Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede

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Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede


È sulla risurrezione che viene fondata la nuova vita dell’umanità. Per questo Paolo dice: «Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, stolta la nostra predicazione» (1 Cor 15,14). La risurrezione è certezza: in quanto tu credi, senti la presenza di colui che è la vita imperitura. Dux vitae mortuus regnat vivus: il re della vita che è stato ucciso è ritornato a regnare vivente. E perché Cristo è risorto che si giustifica l’esistenza della Chiesa, della sua predicazione, e quindi la richiesta del sacrificio, e quindi la comunicazione della fede. Altrimenti, fede in chi, in che cosa e perché? Senza la risurrezione il cristianesimo sarebbe la religione più squallida. Il senso della risurrezione deve guidarci tutti i giorni ogni volta che andiamo in Chiesa dobbiamo sentire di andare a dialogare col Risorto, con colui che, morto una volta, regna vivo.
Oltre questo, ogni volta che io compio un atto umano di relazione coi fratelli, di servizio comunitario, di donazione, di fatica, ogni volta devo sentire il Risorto, per non cadere in un atto fatalistico, in un atto disperato. Ecco perché la Pasqua è il centro di tutta quanta la liturgia cristiana. Noi siamo qui perché il Cristo raffigurato in croce comunica a noi la sua risurrezione, altrimenti ne nascerebbe una religione dell’autodistruzione, una religione del pessimismo. (…)
Ecco perché i santi riescono ad essere beati anche nel pianto: perché partecipano già alla gioia del Risorto anche se nel contempo sono dei sofferenti. La nostra esistenza è una composizione, una sintesi di dolore e di gioia. Di dolore in quanto partecipa al temporaneo, al caduco, al transitorio e quindi ogni passaggio da una fase all’altra è sempre un fatto di dolore: nascere, soffrire e morire; lavorare, faticare e intendere è sempre una fatica, un dolore, una sofferenza, ora di carattere fisico, ora di carattere etico morale, ora di carattere spirituale: tale è l’esistenza. Ma nel contempo l’esistenza è ancorata a questo atto di fede nel Risorto; ed avendo la comunione col Risorto, la realtà che può essere tante volte anche tragica, si trasforma in uno stato di beatitudine, per cui è già beato colui che piange; è gaudente colui che soffre; è sorridente colui che è perseguitato. In ciò sta il senso della duplicità dell’esistenza. Il vero culto cristiano sintetizza questo dualismo in un atto unico; la formula antica dice: «Predicate la mia morte, annunziate la mia risurrezione, attendete il mio ritorno». Ma è un dato unico: non sono tre verità. Scindere la morte dalla risurrezione è avere il senso tragico della morte, pensare che tutto finisce con la morte.
I cristiani invece, che in antico non scindevano mai il senso della risurrezione dal senso della morte, cantavano: «Oggi è stata uccisa la morte, non uccisa la vita». Mors mortua tunc est. Allora appunto morì effettivamente la morte, perché il Cristo risorse.

Giovanni Vannucci, da “Libertà dello Spirito”

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