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Un Triduo all’insegna della contemplazione:
icone da contemplare, da amare, da custodire nel cuore…

L’icona di un volto: il volto “ospitale” di Gesù che, nel Cenacolo,
lava i piedi ai suoi discepoli e li contempla mentre spezza il pane per loro…
Gente che solo faticosamente comprenderà,
– attraverso ore di smarrimenti e tradimenti, fughe e rinnegamenti –
il significato del perdersi, donando corpo e sangue,
perché tutti possano trovare la tavola imbandita, sempre…
Un volto “ospitale” che non giudica, che non esclude, che condivide
e che ama sino alla fine, il volto ospitale di Gesù!

L’icona di un grido: un grido che nasce da braccia spalancate…
L’Uomo sulla croce è lì, capace di accogliere tutti
– anche il ladrone che arriva all’ultima ora – per donare a tutti una nuova libertà:
liberi dalla vendetta e dalla gelosia, liberi dalla malignità e dalla violenza,
la libertà di un uomo inchiodato, il grido libero di Gesù!

L’icona di un silenzio: il sabato – lo shabbat del riposo antico –
il giorno in cui Dio voleva dilettarsi e gioire con la sua creazione,
il sabato dove il silenzio sgomento dell’uomo che vede la morte di Dio,
si mescola col silenzio del seme che – caduto nella terra –
lentamente muore per far nascere – fatica gioiosa e incomprensibile –
una nuova vita…
Il silenzio di un uomo sepolto per la nascita, il silenzio fruttuoso di Gesù!

L’icona di una luce: luce per occhi che non ce la fanno più a stare nell’oscurità,
che non possono più sopportare il buio pesante che copre ogni cosa
e che, all’improvviso sono quasi accecati da un fuoco,
vittoria sull’angoscia del buio…
Una luce per chi ha smarrito il cammino, per chi ha perso la memoria
e non sa più il senso della propria vita: dove vado? da dove vengo?
dove cammino, sepolto in questa solitudine indifesa?
Luce che accende consolazione e fiducia, luce che apre a parole fraterne…
Luce che fa scoprire acqua zampillante e viva,
acqua di battesimo, nuovamente scoperto e vissuto…
Luce che fa apparire la tavola imbandita,
una tavola apparecchiata per tutti, cena offerta a tutti: per la vita del mondo,
Una luce che guida senza mai accecare, la luce incoraggiante di Gesù!

Icone ormai contemplate e amate: buona Pasqua! Custodiscile nel tuo cuore!

don Enrico

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Meditazione tratta da “Ritrovare se stessi” di C.M. Martini

Nella Domenica delle Palme viene letta una pagina tratta dal vangelo secondo Giovanni:

«La grande folla che era venuta per la festa» – la festa della Pasqua ebraica – «udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: “Non temere, figlia di Sion! / Ecco, il tuo re viene, / seduto sopra un puledro d’ asina”. Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto» (12, 12-16).

Può sembrare strano cominciare con un’acclamazione a Cristo come vincitore e come re, ma la liturgia non conosce la malinconia. L’evento della passione è di fatto una vittoria, perché ormai Gesù ha vinto la morte e ne ha superato la paura. Ciò spiega perché lo contempliamo mentre entra deliberatamente e coraggiosamente nella città che trama contro di lui.
L’episodio riportato dal vangelo di Giovanni indica chiaramente la circostanza: la folla è venuta a Gerusalemme per la festa ebraica di Pasqua che si celebrerà tra pochi giorni.
I soggetti del racconto sono tre: la folla, appunto, Gesù, i discepoli.
– La folla, assai grande, è composta di gente buona, semplice, devota; gente che si è recata nella città santa in anticipo proprio per “purificarsi”, cioè per vivere la Pasqua con purità cultuale, rituale e morale.
Questa gente soffre per i mali di sempre, per i mali di tutti i tempi: le malattie, la povertà, la disoccupazione, i drammi delle famiglie. Soffre inoltre a causa dell’ oppressione politica del proprio paese, dell’ oppressione fiscale eccessiva, delle tante corruzioni e ruberie che contaminano la terra. E la sofferenza la porta ad aspettare qualcosa di più e di meglio, a guardare a ogni evento nuovo con speranza; perciò è pronta a entusiasmarsi.
La notizia – riferita nel vangelo di Giovanni al capitolo Il – che Gesù ha risuscitato l’amico Lazzaro non può non riaccendere i sogni messianici e la voglia di rivedere Gesù che da qualche tempo si era ritirato e non si mostrava in pubblico.
E, a un tratto, la folla viene a sapere che Gesù salirà a Gerusalemme per la festa. Altre volte era stato nella città santa, ma questa sua venuta, che sarà l’ultima, costituisce un gesto ardito, audace, carico di pericoli. Pochi giorni prima l’apostolo Tommaso, sentendo che Gesù intendeva recarsi a Betania che si trova sulla strada verso Gerusalemme, aveva esclamato: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Giovanni 11, 16), perché comprendeva che la vicina città era gravida di minacce per il Maestro. Eppure Gesù arriva, sfidando l’ordine dato dai sommi sacerdoti e dai farisei di denunciare la sua presenza così che potessero prenderlo.
Egli dunque accetta il pericolo, e la folla al vederlo si commuove, gli corre incontro con entusiasmo e con rami di palma. La palma, fin dall’antichità, è segno di vittoria, e veniva agitata in qualche festa ebraica per acclamare Dio, il Dio del cielo e della terra, il Dio che salvava il suo popolo.
Ora questa festa è improvvisata dalla gente lungo le strade, in onore di Gesù che ha fama di essere il rappresentante di Dio: «Osanna!», che significa: «Dona, Signore, la tua salvezza, la tua vittoria»; e poi: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».
L’accoglienza fatta a Gesù, l’acclamarlo come re e Messia, non è una semplice esaltazione religiosa; è un preciso riferimento alle attese culturali e sociali della gente che non ha paura di osannarlo pubblicamente, nella capitale, sotto gli occhi delle autorità perché è ormai stanca di una politica fatta sulla sua pelle da uomini lontani; vuole qualcuno a cui poter dare piena fiducia.
– Che cosa fa Gesù? Non si sottrae a questa manifestazione, come invece si era sottratto in Galilea, dopo la moltiplicazione dei pani, quando erano venuti per proclamarlo re.
Egli esprime un gesto di umiltà, senza parlare, senza dire nulla: invece di entrare in città a piedi, sceglie di montare sopra un asino, l’animale più umile che ci sia, un animale di servizio, per far capire che la sua non è una regalità di guerra o di dominio, bensì di servizio.
– I discepoli però «non compresero». Da un lato Gesù non spegne l’entusiasmo della folla, come loro potevano pensare avendolo già visto altre volte fuggire; dall’altro lato Gesù non si concede a tale entusiasmo. Forse qualche discepolo sperava che cogliesse l’occasione per mettersi a capo di un movimento popolare e restaurare il regno di Israele contro i nemici. Gli apostoli intuiscono, in modo generico, che nella vita di Gesù ci sono due parti: nella prima agisce, compie gesti di liberazione dell’uomo, guarisce, opera miracoli, vince le potenze avverse. E la parte che piace anche a noi, che ci avvince e che ci sembra di capire. In una seconda parte – che inizia con la Domenica delle Palme – Gesù non fa nulla per l’uomo, non compie miracoli, non pronuncia discorsi, non si difende.
Infatti, egli accetta il senso religioso dell’ entusiasmo della folla che lo acclama, non il senso politico, e opera un attento discernimento che gli apostoli non comprendono. Soltanto più tardi capiranno che entrando a Gerusalemme quel giorno Gesù si era mostrato Re messianico, Signore della storia, però Signore umile e servitore dell’umanità.
È molto importante osservare che Gesù entra in Gerusalemme come un uomo libero, disteso, sciolto, sereno. Libero perché non ha condizionamenti umani, non teme nessuno, nemmeno la morte; la sua è quella sovrana libertà che tutti vorremmo avere. Essere liberi di essere davvero ciò che siamo, nella verità di noi stessi: non avere paura per ciò che altri possono dire o fare di noi. Soltanto un’ esistenza libera è capace di amare, di dedicarsi e di donarsi.
Il mistero di Gesù che si va svelando, mistero di umiltà, di sofferenza e poi di gloria, è anche il mistero della nostra vita, se lo accogliamo e quindi lo sperimentiamo a poco a poco.
È il mistero – come dice san Paolo – «nascosto a tutti i potenti di questo mondo; altrimenti non avrebbero crocifisso il re della gloria».
È il mistero – come dice l’evangelista Matteo – «rivelato ai piccoli e ai semplici», a coloro che si trovano in situazione di sofferenza e di oppressione e che percepiscono qual è il vero volto di Dio.
Ma il discorso della passione e della croce, realtà inevitabile nella vita di ciascuno, non costituisce né il primo né l’ultimo passo: sta in mezzo a due momenti positivi di inizio e di conclusione, di creazione e di definitiva salvezza. La croce non è l’ultima parola e per questo è possibile essere nella sofferenza e contemporaneamente nella gioia.

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Chi è Dio?


Ancora una volta la Domenica delle palme interpella i cristiani:
al cuore della loro fede c’è uno scandalo, una follia, quella della croce…
Il Gesù che entra a Gerusalemme non è un capo politico potente,
o un atleta vittorioso, una stella dello spettacolo, è un uomo pronto a morire!
Nel vangelo c’è il paradosso del mostrare l’entrata gioiosa del Messia sull’asino
e, subito, farci entrare nel dramma di un processo in cui lo si vede condannato,
giudicato dai potenti coalizzati e abbandonato dai suoi amici…

L’avventura umana di Gesù è vissuta nel dono, fino alla fine,
il servo spogliato, che dà la sua vita sulla croce: è lui il Cristo e il Signore,
il volto tumefatto di questo servo ci fa contemplare il volto del Dio vivente…
Quando ci immaginiamo Dio, è facile pensare alla sua potenza e alla sua forza;
qui, al contrario, lo si scopre nella debolezza e nel servizio…
Una stupefacente inversione di prospettive che, fin dalle sue origini,
è stata difficilmente accolta ed accettata…
E noi siamo chiamati al superamento della nostra religiosità infantile:
è una vera conversione che, se ci può portare alla commozione,
nello stesso tempo ci spaventa, perché mette in discussione i nostri valori…

Qui si scopre che l’impegno, il dono per gli altri
non è soltanto una buona intenzione o un volontarismo cieco:
si tratta di una vita nuova, che fa nascere un dinamismo spirituale nuovo…
L’umano ed il divino si incontrano e fanno alleanza,
si illuminano reciprocamente nella figura di Gesù servo
ed in una vita alla sua sequela, segnata dalla compassione e dalla fedeltà…
Se Dio, allora, non è l’onnipotente che tutto risolve con un miracolo,
viene spontaneo domandarsi: chi è Dio? chi è il nostro Dio?…

La Parola proclamata nella liturgia di questa grande e santa Settimana
ci inviterà a rimetterci al lavoro per riscoprire il volto autentico di Dio…
Nel dramma del giusto condannato, nell’umanità che si fa umile servizio,
nell’immagine della divinità che si lascia oltraggiare
ci vengono offerti bagliori che sanno guidare ben più di una luce che invade…
Al cuore della fede cristiana c’è il mistero di una caduta che conduce alla gloria,
quel mistero pasquale che interpella i secoli e giunge fino a noi…
Ai piedi della croce, un centurione proclama che Gesù è il Figlio di Dio
mentre ha, dinanzi a lui, soltanto un uomo spogliato di tutto…
Le grandi liturgie che stiamo per celebrare ci attendono:
attendono per invitarci a ripetere il grido di fede di questo pagano,
un grido che conserva, ancora oggi, tutta la sua stupefacente novità…

don Enrico

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Qualcuno chiederà spiegazione di questo titolo; chi sono le Ausiliarie Diocesane?
Rispondiamo con le loro parole:

“Siamo donne consacrate. La nostra forma di speciale consacrazione a Dio e ai fratelli nel sevizio alla Chiesa diocesana e al suo pastore è propria della Chiesa ambrosiana.

Negli anni in cui la Chiesa vive l’intensa stagione del Concilio Ecumenico Vaticano II, con la valorizzazione delle Chiese particolari e dei vari carismi e ministeri che la arricchiscono, nella Diocesi di Milano alcune giovani donne iniziano esperienze di dedicazione alla Chiesa locale e di vita comune.

In questo periodo l’Arcivescovo di Milano, oggi il Santo Papa Paolo VI, così scrive a don Giuseppe Zanoni, padre spirituale del Seminario diocesano:

“Penso a quelle benedette donne del Vangelo che ebbero la somma ventura di incontrare per prime il beato annunzio della risurrezione del Signore, e per prime lo diffusero fra i discepoli di Lui; e penso che la nostra diocesi ha bisogno di donne consacrate, che si offrano per il servizio pastorale nelle Parrocchie (1961).”

Da quello spunto prese forma l’Istituto.

Presso la nostra comunità, già da diversi anni, la pastorale giovanile è stata sostenuta dalla presenza delle Ausiliarie Diocesane: prima con Susanna ed ora con Roberta.
Dopo la costituzione della Comunità Pastorale Santi Profeti abbiamo accolto stabilmente nei locali di San Babila le consacrate; sono in tutto cinque e svolgono la loro missione in diverse realtà della chiesa milanese.
Con gratitudine per il prezioso servizio auguriamo un felice anniversario a Roberta e alle altre consacrate e ci uniamo nella preghiera per un sempre rinnovato slancio apostolico.

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All’incontro che si è tenuto ieri sera, venerdì 12 Aprile, in San Babila, abbiamo vissuto l’emozione di raccogliere insieme le impressioni sul video che ha aperto l’intervento sulla figura di papa Francesco guidato da mons. Francesco Brugnaro. Abbiamo contemplato l’icona del pastore che si china in ginocchio, a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan perchè «il fuoco della guerra si spenga una volta per sempre» nel Paese africano.

Abbiamo ascoltato le parole di papa Francesco: «A voi tre che avete firmato l’accordo di pace vi chiedo, come fratello, rimanete nella pace. Lo chiedo col cuore: andiamo avanti, ci saranno tanti problemi, ma non spaventatevi. Andare avanti, risolvere i problemi. Voi avete avviato un processo, che finisca bene! Ci saranno lotte tra voi ma queste siano dentro all’ufficio. Davanti al popolo le mani unite! Così da semplici cittadini diventate padri delle nazioni. Permettetemi di chiederlo col cuore, con i miei sentimenti più profondi».

Don Francesco, nel suo discorrere familiarmente con i presenti, ci ha delineato una figura di papa autenticamente dedicato all’annuncio del Vangelo e alla continua ricerca di una Chiesa “povera” (non solo di mezzi economici, ma ricca di un affidamento vero all’amore di Dio). Alcune citazioni di testi di papa Francesco e alcuni spezzoni del documentario di Wim Wenders (che già avevamo potuto ammirare nella proiezione per il nostro Decanato) hanno aiutato ad approfondire alcuni temi che spesso ascoltiamo in maniera troppo sbrigativa nei resoconti giornalistici.

Non potevamo avere un miglior occasione di riflessione, per entrare nella Settimana Autentica che oggi vive quasi un prologo, nel celebrare il Sabato “in tradizione Symboli”. È il giorno ricorda l’antico rito della Consegna (Traditio) del Simbolo della fede (il testo del Credo, sintesi di tutta la fede cristiana) ai Catecumeni, affinché potessero impararlo a memoria ed esprimere così la propria professione di fede prima di ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua.


Accogliendo la richiesta di approfondimento del magistero di papa Francesco,  si è deciso di organizzare un incontro per la Comunità (e di allargarlo al Decanato Centro) sulla figura di papa Francesco, affidandone la conduzione a mons. Francesco Brugnaro, arcivescovo emerito di Camerino e San Severino Marche.
L’appuntamento è per questo Venerdì 12 Aprile,  alle ore 19, dopo la celebrazione dei Vespri di Quaresima, in sala Ceriani (s. Babila), il tema sarà: il rapporto tra un Vescovo e il Papa, in particolare con papa Francesco.

Cercheremo insieme di comprendere quali relazioni si instaurano tra un vescovo diocesano e il papa ed anche di conoscere meglio il magistero di papa Francesco.

Nel corso dell’incontro  si potranno rivedere alcune scene del film di Wim Wenders “Papa Francesco. Un uomo di parola” già proiettato per le Comunità del nostro Decanato il 18 Febbraio scorso al Centro San Fedele.

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Con l’episodio di Lazzaro, in Giovanni, Gesù termina la sua vita pubblica,
e inizia il preludio della sua passione, con un miracolo: ultimo segno della luce,
ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce (Gv 3,19)…

Ormai la tensione era al culmine: Se tu sei il Messia, dillo apertamente (Gv 10,24)
e, quasi risposta estremamente chiarificatrice, Gesù resuscita Lazzaro…

Siamo al villaggio di Marta, donna attiva e sollecita, e di Maria, più contemplativa:
Lazzaro, loro fratello – il meno conosciuto dai lettori – è l’amico di Gesù;
le lacrime versate alla sua tomba sottolineano fortemente questa amicizia…
All’annuncio della malattia, Gesù ritarda a raggiungere Lazzaro,
– l’obbedienza alla volontà del Padre è superiore sempre alle scelte del Figlio –
perché questa malattia, precisa Gesù, è per la gloria di Dio;
lui sa bene che la resurrezione di Lazzaro, non sarà solo un momento di gloria…

Quando Gesù arriva a Betania (Lazzaro è sepolto già da quattro giorni),
è il momento del rimprovero umano al Dio silenzioso e assente,
Marta se ne fa portavoce e rimprovera: Se tu fossi stato qua…
È il bisogno, umano, della presenza del Maestro e della sua potenza miracolosa…
Gesù tenta di consolarla: tuo fratello risorgerà,
ma Marta pone le parole nella tradizione ebraica della resurrezione finale
e, allora Gesù dichiara: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me,
anche se muore, vivrà; anzi chi vive e crede in me non morirà mai…
Con la fede, siamo già entrati nel mistero della vita eterna,
e ora già viviamo di questa vita: la morte del cristiano non è più una vera morte!
E ci si porta dunque al luogo della sepoltura,
Gesù si manifesta allora come uno di noi, l’emozione lo vince e piange;
ma si rivela anche come Figlio di Dio nel suo abbandono senza misura al Padre:
la sua preghiera è talmente fiduciosa che già diventa azione di grazia…
Marta manifesta allora l’ultimo residuo di una fede acerba: Ormai puzza!
ma Gesù la riprende: Non ti ho detto che, se credi… vedrai…?
Il morto esce della tomba e Giovanni termina: Molti di loro credettero in lui…
Il racconto, quindi, non è altro che un richiamo della fede,
il verbo credere viene scritto ben otto volte…

Gesù compie il miracolo perché il mondo creda ed abbia la vita eterna fin d’ora…
Questa pagina di vangelo ci riporta su un cammino di vita
dove ciascuno deve allora chiedersi: Ma tu… credi?
A noi la risposta: per dire “io credo” e diventare autentici operatori di risurrezione
partendo dalle più concrete e piccole situazioni della vita quotidiana…

don Enrico

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Lasciarsi condurre dalle domeniche di Quaresima verso la nuova vita; i temi dell’acqua, della luce, come quelli di libertà e di schiavitù, di malattia e di guarigione, aprono la porta ad una meditazione troppo spesso disattesa e accantonata.
In aiuto al riprendere in mano i fili della riflessione profonda, ad accompagnare le stupende pagine del vangelo domenicale secondo Giovanni, ci vengono offerti due strumenti coerentemente adeguati: la musica con il canto e la poesia!

È quando ci viene proposto per domenica 7 Aprile, nella basilica di San Francesco di Paola; “Accomunato a noi che barcolliamo e cadiamo” è il titolo dell’evento.

Siamo particolarmente lieti di poter ascoltare i testi poetici che ci regala il nostro carissimo don Angelo Casati. Gli siamo veramente grati per il suo servire il vangelo con l’esempio di una vita spesa totalmente e con la sempre intensa parola di poesia.
Un grazie anche al coro polifonico di Busto Arsizio “Laus Deo” che completa con delicata interpretazione la gioia dell’ascolto.

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Un vero e proprio palcoscenico quello del vangelo di oggi,
un palcoscenico pieno di personaggi, di tensioni e ostilità,
dove giocano sapientemente squarci di luci e di ombre,
di parole di sofferenza e di esclusione, a fianco di tenerezze infinite;
un palcoscenico attraversato da un fiume di emozioni e di sentimenti…

E, su quel palcoscenico, noi vediamo rappresentato un dramma:
ma, lasciatemelo dire, il rischio è grande!
Grande è il rischio di ridurre tutto al dramma rappresentato e goduto:
ormai ci aspettiamo il dramma quotidiano,
più volte travisato e confuso con lo spettacolo,
evidenziato dalle parole, trasformato in una esibizione gloriosa,
spettacolarizzato spudoratamente, spesso mancante di rispetto per la persona…
Possono essere due bambini o due assassini,
una donna di spettacolo o una lite politica,
qualche turpiloquio esibito con la determinazione di sconcertare…
Ma, quando lo spettacolo finisce, noi ritorniamo alla nostra quotidianità,
senza che nulla sia mutato, senza una voce che sollevi e conforti,
senza una luce che dia vigore e luminosità nuova al nostro cammino…

Tuttavia, sul palcoscenico evangelico di oggi, si narra di un dramma diverso:
il dramma di un incontro e di una fede che nasce,
il dramma di chi crede ed è “buttato fuori”…
e, orgogliosamente – ma senza trionfalismi – difende il proprio credere…
Il cieco narra a tutti, quasi senza ancora saperlo,
che, se davvero incontriamo Gesù in profondità, nessuna cecità è inguaribile:
basta un incontro vero e sincero,
basta avere il coraggio di lasciarsi mettere sugli occhi un po’ di saliva,
basta che ci si lasci toccare in quelle profonde cecità che sono i nostri comodi…

C’è sempre, nella storia delle nostre tradizioni religiose,
chi crede di vedere, di sapere tutto:
tante persone che sono convinte di possedere la verità,
che presumono di capire tutto, e di conoscere tutto chiaramente e nitidamente,
che sanno persino chi è Dio, cosa pensa Dio, cosa vuole Dio…
Il cieco, col suo dramma, pieno di umiltà e di fierezza, di gioia e di ripudio,
ci insegna che è meglio aver il coraggio di scendere i gradini delle nostre altezze,
ci insegna che la ricerca della verità è sempre parziale e precaria,
ci insegna che chi crede ha bisogno di nutrirsi, quotidianamente, di umiltà
e che Dio è ancora altro, ben altro, e molto, molto al di là, del nostro pensare…

don Enrico

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È sua la scelta; mons. Delpini sente la responsabilità propria del vescovo: stare in mezzo al suo gregge, precederlo, seguirlo e accompagnarlo.
Episcopo, da cui l’italiano “vescovo” vuol proprio dire uno che si prende cura, qualcuno che sorveglia, che tiene d’occhio; il fatto poi che la sua sede è la cattedra cioè il luogo di chi orienta, insegna e guida, ci consegna l’immagine di come debba porsi chi è assunto in quel ruolo.
Delpini ha deciso di concretizzare il compito durante il tempo di Quaresima girando quotidianamente in qualche chiesa della città per salutare i fedeli e per pregare con loro.
Immaginiamo anche il suo sforzo, il suo darsi, la sua fatica.
Ci sembra un gesto molto bello; un gesto però che andrà a verificare, in base alla nostra partecipazione, quanto la figura del Vescovo sia considerata e quanta corrispondenza suscita presso la comunità.
È pertanto fondamentale l’appuntamento di venerdì 29 marzo 2019 alle ore 18,30 presso la basilica di S. Babila per la condivisione della preghiera del vespero.

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