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Quasi ad essere interprete di tutte le nostre preghiere, il nostro vescovo Mario, si è recato in tarda mattinata dello scorso venerdì nei cimiteri milanesi.
Al Cimitero Maggiore con i padri Cappuccini, nel piazzale interno, si è raccolto per una preghiera di suffragio. È poi andato al cimitero di Lambrate per la benedizione dei feretri in attesa di cremazione, ed infine nel piccolo cimitero di Greco.
Accanto alla preghiera per i defunti è stata l’occasione per rivolgere il pensiero a tutte le famiglie toccate dalla sofferenza e per incoraggiare l’opera dei dipendenti comunali dei servizi cimiteriali, in prima linea quanto gli operatori sanitari, impegnati ormai a tempo pieno nell’opera di accoglienza delle vittime del contagio e di assistenza ai loro familiari.

Ecco la preghiera dell’Arcivescovo

O Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che nella tua grande misericordia
ci hai rigenerati mediante la risurrezione di Gesù dai morti
a una speranza viva, ascolta la preghiera che rivolgiamo a te
per tutti i nostri cari che hanno lasciato questo mondo:
apri le braccia della tua misericordia a quanti sono spirati per l’epidemia,
lontano dal conforto dei sacramenti e dall’affetto dei loro cari,
e ricevili nell’assemblea gloriosa della santa Gerusalemme.

Consola quanti patiscono il dolore di questo distacco
o vivono l’angoscia
perché non hanno potuto stare vicini ai familiari per un ultimo saluto.

Conforta tutti con la certezza che i morti vivono in te
e saranno un giorno partecipi della vittoria pasquale del tuo Figlio.

Tu che sul cammino della Chiesa
hai posto quale segno luminoso la beata Vergine Maria,
per sua intercessione sostieni la nostra fede,
benedici particolarmente coloro che, a rischio della vita,
si mettono al servizio dei malati, perché nessun ostacolo ci faccia deviare
dalla strada che porta a te, che sei la gioia senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Una preghiera che possiamo fare nostra, affidando al Signore i nostri defunti, ed anche tutti quei defunti di cui non conosciamo il nome e che deponiamo nell’amore del Padre.

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Grazie Francesco!

Grazie per quel tuo salire solitario, faticosamente solitario, il monte del Vaticano: grazie per aver voluto condividere le nostre ore di pensieri solitari, di timori solitari, di angosce solitarie.

Grazie per quel tuo ansare, segno di fatica, iniziando la preghiera: ansito del corpo e ansito del cuore, ansito che, a volte, ci prende la gola e ci fa domandare, nell’intimo profondo del pensiero e del cuore: che sarà delle prossime ore, delle mie ore, delle ore dei miei cari, delle ore dei miei fratelli e delle mie sorelle della mia Comunità, della mia città, della mia regione, della Terra che calpesto e che, nei suoi abitanti, in ogni luogo, ha paura e vive nell’incertezza, e ansima; ed anche tu tutti quei fratelli e sorelle, di cui non so il nome, che intravedo nei servizi giornalistici televisivi, nei letti degli ospedali o sdraiati in un corridoio in attesa di non si sa cosa.

Grazie per quel tuo benedire, portando a fatica il grande ostensorio con l’Eucaristia, tracciando segni di croce sul deserto della piazza. Ci hai detto che Dio benedice il mondo, “dice bene” del mondo! Ci hai detto che questo mondo, affaticato e ferito, è il luogo dove la benedizione scende, dove Dio non vuole restare estraneo, dove Dio dona, e invita noi tutti a farsi tramite del dono, benedizioni su benedizioni.

Grazie per quel tuo pregare silenzioso, grazie per non averlo voluto riempire di parole, grazie per essere stato segno della fatica del pregare, grazie per averci testimoniare che, quando si prega, non si sprecano parole perché il Padre che è nei cieli sa di che cosa abbiamo bisogno.

Grazie per averci detto che anche tu sei, con noi, nella tempesta; che tu sei, con noi, nella stessa barca; che anche tu, come noi, gridi il timore di essere perduti; che anche a te sembra che il Signore stia dormendo; che tu sei, come tutti noi, bisognoso di ritrovare ogni momento la fede nel Salvatore.

Grazie Francesco!

Don Enrico con i Sacerdoti della Comunità e fr. Michele e Roberta


 

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Era là! corpo inerte da quattro giorni,
in un sonno di morte, in un silenzio senza fine,
neppure il pianto di sorelle e amici giungeva in quel buio…

Forse, non sappiamo, un buio già rischiarato dalla promessa della resurrezione…

Aveva parlato, di resurrezione, il Maestro quando sostava nella tua casa?
In quella casa di amicizia e prossimità:
lontana dagli intrighi di Gerusalemme,
illuminata dai bagliori della semplicità e del servizio,
profumata dall’ospitalità generosa e dall’attenzione pura nel cuore…

Te l’aveva preannunciata il Maestro mentre condivideva con voi, amici,
un istante di dolcezza, un respiro di riposo,
nei segni della profonda confidenza,
spartendo la sua vera umanità con le donne e gli uomini dell’amicizia?

Ed ora risenti la voce amica del Maestro,
voce improvvisa, imperiosa, solenne:
Lazzaro! vieni fuori!

Non è semplice uscire da quella beatitudine di riposo,
non è semplice uscire per ricominciare,
non è semplice uscire per riprendere un quotidiano,
un quotidiano fatto di affetto, ma pure di tanta lotta e fatica…
Non è semplice uscire per ritrovare un mondo luminoso e splendente,
ma, tuttavia, con il suo carico di paura e di angoscia…

Ed invece la voce chiama, e si deve uscire: Scioglietelo e lasciatelo andare!

Sciolto? Ancora oggi? Da chi? Da cosa?
Sicuramente sciolto dalla paura, dall’impaccio, dalle frustrazioni,
sciolto dai timori e dalle fatiche…

Per ritrovare la dolcezza degli affetti, il dialogo senza paura,
l’amicizia genuina, la tenerezza piena di soavità,
una vita rinnovata, santificata dalla tua presenza
vissuta in pienezza nella certezza di non essere più soli…

Nella gioia, Signore, di sapere che questo mondo di morte
non potrà vincere per sempre…
In te, Signore, ogni morte, con il suo sgomento e la sua angoscia,
ha finalmente le ore contate!

don Enrico

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Di chi è la colpa?
Una domanda cieca: “chi ha peccato?”
L’inizio del brano ci immette con immediatezza drammatica alle domande di questi giorni: “Chi ha peccato? Di chi è la colpa?”. La domanda i discepoli se la fanno di fronte ad uno sconosciuto fermo al bordo della strada, ma per noi la domanda è più drammatica, perché ce la facciamo a riguardo di persone vicine, di amici, di fratelli colpiti dal male. “Di chi è la colpa?” Chissà perché questa domanda sembra quasi inevitabile. Non è la domanda giusta, di per sé, e infatti Gesù la scarta, invita i discepoli a guardare altrove. Però è una domanda che si impone, sembra quasi inevitabile: “Di chi è la colpa?” Perché questa domanda insorge dentro di noi? Io credo che sia per il fatto che noi non sappiamo sostenere il male, reggere impotenti il dolore, le situazioni di malattia. Tutto questo ci fà così male che non le reggiamo e dobbiamo in qualche modo e scaricarle. Per questo cerchiamo un colpevole; “se c’è un colpevole io non centro, io sono in salvo, non mi tocca!” Ecco che si cerca (e si trova) ogni volta il colpevole di turno: l’untore, piuttosto che il complotto internazionale, la stupidità della popolazione che non si è difesa. Il colpevole mette ciascuno al riparo – o almeno crediamo – senza che ci si debba assumere alcuna responsabilità. E invece non è così, non è così! Noi siamo tutti responsabili per tutto e di tutti! La ricerca del colpevole – “chi ha peccato?” – è una “domanda cieca”, non porta da nessuna parte, ma soprattutto è un modo di non lasciarsi toccare dalle situazioni. Invece l’unico modo di affrontare il male che ci attornia, di attraversare il buio, le situazioni oscure, è di entrare dentro di esse, di lasciarsi toccare da esse, dovessero anche ferirci.

Le opere della luce
E infatti Gesù risponde alla domanda dei discepoli spostando altrove la ricerca. Dobbiamo cercare non la colpa sua o dei suoi genitori, ma dobbiamo compiere le opere della luce! Anche nei momenti più oscuri c’è ancora un po’ di luce, c’è del bene che possiamo fare e che accade sotto i nostri occhi, se lo sappiamo vedere. Dobbiamo restare tenacemente attaccati a tutta la luce che c’è, finché è giorno! Tenere accesa la luce che c’è, orientarci con essa senza lasciarci accecare dall’oscurità. Perché le tenebre sono accecanti e insieme seducenti. Noi subiamo spesso una sorta di fascinazione per l’oscurità, vediamo subito le cose brutte, le cose negative, gli errori, il male, i colpevoli. Lo vediamo subito, e non vediamo il bene. Gesù sposta il nostro sguardo verso le opere della luce, la possibilità di bene che è ancora possibile.

Il tocco della grazia e la promessa che mettono in cammino
Che cosa fa allora Gesù? La sua opera avviene attraverso un gesto e una parola. Per prima cosa Gesù tocca il cieco. Compie gesti che sono evidentemente simbolici: prende della terra, sputa nel fango, lo mette sugli occhi dell’uomo cieco. Sono gesti che richiamano la creazione dell’uomo, che indicano un contatto e una comunicazione dello spirito che fa vivere. Come è nella creazione di Dio che alita il suo respiro sull’uomo fatto di terra perché prenda vita. Noi oggi siamo terrorizzati, abbiamo paura che il fiato, il respiro di qualcuno, ci infetti e ci porti la morte. Ma è ancor più vero il contrario: noi riceviamo la vita se qualcuno ci respira addosso, ci alita, ci ossigena con il suo spirito. Non possiamo vivere sempre con le mascherine, cercando di immunizzarci da ogni contatto. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci tocchi, che ci raggiunga con il suo alito perché quel soffio è vita, non porta la morte, porta la forza della vita: ogni volta che qualcuno che ci vuole bene ci tocca, ci bacia, ci accarezza, noi viviamo. Senza siamo morti. È un atto creativo, perché l’amore è capace di ricreare, ha una potenza creatrice straordinaria.
La seconda azione che Gesù compie è il dono di una parola che è una promessa e un ordine: “va’ a lavarti”. Inizia qui il cammino di una creatura nuova, di un uomo nuovo. Il cieco inizia una vita nuova perché impara a camminare fidandosi della parola, della promessa di Gesù.
Questo dice molto dell’esperienza della fede. Credere è essere toccati da una grazia, ricevere un tocco di grazia, e mettersi in cammino. Basta poco, un tocco appena di grazia che ti fa vivere. Nel momento in cui la ricevi non vedi il Signore, non lo sai neppure di essere stato ricreato, ma lo senti, lo intuisci perché di nuovo impari a fidarti. La promessa indica una rigenerazione, un futuro possibile: “va’, cammina, lavati e purificati, rinasci e alzati, e vedrai in modo nuovo”. Così è nell’esperienza della fede di tutti: quando il Signore c’è e ci tocca, passa a fianco della nostra vita, noi non lo vediamo. Percepiamo in maniera intuitiva una presenza di vita, ma non lo vediamo; solo dopo aver imparato a camminare e sorretti dalla sua promessa, giungiamo a riconoscerlo. Ma prima c’è un lungo e arduo percorso durante il quale, fidandosi di questa parola, impariamo a reggere il tempo della sua assenza. Perché in tutto il brano Gesù è un grande assente: si presenta all’inizio e alla fine, ma nel corso drammatico di tutta la parte centrale del cammino, quando il cieco deve reggere la prova, quest’uomo è da solo, e Gesù è assente. Eppure, quell’assenza non è priva di forza, è un ‘assenza che ha lasciato una traccia, la sua parola, l’esperienza di quell’incontro che lui non può dimenticare e che lo tiene vivo; fa si che possa reggere anche le provocazioni, le interrogazioni di tutti quelli che lo mettono in dubbio; lui non lo ha visto, eppure qualcosa è accaduto di straordinario! Credere significa anche questo: imparare a camminare reggendo il tempo dell’assenza di Gesù, fidandosi solo della parola ascoltata

parlo con te
Merita una parola anche il finale e ci può essere utile per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Sono giorni nei quali dobbiamo imparare a camminare al buio: a camminare senza vedere con chiarezza, con immediatezza, dove si va, il senso di quello che ci sta accadendo, che cosa bisogna fare; non lo sappiamo, brancoliamo, camminiamo al buio, ma proprio perché non vediamo tutto chiaro, possiamo ascoltare. Sostenuti e sorretti da una parola arriveremo all’incontro col Signore solo perché prima lo abbiamo saputo ascoltare, mentre camminavamo al buio. Infatti, quando il cieco giunge al termine del suo cammino, il Signore gli va incontro e gli dice: “Credi tu nel Figlio dell’uomo ?”
Il cieco risponde: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. “Sono io che parlo con te”. Se impariamo a fidarci, a “rimanere nella parola” (come ha detto Gesù domenica scorsa), se camminiamo anche al buio guidati dalla parola, se pazientemente abbiamo imparato a sostare a lungo nella parola, ruminandola – come dicono i monaci -, interiorizzandola, ecco allora poi arriveremo a scoprire il suo volto. “Perché io parlo con te, parlo sempre con te; la mia parola ti è vicina; potranno esserci momenti oscuri, ci saranno certamente giorni nei quali dovrai camminare al buio, ma io non smetterò di parlare con te: io sono colui che parla con te”. Parlaci signore! Rendici capaci di ascolto fiducioso della tua parola; questi giorni nei quali ci manca tanto l’eucaristia, cioè la presenza del Signore, noi camminiamo al buio sorretti dalla tua parola, e tu, Signore, non smettere mai di rivolgerla a noi.

 

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Di chi è la colpa?
Una domanda cieca: “chi ha peccato?”
L’inizio del brano ci immette con immediatezza drammatica alle domande di questi giorni: “Chi ha peccato? Di chi è la colpa?”. La domanda i discepoli se la fanno di fronte ad uno sconosciuto fermo al bordo della strada, ma per noi la domanda è più drammatica, perché ce la facciamo a riguardo di persone vicine, di amici, di fratelli colpiti dal male. “Di chi è la colpa?” Chissà perché questa domanda sembra quasi inevitabile. Non è la domanda giusta, di per sé, e infatti Gesù la scarta, invita i discepoli a guardare altrove. Però è una domanda che si impone, sembra quasi inevitabile: “Di chi è la colpa?” Perché questa domanda insorge dentro di noi? Io credo che sia per il fatto che noi non sappiamo sostenere il male, reggere impotenti il dolore, le situazioni di malattia. Tutto questo ci fà così male che non le reggiamo e dobbiamo in qualche modo e scaricarle. Per questo cerchiamo un colpevole; “se c’è un colpevole io non centro, io sono in salvo, non mi tocca!” Ecco che si cerca (e si trova) ogni volta il colpevole di turno: l’untore, piuttosto che il complotto internazionale, la stupidità della popolazione che non si è difesa. Il colpevole mette ciascuno al riparo – o almeno crediamo – senza che ci si debba assumere alcuna responsabilità. E invece non è così, non è così! Noi siamo tutti responsabili per tutto e di tutti! La ricerca del colpevole – “chi ha peccato?” – è una “domanda cieca”, non porta da nessuna parte, ma soprattutto è un modo di non lasciarsi toccare dalle situazioni. Invece l’unico modo di affrontare il male che ci attornia, di attraversare il buio, le situazioni oscure, è di entrare dentro di esse, di lasciarsi toccare da esse, dovessero anche ferirci.
Le opere della luce
E infatti Gesù risponde alla domanda dei discepoli spostando altrove la ricerca. Dobbiamo cercare non la colpa sua o dei suoi genitori, ma dobbiamo compiere le opere della luce! Anche nei momenti più oscuri c’è ancora un po’ di luce, c’è del bene che possiamo fare e che accade sotto i nostri occhi, se lo sappiamo vedere. Dobbiamo restare tenacemente attaccati a tutta la luce che c’è, finché è giorno! Tenere accesa la luce che c’è, orientarci con essa senza lasciarci accecare dall’oscurità. Perché le tenebre sono accecanti e insieme seducenti. Noi subiamo spesso una sorta di fascinazione per l’oscurità, vediamo subito le cose brutte, le cose negative, gli errori, il male, i colpevoli. Lo vediamo subito, e non vediamo il bene. Gesù sposta il nostro sguardo verso le opere della luce, la possibilità di bene che è ancora possibile.
Il tocco della grazia e la promessa che mettono in cammino
Che cosa fa allora Gesù? La sua opera avviene attraverso un gesto e una parola. Per prima cosa Gesù tocca il cieco. Compie gesti che sono evidentemente simbolici: prende della terra, sputa nel fango, lo mette sugli occhi dell’uomo cieco. Sono gesti che richiamano la creazione dell’uomo, che indicano un contatto e una comunicazione dello spirito che fa vivere. Come è nella creazione di Dio che alita il suo respiro sull’uomo fatto di terra perché prenda vita. Noi oggi siamo terrorizzati, abbiamo paura che il fiato, il respiro di qualcuno, ci infetti e ci porti la morte. Ma è ancor più vero il contrario: noi riceviamo la vita se qualcuno ci respira addosso, ci alita, ci ossigena con il suo spirito. Non possiamo vivere sempre con le mascherine, cercando di immunizzarci da ogni contatto. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci tocchi, che ci raggiunga con il suo alito perché quel soffio è vita, non porta la morte, porta la forza della vita: ogni volta che qualcuno che ci vuole bene ci tocca, ci bacia, ci accarezza, noi viviamo. Senza siamo morti. È un atto creativo, perché l’amore è capace di ricreare, ha una potenza creatrice straordinaria.
La seconda azione che Gesù compie è il dono di una parola che è una promessa e un ordine: “va’ a lavarti”. Inizia qui il cammino di una creatura nuova, di un uomo nuovo. Il cieco inizia una vita nuova perché impara a camminare fidandosi della parola, della promessa di Gesù.
Questo dice molto dell’esperienza della fede. Credere è essere toccati da una grazia, ricevere un tocco di grazia, e mettersi in cammino. Basta poco, un tocco appena di grazia che ti fa vivere. Nel momento in cui la ricevi non vedi il Signore, non lo sai neppure di essere stato ricreato, ma lo senti, lo intuisci perché di nuovo impari a fidarti. La promessa indica una rigenerazione, un futuro possibile: “va’, cammina, lavati e purificati, rinasci e alzati, e vedrai in modo nuovo”. Così è nell’esperienza della fede di tutti: quando il Signore c’è e ci tocca, passa a fianco della nostra vita, noi non lo vediamo. Percepiamo in maniera intuitiva una presenza di vita, ma non lo vediamo; solo dopo aver imparato a camminare e sorretti dalla sua promessa, giungiamo a riconoscerlo. Ma prima c’è un lungo e arduo percorso durante il quale, fidandosi di questa parola, impariamo a reggere il tempo della sua assenza. Perché in tutto il brano Gesù è un grande assente: si presenta all’inizio e alla fine, ma nel corso drammatico di tutta la parte centrale del cammino, quando il cieco deve reggere la prova, quest’uomo è da solo, e Gesù è assente. Eppure, quell’assenza non è priva di forza, è un ‘assenza che ha lasciato una traccia, la sua parola, l’esperienza di quell’incontro che lui non può dimenticare e che lo tiene vivo; fa si che possa reggere anche le provocazioni, le interrogazioni di tutti quelli che lo mettono in dubbio; lui non lo ha visto, eppure qualcosa è accaduto di straordinario! Credere significa anche questo: imparare a camminare reggendo il tempo dell’assenza di Gesù, fidandosi solo della parola ascoltata
parlo con te
Merita una parola anche il finale e ci può essere utile per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Sono giorni nei quali dobbiamo imparare a camminare al buio: a camminare senza vedere con chiarezza, con immediatezza, dove si va, il senso di quello che ci sta accadendo, che cosa bisogna fare; non lo sappiamo, brancoliamo, camminiamo al buio, ma proprio perché non vediamo tutto chiaro, possiamo ascoltare. Sostenuti e sorretti da una parola arriveremo all’incontro col Signore solo perché prima lo abbiamo saputo ascoltare, mentre camminavamo al buio. Infatti, quando il cieco giunge al termine del suo cammino, il Signore gli va incontro e gli dice: “Credi tu nel Figlio dell’uomo ?”
Il cieco risponde: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. “Sono io che parlo con te”. Se impariamo a fidarci, a “rimanere nella parola” (come ha detto Gesù domenica scorsa), se camminiamo anche al buio guidati dalla parola, se pazientemente abbiamo imparato a sostare a lungo nella parola, ruminandola – come dicono i monaci -, interiorizzandola, ecco allora poi arriveremo a scoprire il suo volto. “Perché io parlo con te, parlo sempre con te; la mia parola ti è vicina; potranno esserci momenti oscuri, ci saranno certamente giorni nei quali dovrai camminare al buio, ma io non smetterò di parlare con te: io sono colui che parla con te”. Parlaci signore! Rendici capaci di ascolto fiducioso della tua parola; questi giorni nei quali ci manca tanto l’eucaristia, cioè la presenza del Signore, noi camminiamo al buio sorretti dalla tua parola, e tu, Signore, non smettere mai di rivolgerla a noi.

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Milano, 8 marzo 2020 – Disposizioni DCPM per le comunità parrocchiali:

– sospesa la celebrazione della Messa con concorso di popolo compresa anche la celebrazione delle esequie (fatta salva la benedizione al cimitero);
– sospesa la celebrazione di Battesimi e Cresime, mentre le confessioni avvengano fuori dai confessionale e a debita distanza.

In Comunità Santi Profeti sono sospese anche le adorazioni eucaristiche del martedì in San Francesco di Paolo e del giovedì in San Pietro in Gessate; anche la recita delle lodi e del vespero in San Babila non potranno avvenire; il rito della Via Cruscis potrà essere svolto a livello personale pregando con gli appositi libretti che saranno disponibili nelle varie chiese.

I nostri preti pregano con noi tutti e sarebbero felici di ricevere le intenzioni e le preghiere all’indirizzo email: info@santiprofeti.it

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Exemple

Sempre più spesso si legge e si parla dei prodigi della scienza medica:
con tanti soldi è possibile ottenere il corpo dei propri sogni
e quasi tutto può essere fatto, oggi, con e per il corpo umano…
Questo potrebbe far nascere un sorriso,
almeno per quanti si sono rassegnati all’inevitabile invecchiare del corpo,
e sanno accettarsi così come sono: i loro sogni sono altra cosa…
Molto spesso ci sorprende la ricerca di perfezione del corpo,
e non sappiamo ben reagire davanti alla necessità di un intervento estetico…
In realtà anche Gesù si è occupato della perfezione del corpo:
lebbrosi risanati, storpi che camminano, mani rinsecchite che vengono riattivate,
corpi ributtanti che possono essere di nuovo guardati senza timore…
È chiaro che, per Gesù, l’esigenza risanatrice non è limitata al solo corpo:
è la proposta di un corpo risanato per ritrovare la bellezza della vita,
è il tentativo di far sviluppare una relazione armoniosa con gli altri,
è la preoccupazione di creare una vita spirituale più intensa,
è il completare l’opera della creazione nella ritrovata bellezza dell’umanità…

Anche oggi il Vangelo ci fa imbattere in una storia di guarigione,
è la storia di un uomo, ma non pienamente creato: è cieco dalla nascita!
E, per questo motivo è escluso dalla piena partecipazione ad Israele,
escluso dal culto – dal Tempio – secondo le norme di purità,
tanto che quella malattia è vista come peccato, colpa, anche per i discepoli…
Potremmo cercare di entrare nel buio del cieco:
nel suo desiderio di voler occupare un posto adeguato tra gli altri,
nella speranza che gli altri lo amino, nel suo assoluto bisogno di vivere,
nella esperienza del rifiuto che fa piombare, ancor più, nel buio e nella tristezza…

Gesù, guaritore, aiuta quest’uomo a completarsi, a terminare la sua creazione:
il cieco riacquista la vista e torna ad essere membro della società…
Soprattutto torna ad avere voce: acquista una soggettività e diventa protagonista
e, con lucide risposte, costringe tutti a rapportarsi con lui in un modo nuovo…

E, così, Dio continua la sua opera in noi e ci porta ad un vero compimento…
Lo sforzo della scienza medica ha significato quando asseconda il creatore di tutto:
con lui nel risanare il corpo, lasciando al suo mistero il plasmare lo spirito,
e così, accettare il sogno divino, senza pretendere la attuazione dei nostri sogni…

Dio è il grande artefice, e tanto meglio per noi…
Un artefice che ci vuole con lui, nella libertà e nella collaborazione:.
in una vera libertà: ciò che vi è di più grande e di più bello in un essere umano…
La libertà: la bellezza dello spirito! La bellezza, infinitamente più “bella”!

don Enrico

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È una questione di libertà.
Forse non ci viene spontaneo pensarlo, ma la fede è lo stile di uomini e donne liberi. La promessa di Gesù è che incontrarlo, conoscerlo, e seguirlo ci rende liberi davvero. Non sempre pare che la religione sia pensata come via della libertà, piuttosto il contrario: sembra che credere significhi avere obblighi, doveri, limitazioni, imposizioni, confini stretti, possibilità ridotte. In questo caso Dio somiglia a un padrone che vigila con piglio severo i suoi servi, perché seguano i suoi dettami con pia osservanza, pronto a punire chi devia da una parte o dall’altra. Ma non è questo il Dio di Gesù, che invece scommette sulla nostra libertà e la promuove, la desidera per ciascuno di noi fino a dare la sua vita perché noi possiamo essere liberi davvero.
Tutti prigionieri.
Sembra poi paradossale parlare di libertà in un momento come questo, quando ci troviamo tutti prigionieri. Chiusi nelle nostre case, ma ancor più chiusi nella paura, cercando di isolarci per non venir infettati e per non infettare nessuno. O forse questo tempo strambo ci costringe a fare i conti con una verità scomoda: non siamo per nulla liberi. La libertà di movimento di cui godiamo è un privilegio di pochi; molti infatti non ne possono godere anche perché siamo noi a respingerli. La libertà di dire tutto quello che ci pare e piace di cui abusiamo è solo un vezzo narcisista dannoso; di scempiaggini se ne sentono tante in questi giorni! La libertà di fare quello che ci pare senza curarci delle conseguenze è una colpa e un peccato; dobbiamo invece fare i conti con il fatto che ogni comportamento personale ha una ricaduta su tutti! Tutte queste forme della libertà sono fasulle, sono prive di verità. È la verità che ci fa vivere liberi, ma occorre diventare uomini veri, veramente umani!
Che cosa dunque vuol dire essere liberi?
«Libero davvero è, non chi può fare quel che vuole, ma chi può volere davvero quel che a. i ero davvero è chi pu le arsi alle proprie opere con tu o il cuore, l’ani a e le forze. L ib ero davvero è chi non si arrende a considerare le proprie azioni co m e un esperim ento sospeso, in a ttesa di vedere risulta ti. Chi agisce così sospeso, si accorgerà alla fine della vita che essa tutta è stata solo un esperim ento. L ib ero davvero è chi conosce una buona causa, per la quale merita spendersi. Una libertà così esige altro che la semplice spontaneità. Esige una speranza certa e non si affida ai propri modi di sentire». (Angelini)
Resi liberi: grazia e libertà
“Se dunque il Figlio vi farà liberi sarete liberi davvero”. Non ci li beriamo da soli dalle nostre schiavitù e dal peccato che vince la nostra fragile volontà. Occorre che qualcuno ci renda liberi. La libertà prima di essere una conquista è una grazia.
Si tratta di sentirsi amati, generati dall’amore, invasi da una fiducia inaspettata, sorpresi da uno sguardo felice di noi in ogni caso. La grazia suscita la libertà e la rende possibile. È nelle relazioni che ci generano alla vita che trova la sua origine la nostra possibilità di diventare liberi. Liberi non si nasce, di diventa. Non è l’appartenenza a una razza, a un ceto sociale, a una religione che renda automaticamente liberi, ma la verità di legami buoni e generativi. Il Figlio ci rende liberi perché ci dona la sua stessa vita: ogni volta che la vita viene donata nascono uomini e donne liberi.
Restare fedeli, la libertà di uomini veri
Resi liberi ci è chiesto di restare fedeli, di vivere nella verità. La verità che ci rende liberi non è prima di tutto una questione intellettuale: si tratta di essere uomini e donne veri, autentici,
credibili e affidabili. La credibilità di un uomo è pari alla sua fedeltà, alla tenuta nella prova, nel tempo e nelle difficoltà. Per questo Gesù invita a “rimanere” nella sua parola: questa fedeltà tenace alla parola ricevuta e alla parola data, fa di noi uo m ini veri, e per questo lib eri davvero. Uo m ini e donne “di parola”: che si fidano delle promesse ricevute e che onorano la parola data.
Vivere nella libertà questi giorni
Sono giorni strani, è vero. Li dobbiamo vivere chiusi in casa, circondati dalla paura, bombardati da notizie che seminano sospetti. Ma forse è una occasione per vivere nella libertà umanizzando questo tempo, da uomini veri. Facciamo verità della nostra relazione con Dio, come figli e non come schiavi, come figli amati di cui il Padre si prende cura. Il Figlio ci libera dalla paura di Dio, dal pensiero che ci possa mandare flagelli per punizione, dal male oscuro e invisibile che ci contagia. Dio ci libera dal male, Dio non condanna nessuno, Lui ci salva: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” (Gv 3,17). Possiamo vivere la verità dei legami buoni e veri della nostra vita: prenderci cura gli uni degli altri, starci vicino come possiamo, ma con verità. Possiamo fermarci ed essere liberi dalla agitazione per ritrovare quello che vale e quello che conta. Vivere da uomini davvero liberi. (don Antonio Torresin)

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