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La gioia del Vangelo scaturisce dall’incontro con Gesù. Partendo da queste parole, Papa Francesco ha sviluppato il discorso rivolto ai partecipanti all’incontro internazionale incentrato sul tema: La Chiesa in uscita. Ricezione e prospettive di Evangelii Gaudium.

Una Chiesa semplice e libera

Il Pontefice ha indicato, in particolare, una necessità: Abbiamo bisogno di una Chiesa libera e semplice, che non pensa ai ritorni di immagine, alle convenienze e alle entrate, ma ad essere in uscita.

Nostalgia di Dio ed evangelizzazione

Il Papa ha poi ricordato che l’evangelizzazione è animata da una leva radicata nel cuore di ogni uomo. L’esperienza di tante persone ai nostri giorni non è distante da quella di Maria Maddalena che, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha evangelizzato gli apostoli: La nostalgia di Dio, di un amore infinito e vero, è radicata nel cuore di ogni uomo. Serve qualcuno che aiuti a ravvivarla. Servono angeli che, come fu per Maria Maddalena, portino buoni annunci: angeli in carne e ossa che si accostino per asciugare lacrime, per dire nel nome di Gesù: non avere paura!
Gli evangelizzatori sono come angeli custodi
Gli evangelizzatori possono ravvivare la nostalgia di Dio, aiutare ogni uomo a trovare in Gesù l’amore che non delude mai: Gli evangelizzatori sono come angeli, come angeli custodi, messaggeri di bene che non consegnano risposte pronte, ma condividono l’interrogativo della vita, lo stesso che Gesù rivolse a Maria chiamandola per nome: Chi cerchi?. Chi cerchi, non che cosa cerchi, perché le cose non bastano per vivere; per vivere occorre il Dio dell’amore.

Compagni di viaggio

Per vivere la gioia del Vangelo che scaturisce dall’incontro con Gesù si deve camminare insieme custodendo l’amore di Dio lungo le strade dell’evangelizzazione: E se con questo suo amore sapessimo guardare nel cuore delle persone che, a causa dell’indifferenza che respiriamo e del consumismo che ci appiattisce, spesso ci passano davanti come se nulla fosse, riusciremmo a vedere anzitutto il bisogno di questo Chi, la ricerca di un amore che dura per sempre, la domanda sul senso della vita, sul dolore, sul tradimento, sulla solitudine. Sono inquietudini di fronte alle quali non bastano ricette e precetti; occorre camminare, occorre camminare insieme, farsi compagni di viaggio.
Chi annuncia non cerca fughe dal mondo
Chi evangelizza, è sempre in cammino, in ricerca insieme agli altri. Per questo, non può lasciare indietro nessuno, non può permettersi di tenere a distanza chi arranca, non può chiudersi nel suo gruppetto di relazioni confortevoli: Chi annuncia non cerca fughe dal mondo, perché il suo Signore ha tanto amato il mondo da dare sé stesso, non per condannare ma per salvare il mondo. Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio, che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio. Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno.

La grazia di Dio si manifesta nella debolezza

Francesco ha inoltre esortato a non lasciarsi trattenere dal timore di sbagliare e dalla paura di percorrere sentieri nuovi. Le nostre povertà non sono ostacoli, ma strumenti preziosi, perché la grazia di Dio ama manifestarsi nella debolezza. Abbiamo bisogno di confermarci in una certezza interiore, nella «convinzione che Dio può agire in ogni circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti». Abbiamo bisogno di credere davvero che Dio è amore e che dunque non va perduta nessuna opera svolta con amore, nessuna sincera preoccupazione per gli altri, nessun atto d’amore per Dio, nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Abbiamo bisogno, per diffondere l’annuncio, di essere semplici e agili come nei Vangeli di Pasqua: come Maria, che non vede l’ora di dire ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18); come gli Apostoli, che corrono al sepolcro (cfr Gv 20,4); come Pietro, che si tuffa dalla barca verso Gesù (cfr Gv 21,8). Abbiamo bisogno di una Chiesa libera e semplice, che non pensa ai ritorni di immagine, alle convenienze e alle entrate, ma ad essere in uscita.
Qualcuno – ha aggiunto il Santo Padre a braccio – diceva che la vera Chiesa di Gesù per essere fedele sempre deve essere in disavanzo nel bilancio. È buono questo: il disavanzo.

Una storia d’amore con Dio

I primi cristiani, ha ricordato infine Francesco, non erano preoccupati di difendersi da un impero che li metteva a morte, ma di annunciare Gesù, anche a costo della vita: Allora non lasciamoci rattristare dalle cose che non vanno, dalle fatiche, dalle incomprensioni, dal chiacchiericcio, no: sono piccolezze di fronte “alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù nostro Signore” (cfr Fil 3,8). Non lasciamoci contagiare dal disfattismo secondo cui va tutto male: non è il pensiero di Dio. E i tristi non sono cristiani. Il cristiano soffre tante volte, ma non cade nella tristezza profonda dell’anima. La tristezza non è una virtù cristiana. Il dolore sì. Per non lasciarci rubare l’entusiasmo del Vangelo invochiamone ogni giorno l’Autore, lo Spirito Santo, lo Spirito della gioia che mantiene vivo l’ardore missionario, che fa della vita una storia d’amore con Dio, che ci invita ad attirare il mondo solo con l’amore, e a scoprire che la vita si possiede solo donandola.

(Amedeo Lomonaco)

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Un nuovo e importante percorso di lettura e riflessione agli incontri del Lunedì, in San Pietro in Gessate (sacrestia), alle ore 10:  gli Atti degli apostoli.

Gli incontri, come gli altri anni, saranno condotti da don E. Cantù e don A. Casolo.


L’originalità degli Atti degli apostoli

Mentre vi sono nel Nuovo Testamento quattro evangeli e molte lettere, solo gli Atti degli apostoli costituiscono una narrazione degli inizi della chiesa. Se si capisce facilmente il fascino che poteva suscitare il progetto di scrivere una “vita di Gesù” — non era forse l’evento di Dio nella nostra storia? — e se si comprendono anche senza difficoltà i motivi pastorali che hanno condotto alla redazione di lettere, meno evidenti appaiono le ragioni che hanno spinto Luca a scrivere gli Atti. Perché interessarsi alla storia della chiesa, senz’altro meno affascinante della vita del Figlio di Dio in mezzo agli uomini? Prima di rispondere a questa domanda va notato che gli Atti si presentano come un secondo libro, o meglio, come una seconda parola, rispetto a una “prima” che è l’Evangelo di Luca. Ambedue gli scritti hanno lo stesso destinatario, Teofilo, lo stesso linguaggio, la stessa teologia.
Gli studiosi sono oggi unanimi nel dire che l’Evangelo di Luca e gli Atti degli apostoli formavano in origine un’opera sola in due volumi. Solo con la costituzione del canone e quando si cominciarono a leggere gli evangeli nelle assemblee cultuali (verso la meta del II secolo) Luca fu associato a Marco e Matteo, poi a Giovanni, e staccato dagli Atti, che diventarono una sorta di introduzione generale alle epistole. Ciò significa che occorre ragionare sugli Atti come su di un libro che appartiene a un insieme più vasto del quale forma la seconda parte. Di conseguenza, la domanda da porre non è perché Luca si sia interessato alla storia della chiesa nascente, ma piuttosto perché abbia sentito la necessità di narrare l’evento della salvezza fine all’arrivo di Paolo a Roma, e non fino all’Ascensione soltanto.
Un’osservazione sul prologo degli Atti degli apostoli ci permette forse di intravedere una risposta. Atti 1, 3 dichiara che Gesù risorto apparve ai suoi discepoli per quaranta giorni parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Sappiamo che fin dall’inizio del sue ministero pubblico Gesù ha posto l’annuncio del regno di Dio al centro della sua predicazione:
Gesù disse [alle folle]: “E necessario che io annunci anche alle altre città la gioiosa notizia del regno di Dio; per questo sono stato mandato” (Lc 4,43; cf. 8,1.10; 9,2.11,60; 10,9; eccetera).
Gesù parla quindi del Regno dall’inizio alla fine del suo ministero e anche dopo la sua resurrezione, come ricorda l’inizio degli Atti:
Egli si mostrò [ai discepoli] vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio (At 1,3).
Ma ora, dopo che Gesù é tornato al Padre, come avviene questo annuncio? Alla fine degli Atti, Luca presenta Paolo a Roma, sotto sorveglianza, e scrive:
Dal mattino alla sera [Paolo] esponeva [agli ebrei] il Regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla Legge di Mosè e dai profeti…Trascorse due anni interi… annunciando il Regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento (At 28,23.30-31).

Così si spiega il prolungamento dell’opera lucana. L’autore non intende raccontare la “vita di Gesù”, né la storia della chiesa o la vita di santi come Pietro, Stefano o Paolo, la sua preoccupazione è invece quella di spiegare come l’annuncio del Regno, iniziato da Gesù, continua dopo l’Ascensione fino a raggiungere noi: questo annuncio ci perviene tramite la chiesa che il Cristo ha istituito come testimone perché annunci dovunque e in tutti i tempi la gioiosa notizia del Regno. Luca-Atti appare così come un grande commento al detto di Gesù:
Il regno di Dio non viene in mod0 da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi (o forse: a vostra portata)!” (Lc 17,20-21).

I destinatari e il testo

Fin dal primo versetto sappiamo che il destinatario degli Atti (come dell’Evangelo di Luca) è Teofilo, ma di lui non sappiamo nulla. Più che di un nome fittizio — come alcuni hanno pensato — si tratta probabilmente del mecenate che ha finanziato l’edizione e la diffusione del libro, operazione che era molto costosa all’epoca. In questo l’opera lucana appare molto diversa dagli altri Evangeli. Soltanto essa si presenta come l`opera di un “io” che ha scritto il testo dopo accurate ricerche (cf. Lc 1,1-4; At 1,1). Ciò non significa che è solo Luca-Atti ad avere un “autore”, mentre gli altri evangelisti sono dei compilatori. Vuol dire invece che, mentre gli evangeli di Matteo, Marco e Giovanni sono nati dalla preoccupazione di edificare la comunità nella quale viveva il loro autore e sono quindi delle opere “pastorali”, Luca-Atti invece è nato come “opera letteraria” a scopo storico-teologico su richiesta di un individuo, Teofilo. Non è però indifferente per noi il fatto che questo individuo si chiami Teofilo, cioè “amico di Dio”. Anche noi, se ci consideriamo amanti di Dio e quindi amati da lui, possiamo diventare i destinatari dell’opera lucana, incaricati, nel contempo, di diffondere quest’opera attraverso la nostra testimonianza.
Il manoscritto di Luca non ci è rimasto e nemmeno le copie fatte dai copisti pagati da Teofilo. I più antichi manoscritti che contengono parti degli Atti risalgono al III secolo e i più antichi testi completi sono del IV secolo. Si possono raggruppare essenzialmente in due famiglie: la prima, chiamata “alessandrina”, é rappresentata da grandi manoscritti del IV-V secolo (come il Sinaiticus, il Vaticanus o l’Alexandrinus) ed é il testo che seguono le nostre attuali traduzioni; la seconda, detta “occidentale” (ma che di occidentale ha solo il nome), si trova soprattutto nel codex Bezae, anch’esso del IV-V secolo; è un po’ più lunga dell’altra, maggiormente segnata da preoccupazioni etiche e anche più antigiudaica. Non sembra che una famiglia dipenda direttamente dall’altra; probabilmente le due famiglie sono coesistite fin dal II-III secolo. Sorge quindi un problema: perché gli Atti esistono sotto due forme abbastanza diverse, mentre in Luca — che conosce pure le due famiglie — le differenze sono minime? Questa diversità può trovare una spiegazione nello statuto dei testi: molto presto l’Evangelo di Luca ha assunto un aspetto “canonico”, perché era diventato testo liturgico e la sua forma si è quindi presto stabilizzata; gli Atti invece furono considerati come un’opera “diversa” che solo più tardivamente entrò a far parte delle letture liturgiche. Non avendo un carattere “canonico” (forse fino al IV secolo), nulla impediva di fare qua e là dei ritocchi e dei miglioramenti, o di aggiungere qualche spiegazione là dove il testo mancava di chiarezza. In ogni caso, queste due famiglie — cui occorre forse aggiungerne una terza, “antiochena”, rielaborazione di quella “alessandrina”, che è la più diffusa nel mondo greco a partire dal IV secolo — attestano la popolarità di cui ha goduto il libro degli Atti nella chiesa antica, nonostante non appartenesse ancora al canone ufficiale delle Scritture.

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Il prossimo Mercoledì 11 Dicembre in San Babila, alle ore 18 vi sarà il secondo incontro del Consiglio Pastorale della Comunità, sarà affidato a don Elio il momento introduttivo.

Programma:

Ore 18: introduzione alla Lettera del vescovo sul Natale

Ore 18.30: celebrazione dell’Eucaristia

Ore 19: risonanze e comunicazione nella fede

Si ritiene opportuno proporre ai Consiglieri, nel corso dell’anno pastorale, alcuni incontri in altra modalità per dar loro la possibilità di conoscere la vita della Comunità in tutti i suoi aspetti (catechesi Iniziazione, pastorale giovanile e Oratorio, formazione adulti, commissione Caritas, celebrazione della liturgia, ecc.). Si valuterà la forma migliore di proporre questi incontri.

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Alla casa dei fichi


Gesù è in viaggio verso Gerusalemme,
uscendo da Gerico aveva incontrato due ciechi:
lo scongiuravano di guarirli ed egli li esaudì;
ora si ferma a Betfage, che significa casa dei fichi,
in questo piccolo villaggio, dove i pellegrini si purificavano
per entrare degnamente nella città santa…

Sembra di intuire che Gesù stesso voglia dare il segno della sua persona
e di quello che si sta compiendo nella storia del Popolo di Dio:
quella venuta del Messia
che tutta la storia di Israele ha profetizzato e atteso…
Lui stesso manda a prendere in prestito l’asina, con il suo puledro:
una scena che scena ricalca le cerimonie di investitura regale dell’antico oriente,
ma la scelta della cavalcatura degli umili e dei poveri
vuole mostrare che il Messia che entra a Gerusalemme
non è un potente del mondo!

Con Gesù si vive a Betfage un evento di gioia e di gloria,
dove il re Messia è un umile e un mite,
e per questo è riconosciuto dalla folla che lo accoglie e lo festeggia…

Tuttavia la Parola sembra contrapporre la città e la folla:
la città è agitata, domanda e si domanda: Chi è costui?
La folla di Betfage accoglie l’umile Messia
come il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea…
Questo contrasto ci aiuta a ricordare che per il Messia del Signore
avviene quanto è accaduto ai profeti di Israele,
così spesso respinti e colpiti…
Gesù è veramente un Messia imprevedibile,
davanti al quale è necessario prendere una autentica decisione…

Fino a questo momento Gesù non si era mai attribuito il titolo di Signore,
ora è giunta l’ora di farlo: Gesù è il Signore,
un Signore umile, che ha bisogno di qualcosa di nostro:
la nostra cavalcatura da lasciar slegare,
scoprendo che, dopo essere servita al Signore, sarà ritornata a noi…
Ogni giorno torneremo a legarla, e saremo chiamati a slegarla!
Slegare qualcosa per la vivere la conversione,
per cambiare modo di vivere, indirizzandoci alla sobrietà,
accontentandoci di quel che abbiamo in comunione con i poveri della terra,
con cui condividere il poco che siamo e il poco che abbiamo…

don Enrico

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Poiché la festa di Maria Immacolata cade quest’anno di Domenica, secondo le norme che regolano il Calendario Liturgico Ambrosiano, l’8 Dicembre si celebra la IV domenica di Avvento e la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria è posticipata a lunedì 9 Dicembre.

In preparazione a questa festa, ricordiamo che ogni giorno feriale, fino a sabato 7 Dicembre,  alle ore 18, in Santa Maria della Passione, ospitiamo la celebrazione della Novena dell’Immacolata a cura della Prelatura dell’Opus Dei.

Fino a quest’anno veniva celebrata in Duomo, ma, visti gli inconvenienti per poter entrare agilmente alle funzioni, ci è stato chiesto di ospitare la preghiera delle Novena in S. Maria della Passione che è la seconda chiesa – in grandezza – della città). Le Messa nei giorni feriali saranno presiedute da Sacerdoti dell’Opus Dei che cureranno anche la predicazione e le Confessioni. Le Messe vigiliari dei due Sabati saranno presiedute da Sacerdoti della nostra Comunità e l’omelia sarà tenuta da Sacerdoti dell’Opus Dei.


 L’immacolata Concezione

La festa di Maria, la “madre di Dio”, donna che introduce nel mistero trinitario grazie allo speciale rapporto con lo Spirito Santo il mondo femminile, è la santità totale; a tal punto emerge la sua purezza da farla definire immune dalla colpa, da qualsiasi peccato. Un pensiero presente nella chiesa orientale da sempre e predicato in Occidente con estrema forza dal grande Duns Scoto, il francescano , il “Doctor subtilis”, il Cavaliere dell’Immacolata nato a Duns in Scozia nel 1265 o 1266.
La maternità verginale è presente anche al di fuori del cristianesimo a confermare la percezione di una piena appartenenza del femminile alla sfera della divinità, come poi, in giorni a noi vicini, Jung con grande forza definì la Grande Madre come l’archetipo più antico e potente, scandendo queste parole: “La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto”. Quando Pio IX definì dogma l’Immacolata era il 1854; il difficile momento legato all’imminente superamento del potere secolare della Chiesa fu come la via della riscoperta della profonda e vera vocazione della Chiesa nel segno della grandezza della santità mariana, così come la troviamo nelle litanie lauretane “tutta pura e porta del cielo”.
La via mercantile e commerciale alla vita che appare sempre più sconvolgentemente dominante ai nostri giorni trovi nella vincitrice della spinta maligna un ancoraggio forte e chiaro.
Preghiamo allora con papa Francesco:
“Noi dunque, pur essendo peccatori, siamo tuoi figli, figli dell’Immacolata, chiamati a quella santità che in Te risplende per grazia di Dio fin dall’inizio. Animati da questa speranza, noi oggi invochiamo la tua materna protezione per noi, per le nostre famiglie, per il mondo intero. La potenza dell’amore di Dio, che ti ha preservata dal peccato originale, per tua intercessione liberi l’umanità da ogni schiavitù spirituale e materiale, e faccia vincere, nei cuori e negli avvenimenti, il disegno di salvezza di Dio. Fa’ che anche in noi, tuoi figli, la grazia prevalga sull’orgoglio e possiamo diventare misericordiosi come è misericordioso il nostro Padre celeste. In questo tempo che ci conduce alla festa del Natale di Gesù, insegnaci ad andare controcorrente: a spogliarci, ad abbassarci, a donarci, ad ascoltare, a fare silenzio, a decentrarci da noi stessi, per lasciare spazio alla bellezza di Dio, fonte della vera gioia. O Madre nostra Immacolata, prega per noi!”.

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Dove avviene il Regno?


Per Giovanni un dubbio e una domanda,
rivolta a colui che aveva chiamato l’Agnello di Dio:
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
Gesù, infatti, non corrispondeva all’idea che lui, Giovanni, si era fatto del messia:
un giudice severo che doveva venire a realizzare il giudizio di condanna e di ira,
che doveva tagliare gli alberi dalle radici e gettare il ramo secco nel fuoco…

Gesù, invece di essere un giudice severo, è amico di tutti, è mite ed umile di cuore,
accoglie i peccatori e siede al banchetto con loro, e mangia con loro…

La risposta di Gesù è dura ed è, insieme, un invito:
bisogna analizzare meglio le Scritture
per poter cambiare, quotidianamente, le erronee visioni umani,
in particolare quelle che Giovanni aveva del messia…

Così, gli inviati devono a riferire a Giovanni ciò che tutti contemplano:
ciechi che vedono, storpi che camminano, lebbrosi guariti,
sordi che odono, morti resuscitati, poveri a cui è annunciato il regno…
Con l’aggiunta di una inedita beatitudine: beato chi non si scandalizza di Gesù!
Beatitudine che non avremmo mai pensato di poter ascoltare…

Nel Primo Testamento Giovanni fu grande, e il maggiore di tutti!
Lei era l’ultima eco dell’attesa di Israele,
fedele sino a poter finalmente indicare il messia al popolo,
portando a compimento la lunga storia iniziata con Abramo…

Ma Giovanni non fu capace di capire, da solo,
la presenza del Regno di Dio in Gesù;
era nel dubbio: dobbiamo aspettare un altro?

Quanti dubbi stan vivendo in molti, nella Chiesa di oggi:
questa misericordia predicata da papa Francesco viene davvero da Dio?
Queste aperture e queste comprensioni per quelli, apparentemente, lontani,
sono davvero secondo il cuore e la mente di Dio?
Non sarebbe forse meglio andare a cercare qualcun altro,
che ci confermi nelle cose che abbiamo sempre detto e sempre fatto?

Ma chi sta, davvero, con Gesù e vive con lui,
riceve da lui una luce che dà occhi nuovi
per scoprire il significato più profondo del Regno:
Il Regno non è una dottrina, ma è un modo nuovo di vivere come fratelli e sorelle,
a partire dall’annuncio che Gesù fa: Dio è Amore, è Padre di tutti!

don Enrico

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13 Novembre. Assemblea di Chiesa per il Consiglio Pastorale e l’intera Comunità

Dalle 18 alle 19.30 di Mercoledì 13 Novembre, il Consiglio pastorale, con altri parrocchiani che hanno deciso di unirsi, si sono ritrovati in Assemblea, nella basilica di s. Babila, per una riflessione comune sulla lettera per l’Avvento del nostro vescovo Mario.
Ha introdotto l’incontro don Enrico, il nostro parroco, il quale ha, prima di tutto, ringraziato coloro che si sono dichiarati disponibili a far parte del nuovo Consiglio Pastorale e gli altri parrocchiani presenti.
Successivamente, don Giuseppe ha sintetizzato il contenuto della lettera dell’Arcivescovo, traendone anche un orientamento per il percorso pastorale della nostra Comunità. Don Giuseppe ha fatto notare che quest’anno l’Arcivescovo non ha scritto una lettera pastorale su un tema specifico, ma ha scelto di scrivere sei lettere per i diversi tempi dell’anno liturgico, lettere che, quindi, si possono leggere singolarmente per entrare nel contesto del “tempo” al quale si riferiscono, e che, tuttavia, hanno anche un filo conduttore unificante nel testo biblico della Epistola di Paolo ai Filippesi. Fatta questa premessa, don Giuseppe ha preso in esame la “Lettera per il tempo di Avvento” dove si sottolinea come la situazione del carcere in cui si trova Paolo, oggettivamente penosa, si trasformi per lui in un’occasione propizia per annunciare il Vangelo.
Questa occasione nella situazione c’è anche per noi. Siamo una Comunità di circa 10.000 residenti, ma, intorno a noi, gravita un ben più alto numero di persone (circa 60/70.000) che, quotidianamente, frequentano il nostro territorio perdio versi motivi (lavoro, studio, ecc.). questo è il nostro “carcere”: dobbiamo occuparci noi pochi di questa situazione.
Che cosa ci viene chiesto come Comunità piccola, connotata territorialmente, ma intercetta tata da un grande numero di persone?
Questo sarà un impegno lungo, i cui frutti si potranno veder appieno solo dopo molti anni. Ma questa è la nostra situazione: può apparire povera e faticosa, ma è, al contrario, l’occasione per sapere, e dirci, in modo chiaro e consapevole, che il Vangelo, nel nostro caso, non è per i villaggi, ma per la grande città.
Dobbiamo, allora, essere una Comunità gioiosa e lieta, una Comunità che attrae.
In questo tempo di Avvento dobbiamo saperci preparare al Natale non come una “festa peri bambini”, ma come la festa del cristiano adulto, il quale contempla il mistero dell’Incarnazione, per annunciare, a chiunque incontra, che Dio chi ha amato, e ancora tanto ci ama, da donarci il suo Figlio Gesù.
È seguita la celebrazione dell’Eucaristia.
Al termine, nel momento della “comunicazione nella fede”, numerosi e significativi sono stati gli interventi suscitati da quanto ascoltato.
Nel suo saluto conclusivo, don Enrico ha invitato ad una preghiera reciproca, gli uni per gli altri, in ogni giorno della nostra quotidianità, nel nostro ambiente di vita, sentendoci responsabili della fede di ciascuno e del suo cammino di testimonianza evangelica.
Ha anche rinnovato l’invito alle occasioni di preghiera comunitaria già esistenti:
– i Vespri della terza Domenica del mese
– L’Adorazione Eucaristica contemplativa mensile nella sera del sabato
– l’Eucaristia domenicale.
Una mia considerazione finale: cerco di non mancare mai a incontri come questo, perché ne traggo, ogni volta, un arricchimento spirituale. Auguro, perciò, a tutta la nostra Comunità pastorale dei Santi Profeti, di poter partecipare con gioia ai prossimi incontri.

(Lucia Cantoni)

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Burroni da riempire


Luca inizia citando i grandi del mondo di allora:
l’imperatore, i tetrarchi, le autorità religiose;
e ci pone, così, nell’ambito della storia, della realtà
e non della finzione o della metafora…
Tuttavia, dopo la carrellata sulla gente importante,
ci sposta nel piccolo, nella particolare storia di un uomo:
La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto…
È un uomo che non appartiene alla “grande storia”
ed è in lui che trova accoglienza la parola di Dio,
e Giovanni si fa “voce” di quella Parola, Giovanni è un profeta…

Un profeta apparentemente corrucciato, austero e intransigente
ma capace di una parola di gioia quando vede emergere Gesù,
per il quale proverà amicizia, ascolto e pienezza di gioia
come annunciano le parole di Isaia,
viste come riferimenti del messaggio del Battista,
che esclama ogni uomo vedrà la salvezza di Dio: un messaggio di speranza!

Speranza che richiede un lavoro,
perché la speranza è sempre a caro prezzo, un prezzo di fatica….
Qualcosa va preparato e qualcosa raddrizzato…
C’è qualcuno che sta arrivando, e ci si deve preparare ad accoglierlo…
Accogliere una nuova presenza, richiede sempre un impegno per fare spazio:
allargare il cuore, sgomberarlo da ciò che lo occupa e lo ostruisce…
Ci vuole un notevole impegno per accogliere quel qualcuno:
abbassare i monti e i colli,
quelli del nostro orgoglio e della nostra autosufficienza…
Chi è pieno di sé, non è capace di scorgere l’altro,
non lo vede e, se anche lo vede, non lo considera…
Chi non si aspetta nulla dall’altro, perché ha già tutto, non può ricevere nulla…

E poi ci sono burroni da riempire,
i burroni come gli atteggiamenti vittimistici
di chi sempre si lamenta della propria situazione
di emarginazione, di solitudine, di non amore degli altri;
ed anche i burroni che sono il non amore di sé:
occorre rinunciarvi e aprirsi alla gioia che nella vita cristiana è un comando,
comando che richiede una rinuncia, un vero e proprio lavoro…
Non è l’ingannevole ottimismo dei falsi profeti,
ma l’annuncio sobrio del Battista che ci fa da guida verso la gioia…

don Enrico

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Sabato 23 Novembre, dalle ore 9.30 alle ore 12, si terrà nella Sala Capitolare della basilica di Santa Maria della Passione un convegno, aperto a tutti, sulla figura di Adriana Zarri (1919-2010), teologa e importante testimone di fedeltà al Vangelo che si coniuga, in virtù di una verità che rende liberi, con la più schietta laicità.


Le sue parole:

«La povertà evangelica è soprattutto il distacco, non solo dal denaro, ma dal potere, dall’ambizione, da tutto. E quando mi si chiede qual è la massima evangelica che più mi interessa io dico sempre che è dove si dice “chi perde la propria vita la troverà”; quella è veramente la povertà, l’essere liberi da tutto, a cominciare da noi stessi».

«Credo che noi abbiamo un concetto molto intellettualistico della fede. La fede non è necessariamente credere nell’esistenza di Dio, nella divinità di Cristo, nella risurrezione, nei cosiddetti contenuti di fede. La fede è soprattutto un atteggiamento di ascolto, di disponibilità».

«Mi alzo alle sei del mattino, poi faccio colazione e recito le lodi. E così comincia la giornata. Durante il mattino dirigo un poco i lavori di campagna e in seguito faccio la liturgia nella chiesetta. A mezzogiorno pranzo. Il pomeriggio mi riposo un poco perché vado a letto tardissimo. Poi mi alzo, lavoro, vado a cena alle otto, poi mi distendo un poco e verso le dieci riprendo a lavorare, fino alle tre di notte. Ed è il periodo in cui faccio il lavoro più importante, più impegnativo perché durante il giorno tra lavori esterni, tra corrispondenza e articoli la giornata mi passa. E invece i lavori seri li sbrigo di notte»


Scopri di più, guarda i video dell’intervista del 2004 realizzata nel suo casolare:

Parte 1           

Parte 2

 

 

 

 

 


<Scarica il volantino>

 

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Mercatino Natalizio 2019 – Associazione Amici dell’Olivo
Via Conservatorio 14 – Milano

Sabato 23 novembre dalle 15.00 alle 19.00
Domenica 24 e lunedì 25 novembre dalle 09.30 alle 19.00

La nostra sede si trasformerà in un’accogliente atmosfera natalizia ospitando il Mercatino di Natale proponendo idee regalo: addobbi natalizi, giocattoli, biancheria, oggettistica, specialità alimentari e tante altre sorprese per il prossimo S. Natale e … per ogni occasione.

Vi invitiamo a partecipare contribuendo, con gli acquisti per i Vostri regali di Natale, a sostenere l’Associazione Amici dell’Olivo.

Vi aspettiamo !!!!!

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