In vista del nuovo Consiglio Pastorale, qualche spunto di riflessione

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In vista del nuovo Consiglio Pastorale, qualche spunto di riflessione


Mentre stiamo raccogliendo le adesioni a partecipare al Consiglio pastorale di Comunità (per semplicità lo abbrevieremo da qui in poi con CPC), sia con il form lasciato nelle chiese, sia con i contatti personali, è opportuno ritornare sul senso di questo organismo parrocchiale e sulla difficoltà a concepire di potervi far parte.

Molto semplicemente: se ci vuole un consiglio, vuol dire che c’è qualche domanda da affrontare, qualche tema aperto, qualche decisione delicata da prendere.
Vuol dire che non c’è uno standard prestabilito. La vita di una comunità cristiana è un dinamismo e non qualcosa di statico che necessita solo di ripetizione.
Un tempo, la verticalità della forma ecclesiastica rendeva praticamente nullo il consigliare perché il vertice, un uomo solo al comando, provvedeva per tutti.
Il Concilio Vaticano II ha riportato l’immagine di Chiesa a quella di “popolo di Dio”, sede di doni e carismi differenti ma concorrenti all’accoglienza del vangelo. Si tratterà allora di trovare forme di coordinamento e di partecipazione attiva alla missione che è quella di offrire l
a parola portata dal Signore.

Il CPC diventa allora il luogo di ascolto, di riflessione, di elaborazione, di corresponsabilità.
Prima di tutto dovrà pensare a conoscere i contesti: dovrà guardare e leggere il territorio, la sua compagine sociale, residenti e pendolari; la presenza ecclesiale, la sua storia, la sua dimensione attuale, le strutture intese come chiese, oratori, canoniche.
Considerato tutto ciò, si comincerà a chiedersi in che modo stiamo “facendo Chiesa” in questi contesti.

Quali motivi rendono difficile decidersi per una partecipazione al CPC?
Sono certamente di diversa natura. Si pensi allo stile di vita prevalentemente concentrato sul lavoro e sullo studio o alla varie imposizioni sociali che assorbono il tempo libero, sono tutte attività che, anche volendo, lasciano poco margine alla possibilità di impegnarsi in ambito parrocchiale.
D’altro canto, va considerato che non sempre la richiesta giunge da una realtà davvero viva ed accattivante, gioiosa e gioviale, aperta e dialogante!
Infine, la vita spirituale, per la quale si richiede da parte di molti un aiuto e una guida, necessita di dedizione e non si accende con un click sul cellulare; forse una certa frenesia consumistica, a tutti i livelli, anche culturali, smorza quel naturale bisogno del cuore che spingerebbe a dilatare i tempi da dedicare non solo ad un maggior impegno “contemplativo” ma anche ad un coinvolgimento attivo nella comunità.


Dopo l’incontro avvenuto prima dell’estate, quando avevamo chiesto alcune disponibilità per la formazione del nuovo Consiglio Pastorale della Comunità (CPCP), siamo giunti alla formalizzazione delle disponibilità per far parte del nuovo Consiglio.

In questa Domenica rivolgeremo, durante le Messe festive le richieste di disponibilità; a quanti desidereranno far parte di questo importante organismo, chiederemo di compilare la scheda.

< SCARICA QUI IL PDF DELLA SCHEDA

La scheda dovrà essere riconsegnata entro la fine del mese di Settembre.


«Dal Consiglio pastorale un senso al cammino della comunità»

Paradossalmente, «per chi vuole impegnarsi nella comunità è più facile dire “do una mano a catechismo” piuttosto che pensare di partecipare al Consiglio pastorale». Don Bortolo Uberti, parroco a San Nicolao della Flue e a San Lorenzo in Monluè nella periferia est di Milano, proprio a fianco delle Case bianche visitate due anni fa da papa Francesco, non nasconde qualche fatica da superare per il rinnovo dei Consigli pastorali che avverrà dopo l’estate. Perché – questa forse l’obiezione più comune – la parrocchia ha già tante attività tra oratorio, catechesi, liturgia e, riconosce don Uberti, «a volte la sensazione dei consiglieri è di incidere poco sul vissuto di una comunità che tutto sommato va avanti coi suoi ritmi. Proprio per questo abbiamo fatto una verifica di questo triennio, chiedendoci come in questi anni il Consiglio pastorale ha fatto maturare un senso di responsabilità laicale e come ha aiutato a crescere la comunità». Perché, sottolinea il parroco di San Nicolao, «il compito del Consiglio pastorale è quello di riportare allo spirito evangelico» le tante attività della parrocchia, «riuscendo a dare il senso del cammino della comunità».
Poi ci sono le sfide che pongono la società e la zona in cui la comunità è inserita. «Cosa vuol dire nel nostro quartiere di periferia essere una Chiesa dalle genti?» – come ha indicato il Sinodo minore; oppure, «in che modo possiamo sviluppare una pastorale generativa, che non si limiti cioè a proseguire con le iniziative ormai collaudate, tradizionali, ma nella quale la Chiesa riesca a pensarsi dentro cambiamenti epocali e sociali profondissimi, nei quali costatiamo che, insieme ai quartieri, cambia anche il modo di vivere la fede? Il Consiglio pastorale è il luogo privilegiato per lasciarsi interpellare da queste domande». Quello di San Nicolao ha individuato tra le priorità da una parte il tema dell’accoglienza degli stranieri, dall’altra l’esigenza di rimotivare la vita cristiana adulta, accompagnando genitori e famiglie.

Claudio Urbano


Consigli pastorali, alcuni indicatori per un buon funzionamento

Disponibilità di tempo, familiarità tra i componenti, metodo di lavoro, scelta dei contenuti, comunicazione alla comunità: alcuni ingredienti utili alla vita di un organismo oggi quanto mai necessario
Siamo nella stagione di rinnovo dei Consigli pastorali e, soprattutto per persone adulte, la domanda è: «Perché stavolta dovrebbe funzionare?». Provo a descrivere quali potrebbero essere alcuni indicatori per la vita di un Consiglio pastorale, affinché la profezia chiesta alla Chiesa tutta e quindi anche alla singola comunità possa avverarsi.
Il primo indicatore è il tempo. Un Consiglio pastorale funziona se chi vi partecipa riconosce che ci vuole tempo per questo ruolo, tempo di riflessione, di ascolto, di preghiera, quindi tempo oltre quello che richiede il calendario delle sedute.
Il secondo indicatore è la conoscenza e familiarità tra i consiglieri. Il Consiglio pastorale è un luogo dove alcune persone si ritrovano per parlare e decidere per una comunità. Si capiscono? Si rispettano? Si vogliono bene?
Il terzo è il metodo di lavoro, ciò che ci mette tutti sullo stesso piano, con gli stessi strumenti a disposizione: questo facilità l’incontro tra persone differenti che non devono convincere della bontà del loro pensiero, ma contribuire a un passo in avanti riconoscibile e condivisibile.
Il quarto indicatore riguarda la scelta dei contenuti. In una fase storica di “cambiamento d’epoca” la scelta dei contenuti dice lo sguardo con cui guardiamo la realtà. Di cosa si deve occupare oggi una comunità cristiana? I temi, per esempio, non possono non riguardare l’evangelizzazione in una cultura secolarizzata.
Il quinto indicatore riguarda la comunicazione al resto della comunità. Sarà necessario moltiplicare le forme di comunicazione di quanto si sta facendo, cercando di riportare un clima di discussione seria, serena, responsabile e di condivisione tra preti e laici.
Oggi un Consiglio pastorale è un organismo quanto mai necessario, per la complessità che stiamo vivendo, per la fase di transizione di cui non conosciamo l’approdo, per il cambiamento di posizione della comunità cristiana nella società.

Ottavio Pirovano


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La sera di martedì 4 giugno scorso in sala Ceriani, nella Parrocchia di San Babila, una ventina di persone si sono incontrate per affrontare un tema fondamentale per la vita della nostra comunità: il rinnovo del Consiglio pastorale.
Con molta semplicità, ben guidati da don Enrico, abbiamo riletto alcuni pensieri del cardinal Martini tratti dal suo testo Consigliare nella chiesa. Inutile sottolineare quanto il pensiero del card. Martini sia ancora oggi valido e incalzante; le sue osservazioni sono sempre preziose e non possono non alimentare il nostro pensiero e la nostra azione.

È possibile, per esempio, un consiglio pastorale che non metta a tema “come essere missionari oggi nel centro di Milano”, oppure che non si preoccupi di “farsi carico della fede degli altri”? Dobbiamo riproporci, anno dopo anno, questi temi così importanti.
Con l’esperienza del lavoro già fatto, che sembra sempre insufficiente rispetto alle aspettative, dobbiamo continuare a confrontarci, a interrogarci, a cercare nuove vie di impegno per dare vita a una Comunità pastorale sempre più viva. Più viva vuol dire più presente nella vita di tutti i giorni: c’è un amico in difficoltà, ci sono dei ragazzi che cercano un orientamento, ci sono degli anziani che avrebbero bisogno anche solo di compagnia.
Una comunità cristiana fatica a crescere se si riunisce solo nella Messa festiva. La vita cristiana si arricchisce col rapporto di amicizia, di impegno, di solidarietà di tutti i suoi membri; tra l’altro questo è l’insegnamento del Concilio e proprio questo è il motivo per cui ci siamo ritrovati: persone di fede, innamorate della Chiesa e del suo agire, si mettono insieme in un “Consiglio pastorale” per essere più unite, più informate, più partecipi.
Nel Consiglio pastorale incontriamo amici convinti che unendo le proprie forze, per deboli che siano, si possa offrire un aiuto per tutti. Molto significativa poi la presenza fra noi di alcuni fratelli cattolici maroniti della chiesa di S. Maria della Sanità: questo è un frutto del vivere la Comunità pastorale che a poco a poco cominciamo a cogliere.
Naturalmente se altri volessero partecipare a questa bella esperienza saranno benvenuti e, come dice bene don Enrico, potranno essere meglio informati sul “come si fa?” dopo le ferie estive in una assemblea domenicale centrata proprio sul tema del rinnovo del consiglio pastorale.

(Giulia e Guido Piccardo)


 

Importante e partecipata l’Assemblea parrocchiale del 4 Giugno 

 

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