Estratto da: La basilica di San Babila. L’edificio sacro e il monumento, a cura di Adele Buzatti Mazzotta e Alessandro Gandini, Milano 1998

La basilica di San Babila, edificio per l’assemblea che prega e celebra

di Alessandro Gandini

La basilica di San Babila – come ogni altra chiesa-edificio – non può essere considerata una generica opera architettonica: la destinazione all’azione liturgica, infatti, la qualifica radicalmente e la sua conformazione è legata all’assemblea del popolo di Dio che vi si aduna.
È l’assemblea celebrante che “genera” e “plasma” l’architettura di ogni chiesa: il popolo di Dio sacerdotale, regale e profetico, la comunità gerarchicamente compaginata, che lo Spirito Santo arricchisce di una moltitudine di carismi e ministeri, sono il punto di riferimento per comprendere significato e finalità della chiesa.

Lo spazio per la celebrazione liturgica
L’assemblea locale che si raduna nell’edificio di culto, in comunione con tutta la Chiesa – per fare memoria del mistero pasquale di Cristo nell’ascolto delle Scritture, nella celebrazione dell’Eucarestia, degli altri Sacramenti e Sacramentali e del Sacrificio di lode – proietta ed imprime se stessa nell’edificio di culto.
Facciamo riferimento a una recente ‘Nota pastorale’ dei Vescovi italiani per illustrare questa relazione edificio-comunità celebrante’. Questa “nota” ricorda che l’assemblea che celebra è una realtà eminentemente viva, dinamica, “storica”, in continua trasformazione. Di conseguenza anche l’edificio della chiesa non è definito una volta per tutte, ma si modifica nel corso dei secoli, come testimoniano ampiamente la storia dell’arte occidentale e la storia della basilica di San Babila.
Tra assemblea celebrante e edificio nel quale avviene la celebrazione sussiste un legame profondo: la celebrazione della liturgia è tutt’altro che indifferente all’architettura e, viceversa, l’architettura di una chiesa non lascia indifferente la liturgia che vi si celebra. In secondo luogo, tale legame non è dato una volta per tutte ma muta nel corso della storia:
come non esiste una liturgia immutabile, così non esiste un’architettura e un’arte per la liturgia che siano immutabili.

Lo spazio architettonico, strumento per la preghiera

L’ architettura e lo spazio hanno una capacità comunicativa, e l’architettura può diventare strumento di comunione e facilitare la preghiera e la celebrazione.
Ogni edificio consente l’apertura del dialogo tra le persone e tra le generazioni.
Analogamente le chiese, mentre sono al servizio del culto, “comunicano” e sono stimolo e aiuto per “fare memoria”, per riflettere e celebrare.
Le chiese sono realtà storiche: esse sono state costruite non tanto come monumento a Dio o all’uomo, ma come luogo dell’incontro sacra-mentale, segno del rapporto di Dio con una comunità, all’interno di una determinata cultura e in un ben preciso momento storico. Di conseguenza, la tradizione cristiana considera l’assemblea – o sacra convocazione (ecclesìa) dei “dispersi figli di Dio” (cf. Gv 11,52) – come matrice irrinunciabile di ogni ulteriore definizione spaziale, momento generatore e unificante dello spazio in vista dell’azione culturale. Elemento caratterizzante l’edificio per la celebrazione cristiana è, inoltre, la sua capacità di essere “simbolo” della realtà tangibile che in esso si compie, ossia la comunione con Dio che si attua soprattutto nella celebrazione dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore.
La chiesa-edificio, poiché evoca questa comunione già in qualche modo anticipata e vissuta, si può considerare, come diremo più sotto, un luogo escatologico, segno e simbolo delle realtà celesti. In questa prospettiva simbolica, come le varie celebrazioni liturgiche rinviano l’una all’altra a formare una realtà unitaria, così la chiesa edificio non è l’insieme delle sue parti, ma un organismo unitario.

L’edificio-chiesa come “icona”

I molteplici linguaggi ai quali la liturgia ricorre – parola, silenzio, gesto, movimento, musica, canto – trovano nello spazio liturgico il luogo della loro globale espressione.
Da parte sua lo spazio contribuisce con il suo specifico linguaggio a potenziare e a unificare la sintonia dei linguaggi di cui la liturgia è ricca. Così, anche lo spazio, come il tempo, viene coinvolto nella celebrazione del mistero salvifico di Cristo così che se ne può parlare come di una “icona”.
Ad esempio, la chiesa-edificio si può considerare una “icona escatologica” grazie al collegamento dinamico che unisce il sagrato alla porta, all’aula, all’altare e culmina nell’abside, grazie all’orientamento di tutto l’edificio, al gioco della luce naturale, alla presenza delle immagini e al loro programma.
Ancora, l’edificio-chiesa, riflettendo la vita della comunità cristiana nel suo incontro con Dio attraverso la liturgia, si può considerare una “icona ecclesiologica”: di volta in volta essa è sentita come luogo della Chiesa in festa, come luogo della Chiesa in raccoglimento e in preghiera, come luogo in cui la Chiesa esprime la propria natura intensamente corale e comunitaria.

L’attuale spazio celebrativo

I concetti finora esposti ci consentono una lettura corretta degli spazi celebrativi della basilica di San Babila.
Elenchiamo soltanto – lasciando poi al lettore ogni approfondimento – gli spazi che meritano la nostra attenzione.
L’aula dell’assemblea è composta da:
Il presbiterio (con l’altare, l’ambone e la sede del presidente)
La custodia eucaristica (per l’adorazione del SS. Sacramento)
Il posto dell’organo; gli stalli del coro; gli arredi e le suppellettili
Il fonte battesimale e il battistero
Il luogo della Penitenza
Il programma iconografico e le immagini devozionali

Il visitatore della Basilica può rendersi conto della peculiarità liturgico-cultuale dell’edificio e nello stesso tempo della convergenza di interessi diversi – culturali, normativi, turistici, tecnici – che in esso devono dialogare… Siamo, infatti, convinti che le vie della cultura hanno ragioni sufficienti per dialogare; che la dimensione celebrativa non solo non esclude, ma è in grado di accogliere ogni altra dimensione, costituendo un punto di sintesi più alto.

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