Rivoluzione in Libano. Solidarietà e vicinanza ai fratelli libanesi maroniti di Milano, realtà interna alla nostra Comunità

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Rivoluzione in Libano. Solidarietà e vicinanza ai fratelli libanesi maroniti di Milano, realtà interna alla nostra Comunità


Tutta la comunità pastorale è vicina ai fratelli libanesi maroniti che, con la loro guida spirituale don Assaad, pregano nella chiesa di Santa Maria della Salute di via Durini.

Per condividere quanto sta accadendo, riportiamo qui una voce proventiente da fonti giornalistiche libanesi:
Domenica 27 ottobre, il Santo Padre ha rivolto “un pensiero speciale al caro popolo libanese, in particolare ai giovani”. “Esorto tutti – ha detto papa Francesco – a ricercare le giuste soluzioni nella via del dialogo, e prego la Vergine Maria, Regina del Libano, affinché, con il sostegno della comunità internazionale, quel Paese continui ad essere uno spazio di convivenza pacifica e di rispetto della dignità e libertà di ogni persona”.
Dal 17 ottobre, in moltissime città del Libano, persone di tutte le confessioni religiose e di tutte le età manifestano senza sosta contro la corruzione dell’élite politica e per chiedere le dimissioni del governo. La scintilla della protesta si è accesa dopo la decisione governativa di tassare le chiamate effettuate via internet, sperando di intascare 200 milioni di dollari l’anno. Una boccata d’ossigeno per le casse prosciugate di uno Stato che non sa più dove attingere a nuove entrate per diminuire un debito pari a 86 miliardi di dollari, ossia al 150% del prodotto interno lordo. I libanesi scesi in piazza puntano il dito contro tutti i politici (“Tutti significa tutti” è lo slogan più gridato dalla folla) che si sono succeduti al potere negli ultimi 30 anni di essere all’origine della crisi. Arricchimento illecito, corruzione, immenso spreco sotto l’etichetta di progetti miliardari, sono le principali accuse rivolte a una classe politica invitata a mollare la poltrona, non prima di avere restituito il denaro sottratto. La rabbia covava sicuramente sotto le ceneri, specie quando i libanesi hanno toccato con mano la grave inefficienza del governo nell’affrontare gli incendi scoppiati in tutto il Paese a metà ottobre.
L’immagine che si presenta oggi è davvero surreale, con delle proteste che sembrano aver superato i soliti clivage confessionali. La contestazione popolare si estende, infatti, da Beirut a Tripoli, e da Jounieh a Tiro e Baalbek, tanto da essere da molti definita come la prima vera unità nazionale. Che stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Libano alla vigilia del centenario della proclamazione, nel 1920, del Grande Libano, è un fatto sottolineato da più di un analista. Per un secolo, scriveva Anthony Samrani, “il Libano è stato solo un guercio nel regno dei ciechi” del Medio Oriente. Per la prima volta, i libanesi reagiscono in quanto nazione e non come un agglomerato di confessioni religiose. Il fallimento del sistema politico, invece di metterli gli uni contro gli altri, ha creato tra di loro una fratellanza inedita”.
Ma il braccio di ferro tra l’establishment attuale e il popolo è destinato a durare, con tutti i rischi che può comportare. La “Carta delle riforme”, presentata dal premier Saad Hariri non ha sortito l’effetto positivo desiderato. La Carta conteneva importanti idee, come la riduzione degli stipendi di ministri e deputati; la chiusura di alcuni fondi nazionali noti per essere campo dei vari clientelismi; l’attivazione del ruolo dell’ispettorato centrale e della Corte dei conti, per combattere arricchimento illecito e la corruzione, e per restituire il denaro sottratto, ma anche misure difficili da attuare, come il coinvolgimento delle banche locali nella riduzione dell’enorme deficit pubblico aumentando le tasse sui loro guadagni. In fondo, quella del Libano è una questione di fiducia. O meglio, di sfiducia. La popolazione non accetta che a gestire l’introduzione delle necessarie riforme sia la stessa classe politica accusata di corruzione.
Il 23 ottobre, su iniziativa del patriarca maronita si è tenuto un vertice dei patriarchi e vescovi di tutte le denominazioni cristiane del Libano, cattoliche e non. “Chiediamo al potere in carica – ha detto il cardinale Béchara Rai – di prendere serie e coraggiose misure per portare il Paese fuori dalla crisi attuale”. Secondo il porporato, quello che il Libano sta vivendo è una “rivolta popolare storica e senza precedenti che richiede misure e atteggiamento eccezionali”. “È ora – ha concluso il patriarca – che lo Stato vada incontro alle legittime richieste della gente e che la vita torni alla normalità”.





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