Il rito delle Ceneri. Si può parlare di penitenza ai nostri giorni?

Exemple

Il rito delle Ceneri. Si può parlare di penitenza ai nostri giorni?


Prima del tempo quaresimale vengono bruciati i ramoscelli d’ulivo della domenica delle Palme dell’anno precedente.
La cenere così ricavata viene utilizzata per segnare la fronte o il capo dei fedeli all’inizio di Quaresima.
Il rito è antico: risale addirittura al secolo decimo; quale il suo significato? Possiamo guardare alla Bibbia e troviamo in Giobbe, Giona e Giuditta, l’uso di cospargersi di cenere come espressione di penitenza; essa è la conseguenza della presa di coscienza del male commesso e del bisogno di prenderne le distanze rimettendosi assolutamente alla volontà misericordiosa del Padre Dio. Nella comunità cristiana primitiva si fece strada pian piano la necessità di evidenziare con severità l’importanza del ravvedimento pubblico dell’uomo gravemente peccatore; per questo già “negli ultimi anni di San Gregorio Magno (†604) si cominciò il digiuno quaresimale con il mercoledì precedente la I domenica di Quaresima; tale giorno fu perciò chiamato caput ieiunii, “inizio del digiuno”, o anche caput Quadragesimae, “inizio della Quaresima”. Secondo i rituali romani del VII secolo, la mattina di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti a ciò deputati ; a quei sacerdoti confessavano i propri peccati, e nel caso fossero gravi e pubblici, ricevevano dal penitenziere una veste di ruvido cilicio cosparso di cenere”. Venuta a cessare la fase della penitenza pubblica, sia a causa delle mutate condizioni storiche, sia per l’evolversi della tradizione ecclesiale, si passò all’uso di dare le ceneri in capo ai fedeli, uso che fu sancito dal Concilio di Benevento del 1091 per tutta la cristianità e che continua fino ad oggi.
Possiamo sentirci chiedere: “Che senso ha tutto questo? Si può parlare di penitenza ai nostri giorni?”. È bene chiarire che se avvertiamo con fastidio certe pratiche del passato come auto-flagellazioni e tormenti vari al corpo, il senso della penitenza quaresimale è ben altro. tre sono i gesti suggeriti con le ceneri: digiuno, elemosina, preghiera. Il che vuol dire una vera scelta di conversione. Si tratta di combattere, oggi particolarmente, contro il nostro consumismo implacabile e contro l’insensibilità verso la sofferenza altrui. Ricordiamo le parole di San Leone Magno: “Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone”.
Da ultimo: il valore simbolico del numero quaresimale: quaranta. È il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo Testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.
Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo.
“Convertiti e credi al Vangelo”: siano queste le parole guida dei nostri prossimi quaranta giorni.