Adorare in Spirito e Verità

Exemple

Adorare in Spirito e Verità


Il pozzo di Giacobbe. Luogo di frontiera. Periferia dello spirito. Misterioso appuntamento tra la sete di Dio e la sete dell’uomo. Quella donna che va ad attingere acqua nell’ora forse più calda del giorno – era circa mezzogiorno – è il simbolo di tutti i deserti dell’uomo. La sua anfora evoca la sete del salmista: L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 42,3). Osserviamola da vicino. Ella si stupisce di essere preceduta dalla sete di un viandante che sarebbe stato l’ultimo a poterle chiedere da bere: un giudeo! Le distanze poste dalla storia e dai pregiudizi scavano, tra loro, fossati. Oggetto specifico di contesa la preghiera: sarò Gerusalemme, città santa dei giudei, o il monte Garizim, altura santa dei samaritani il luogo dove Dio si lascia incontrare La risposta di Gesù è decisiva: il Padre cerca adoratori in spirito e verità. La preghiera cristiana e in particolare la liturgia che ne è il vertice, si dovranno sempre misurare con questa risposta. (…) Quando la Samaritana chiede a Gesù quale sia il luogo in cui bisogna adorare enuncia un interrogativo che non è solo teorico. Ne va dell’esistenza. Lo si vede bene dall’attaccamento che, in tutte le tradizioni religiose, si ha per la propria storia, i propri riti, la propria confessione di fede. Certo, ella poneva anche un cruciale problema di verità. La nostra epoca è portata a sottovalutare questo interrogativo. Magari con il nobile intento di non cadere nella tentazione dell’intolleranza e della violenza che, purtroppo, anche ai nostri giorni sono tornate alla ribalta in gruppi estremisti che alla religione si appellano del tutto impropriamente. La risposta di Gesù alla Samaritana affronta invece direttamente la questione della verità. «Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22). Sullo sfondo c’è la rivelazione biblica. C’è l’immagine di un Dio che non se ne sta in un distaccato “olimpo” ma vuole incontrare l’uomo sul suo terreno. La Bibbia è il racconto di questa iniziativa di Dio. Nulla tolto all’incontro di Dio con tutti gli uomini, ben tratteggiato nei primi capitoli della Genesi, dalla creazione di Adamo fino alla vocazione di Abramo.
È qui il fondamento dell’esperienza religiosa universale e dello stesso dialogo tra le religioni. Ma dalla vocazione di Abramo in poi si delinea un cammino specifico che, pur ridondando a vantaggio di tutti gli uomini, passa attraverso un concreto popolo. Gesù lo dice chiaro: «La salvezza viene dai Giudei ». È da ribadire: anche nel tempo del dialogo interreligioso, la nostra preghiera resta incardinata sulla verità del Vangelo. La liturgia è testimonianza qualificata di questa verità, secondo l’antico detto che suppone ed esige una precisa corrispondenza tra «lex orandi» (la norma della preghiera) e «lex credendi» (la norma della fede). E tuttavia – anche questo è affermato in maniera categorica – Gesù inaugura un tempo nuovo. «Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: cosi infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,23-24). Tutta la vita cristiana, anche la liturgia, sta dentro questo nuovo orizzonte. Che cosa c’è dentro queste parole? Esse esprimono senza dubbio un superamento: «né su questo monte né a Gerusalemme» (Gv 4,21). A sottolineare tale novità, il vangelo di Giovanni presenta, fin dalle sue prime battute, un episodio che gli altri evangelisti pongono verso la fine del suo ministero: la purificazione del tempio (Gv 2,13-22), compiuta da Gesù in modo energico e provocatorio, con la conclusione misteriosa su cui getterà piena luce la Pasqua: «Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo edifcherò» (Gv 2,19). Si riferiva – annota l’evangelista – al suo corpo (Gv 2,21). Mentre purificava l’antico tempio, gettava le fondamenta di un nuovo tempio. Se l’antico tempio era stato il luogo scelto da Dio per esprimere l’alleanza col suo popolo, il nuovo tempio non è più collocato nella “geografia”, ma piuttosto nella “biografia”, coincidendo con il corpo risorto di Cristo, nel quale abita la «pienezza della divinità» (Col 2,9). Un corpo plasmato nel grembo di Maria, ma che si dilata nei discepoli, legati a Cristo come membra del suo corpo, sicché la Chiesa stessa ed, anzi, ciascun battezzato è, in lui, tempio santo (1Cor 3,16- 17; 6,19-20; 2Cor 6,16). Ecco la grande novità del culto cristiano! Da essa non deriverà un rifiuto dei luoghi di culto, ma un approfondimento spirituale del loro senso. I primi
cristiani si radunavano ancora nel tempio di Gerusalemme, ma celebravano l’Eucaristia – la novità delle novità – nelle case. Alcune di esse furono chiamate, in rapporto alle esigenze di incontro e celebrazione, “case della Chiesa “, domus ecclesiae. Da esse si svilupperanno gradualmente le nostre chiese innescando la rande storia dell’architettura cristiana che ha punteggiato l’Europa, in particolare la nostra Italia, di edifici stupendi. (…) Ma le fattezze e la bellezza delle chiese, dalle maestose cattedrali alle umili chiese di campagna, non richiamano più l’antico tempio: sono il segno visibile dell’edificio spirituale costruito dalle pietre vive che sono i battezzati. Il tempio di pietra ormai totalmente in funzione del “tempio vivente” che si edifica nei cuori e nei rapporti tra le persone: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1Cor 3,16).

(Domenico Sorrentino)

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