Alla casa dei fichi

Exemple

Alla casa dei fichi


Gesù è in viaggio verso Gerusalemme,
uscendo da Gerico aveva incontrato due ciechi:
lo scongiuravano di guarirli ed egli li esaudì;
ora si ferma a Betfage, che significa casa dei fichi,
in questo piccolo villaggio, dove i pellegrini si purificavano
per entrare degnamente nella città santa…

Sembra di intuire che Gesù stesso voglia dare il segno della sua persona
e di quello che si sta compiendo nella storia del Popolo di Dio:
quella venuta del Messia
che tutta la storia di Israele ha profetizzato e atteso…
Lui stesso manda a prendere in prestito l’asina, con il suo puledro:
una scena che scena ricalca le cerimonie di investitura regale dell’antico oriente,
ma la scelta della cavalcatura degli umili e dei poveri
vuole mostrare che il Messia che entra a Gerusalemme
non è un potente del mondo!

Con Gesù si vive a Betfage un evento di gioia e di gloria,
dove il re Messia è un umile e un mite,
e per questo è riconosciuto dalla folla che lo accoglie e lo festeggia…

Tuttavia la Parola sembra contrapporre la città e la folla:
la città è agitata, domanda e si domanda: Chi è costui?
La folla di Betfage accoglie l’umile Messia
come il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea…
Questo contrasto ci aiuta a ricordare che per il Messia del Signore
avviene quanto è accaduto ai profeti di Israele,
così spesso respinti e colpiti…
Gesù è veramente un Messia imprevedibile,
davanti al quale è necessario prendere una autentica decisione…

Fino a questo momento Gesù non si era mai attribuito il titolo di Signore,
ora è giunta l’ora di farlo: Gesù è il Signore,
un Signore umile, che ha bisogno di qualcosa di nostro:
la nostra cavalcatura da lasciar slegare,
scoprendo che, dopo essere servita al Signore, sarà ritornata a noi…
Ogni giorno torneremo a legarla, e saremo chiamati a slegarla!
Slegare qualcosa per la vivere la conversione,
per cambiare modo di vivere, indirizzandoci alla sobrietà,
accontentandoci di quel che abbiamo in comunione con i poveri della terra,
con cui condividere il poco che siamo e il poco che abbiamo…

don Enrico