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Il complesso monumentale di San Babila, che ora comprende la chiesa con le sue opere parrocchiali, era una volta più articolato e vedeva accanto alla basilica da una parte, affacciante sul corso di porta Orientale, l’attuale corso Venezia, la cappella di Santa Marta, con un vasto spazio cimiteriale, dall’altra, verso il Monforte, la chiesa di San Romano. Quest’ultima, demolita da più di un secolo, ha lasciato aperta tra gli studiosi una discussione, ancora oggi non completamente risolta, circa una prima dedicazione, sua o di San Babila, al Concilium Sanctorum, dato fondamentale per definire l’origine della nostra chiesa. A sintesi di tutte le ipotesi sviluppate dal XVI secolo in poi, oggi si propende decisamente per una coincidenza della chiesa chiamata Concilium Sanctorum con San Romano, vicina, ma completamente separata da San Babila.

Nel giorno della festa patronale della Basilica di San Babila, proponiamo un breve percorso iconografico attraverso alcune stampe storiche provenienti principamente dalla Raccolta “Achille Bertarelli” (Castello Sforzesco).

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L’Assunzione della Vergine di Simone Peterzano (1580), posto nell’ultima cappella a sinistra della basilica di Santa Maria della Passione ci lascerà, nella mattinata del prossimo Lunedì, per essere esposto, dopo attenti restauro e pulitura alla mostra Tiziano e Caravaggio in Peterzano (dal 6 febbraio al 17 maggio 2020) presso l’Accademia Carrara di Bergamo.
Al suo posto, come già richiedemmo per l’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari, sarà posta una sua immagine fotografica in scala 1:1. Ci auguriamo di poter organizzare un viaggio a Bergamo per ammirare questa “nostra” opera che, insieme con quelle dei capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese e Caravaggio, la riscoperta dell’opera di Peterzano che appare tra i più illustri protagonisti della storia dell’arte italiana.


 

 

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Simone Peterzano, Ascensione della Vergine, 1580 ca. Basilica di S. Maria della Passione, VI cappella sx

 

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Non hanno più vino


È Maria ad accorgersene e a segnalare una situazione imbarazzante :
la gioia della festa sta per finire,
non si può far festa con l’acqua!
Inoltre, l’allegria diventerà vergogna:
non si è stati previdenti,
non si è provveduto prima per avere tutto il necessario…

Maria sembra essere profondamente discreta e delicata:
il suo “Non hanno più vino” descrive il problema e lo fa sapere,
lo comunica a Gesù senza fare strepito o mettere a disagio,
ma, tuttavia, desidera che la difficoltà venga risolta…

Maria si accorge che manca il vino,
ma, badiamo bene, non manca il cibo
e non mancano le cose essenziali per vivere…
A Maria sta a cuore che la festa non finisca
e si accorge che manca un qualcosa che sta per finire…

Mi domando, oggi, dove Maria vedrebbe una festa che sta per finire,
dove vedrebbe, oggi, una gioia di vita che sta per spegnersi…
Forse vedrebbe una festa che sta languendo,
là dove la gioia e la pace della vita
scompaiono sotto il crescere dell’angoscia e delle preoccupazioni…

Maria, con queste parole provoca Gesù,
quasi a dire come sia necessario fare qualcosa…
Maria, la serva del Signore, che vive dalla Parola, accolta e incarnata,
insegna qualcosa anche a noi:
ci insegna a spalancare gli occhi e a cogliere le mancanze di gioia…
Maria avrà certo detto una preghiera, ma non si è accontentata di pregare…
Maria ha capito che il tempo, inaugurato con l’Incarnazione,
porta ormai il sigillo della pienezza della grazia,
e invita a vivere il dono dell’amore dentro la fatica del tempo
ed esige la capacità di sperare…
Maria parla, vivendo la speranza del giorno nuovo che dovrà venire…
Maria non si arrende alla pesantezza dei giorni senza gioia,
e testimonia, per noi, la speranza, una fede incarnata dentro la storia…
Maria condivide la fatica e i problemi di tutti, uomini e donne,
e ci insegna a sperare la gioia del giorno che verrà,
impegnati a vivere il presente, e protesi al futuro…

don Enrico

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Il 16 gennaio (anticipata di un giorno, per questo per l’occorrenza con l’inizio del Sabato ebraico) si celebra la XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cattolici ed Ebrei. Due gli appuntamenti che si svolgono in luoghi a noi tutti molto vicini:

Domenica 12 gennaio, alle  15.30, presso l’Auditorium San Marco, vi sarà una riflessione Cantico dei Cantici che vedrà dialogare Davide Assael, presidente dell’Associazione Lech Lechà, con un intervento su «Cantico, ebraismo e relazione», e Sara Ferrari, docente di Lingua e cultura ebraica, che proporrà una riflessione su «Leggere il Cantico tra le due fedi». Gli interventi musicali saranno curati dal gruppo musicale Stellerranti.

Mercoledì 15 gennaio, un incontro sempre sul Cantico dei Cantici promosso dal Consiglio delle Chiese cristiane, alle ore 18 nella Sinagoga Centrale (via della Guastalla 19).
Interverranno Rav David E. Sciunnach (assistente del Rabbino capo di Milano e Rabbino capo di Parma e Ancona) e monsignor Gianantonio Borgonovo (biblista e Arciprete del Duomo).


 

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Giornata dell’ebraismo 2020
La Giornata dell’ebraismo – indetta dalla Conferenza episcopale italiana a partire dal 17 gennaio 1990, per conoscere il popolo ebraico e approfondire le relazioni con esso – nel 2020 è anticipata di un giorno per non sovrapporsi al sabato ebraico.
La Giornata mira a far sì che l’atteggiamento dei cristiani nei riguardi degli ebrei sia improntato a rispetto e amore, come vuole il Vangelo, e non a rancore o disprezzo, come si verifica purtroppo ancora oggi.
A Milano la Giornata sarà anticipata, il 15 gennaio, da un incontro promosso dal Consiglio delle Chiese cristiane, in programma alle ore 18 nella Sinagoga Centrale (via della Guastalla 19). Interverranno Rav David E. Sciunnach (assistente del Rabbino capo di Milano e Rabbino capo di Parma e Ancona) e monsignor Gianantonio Borgonovo (biblista e Arciprete del Duomo).

 

 

 

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Questa Domenica si colloca all’inizio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: il tema di questo anno è Ci trattarono con gentilezza, un’espressione tratta dal capitolo 28 degli Atti degli Apostoli. La scelta è stata fatta dai cristiani dell’isola di Malta. Uno dei temi rilevanti che toccano i cristiani di Malta è quello dell’accoglienza: l’isola non è distante dall’Italia e sappiamo tutti che è uno dei punti di riferimento delle migrazioni e degli sbarchi. Per questo il testo è declinato attraverso alcuni temi fondanti del capitolo degli Atti, in particolare: la riconciliazione, la luce, la speranza, la fiducia, la forza, l’ospitalità, la conversione e la generosità.

I temi della settimana saranno trattati uno per giorno in diverse celebrazioni che, come già abbiamo detto si svolgono in luoghi colmi di significato e prossimi al nostro territorio.

Ovviamente anche nella chiese della nostra Comunità si darà particolare accentuazione ai temi della Settimana di preghiera, in modo particolare durante la celebrazione dell’Eucaristia, il luogo dove, con particolare sofferenza, si vive il dramma della divisione nel poter vivere insieme la Comunione Eucaristica.


 

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Lo ricordiamo bambino, indifeso e bisognoso degli altri,
il bambino di cui Maria e Giuseppe si prendono cura…
Ora lo ritroviamo individuo adulto, pienamente consapevole della sua missione…

Per questo Gesù compie il percorso dalla Galilea al Giordano
cammino verso l’autocoscienza e la piena consapevolezza
della sua identità profonda e della sua missione…

Tuttavia, Gesù si scontra con la fatica di Giovanni il Battezzatore:
per l’austero e focoso profeta del deserto,
è inconcepibile che il Veniente, da lui annunciato come forte e vittorioso,
si possa unisca a questa gente che si era messe in cammino verso il Giordano
per chiedere il Battesimo…
Gli appare inconcepibile questa scelta di Gesù:
stare insieme ai peccatori e mostrare, in mezzo a quel mucchio di peccatori,
il volto del Padre…
La fatica di Giovanni – ammettiamolo – è, spesso, anche la nostra,
quando le vie di Dio ci fanno incontrare con la sua debolezza,
non solo quella del Natale, che abbiamo imparato a ricoprire di poesia,
ma soprattutto la debolezza della sua inermità di fronte al peccatore,
che lui sempre sceglie di non umiliare e condannare,
ma di accoglierlo e di amarlo,
perché ogni peccatore ha bisogno di incontrare l’amore di Dio…

Gesù invita Giovanni a lasciare: il profeta aveva già abbandonato tutto,
eppure deve compiere ancora uno sforzo:
deve lasciare la sua immagine del Messia, la sua idea di Dio…
Ancora, Gesù invita a portare a compimento la giustizia:
solo attraverso l’umiliazione volontaria di Gesù, in tutto simile agli umani,
si potrà manifestare la solidarietà di Dio con l’umanità,
abbracciata nella consapevolezza del peccato…
E questa giustizia è la piena e coerente realizzazione
del progetto salvifico di Dio per l’intera umanità…

Mi chiedo quanto noi, Chiesa chiamata a vivere la profezia,
sappiamo lasciare la nostra immagine di Dio,
per fare spazio all’accoglienza della sua Parola
e portare a compimento la giustizia…
Forse questo è un passo indietro da fare, perché, anche per mezzo nostro,
risuoni ancora la voce del Padre che rivela il suo amore
ed invita ad annunciare Gesù, il suo vero Figlio, l’Amato…

don Enrico

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Epifania continua…


Don Augusto Casolo


Epifanici sono quei momenti della vita di Gesù che “manifestano” la dimensione divina del rabbi nazareno. Fin dall’inizio, a Betlemme, sulla grotta che ospita il bambino, si ferma una stella che ha condotto in quel luogo uomini dal sapere profondo venuti da Oriente.
La composizione degli inni liturgici che si recitano nel giorno dell’Epifania nel rito ambrosiano si affrettano però a spiegarci che dobbiamo prendere in considerazione altri accadimenti dei primi passi del Gesù adulto, passi che “manifestano” come veramente egli sia l’Emanuele, Dio con noi o in noi o per noi. Quel bambino che riceve dai Magi omaggi regali pensati lontano dalla Palestina, lo ritroviamo nel cuore della sua terra al fiume che l’attraversa, il Giordano: è qui che la parola del cielo e il volo dello Spirito Santo lo dichiarano personificazione dell’amore di Dio. È proprio questo l’episodio che induce il mondo ortodosso a definirlo non tanto semplice epifania, cioè azione che viene dall’alto, bensì Teofania: evidenza di Dio.
In comune con l’episodio di Betlemme e della stella è questa congiunzione fra cielo e terra e nella figura di Gesù si ripete l’umiltà e la povertà; sottomissione al Battista al battesimo nel fiume e assenza di componenti da alto rango.
Ma le epifanie della preghiera ambrosiana non si fermano qui. Vi sono altre due “manifestazioni”. Alle nozze di Cana si mostra un uomo che compie miracoli; il primo miracolo, l’acqua che diventa vino, dice che Gesù è presenza del Dio della gioia e sostegno dell’amore fra le persone come unica via alla vera vita.
Infine, ultima Epifania narrata dall’inno, un altro miracolo: il pane distribuito senza limite a partire da quei pochi pani che erano disponibili. Che cosa si rende “manifesto” cioè epifanico, in questo episodio? Significa che all’uomo non basta sapere che l’amore è la via (come alle nozze di Cana è detto); occorre che indefinitamente ci sia data la forza per viverlo, il pane della vita. Sarà così che Gesù dirà di sé: “io sono il pane vivo disceso dal cielo”; discorso che gli procurerà tanti abbandoni e tanta avversione.
Epifania, continui pure dunque e si realizzi nell’interiorizzazione di racconti che non sono solo cronaca vera, ma soprattutto segni che tracciano la via offerta al nostro andare spesso incerto.

INNO

Tu nella tersa infinità dei cieli
accendi le miriadi di stelle:
o Gesù, pace, vita, luce vera,
ascolta chi ti implora!

Oggi fulgente un astro ci rivela
il parto verginale
e guida i Magi a prostrarsi
all’umiltà del presepio.

Il rito mistico del tuo battesimo
oggi consacra il corso del Giordano,
che nell’antica storia tre volte
sospinse a ritroso i suoi flutti.

Oggi al banchetto nuziale di Cana
per sorprendente miracolo
il servo dall’idrie ricolme
attinge vino squisito e stupisce

che l’acqua s’invermigli,
donino ebbrezza le fonti,
l’onda muti natura
e di nuova virtù lieta s’adorni.

Con uguale stupore i cinquemila
di cinque soli pani si saziano:
sotto l’avido dente
sempre si accresce il cibo.

Di là di quanto le bocche divorano
il nutrimento arcano si moltiplica:
chi della fresca e nitida sorgente
più meraviglia il perenne prodigio?

Copioso il pane tra le dita scorre;
ed altri tozzi ancora,
che mano d’uomo non ebbe spezzato
nei canestri rampollano.

A te, Cristo, sia gloria,
o Luce delle genti,
con il Padre e lo Spirito
negli infiniti secoli. Amen.

[ dai Vespri del 6 Gennaio, Epifania del Signore, breviario ambrosiano]

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Animato dallo Spirito Santo, Gesù ritorna verso la Galilea
e comincia ad annunciare la Buona Notizia del Regno di Dio…
Andando, ed insegnando nelle sinagoghe, Gesù torna al suo villaggio,
là, dove, sino a quasi trent’anni, ha passato la sua vita…
Torna tra la sua gente, tra quelli che lo hanno visto crescere,
torna nella comunità dove, fin da piccolo,
aveva partecipato alle celebrazioni del sabato nella sinagoga…
Ed anche in questo sabato, secondo la sua abitudine,
va alla sinagoga per stare con la gente e partecipare alla celebrazione…

Ma ora Gesù giunge con la potenza dello Spirito Santo,
perché è ormai il momento di gridare a tutti la Buona Notizia…
Quel sabato, nella sinagoga, Gesù prende l’iniziativa,
e si alza, e proclama il messaggio antico del profeta:
è Gesù stesso a scegliere un testo di Isaia
che parla di poveri, di prigionieri, di ciechi, di oppressi…
Sono parole che rispecchiano la situazione della gente di Galilea,
della gente del tempo di Gesù…
In nome di Dio, Gesù prende posizione in difesa della vita del suo popolo,
e con le parole del profeta, definisce la sua missione:
annunciare la Buona Notizia ai poveri, proclamare la libertà ai prigionieri,
restituire la vista ai ciechi, e la libertà agli oppressi…

Poi, con tutti gli occhi fissi su di lui, nel silenzio della sinagoga, Gesù parla:
il giovane rabbì, apre gli occhi dei suoi compaesani non sul testo,
ma su quanto sta accadendo davanti a loro, nella vita di ogni giorno…
Nel generale sistema di sfruttamento e di repressione
attuato dalla politica di Erode Antipa, appoggiato dall’Impero Romano,
molta gente rimaneva senza tetto, esclusa e senza impiego…
La religione ufficiale, mantenuta dalle autorità religiose dell’epoca,
vietava di accogliere gli emarginati, rafforzava ogni segregazione
e legittimava l’esclusione di molta gente: donne e bambini,
samaritani e stranieri, lebbrosi e indemoniati, pubblicani, infermi, mutilati…
Era il contrario della fraternità che Dio sognò per tutti!

Ma ora il tempo dell’attesa è finito: il Messia è in mezzo a loro…
La sua parola è un Vangelo, i suoi miracoli un segno della bontà di Dio,
una speranza per tutti i poveri, per i prigionieri e gli oppressi…
Oggi noi, comunità cristiana, sappiamo ripetere la predica di Gesù?
Trasmettiamo la speranza che nasce da segni e parole di vicinanza e prossimità?

don Enrico

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Rivelatori del verbo


ll Prologo è ciò che appare aprendo il vangelo di Giovanni,
ma fu anche l’ultima pagina ad essere scritta!
Il prologo è un riassunto finale, posto all’inizio:
Giovanni descrive il cammino della Parola di Dio…

Parola eterna che era accanto a Dio, da prima della creazione,
e per mezzo di questa Parola, il Verbo, tutto fu creato…
Tutto ciò che esiste è espressione della Parola di Dio:
come avviene con la Sapienza di Dio,
così anche la Parola volle giungere più vicino a noi
e la Parola, il Verbo, si fece carne in Gesù…

La Parola venne in mezzo a noi e, svolta la sua missione, ritornò a Dio…
Gesù è questa Parola: tutto ciò che dice e fa,
è comunicazione che ci rivela il Padre…

Giovanni ci dice che in principio era il Verbo,
e, così, evoca l’antico testo di Genesi che dice:
in principio Dio creò il cielo e la terra
Dio creò tutto per mezzo della sua Parola,
e tutte le creature sono un’espressione della Parola di Dio…
Parola viva di Dio, Parola presente in tutte le cose,
Parola che brilla nelle tenebre…
Le tenebre cercano di spegnerla, ma non ci riescono…
Davanti ad ogni apparente vittoria delle tenebre,
in quel buio, la ricerca di Dio, sempre nuova, rinasce nel cuore umano…
Nessuno riesce a coprire di buio la Parola:
in tanti modi, a noi inspiegabili, lo Spirito conduce i viventi alla Parola….

Paradossalmente, l’apice di questa luminosità del Verbo,
si coglie in pienezza quando la Parola si immerge nell’abisso della piccolezza
e fa della quotidianità e della ferialità dell’essere umano,
lo spazio dove piantare la sua tenda…

Così, la nostra esistenza è immersa nel mistero dell’amore di Dio:
la dimensione ordinaria dell’esistenza
diventa luogo dell’incontro con l’amore gratuito di Dio…
Ogni nostra giornata – non solo a Natale – è luogo dell’incontro con Dio…
Non è necessario evadere dalla quotidianità per sentirsi vivi,
perché ogni esperienza di lavoro, studio, tempo libero, relazioni, uso di beni,
è il luogo in cui Dio si rivela e fa di noi autentici rivelatori del suo Verbo…

don Enrico

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Buon Natale, amico mio


Buon Natale, amico mio: non avere paura.
La speranza è stata seminata in te.
Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito.
E se ti guardi attorno,
puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello,
gelido come il tuo,
è spuntato un ramoscello turgido di attese.
E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio,
si sono rizzati arboscelli carichi di gemme.
E una foresta di speranze che sfida
i venti densi di tempeste,
e, pur incurvandosi ancora,
resiste sotto le bufere portatrici di morte.
Non avere paura, amico mio.
Il Natale ti porta un lieto annunzio:
Dio è sceso su questo mondo disperato.
E sai che nome ha preso?
Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.
Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi
si scioglieranno, le tue bufere si placheranno,
e una primavera senza tramonto regnerà
nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio,
verrà a passeggiare con te.

don Tonino Bello

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