L’altare della Passione nel testo storico di Eva Tea

Exemple

L’altare della Passione nel testo storico di Eva Tea


Sull’onda dei festeggiamenti per la festa patronale della Basilica di santa Maria della Passione, riproponiamo lo splendido testo Il reliquiario di S. Maria della Passione scritto da Eva Tea nel 1963.

 


DA “L’ALTARE DI S. MARIA DELLA PASSIONE” – DI EVA TEA
a cura della prepositura di S. Maria della Passione – Milano – 1963

IL RELIQUIARIO DI S. MARIA DELLA PASSIONE

Da quando nel 1950 richiamammo l’attenzione dei milanesi su quel mirabile lavoro di commesso che è il reliquiario di S. Maria della Passione, amatori dell’arte e divoti ebbero maggiormente a cuore quel sacro oggetto, che la moderna sensibilità coloristica è particolarmente disposta ad ammirare.
Era tempo, perché molte avarie vi si andavano facendo, a cui il reverendo Prevosto della chiesa pose riparo, con l’intervento di un artigiano specializzato, il Mazzetti, mancato purtroppo precocemente all’arte sua e dalla cui relazione tecnica togliamo le notizie per questo articolo.
Molte lacune dei rivestimenti erano state livellate con il gesso e colorite a imitazione delle pietre dure. Nella fascia superiore della mensa un composto di mastice e polvere di bronzo sostituiva le autentiche tessere bronzee, asportate barbaramente. E così si erano rabberciate alla meglio le piastre di rivestimento di onice nazionale, su cui ignoti artisti hanno eseguito squisite pitture, con una tecnica del tutto particolare. Nello sfruttare le striature naturali, come nel pannello della Madre di Gesù, dove l’aureola è ricavata da una macchia dello stesso onice, per la facilità propria a questa pietra di assorbire le materie oleose, ne derivò una tinta singolare, che oggi non si può più ottenere, perché l’onice ha perduto la sua qualità di assorbimento.
Purtroppo su queste lastre hanno agito diverse cause distruggitrici: il fumo delle candele, lo strofinio dei cenci ed altre manomissioni. Si è provveduto ora a metterle sotto vetro, per salvarle da ulteriore logorio e, grazie alla potenza adesiva dei mastici moderni, si spera di averne assicurata la conservazione per lunghi anni ancora.
Il restauro ha dato occasione a un minuzioso esame della ricca materia di cui il reliquiario si compone.
La prima fascia, rifatta di bronzo attorno alla mensa, è racchiusa fra due cordoni, ove dischetti di madreperla si alternano con occhio di tigre del Sud-Africa. Nella fascia bronzea sono incastonati cristalli di rocca, diaspro rosso, fior di pesco, amazzonite, calcedonio e malachite: magnifica tavolozza minerale, offerta dalla terra al Tabernacolo di Dio. Un’altra fascia originalmente antica, ridotta ormai friabilissima, fu rimessa a posto dopo la riparazione, con scrupolosa cura ed esattezza. Anche qui la materia minerale gareggia con i prati in fiore: agate alberine, agate di vario colore, agate venate, agata grigia, amazzonite, avventurina, diaspro rosso, verde e giallo, occhio di tigre, quarzo ametista, lapislazzuli, madreperla opale, calcedonia azzurra e grigia.
Due pannelli raffigurano paesaggi eseguiti con marmi di qualità diversa, simili a quelli che adornano l’altar maggiore della basilica di S. Paolo a Milano.
Il paliotto è stato riparato nelle parti mancanti, già sostituite a pittura.
E’ uno stupendo intarsio marmoreo di vari colori, ora composto alla maniera dei commessi fiorentini, ora con tecnica musiva. Tolte le abusive dorature, si è rimesso in luce il fondo oscuro, che dà risalto alle incrostazioni.
Sul paliotto è un cordone di marmo nero del Belgio, con castoni di amazzoniti, calcedonie, avventurine verdi e diaspro rosso. Lastre di lapis e due colonne di onice adornano il tabernacolo. Nel retro del reliquiario, su tre cristalli di rocca, sono incisi i simboli della Passione, la divina istoria che si espande come un poema raffigurato in tutte le parti della chiesa.
Il Torre, autore del “Ritratto di Milano”, ne dà il merito a Daniele Birago, arcivescovo mitilinese nel Peloponneso, che donò per l’erigendo tempio l’area delle sue case.
Un secolo più tardi la dolorosa epopea veniva ripresa dall’ignoto committente del reliquiario, che tornava al motivo, caro ai milanesi, delle concordanze fra l’antico e il nuovo Testamento.
Al sacrificio d’Isacco, che allude al sacrificio di Cristo, e a Mosé che riceve le tavole, principio dell’Antica Legge, seguono i maggiori eventi della Nuova: l’Annunciazione, il Battesimo di Cristo, la Trasfigurazione, la Pesca miracolosa, l’Orazione nell’orto, la Deposizione, l’Ascensione, la Pentecoste, l’Assunzione, la Coronazione della Vergine e la visione dell’Apocalisse.
La pietra d’onice di cui è composto il reliquiario ha offerto campo ben adatto all’opera pittorica, che non risponde a una sola campagna, come ci si aspetterebbe in tale monumento, ma sembra piuttosto dovuta a committenti occasionali, come avviene per gli ex-voto a parete; vi si notano diversi artisti, vari di scuola e di tempo.
In un pannello d’onice entro cornice ottagona sta l’immagine di Maria, che il Bambino Gesù, a cavalcioni sulla spalla materna, incorona trionfalmente.
La Madonna, purtroppo un poco ritoccata, è seria in viso, quasi triste e regge il globo del mondo, su cui anche il Bimbo appoggia, ricavato ingegnosamente da una vena chiara della pietra. Un angioletto in punta di piedi sulla spalla di un compagno si sforza di puntellare il mondo, mentre da sinistra guarda pietosamente alla Vergine un’altra piccola creatura del cielo. L’aureola mariana è pure ricavata da una vena luminosa dell’onice.
L’immagine Virginea ritorna in un altro pannello ottagono, più lungo del primo, in atto di lanciarsi nei cieli, le mani conserte.
In questo caso l’onice simula veramente un cielo agitato da grandi nuvole.
La scena dell’Annunciazione si svolge in un’atmosfera bionda, in cui muovo le due figure divine: la Vergine assorta, in un gesto di soavissima riluttanza, l’Angelo in atto di porgere una fronda trionfale, le grandi ali aperte.
In un altro pannello quadrato si rivede la stessa Annunciazione, spaziata entro un atrio classico, dalla cui porta archivoltata si scorge un paesaggio di acque, verzure e nuvole. In un velo di vapori formati dalle molli venature della pietra si libra la colomba dello Spirito Santo, che accompagna il volo dell’Angelo verso la Vergine, ritta presso un inginocchiatoio, in tunica rossa e manto verde.
Maria ricompare a mezzo busto nel cielo in atto di carezzare il Bambino Gesù, mentre un angioletto ostenta nell’aria la corda e il flagello del Calvario. Segue l’Incoronazione ad opera della Trinità, sospesa in un cielo d’onice chiaro, con tre angeli musicanti in primo piano: un putto si lancia verso l’alto del cielo; due angioletti abbracciati si pigiano in una specie di bianca conchiglia.
Evidente è in questo ciclo iconografico l’unità del tono, che ricorda lontanamente quello di Giulio Cesare Procaccini. Forse ne faceva parte anche la Pentecoste, in ovato d’onice; oggi quasi del tutto smarrita.
Di altre mani sono invece le rimanenti istorie del Cristo, a cominciare dal Battesimo. Gesù e Giovanni stanno sopra un isolotto coperto d’erba in mezzo alle acque del Giordano; Cristo ignudo, con perizoma azzurro, china il capo a ricevere l’acqua lustrale, la mano destra sul petto, la sinistra protesa verso il battezzatore; Giovanni è in ginocchio, ricoperto di pelle e di un manto rosso, tesa la destra sul capo di Cristo; la sinistra occupata a reggere la Croce. Due angeli a figura intera volano sul gruppo: quello a sinistra ad ali spiegate sembra reggere un lenzuolo; quello a destra uno strumento musicale. Altri angeli musicanti a mezzo busto sporgono dalle nuvole, rappresentate dalle venature del fondo.
Qualche affinità con questa scena ha la Trasfigurazione, in ovato letteralmente ricoperto di colore, fuorché nel tratto d’onice che rappresenta il cielo schiarito all’orizzonte.
Cristo in veste bianca sta fra i due profeti, col gesto di chi parla; Mosé mostra le tavole, Elia porta la mano sinistra al cuore.
Ai piedi del gruppo, come tramortiti a terra, stanno i discepoli, meno Pietro che leva il viso e rivolge lo sguardo estatico al Cristo.
Il tema cristologico prosegue con la scena della navicella, che si vede al largo, fra i marosi spumeggianti, mentre in primo piano il Redentore tende la mano a Pietro, il quale prodigiosamente lo segue, camminando sul mare. In alto due angioli sembrano accompagnare lo spirito del vento, mentre accennano in basso al divino incontro.
L’Orazione nell’Orto richiama compositivamente la prima Annunciazione; a destra Gesù inginocchiato sul fondo di una rupe: a sinistra, nella zona aerea, l’angelo che vola a consolarlo.
Affatto singolare la pittura della Deposizione, oscurata dal tempo, tanto che a mala pena se ne riconoscono le otto figure attorno alla Croce del Cristo. Mentre la superiore sta schiodando il braccio sinistro, un’altra cinge il Corpo di Gesù, che una terza raccoglie nelle mani distese, slanciandosi in punta di piedi verso l’alto. A sinistra, in basso, Giovanni sorregge la Vergine, che leva lo sguardo verso il Figlio. Due donne coronano il gruppo, avvolto il viso nell’ombra. Fulcro della composizione è il torso del Cristo, percorso, come il volto, da una luce livida, che profila anche i panneggi.
Ai toni dei pannelli si richiama la scena dell’Ascensione dove il Cristo è avvolto in un manto bianco argenteo, lo sguardo, le braccia volte in alto, sullo sfondo unito del cielo verdognolo.
Le venature dell’onice, ritoccate a colori, adombrano uno sfondo di monti e di valli, dentro biancheggia un abitato.
Nel primo piano gesticolano le figure degli apostoli, in abiti di colori vari, alcuni fortemente sbiancati dalla luce.
A iniziare e chiudere il ciclo di Cristo sta lo sportello del tabernacolo, ove sull’ostia consacrata, bianca sul fondo aurato, è impresso il Crocefisso fra Maria e Giovanni. Sotto, un angelo a volo reca in un cartiglio le parole della Consacrazione:

HOC EST ENIM CORPUS MEUM. HIC EST CALIX SANGUINIS
MEI NOVI ET AETERNI TESTAMENTI, MYSTERIUM FIDEI, QUI PRO
VOBIS ET PRO MULTIS EFFUNDETUR IN REMISSIONEM PECCATORUM.

Nel medesimo tono è la scena del sacrificio di Isacco, che larghe striature dell’onice ambientano in un fantastico paesaggio lunare. Essa fa parte del ciclo iconografico vecchio testamentario, parallelo al cristiano, a cui appartengono pure la Vittoria di S. Michele e il Mosé.
Il primo pannello rappresenta in alto l’arcangelo che rivola al cielo, mentre il demonio precipita fra le fiamme dell’inferno: strana pittura, di gusto un po’ volgare, forse ultima aggiunta alla serie antica.
Affine allo stile del Lomazzo è il Mosé che, posata la destra sulle tavole della legge, giacenti a terra, in ginocchio contempla il Padre, che gli parla dall’alto.
Nello sfondo è la raccolta della manna entro un paesaggio montano, diviso in tre zone: l’anteriore bruna, la mediana olivastra, l’estrema di un verde cupo.
Il Padre che reca in mano il mondo è fiancheggiato da due angioli.
Altri dipinti sembrano eseguiti in tempo recente: per esempio, quello della Sacra Famiglia, a destra del Tabernacolo.
Nei pannelli ottagonali tornano le insegne della Passione: la lancia, la spugna, la corona di spine, adorata da due angioli, la colonna portata da un angiolo, la scala a tarsia.
I medesimi strumenti ricompaiono nell’ornamentazione del paliotto, ridotti a valore decorativo.
Martello, scala, chiodi, tenaglia nel medaglione centrale a giorno; lancia, spugna, dadi, sindone in due rettangoli ai lati.
Malgrado la disposizione saltuaria dei soggetto sopra indicati, è riuscito a don Carlo Sironi di cogliere una sequenza assai significativa. Nella sovrapposizione dei tre pannelli: Sacrificio d’Isacco, Crocefissione, S. Cecilia martire, egli legge il simbolo, la realtà, la testimonianza della salvezza, operata da Cristo traverso la sua cruenta Passione.
La presenza della martire Cecilia, atteggiata come nella statua del Maderna, segna per il reliquiario il termine post quem del 1599, anno in cui fu scoperta la salma della Santa; mentre i richiami alla pittura di G.C. Procaccini riportano all’attività di questo artista, morto nel 1625.
Pochi decenni separano questo capolavoro dall’arte di Carlo Garavaglia, che ebbe in esso la sua artistica preparazione.

28 marzo 1963

 

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