L’Arcivescovo alle Parrocchie del centro di Milano: «Rifiutare radicalmente il principio dell’esclusione»

L’Arcivescovo alle Parrocchie del centro di Milano: «Rifiutare radicalmente il principio dell’esclusione»

«Vorrei che questa assemblea fosse una consolazione come lo è per me che ho imparato molto da ognuna di queste Visite pastorali, ormai giunte al 63esimo Decanato. Vorrei che consolasse tutti voi per quello che avete nel cuore, che vi pesa e che, invece, vi rende leggeri, perché è il noi della Chiesa che spacca la solitudine, sorgente di tristezza e di fatica».
Dice così il cardinale Scola ai tanti fedeli laici, ai sacerdoti, ai consacrati che si ritrovano nella splendida Basilica di San Vittore al Corpo per l’assemblea ecclesiale che dà inizio, appunto, alla Visita dei Decanati “Centro Storico” e “Vercellina” della città di Milano. Dopo la spiegazione iniziale del vicario episcopale di Zona-I Milano, monsignor Carlo Faccendini sul significato e l’obiettivo della Visita definita feriale, «proprio perché vuole entrare nella vita di ogni giorno, educando al pensiero di Cristo», prende la parola l’Arcivescovo. Accanto a lui i due Decani, monsignor Gianni Zappa del “Centro Storico “ e Serafino Marazzini, del “Vercellina”.
«La sete del rapporto con Dio, come significato e direzione del vivere, è oggi evidente, ma la compagnia di Cristo come via verità e vita rischia di annacquarsi e di non toccare più i nostri fratelli uomini», nota subito Scola. «Il senso della Visita pastorale è cercare di restringere quella frattura tra fede e vita», ormai diventato un solco profondo da quando, nel 1932, il giovane Montini aveva profetizzato: «temo che la cultura italiana abbia già voltato le spalle a Gesù».

L’esperienza di fede comunitaria

Si parte subito con le domande. Simonetta osserva: «L’esperienza di fede non può che essere ecclesiale, ma è molto forte la tentazione di un vissuto di fede individualista, specie nel Centro storico. Quali passi ci suggerisce per un maturo senso di Chiesa e di comunità?»; Daniele si chiede «Come declinare, nel contesto cittadino, le 4 caratteristiche descritte negli Atti 2, 42-47, per costruire qui e oggi la parrocchia?».
Dall’espressione “esperienza della fede” muove la riflessione del Cardinale. «Come dice papa Benedetto e ripete papa Francesco, il cristianesimo non è, all’inizio, una dottrina o una morale, ma l’incontro personale con Cristo che apre l’intero orizzonte della realtà. Gesù incontrato dà origine a uno stile di vita che ha a che fare con tutto, la vita, la morte, la costruzione di una città giusta carica di amicizia civica, il rapporto con i beni e il denaro. Occorre ritrovare la fede come esperienza reale. Il nostro è ancora un cristianesimo di popolo: anche se non lo è più dal punto di vista sociologico, sono tanti i fratelli che hanno smarrito la strada di casa, ma che ci attendono. Se il Cristianesimo è esperienza, non può essere individualistica, prima di tutto perché il Signore ha detto, “Quando vi riunite io sono in mezzo a voi” e “Fino all’ultimo giorno sarò con voi”».
Da qui la forza formidabile del realismo cristiano che offre significato pieno alla relazione. «Non c’è la persona e, poi, i rapporti, ma le due dimensioni vanno inesorabilmente insieme. Per questo l’esperienza cristiana non può che essere comunitaria e il Cristianesimo vive in maniera compiuta solo se non valorizza la persona immersa nella comunità. La complessità del centro di Milano rende forse le cose più difficili, non toglie la sostanza che la Chiesa è».
In tale logica, suggerisce Scola, si capisce anche come declinare i 4 “fondamentali” – identificati dagli Atti come caratteristiche del prima Comunità primitiva e attualizzati nella Lettera Pastorale “Alla scoperta del Dio vicino”–, la liturgia vissuta e illuminata dalla Parola di Dio, un’educazione costante a pensare come Gesù, un’educazione al gratuito per imparare ad amare e, infine, la comunicazione con semplicità di ciò che si vive. «Questo fa la parrocchia e noi dobbiamo avere più coraggio nel testimoniarlo».

Proposte pastorali adeguate all’oggi e comunicazione nella Chiesa

Si prosegue con Guido che si interroga su un ripensamento delle proposte alla ricerca di una forma di azione pastorale che sappia adeguarsi ai ritmi di vita quotidiani e su cosa fare per la formazione corresponsabile dei laici». Davidia affronta il nodo complesso della «comunicazione nella Chiesa».
«Quest’ultimo è il tema che cosiddetti linguaggi, di come parlare soprattutto ai giovani o alla generazione di mezzo che è la più provata perché, pur non essendo pregiudizialmente contraria, ma non vede più il nesso tra la fede e la vita di tutti i giorni», sottolinea l’Arcivescovo che mette in guardia dall’«inventare strategie a tavolino» e da fenomeni della nuova comunicazione come la post-verità.
«Se, invece, sperimentiamo la vita comunitariamente, la comunichiamo. Poi, troveremo il linguaggio per farlo, ma non il contrario. Voi siete il cuore pulsante della metropoli e la questione dei ritmi è cruciale. Si può chiedere l’Eucaristia domenicale (che non può essere un gesto devozionale), domandare qualche passaggio nei momenti forti, qualche sacrificio, ma soprattutto si deve testimoniare come investire la realtà quotidiana. Il “per Chi” si vive e già vivere la fede. Non si può ridurre la parrocchia a un’agenzia di servizi e non è necessario moltiplicare le iniziative»
Semmai il punto cruciale è quello di una formazione in progress. «La nostra tentazione è di rifugiarci dietro le parole: certo, le lezioni sono utili, ma la vera formazione è nell’ordine della testimonianza vitale».

Ricchezza della Chiesa e povertà evangelica

Infine, Aline: «Molte persone hanno l’immagine di una Chiesa ricca. Quale coerenza istituire tra la povertà evangelica e il patrimonio ecclesiastico? Come educare la gente a vivere i beni della Chiesa come ricchezza comune?». Ultima domanda da don Renato: «Qui ci troviamo a svolgere il nostro Ministero in un mondo ricco e borghese. Vale ancora l’aforisma di Charles De Foucauld, “Gesù non respinge i ricchi, ma rifiuta di condividere le loro ricchezze?».
«La modalità con cui il Santo Padre è entrato in questi problemi ci mette davanti la natura della vocazione cristiana che inizia con il rifiuto radicale del principio di esclusione. Partire dal povero è questione sostanziale», chiarisce il Cardinale.
«Occorre la proporzione dei mezzi ai fini, perché la ricchezza è un mezzo. Se indeboliamo la nostra vita comunitaria e personale di fede si comprenderà sempre meno. Vediamo, ad esempio, le lunghe code per entrare ai Musei o in Duomo. È un bene, ma siamo ancora in grado di far comprendere da dove nasce l’arte sacra e che cosa vuole dire? Come è inserita in un luogo cristiano?». «Tutti noi dobbiamo sentire il pungolo per una vita povera in senso sostanziale e sobrio, ma non possiamo imporre niente, semmai possiamo non invidiare ciò che posseggono i ricchi e condividere con i più bisognosi. Se uno ha di più ha il dovere di condividere: io posso richiamarlo a questo, ma ognuno, in libertà, farà ciò che crede Una Chiesa povera per i poveri e la personale esperienza di sobrietà si realizza nel distacco dai beni».

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