cappuccini, nel piazzale interno, si è raccolto per una preghiera di suffragio. È poi andato al cimitero di Lambrate per la benedizione dei feretri in attesa di cremazione, ed infine nel piccolo cimitero di Greco.
Accanto alla preghiera per i defunti è stata l’occasione per rivolgere il pensiero a tutte le famiglie toccate dalla sofferenza e per incoraggiare l’opera dei dipendenti comunali dei servizi cimiteriali, in prima linea quanto gli operatori sanitari, impegnati ormai a tempo pieno nell’opera di accoglienza delle vittime del contagio e di assistenza ai loro familiari.

Ecco la preghiera dell’Arcivescovo

O Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che nella tua grande misericordia
ci hai rigenerati mediante la risurrezione di Gesù dai morti
a una speranza viva, ascolta la preghiera che rivolgiamo a te
per tutti i nostri cari che hanno lasciato questo mondo:
apri le braccia della tua misericordia a quanti sono spirati per l’epidemia,
lontano dal conforto dei sacramenti e dall’affetto dei loro cari,
e ricevili nell’assemblea gloriosa della santa Gerusalemme.

Consola quanti patiscono il dolore di questo distacco
o vivono l’angoscia
perché non hanno potuto stare vicini ai familiari per un ultimo saluto.

Conforta tutti con la certezza che i morti vivono in te
e saranno un giorno partecipi della vittoria pasquale del tuo Figlio.

Tu che sul cammino della Chiesa
hai posto quale segno luminoso la beata Vergine Maria,
per sua intercessione sostieni la nostra fede,
benedici particolarmente coloro che, a rischio della vita,
si mettono al servizio dei malati, perché nessun ostacolo ci faccia deviare
dalla strada che porta a te, che sei la gioia senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Una preghiera che possiamo fare nostra, affidando al Signore i nostri defunti, ed anche tutti quei defunti di cui non conosciamo il nome e che deponiamo nell’amore del Padre.

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Comunicato stampa n. 09/2020

 

L’ARCIVESCOVO MARIO DELPINI
AI FEDELI DELLA DIOCESI DI MILANO

MESSE SENZA FEDELI E FEDELI SENZA MESSA
UNA PRESENZA AFFETTIVA, DI COMUNIONE

L’INVITO AD USARE BENE IL TEMPO LIBERO

DOMENICA A MEZZOGIORNO SUONIAMO
LE CAMPANE E DICIAMO “BUONA DOMENICA!”

Milano, 6 marzo 2020 – “Vorrei venire in casa vostra, stringervi la mano, bere un caffè … invece vi raggiungo con questo messaggio”. Dopo il video messaggio inviato “ai sacerdoti, religiosi e diaconi” di giovedì 5 marzo, l’Arcivescovo Mario si rivolge ora a tutti i fedeli dell’Arcidiocesi di Milano.

Un primo pensiero è per coloro che sono malati, ricoverati o in quarantena e il personale sanitario, molto provato in questo periodo.

Tre gli inviti poi rivolti dall’Arcivescovo Mario.

L’invito a vivere questo tempo in cui non è possibile celebrare con il popolo come “un venerdì di Quaresima che si prolunga per tutta la settimana”. Il rito Ambrosiano – infatti – non prevede la celebrazione della S. Messa nei venerdì del tempo di Quaresima. “Ci sono Messe senza fedeli e fedeli senza Messa” Le messe vengono comunque celebrate ma senza fedeli, rispettando le norme, ma nella celebrazione “il prete sa che voi siete presenti” e “mi pensa, sa anche quale è il mio posto sulla panca e si ricorda di me”. E per i fedeli che vivono questo digiuno eucaristico il pensiero va ai milioni di cristiani nel mondo che non possono celebrare per mancanza di sacerdoti.

Quindi l’esortazione a vivere questa abbondanza di tempo libero, grande tentazione e grande opportunità, in modo proficuo, dedicando tempo alla preghiera, ad una visita personale in chiesa pregando “per me, per voi, per la vostra famiglia, per questa società.” Ai ragazzi l’invito a rendersi disponibili “c’è una gioia nel rendersi utili, usate bene il tempo”, cercate di studiare, imparate a cucinare…

Infine l’invito a comunicare la gioia, a suonare le campane Domenica a mezzogiorno, a chiamare un amico per dire “buona Domenica!”

Videomessaggio a tutti i fedeli dell’Arcidiocesi di Milano https://youtu.be/iecZjYu4cGQ

 

don Walter Magni
Responsabile Ufficio Comunicazione
Arcidiocesi di Milano
Portavoce Arcivescovo

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Nella scorsa settimana l’Arcivescovo Mario Delpini ha incontrato, la sera di martedì, in Sant’Ambrogio i membri dei Consigli per gli Affari Economici Parrocchiali (CAEP) di parrocchie e Comunità pastorali delle Zone I e VII della Diocesi.

L’Arcivescovo ha voluto, prima di tutto, esprimere la sua gratitudine perché, pur essendo il parroco il rappresentante legale della Parrocchia, ha bisogno di essere sostenuto e di trovare sicurezza in chi, con lui, si prende carico della gestione economica della Comunità.

Tra le indicazioni dell’Arcivescovo, alcune meritano di essere comunicate a tutti:

– La questione della perequazione tra Comunità più povere e Comunità più facoltose: è necessario ricordare che i beni non sono fatti per arricchirsi. Il lusso è uno sperpero rispetto alle necessità dei poveri. Occorre solidarietà, ricordando sempre che il vantaggio è la comunione.

– I criteri irrinunciabili nell’amministrazione: l’accortezza nella gestione, l’osservazione della normativa canonica e civile, la trasparenza, l’assenza di interessi personali, il rendere conto al Vescovo, l’affidabilità che dipende dalla limpidezza e dalla libertà spirituale che non cerca il proprio interesse.

– È necessaria quindi l’opera dei CAEP per dare un aiuto, perché stiamo vivendo un tempo in cui l’amministrazione della comunità attraversa passaggi delicati, per la diminuzione delle offerte, l’impoverimento delle persone, la diminuzione numerica dei fedeli praticanti e l’innalzamento della loro età. Non vogliamo una Chiesa ricca in mezzo ai poveri, tuttavia siamo impensieriti, avendo una tradizione di abbondanza degli immobili difficili da gestire. Inoltre, la normativa e i rapporti con la pubblica amministrazione complicano le cose e non sempre l’ente pubblico riconosce il servizio altrettanto pubblico che la parrocchia svolge, magari, con l’oratorio festivo o il ricorso alla Caritas. Infine, aiuto nella ricerca delle risorse, intensificando iniziative corrette, mirate e commisurate agli scopi, per recuperare risorse per la vita della parrocchia e per il sostentamento del clero. È doveroso che le singole comunità mantengano i loro preti, oltre l’8×1000, anche con le offerte deducibili. Compito dei CAEP è anche il crescere una sensibilità condivisa per cui il fedele sente naturale contribuire al bene della comunità.

– Infine, poiché i parroci talvolta lamentano di essere oppressi dalla difficoltà delle procedure nel gestire i beni e questo toglie forze all’attività pastorale. Dobbiamo trovare forme in cui vi sia non solo collaborazione, ma corresponsabilità, attraverso deleghe per l’adempimento dei passi che l’amministrazione ordinaria e straordinaria prevede.

Nei prossimi incontri dei CAEP della nostra Comunità, anche in vista della creazione dell’unico “consiglio di Comunità”, avremo modo di leggere e commentare insieme il tasto della lettera “Amministrare con responsabilità – Lettera ai membri dei Consigli degli affari economici parrocchiali” che l’Arcivescovo ha consegnato ai presenti.

Il giorno seguente, si è radunata la Diaconia della nostra Comunità. È stata dedicata una parte dell’incontro per esaminare le indicazioni dell’Arcivescovo in materia di amministrazione, ipotizzando alcune tracce di lavoro e di impegno.

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È sua la scelta; mons. Delpini sente la responsabilità propria del vescovo: stare in mezzo al suo gregge, precederlo, seguirlo e accompagnarlo.
Episcopo, da cui l’italiano “vescovo” vuol proprio dire uno che si prende cura, qualcuno che sorveglia, che tiene d’occhio; il fatto poi che la sua sede è la cattedra cioè il luogo di chi orienta, insegna e guida, ci consegna l’immagine di come debba porsi chi è assunto in quel ruolo.
Delpini ha deciso di concretizzare il compito durante il tempo di Quaresima girando quotidianamente in qualche chiesa della città per salutare i fedeli e per pregare con loro.
Immaginiamo anche il suo sforzo, il suo darsi, la sua fatica.
Ci sembra un gesto molto bello; un gesto però che andrà a verificare, in base alla nostra partecipazione, quanto la figura del Vescovo sia considerata e quanta corrispondenza suscita presso la comunità.
È pertanto fondamentale l’appuntamento di venerdì 29 marzo 2019 alle ore 18,30 presso la basilica di S. Babila per la condivisione della preghiera del vespero.

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Invitato dal presidente del Consiglio comunale, l’Arcivescovo è intervenuto, a Palazzo Marino, a una Sessione del Consiglio stesso, presente il sindaco Giuseppe Sala. Affrontati i temi cardine del buon vicinato e dell’alleanza tra le Istituzioni

L’Europa e il Mediterraneo, la centralità della famiglia, il bene comune, la definizione di cosa sia questo bene e, infine, le due strade da percorrere con l’arte del buon vicinato e l’alleanza tra le Istituzioni.
Richiama i temi portanti del suo “Discorso alla Città” del 6 dicembre scorso, l’atteso intervento dell’Arcivescovo al Consiglio Comunale di Milano. D’altra parte, l’invito arrivato dal presidente del Consiglio stesso, Lamberto Bertolè, fa esplicito riferimento, appunto, al Discorso “Autorizzati a pensare”. «Una riflessione critica, condividendo pensieri e non solo emozioni, per affrontare, con ragionevolezza, questioni complesse e sfide come quelle della città verde, dell’Europa, della conoscenza della Costituzione, della famiglia, delle periferie, dell’integrazione», osserva, infatti, Bertolè, nella Sala consiliare di Palazzo Marino, dove trovano posto tutti i Capigruppo, assessori, consiglieri, il vicario episcopale per la Zona pastorale prima (Milano), monsignor Carlo Azzimonti, il direttore della Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti e tanto pubblico e giornalisti.

L’intervento dell’Arcivescovo

Dall’articolo 3 della Costituzione si avvia il pronunciamento del vescovo Mario – accanto a lui ci sono il sindaco Giuseppe Sala e la vicesindaco Anna Scavuzzo – che, in apertura, sottolinea:
«L’invito a rivolgere la mia parola al Consiglio Comunale di Milano è un modo con cui l’Amministrazione riconosce la rilevanza, per il bene di Milano, della Chiesa cattolica nella sua capillare presenza sul territorio». Notando la coincidenza, peraltro casuale, della data dell’incontro in atto con quella dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, il Vescovo esprime «anche l’auspicio che le persone, che pensano e riflettono con spirito critico e autocritico, non si confrontino con la Chiesa cattolica solo per riconoscere il servizio che ha reso e rende in molti ambiti della vita della città e per l’utilità che rappresenta, ma anche per lasciarsi interrogare dalla parola e dalle intenzioni che muovono la Chiesa a questa presenza, a questo servizio, a questa disponibilità a farsi carico delle persone e delle problematiche».
Il pensiero va al linguaggio comune, con cui si esprime la democrazia e che è espresso in maniera mirabile dalla Costituente repubblicana. «Il riferimento alla Costituzione non può essere solo un appello retorico, deve piuttosto essere un criterio per orientare e giudicare le scelte, con l’inevitabile impegno di interpretazione e di mediazione nel contesto attuale. Per esempio l’art 3 che ho citato in premessa indica impegni e orientamenti che possono essere molto incisivi nelle scelte ordinarie dell’Amministrazione comunale».
Ovvio che il riferimento sia al bene comune «come il convivere sereno e solidale dei cittadini. Promuovere il bene comune significa quindi promuovere la appartenenza consapevole e corresponsabile alla comunità cittadina», anche su temi controversi come quello – già definito centrale nel “Discorso” – della famiglia.
«Ritengo che la famiglia sia la risorsa determinante per favorire il convivere sereno e solidale. La considerazione della famiglia e la sua centralità per il benessere della città si scontra con la tendenza diffusa a dare enfasi ai diritti individuali, nel costume, nella mentalità e nella legislazione nazionale come nelle delibere comunali. A me sembra, però, che sia ragionevole, in vista della promozione del bene comune, che si promuova la famiglia come forma stabile di convivenza, di responsabilità degli uni per gli altri, di luogo generativo di futuro. Il preoccupante calo demografico, la desolata solitudine degli anziani, i fenomeni allarmanti della dispersione scolastica, delle dipendenze in giovanissima età, dell’indifferenza individualistica devono dare molto da pensare a chi ha a cuore il bene comune. La famiglia è la risorsa determinante».

I percorsi

In questo contesto ampio e articolato, arriva il suggerimento di due percorsi virtuosi. «Il primo percorso si può riassumere nell’arte del buon vicinato che responsabilizza tutti i cittadini e gli abitanti che convivono nella città, proponendo l’atteggiamento della cittadinanza attiva, vigile, intraprendente. Il buon vicinato non si può decidere con una delibera comunale, eppure non si deve neppure lasciare alla buona volontà dei singoli. Si tratta di una promozione culturale che, grazie alla mediazione di molte presenze territoriali, diffonde un modo di intendere il vicino, i vicini di casa come potenziali alleati e non come potenziali minacce. Le presenze territoriali possono favorire e praticare questo atteggiamento. Penso alle parrocchie e agli oratori, alle scuole e ai Centri culturali, alle Associazioni di volontariato e di solidarietà, ai Centri di ascolto e i Consultori familiari, alle Associazioni dei commercianti, degli inquilini, ai presidi sanitari».
Chiaro che, in questo, se si è alleati, si sia incisivi. «Credo che l’Amministrazione comunale possa fare molto per sostenere le buone pratiche e bonificare i territori esposti al pericolo di diventare incubatori di violenza, risentimento, illegalità».
Da queste potenzialità “di base” l’Arcivescovo pone, poi, la sua attenzione alle Istituzioni che devono fare rete. «Si deve riconoscere che, nella tradizione milanese, esse hanno coltivato rapporti di stima reciproca, di abituale collaborazione, di molteplicità di confronti. Credo che la stagione sia propizia e incoraggiante per intensificare questa dinamica positiva. L’alleanza tra le Istituzioni deve essere intesa come uno stile di rapporti, di incontri e di confronto che diventa il contesto favorevole a rispondere alle domande imposte dal presente e dal futuro».
Interrogativi, certo, di orizzonte ampio e di lunga prospettiva, ma anche relative a come si intenda la città. «La prospettiva di Milano credo che debba essere Europea e Mediterranea, per essere fedele alla sua vocazione. Questi orizzonti irrinunciabili acquistano particolare fascino e sono una particolare responsabilità in questa stagione che prepara le elezioni europee e registra una povertà preoccupante di contenuti. In città vivono e operano Istituzioni prestigiose, efficienti, dotate di risorse, di idee, di esperienza. La mia presenza in questa sede e in questa occasione è per ribadire la disponibilità della Chiesa diocesana nelle sue varie articolazioni centrali e territoriali per essere partecipe di alleanza, per farsi promotrice attiva di quanto può consolidarla e renderla operativa. La Chiesa ambrosiana può offrire il servizio disinteressato per coniugare sviluppo ed equità, sicurezza e inclusione con la sua presenza capillare in tutta la città e la sua riserva di sapienza e di speranza che le ha consentito di attraversare i secoli e di guardare con fiducia al futuro».

Il sindaco

Una scelta a cui risponde, nel suo intervento, il sindaco Sala. «Grazie per la sua disponibilità dichiarata e dimostrata non certamente solo oggi (già sono aperti tavoli di confronto e impegno comune per interventi, ad esempio, sulle periferie e i disagi urbani), a una collaborazione fattiva e di dialogo tra Istituzioni per arrivare, insieme, a determinare nuovi percorsi di crescita e di equità che a volte sembrano essersi smarriti per strada. Abbiamo bisogno del suo aiuto. Grazie per il suo richiamo a una Milano che, se pur detiene un primato riconosciuto nel nostro Paese è, al pari delle grandi città del mondo, a fare i conti con elementi di disuguaglianza e di sofferenza che ci devono vedere tutti impegnati nel loro superamento. Non riusciamo a venirne fuori perché, in molti, ci ostiniamo a rimettere continuamente insieme pezzi di sistemi compromessi nella loro versione di ieri negandoci spesso la possibilità, la libertà e anche il dovere di “pensare” e di creare un nuovo modello di convivenza».
Da qui 5 punti per pensare e operare insieme. Anzitutto, il richiamo a una politica capace di guardare al domani. «Lo sguardo al futuro deve vederci sempre più tesi a trovare la strada da percorrere insieme. O siamo disposti a far questo oppure questa città è destinata a fare a meno di una mediazione e di una riflessione politica che ha sempre caratterizzato la storia di Milano. In un pianeta talmente interconnesso da fare dell’informazione la sua materia prima, la politica, o reagisce o è destinata a veder tramontare la sua rilevanza». Inoltre – e, qui, Sala torna alle parole del cardinale Martini pronunciate tra gli stessi scranni consiliari -, «l’accoglienza, come categoria generale, non è per la milanesità solo un affare di buon cuore e di buon sentimento, ma uno stile organizzato di integrazione che rifugge dalla miscela di principi retorici e di accomodamenti furbi, e si alimenta soprattutto ad una testimonianza fattiva»; poi, l’invito alla collaborazione tra le Istituzioni, come opportunità preziosa e non rimandabile.
Quarto: l’attenzione puntuale per i deboli, «tanto più in un momento in cui la città vive, e deve continuare a farlo, un suo momento di crescita e di brillantezza». E, infine, il Primo cittadino scandisce: «Siamo liberi e ambiziosi curando e lenendo le nostre ferite e non disgiungendo mai crescita e solidarietà. E proprio qui potremo far spuntare il fiore di un futuro più giusto e più equo».
Per concludere il momento un poco eccezionale – come nota più di un Consigliere – si iscrivono a parlare ben 9 Capigruppo che tornano, per una volta concordi nell’unanime ringraziamento, sui temi cardine dell’intervento del Pastore: la famiglia (seppure con accenti, ovviamente, diversi per le singole appartenenze politiche), l’Europa e il Mediterraneo con le migrazioni, il pensare e il fare, il domani e le periferie.
La conclusione è all’Arcivescovo: «esprimo apprezzamento per il modo con cui è stato ascoltato il mio intervento che voleva essere solo una dichiarazione di buone intenzioni. Vi ringrazio della pertinenza dei vostri interventi e, soprattutto, del tono pacato e il fatto di individuare onestamente le problematiche con la franchezza del confronto».

(Annamaria Braccini – dal sito internet della Chiesa di Milano)

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“Riflessioni sull’incontro con l’Arcivescovo” è stato il primo punto all’ordine del giorno della prossima Assemblea di Comunità che si è tenuta il 13 Febbraio.

Per focalizzare una sintesi dei contenuti è disponibile una scheda dell’intervento scaricabile QUI.

Nella serata assembleare, abbiamo dedicato tempo a riflettere sul messaggio che il nostro Vescovo Mario aveva affidato alle Comunità nell’incontro di alcune settimane fa. Con l’aiuto di Roberta ne abbiamo ripercorso i contenuti e abbiamo, insieme, cercato di proporci – nei vari ambiti della nostra vita pastorale (liturgia, carità, catechesi) – di conservare lo “stupore del Vangelo”, di vivere “a proprio agio nella storia”, di ascoltare il “forte grido” che giunge alle nostre Comunità, di superare “la globalizzazione dell’indifferenza”, di crescere nella “dimensione della fraternità universale ed scatologica della Chiesa”.
Diversi spunti di riflessione e di comunicazione di fede ci aiuteranno a camminare maggiormente nella consapevolezza di essere una Comunità chiamata ad essere viva, ed evangelicamente testimoniante, nel centro della nostra città.

 


L’Arcivescovo presenza viva nelle Comunità.

Ultime news sulle prossime occasioni di incontro con Arcivescovo per la Comunità Santi Profeti: 

  • La segreteria dell’Arcivescovo ha comunicato che mons. Mario Delpini sarà tra noi nella celebrazione dei Vespri, in s. Babila, alle 18.30, il Venerdì 29 Marzo.
  • L’Arcivescovo sarà invitato alla preghiera nella memoria di “Maria, madre della Chiesa” il Lunedì dopo la Pentecoste. Quest’anno sarà il giorno 10 Giugno. Come già avvenne lo scorso anno sarà recitata una decina del Rosario presso alcune chiese della Comunità (quest’anno saranno s. Babila, s. Maria della Sanità, s. Pietro in Gessate) e la conclusione (con la celebrazione dei Vespri) sarà in s. Maria della Passione.
  • Il Vicario episcopale della Zona 1 (Milano città) ha comunicato il desiderio dell’Arcivescovo di celebrare una Messa feriale in Quaresima nelle Parrocchie.

Testimonianze dell’incontro in Sant’Ambrogio tenutosi l’11 Gennaio 2019


Un invito… Stupore – Storia – Grido – Speranza

L’11 gennaio scorso alle ore 21, il nostro Arcivescovo ha invitato nella Basilica di Sant’Ambrogio i membri dei Consigli Pastorali della nostra città e quanti volevano condividere con lui un cammino di Chiesa. Ci ha accolto con molta familiarità e prima dell’inizio ha girato fra i banchi salutandoci quasi ad uno ad uno. Perché ci ha invitato? Ci ha voluto comunicare una possibile e concreta modalità di vivere oggi la fede; ci ha indicato prospettive e atteggiamenti che, se ben correttamente intesi e vissuti giorno per giorno, possono portare i membri della comunità cristiana a vivere bene e a testimoniare giorno per giorno la propria fede nel Signore Gesù. In sintesi ci ha invitato a considerare il nostro modo di vivere alla luce di quattro parole: stupore – storia – grido – speranza da collegare ai quattro gruppi di misteri del Rosario: della gioia – della luce – del dolore – della gloria. Si passa così, nella luce della fede, dall’agire quotidiano secondo il Vangelo alla preghiera di affidamento al Signore, appunto la recita del Rosario.

Stupore

Il Vescovo ci ha invitato a vivere aperti allo stupore, cioè ad aprirci al Mistero che ci circonda e che noi cristiani conosciamo attraverso la Parola. Quello stesso stupore che ha provato Maria: non si è tappata le orecchie, non ha chiuso il suo cuore, non ha scrollato le spalle. Ha accolto le parole dell’angelo e le ha messe nella propria vita: “Sia fatta la tua volontà”. E da quel momento la sua vita è cambiata: fidandosi e affidandosi ha vissuto con stupore intorno a quel Figlio. Le era difficile spiegarsi che cosa le fosse successo, ma le era facile accogliere le sue parole: “Fate quello che vi dirà” dice ai servi alle nozze di Cana. Anche noi siamo invitati ad aprirci allo stupore, a credere nella realtà di quel Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo che non è estraneo all’uomo ma lo accompagna giorno per giorno. Sforziamoci allora di vivere in compagnia del mistero e per sostenerci in questo atteggiamento rivolgiamo fiduciosi la nostra preghiera recitando i misteri della gioia: Annuncio-Visitazione-Nascita-Presentazione-Insegnamento sempre medi-tandoli con stupore, ossia con riconoscenza e rispetto e confidenza.

Storia

Vivere nella storia è un atteggiamento che ben si addice ai cristiani. Vivere nella storia vuol dire impegnarsi ogni giorno in tutte quelle attività concrete che caratterizzano la vita di noi tutti: essere protagonisti nel lavoro, nella famiglia, nella società civile con una attività concreta, con un impegno costante ed essere capaci di sporcarsi le mani ove ce ne fosse bisogno. Non vogliamo rimpiangere i bei tempi antichi di un passato che nessuno conosce nel profondo ma che è facile rimpiangere: ai miei tempi… una volta sì che ci si poteva fidare… i giovani di oggi non hanno più dei valori… Gesù stesso si è immerso nella storia del suo popolo e lo ha aiutato concretamente, anche di sabato, capace di sfidare regole ormai superate. Ha portato aiuto, ha insegnato ma nello stesso tempo non ha fatto tutto da solo e ci ha lasciato un grande compito: “Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 5,20). Che cosa sono i misteri della luce: sono momenti della vita di Gesù in cui la sua umanità si è mostrata concretamente insieme alla sua divinità: Battesimo-Nozze di Cana-Annuncio del Regno-Trasfigurazione-Istituzione dell’Eucaristia. Anche noi possiamo affermare la nostra presenza nella storia – è toppo chiamarla storia della salvezza? – pregando questi misteri e sentendoci pienamente parte del mondo in cui viviamo, un mondo fatto non solo per noi e per chi la pensa come noi, ma un mondo pieno di fratelli e di sorelle che ci accompagnano nel cammino di tutti i giorni.

Grido

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Gesù non ha potuto starsene avviluppato nelle sue sofferenze ed essere insensibile alle ferite, alle percosse e agli atroci insulti che lo hanno accompagnato al Calvario. “Dio mio, Dio mio” possiamo e dobbiamo dire anche noi cristiani tutte le volte che assistiamo agli attacchi del male, del dolore, delle ingiustizie. Dobbiamo essere capaci di coinvolgerci nelle sofferenze del mondo, conoscerle e fare in modo, anche con una chiara ed esplicita denuncia, è questo il nostro grido, che ne vengano affrontate la cause immediate e remote. Non è facile, molto più comodo un commento stereotipato e poi voltarsi dall’altra parte. “Che cosa posso fare io?” La risposta immediata non c’è quasi mai, ma porre attenzione ai problemi, non tacere di fronte ai drammi di tanti uomini e donne, documentarsi per quanto possibile e parlarne con i nostri amici per vedere se si può fare qualcosa, questo lo possiamo e lo dobbiamo fare. E la preghiera commossa e partecipe con i cinque misteri dolorosi: Agonia nell’orto-Flagellazione-Incoronazione di spine-Salita al calvario-Flagellazione e morte ci porta se non sulla croce di Gesù, almeno ai suoi piedi e ci aiuta a soffrire con Lui.

Speranza

Forse siamo aperti al mistero, ci diamo da fare per quanto possiamo, cerchiamo di guardare in faccia la realtà, ma tutto questo può non bastare. Può essere uno sforzo di volontà, un impegno perché proprio non se ne può fare a meno, ma spesso ci capita di domandarci: “A che cosa serve tutto ciò? Tanto non cambia niente! Gli uomini sono sempre quelli.” Questa è una grande tentazione, una prova che ci viene incontro e che rischia di annullare i nostri convincimenti, la nostra volontà e i nostri sforzi rivolti al bene, al bene comune. Ma il cristiano si deve affidare concretamente alla speranza. “Per la dottrina cristiana, la speranza è la virtù per la quale l’uomo desidera e aspetta da Dio la vita eterna come sua felicità, riponendo la sua fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandosi “all’aiuto dello Spirito Santo” per meritarla e preservarla sino alla fine della vita terrena”. Noi siamo stati invitati dal nostro Vescovo a coltivare questi sentimenti, a riconoscere che la nostra vita è affidata al Dio di Gesù Cristo, un Dio Padre che ci conosce tutti, uno per uno, e che ci vuole bene. Ogni volta che fermiamo il nostro correre quotidiano e ci rivolgiamo a Maria pregandola coi misteri gloriosi: Resurrezione-Ascensione-Discesa dello Spirito Santo-Assunzione di Maria-Incoronazione di Maria dobbiamo essere consapevoli che, nella speranza, ci affidiamo a colei che con stupore ha accolto le parole dell’Angelo: quelle parole hanno cambiato la sua vita e possono cambiare anche la nostra. (Guido e Giulia Piccardo)


Venerdì 11 gennaio 2019. Una serata in sant’Ambrogio

C’è sempre tanta emozione entrando nella basilica di s. Ambrogio per tutti i significati che racchiude, specialmente per chi come noi è di rito ambrosiano.
Arrivo con buon anticipo e, Lucia a parte, poco dopo arrivano anche i nostri, che bello sentirsi a casa fra i bei sorrisi di Roberta e di Fratel Michele e alcuni dei parrocchiani della nostra Comunità Pastorale
Emozione quando il Vescovo, monsignor Mario Delpini, passa per i banchi, camminando per l’intero perimetro della Chiesa, dando la mano a tantissimi fedeli, con il mio crescente imbarazzo misto a gioia in fantozziani stati d’animo del tipo “aiuto , ma come si saluta correttamente un Vescovo?”.
Essendo solo sfiorati, i miei timori si rivelano essere inutili, ma con questo semplice gesto ci sentiamo tutti felici, non ci sono barriere, non ci sono distanze, siamo tutti uguali, sensazione di prossimità che dona felicità.
La parte formativa viene preceduta dalla lettura di un Salmo e da una preghiera di san Paolo VI e siamo pronti per ascoltare le parole del nostro Vescovo.
Così come per il suo approccio precedente, fatto come detto di accoglienza gentile, di strette di mano ricche di emozioni reciproche, anche il suo discorso scorre fluido, per nulla costruito su complicati concetti o su parole ricercate, ma sul nostro essere Chiesa in cammino, su quali strade intendiamo far battere il nostro cuore sempre giovane, perché quando è lo Spirito a guidarci, non può che essere così, avanzando insieme in comunione fra di noi.
Sorridiamo quando con professione di modestia ci comunica che lui non ne sa più degli altri, ma ha solo la responsabilità di far convergere il popolo su linee per l’appunto su cui affluire assieme.
Entra quindi nello specifico suggerendoci quattro spunti di meditazione, con lo scopo di riuscire a farli divenire pratica concreta nella realtà di tutti i giorni .
Mi è piaciuta molto la definizione “volti di Chiesa” con cui riassume i quattro capisaldi, lo recepisco come un orgoglio e una responsabilità d’appartenenza, sul quale ho personalmente molto da lavorare per essere all’altezza di tale espressione, ma il solo pensare di lavorare a migliorarmi lo identifico nel “dimorare nello stupore”, l’aspetto forse che mi più mi ha interpellato dei quattro sviluppati, magari egoisticamente, perché continuare interiormente a vivere il giorno di Pentecoste, della discesa dello Spirito, è un arricchimento tale da essere difficilmente spiegabile, una grazia che significa gioia di vivere che non si compra on line, leggerezza interiore che non si impara in comode dispense settimanali, sorprendersi dello stupore di essere tutti fratelli e sorelle è viatico di meraviglie che donano luce.
Il Vescovo ci suggerisce di lasciarci guidare da Maria – come nel Magnificat – e pregare lei, per aiutarci a dimorare nello stupore.
Senza nulla togliere a nessuno degli altri temi trattati, su questo sto personalmente lavorando e ci tenevo a condividere con tutti voi della Comunità Pastorale dei Santi Profeti questa mia sensazione, sul resto della Lectio, sulla sua esegesi e su il legame fra i vari concetti sviluppati, lascio a chi è molto ma molto più bravo di me il compito di raccontare e fare sintesi, io chiudo esprimendo la mia felicità, per una bella, ma proprio bella, serata da cui ho certamente molto da imparare. (Paolo Bagagli)


L’arcivescovo incontra le Comunità Pastorali

Un appuntamento pensato come occasione di ascolto e di dialogo con l’Arcivescovo: occasioni, al mattino riservato al clero, alla sera ai Consigli pastorali.

Zona 1  – venerdì 11 gennaio 2019:

al mattino (dalle 10 alle 12.30)  – Cineteatro San Carlo del Collegio San Carlo (via Matto Bandello 3, Milano)

l’incontro è per i ministri ordinati (presbiteri e diconi), uno spazio per vuole favorire lo scambio fruttuoso tra il presbiterio e il suo Vescovo.

alla sera (dalle 21 alle 22.30) – Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

l’incontro è per i laici dei Consigli pastorali, per gli operatori pastorali nelle Comunità (catechesi, Caritas, liturgia, ecc.) e per le religiose.
La riproposizione dell’incontro anche per i laici dice l’unità del cammino di tutta la Chiesa.

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