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Ci si è lasciati, prima della pausa estiva con la riflessione sul nuovo Consiglio Pastorale ‘a venire’, ora il 7 Settembre, inizio ufficiale del nuovo anno pastorale si avvicina, invitiamo la Comunità ad approcciarsi e pian piano a maturare le nuove linee guida indicate dal nostro vescovo Delpini.

Riportiamo di seguito, dal sito della Chiesa di Milano, un estratto dell’articolo di presentazione della Lettera Pastorale 2019-20,  questo il link per accedere alla testo integrale e a tutte le informazioni: https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/la-situazione-e-occasione-ecco-la-proposta-pastorale-2019-2020-278167.html

Il testo dell’Arcivescovo – il sottotitolo è «Per il progresso e la gioia della vostra fede» – si richiama all’Epistola di Paolo ai Filippesi e comprende sei Lettere che accompagneranno i fedeli nei diversi momenti dell’anno liturgico.

“(…) La proposta per l’anno pastorale 2019-2020” scritta dall’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, e rivolta ai fedeli dell’Arcidiocesi in vista dell’anno che avrà inizio ufficialmente il 7 settembre. L’Arcivescovo tiene a sottolineare che non si tratta propriamente di una lettera pastorale, ma di un insieme di proposte che intendono accompagnare i fedeli ambrosiani lungo i diversi tempi dell’anno liturgico, intesi come situazioni capaci di sprigionare in modo promettente significative occasioni di crescita nella fede.

Monsignor Delpini, forte della convinzione «che la Gloria di Dio abita sulla terra e tutta la trasfigura» – in continuità con il suo motto episcopale Plena est terra gloria eius -, trae spunto dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi, invitando il popolo di Dio a valutare ogni situazione che si presenti come occasione di riflessione e crescita, anche nella vita civile: «Condivido con tutti i fedeli i sentimenti che l’Apostolo Paolo mi ispira, con gratitudine e ammirazione per la vita delle nostre comunità e confido la mia sollecitudine per tutti i fedeli che sono parte viva della Chiesa di cui sono servo e per tutta la gente che abita in questa terra: per tutti sento la responsabilità di annunciare il Vangelo e di dare ragioni della speranza, con dolcezza e rispetto».

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I discepoli vogliono sapere chi è il più grande nel Regno…
La domanda rivela che avevano capito poco, o nulla, del messaggio di Gesù…
Così, proprio per loro, Gesù inizia il quarto grande discorso del Vangelo di Matteo
quello sulla Nuova Legge, chiamato il Discorso della Comunità…
Un discorso che, tutto intero, vuol far capire che tra i seguaci e le seguaci di Gesù
deve vigere lo spirito di servizio, di dono, di perdono,
di riconciliazione e di amore gratuito,
senza mai cercare il proprio interesse e la propria promozione…

Poiché i discepoli chiedono un criterio
per poter misurare l’importanza delle persone nella comunità,
Gesù risponde che il criterio sono i piccoli!
Quei piccoli che non hanno importanza sociale,
quelli che non appartengono al mondo dei grandi,
quanti non contano nulla nella società del tornaconto
e, facilmente, si abbandonano alla dimenticanza, alla sofferenza,
alla persecuzione e all’emarginazione…
Sono loro i primi ad entrare nella grandezza vera,
quella del regno dei cieli!

Per questo, ogni discepolo di Gesù deve imparare la piccolezza:
invece di crescere verso l’alto,
deve imparare a crescere verso il basso e verso la periferia,
deve imparare il luogo dove vivono i poveri, i piccoli…

Perché Gesù si identifica con piccoli…
L’amore di Gesù verso i piccoli non ha spiegazione…
I piccoli, come i bambini, non hanno meriti da vantare…
È la pura gratuità dell’amore di Dio che qui si manifesta
e che chiede di essere imitata nella comunità
da coloro che si dicono discepoli e discepole di Gesù…

Inoltre, i piccoli, che credono in Gesù, non devono essere scandalizzati!
Scandalizzare i piccoli significa: essere motivo per loro di perdita di fede in Dio
e spingerli ad abbandonare la comunità…

Quante volte i piccoli non si sentono a casa tra di noi…
Gesù ci ordina di tagliare un piede o di cavare un occhio;
esigente parola che invita la Comunità a tagliare ciò che allontana i piccoli…
Se un piccolo, chiunque esso sia, si sente emarginato nella nostra comunità,
questa nostra comunità non sarà più un segno del Regno di Dio…

don Enrico

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Un uomo triste


Non se ne era andato via,
come invece dicono i Vangeli di Matteo e di Marco…
Nel testo di Luca non era andato via, ed era rimasto con Gesù,
quell’uomo ricco che aveva posto una lecitissima domanda:
che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?
Gesù l’aveva invitato a vivere i comandamenti, quelli che l’uomo già conosceva…
Poi, in seguito all’incalzare della richiesta,
aveva proposto tre passi da compiere sulla via della perfezione:
vendi tutto quello che hai… distribuisci ai poveri… vieni! seguimi!
A questo punto, l’uomo non se ne va, non se la cava con un semplice rifiuto,
ma quella che piomba su di lui è una profonda tristezza…

Una tristezza che nasce dalla consapevolezza di avere davanti a sé un dono,
ma un dono troppo difficile accogliere…
L’uomo è triste perché non si sente capace di accogliere il dono di Dio!

Gesù sembra, in un certo modo, partecipare a questa tristezza…
Gesù vuol comprendere la vicenda dell’anonimo uomo ricco
e comprende l’oggettivo peso che la ricchezza arreca nella vita!
Proprio per questo ci dona il paragone con il cammello e con la cruna dell’ago,
quasi a rivelarci una fatica che non è solo di quell’uomo,
ma è l’oggettiva difficoltà di chi si sente ricco, per entrare nel regno di Dio…

È la reazione dei discepoli a rivelare un’altra, e più ampia, tristezza:
E chi può essere salvato?
I discepoli comprendono che il farsi discepoli del regno,
porta con sé, per tutti, un distacco dalle cose, da se stessi…

Che cosa dire allora della vicenda di quell’uomo triste?
Certo, si può e si deve pensare che il dono di Dio si pone in un clima di libertà,
e che egli abbia liberamente, anche se tristemente,
rinunciato al dono che Gesù gli faceva…

Tuttavia, dobbiamo dire che da questa “tristezza”
noi non ci possiamo mai sentire troppo lontani!

Tutti ne siamo in qualche modo partecipi della fatica del distacco,
eppure ogni giorno, con faticosa gioia, ci poniamo davanti alla Parola
e ci affidiamo in preghiera a Dio,
con il peso di una rinuncia mai totalmente compiuta,
ma anche con l’umile riconoscimento
di non essere mai, totalmente, strappati dal mistero del regno di Dio…

don Enrico

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Chi è Gesù?


Avevano posto a Gesù tre domande:
la liceità del tributo a Cesare, il significato della risurrezione dei morti
e su quale fosse il comandamento più grande…
Ora è Gesù a provocare i suoi ascoltatori,
con domande che si rifanno alle Scritture e alla fede di Israele:
si inizia con il tema della figliolanza del Messia…
Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?
La risposta dei farisei – tratta da molti testi biblici – è figlio di Davide,
provoca una seconda domanda di Gesù:
Davide lo chiama Signore … come può essere suo figlio?
Domande del Signore Gesù che restano come sospese,
sia nel brano evangelico, sia nella nostra mente:
nessuno era in grado di rispondergli nulla;
e nessuno, da quel giorno in poi, osò interrogarlo…

Credo che anche noi, oggi, non sapremmo rispondere a Gesù,
né vorremmo interrogarlo su questo argomento…

Anche perché è facile comprendere come una qualunque risposta,
che la nostra piccolezza potrebbe immaginare,
ne aprirebbe, immediatamente, tante e tante altre…
Inoltre si comprende come sia lo stesso Gesù a rimetterci, perennemente,
davanti a queste due domande di Cristo sul Cristo…
Tutte le generazioni cristiane,
ogni volta che proclamano, custodiscono e pregano
un versetto della Scrittura,
ed ogni volta che si immergono, attivamente e fattivamente,
nell’incessante cammino della storia,
si ritrovano davanti al grande problema: chi è Gesù? Chi è Gesù per me?

Forse, ci irrita un po’ il fatto che Gesù non abbia lasciato una risposta,
una risposta che noi avremmo facilmente isolata e chiusa in sé stessa,
come un dato delle tante realtà religiose che il catechismo ha definito…
Abbiamo, invece, bisogno che la domanda di Gesù
incessantemente si apra nella nostra storia,
perché incessantemente il dono cristiano deve essere cercato di nuovo,
e chiesto, e ricevuto, e accolto, e amato
e fatto fiorire in ogni spazio e in ogni tempo…
Non pretendiamo mai di possedere il mistero di Dio,
lasciamolo quotidianamente fiorire e crescere nel mistero del nostro cuore…

don Enrico

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Il regno di Dio


Volevano tendere una trappola a Dio:
a quel Dio che li governava con la sua Parola, che non si poteva imbrogliare…
Perché, se il popolo sgarrava, ecco, subito, sorgere un profeta mandato da Dio: le ingiustizie sociali sono un’offesa a Dio,
le inique ricchezze finiscono nel nulla e nel nulla trascinano chi le possiede, il culto formale non è gradito a Dio, quello che conta è il culto del cuore…

Ecco perché chiedono al profeta una scelta umana:
Dacci un re che sia nostro giudice.
Un re al quale si dovrà pur dare denaro, e figli, e figlie, e decime, ma che, all’occorrenza si potrà comperare con favori umani o complotti… Il Dio della Bibbia, invece – e lo sanno bene – non è Dio che si può comperare con mezzucci apparentemente religiosi…

Anche a Gesù vogliono tendere una trappola:
a quel Gesù che parlava di realtà nuove, faticose da accettare, che proponeva una religione nuova, fatta di cuore e di amore…

Gesù non casca nel laccio e, con una frase ad effetto, quasi una scappatoia, risponde senza sbilanciarsi; una risposta ironica, come se Gesù volesse dire:
solo quando c’è da pagare le tasse tirate fuori il problema della coscienza; una precisa definizione dei limiti di campo

e dei rapporti reciproci fra il mondo e la religione…

Emerge, comunque, ben chiaro, che ciò che importa è il regno di Dio… Gesù è venuto a predicare il regno:
e, di fronte a questo annuncio, tutto passa in secondo piano…
Gesù non vuol negare la funzione di Cesare, ma vuol colpire i suoi avversari che non hanno compreso la sua missione e dimenticano la questione decisiva…

La risposta di Gesù è illuminante e indica una direzione:
la parola di Gesù rivela l’esistenza di un regno di Dio nella storia,
nel quale è possibile, ad ognuno e non solo all’ebreo, entrare fin d’ora, senza attendere un ipotetico regno politico di Dio su tutta la terra…


Il regno di Dio non si identifica con nulla di terreno:
è una forza immensa nel mondo, è un fermento, che lo fa lievitare, è un sale, che dà senso e sapore allo sforzo umano di liberazione..

Non esistono due speranze, una terrena e l’altra celeste: la speranza è una sola, e guarda alla realtà futura attraverso l’impegno evangelico, 
e l’anticipa nella realtà terrena del nostro quotidiano…

don Enrico

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Andarsene?


È un momento di urto e di scandalo: le parole di Gesù hanno causato scompiglio,
non solo nelle folle dei giudei, ma anche tra i suoi discepoli…
Così come le parole di Giosué avevano insinuato dubbi e fatiche:
Voi non potete servire il Signore,
sottintendendo una incapacità, nel popolo, di rimanere fedele alla parola data…

Certo, le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano gli orecchi dei discepoli
che pur lo seguivano con affetto e attenzione,
ma, non sempre, riuscivano ad accettare, che Gesù fosse disceso dal cielo
e che, nella carne di un corpo umano, fragile e mortale,
raccontasse il Dio vivente e vero…

Gesù, come Giosuè, non ha paura di dire tutto, tutta la verità,
anche a costo di causare divisioni e abbandoni…
Gesù parla del vero, soffrendo tutto il peso dell’incredulità
e della non comprensione da parte di quelli che da anni erano con lui,
assidui all’ascolto e all’accoglienza sua parola…

La storia di Israele ci insegna che lo stesso popolo, scelto ed eletto da Dio,
conobbe i momenti della fatica, e del rifiuto di Dio:
più volte i profeti rimproverarono le pretese su Dio,
quando il popolo reclamava doni secondo i propri desideri,
e riteneva sempre di aver una qualche sicurezza derivante dall’elezione…

Anche i discepoli di Gesù, quelli di allora, ma anche i discepoli di oggi,
sono degli eletti, dei chiamati, dallo stesso Maestro,
a seguirlo sulle strade del Vangelo, non solo nell’entusiasmo dell’inizio,
ma, ancor di più, crescendo nella loro adesione a lui,
sulle vie sempre più difficili della coerenza cristiana…

A quanti, allora, protestavano, chiedendo scorciatoie e facilitazioni,
– e, in realtà, rifiutando la fatica di testimoniare un Dio fragile, povero,
un Dio debole, del quale gli umani possono fare ciò che vogliono –
anche ai pochi che sono, nonostante tutto, rimasti,
Gesù ripete: Volete andarvene anche voi?

Gesù non teme di restare solo! Gesù non teme quelli che se ne vanno!
Gesù non teme che la sua Chiesa possa essere povera di preti e di consacrati,
fatta di povere comunità e di poveri, ma quotidiani gesti di verità,
di accoglienza, di perdono e di dialogo, compiuti da piccoli uomini e donne…
Una Chiesa piccola e povera, che vive, nel quotidiano,
la povera e piccola umanità, fatta di carne e sangue, del Figlio di Dio…

don Enrico

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È compiuto!


C’è una essenza di totalità nel testo di Esodo che oggi la liturgia ci dona:
Tutte le parole… tutte le norme… tutto il popolo… tutti i comandi…
Un tutto che dice la totalità del dono di Dio,
e dice l’adesione totale e unanime del popolo…

C’è pure un profondo legame tra il tutto delle parole della Legge
e la memoria del sacrificio che viene offerto
e che suggella il patto espresso dalle parole…
Si crea uno stretto il rapporto tra parola e offerta sacrificale,
quasi ad affermare il legame tra Parola e Vittima…
Dove il sangue sparso, metà sull’altare e metà sul popolo,
afferma e proclama il legame,
la comunione che nella Parola si stabilisce tra Dio e il suo popolo…

I temi della totalità e del sangue sparso,
collegano strettamente il libro dell’Esodo
con il brano di Giovanni che proclamiamo in questa Domenica…

Le parole, ultime, di Gesù sulla croce ci dicono che ormai tutto è compiuto:
la comunità dei discepoli è formata attorno alla Croce,
e dunque si è compiuta tutta la Scrittura…
Le gambe di Gesù, che non vengono spezzate
sono un rimando all’agnello pasquale
al quale non deve essere spezzato alcun osso…

Le ossa non sono spezzate, ma il corpo viene ferito dal colpo di lancia,
e, così, sgorgano sangue e acqua che hanno una valenza simbolica…
Il sangue è il dono della vita di Gesù,
e tutta la sua missione racchiusa in quel è compiuto
L’acqua è il dono dello Spirito
che attualizza nella Chiesa la vita stessa di Gesù…
Così la Chiesa è chiamata a continuare la vita di Gesù!

Nasce, da questo, la responsabilità dei discepoli:
ripetere, oggi, il dono della vita di Gesù mediante la vita della Chiesa:
un dono da ripetere non solo celebrando i sacramenti,
ma soprattutto nell’agire e nel parlare dei cristiani,
quando sapranno gridare: è compiuto!
Gridandolo dopo aver vissuto l’amore fino all’estremo,
dopo aver lavato i piedi agli altri,
dopo aver donato la propria per la salvezza altrui…

don Enrico

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È davvero straordinario ciò che, oggi, la liturgia ci fa celebrare:
l’essere umano è fatto responsabile nei destini dell’umanità!
Il racconto dell’intercessione di Abramo per la città peccatrice,
rivela il punto supremo dell’elezione del padre di molti popoli,
e, insieme, spalanca alla missione universale di Israele e della Chiesa,
e annuncia quella elezione e missione che avranno pienezza
nella persona e nell’opera pasquale del Signore Gesù…

Se impressiona la decisione divina
di non tener nascosto ad Abramo il suo giudizio di condanna verso Sodoma,
sconcerta il coinvolgersi di Dio nella riflessione, e supplica, di Abramo…
Sembra che, per Abramo, la benedizione universale,
ricevuta nel suo lasciare terra e vita precedente, per mettersi in cammino,
non sia soltanto un attendere prosperità e fortuna, per sé e per i suoi,
ma, soprattutto, l’assumersi un impegno di diretta partecipazione
nella storia della salvezza dell’intera umanità…

Dio, nell’eleggere Abramo, compie un scelta pericolosa:
innanzitutto affida il compiersi del suo progetto alle mani di un essere umano,
e, inoltre, accetta il pericolo di lasciarsi provocare dall’intercessione umana…
Come se Dio scegliesse di auto-condizionarsi e, insieme,
di rendere gli umani corresponsabili della salvezza del mondo…
La fedeltà della Chiesa, dell’intero popolo di Dio, non è per la propria salvezza,
ma è via di salvezza per tutti gli altri popoli!
È il meraviglioso compito sacerdotale dell’intero popolo di Dio…

Come Abramo, ciascun credente è in mezzo: tra Dio e la città peccatrice…
È davvero interpellante, per tutti noi, contemplare Abramo, davanti al Signore!
Inerme uomo davanti alla grandiosità di Dio,
sorretto soltanto dalla potenza della sua preghiera,
quella preghiera che gli fa proclamare l’impossibilità
che Dio faccia morire il giusto con l’empio…
Quindi, per non far morire ingiustamente il giusto, Dio dovrà risparmiare l’empio!
Questo rivela la presenza di una misteriosa solidarietà
che stabilisce un legame tra tutti gli esseri umani
al di là del genere, cultura, religione, appartenenza…
Un legame “religioso” proprio dei cristiani:
quel legame, così fragile davanti alle paure insinuate dall’arroganza dei potenti,
che, nel proclamarsi difensori del cristianesimo,
dimenticano di essere, prima di tutto, intercessori per l’intera umanità…

don Enrico

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Custodire gli umani


Perché Abele, che è il secondogenito, viene citato per primo?
Perché Dio gradisce la sua offerta e non gradisce quella di Caino?

Domande che posso apparire retoriche, ma credo che ognuno di noi sperimenti,
oltre ai bellissimi momenti in cui ci si sente amati da Dio,
anche i momenti delle non elezioni, l’apparente negazione di favori divini
che, al contrario, sono dati ad altri, magari a un fratello, che ci è accanto!

La pagina di Genesi, che oggi la liturgia ci dona,
non vuole certo risolvere un problema tanto arduo,
ma vuole aiutarci a comprendere che l’apparente lontananza di Dio,
non vuol dire che Dio sia assente dal cammino della storia…

Nel contempo, la pagina vuole anche aprire anche il discorso del peccato
e della sua presenza insidiante nella vita umana,
descrivendolo secondo l’intreccio che gli è proprio:
l’assoluta necessità di dominarlo, e la potenza inarrestabile del peccato stesso…
Si afferma anche l’assoluta esigenza di vincerlo,
anzi, sembra proprio che il peccato sia vincibile da parte dell’essere umano…

Consumato il peccato, interviene Dio stesso che interroga Caino
e chiede: Dov’è Abele, tuo fratello?
La risposta di Caino è una falsità, nega di saperlo: Non so!
Risposta che rivela in profondità la sua non conoscenza del proprio fratello…
Risposta che, come fu quella di Adamo ed Eva,
rifiuta l’assunzione della responsabilità di cura e di protezione dell’altro,
per rigettare la colpa su Dio stesso, accusare Dio:
Sono forse io il custode di mio fratello?
Perché Dio aveva posto l’essere umano nella creazione,
per coltivarla e custodirla: custodire piante e fiori, custodire animali e uccelli,
ma, soprattutto, custodire gli umani…

In questi giorni di suprema disumanità, ammantata di legalità,
dove gli umani sono abbandonati alla morte, nelle onde e nei lager,
la Parola di Dio smaschera l’omicidio commesso da Caino,
e, soprattutto, il suo disinteresse verso il fratello, abbandonato alla violenza…

Insieme con Caino, la Parola smaschera e, speriamo, inquieta,
la falsa tranquillità degli umani che non vogliono custodire gli umani,
e ricorda che ogni ucciso, fratello nell’unica figliolanza del Dio creatore,
fa sentire, con il suo sangue la voce della vita
stroncata dalla violenza e del disinteresse…
don Enrico

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In settimana è iniziata la primissima fase ricognitiva in vista dell’avvio del restauro della Cappella di Santa Maria di Caravaggio nella chiesa di Santa Maria della Passione.

Per l’avvio del restauro si attende, innanzitutto, l’erogazione del contributo dell’8% da parte del Comune di Milano (fondo oneri di urbanizzazione) e il nulla-osta per l’accettazione del contributo da parte della “Associazione Amici di Andrea” e della Famiglia Spataro (in memoria di Andrea Spataro).

Come si nota dalle immagini dei rilievi stratigrafici, comincia a rivelarsi l’antica pittura della cappella, prima del rifacimento ottocentesco.

 

 

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