L'ANTICO AFFRESCO DI "SANTA MARIA DE PASSIONE"

Tradizione vuole che nei terreni in cui sorgerà il complesso della Passione, nel ritmo lento della vita legato alla natura, fosse presente fin dalla metà del 1400, una cappellina, meta di pellegrinaggi popolari, che custodiva questa immagine affrescata di Maria con Gesù morto sulle ginocchia, icona della partecipazione di Madre alla Passione del Figlio.
Pare probabile che si tratti di quella ‘cappellam parvam’ a cui si riferì lo stesso fondatore Monsignor Birago nell’atto notarile del 1485, descrivendo le sue proprietà oggetto del legato a favore dei Canonici Lateranensi. L’effigie ispirò così la dedicazione.
Nel 1590, in seguito ad una testimonianza di miracolo, l’affresco venne traferito all’interno della Basilica, nella V cappella di dx, dove ancora si trova. Probabilmente in questo momento fu anche fortemente rimaneggiato.
Il culto di questa immagine, anticamente affidato alla Confraternita “S. Maria de Passione extra portam Tonsam”, continua ancora oggi, richiamando i fedeli all’altare dell’Addolorata, in particolare nel mese di settembre a lei dedicato.

Artista anonimo lombardo. Santa Maria della Passione, XV sec, affresco strappato. Basilica di S. Maria della Passione, V cappella dx

La testimonianza di miracolo

“Riferisco qui a proposito un fatto antico di cui è memoria in una vecchia carta dell’Archivio di Stato (cartella 309).
La mattina del giorno 25 agosto 1590, una fanciullina passando dietro al muro del giardino dei Canonici regolari della passione, arrivata là, dove era dipinta una immagine del Salvatore in braccio alla Madre, vide sangue alle piaghe di detta immagine e, toccando il sangue con un dito che di quello rimase intinto, corse a casa e raccontò il fatto ai genitori che erano a letto gravati di febbre. Questi sgridarono la figliola per aver toccato il sangue e, levatisi dal letto, corsero a detta immagine rimanendo all’istante sanati. Presto si sparse la fama del miracolo, e molta gente corse a venerare quell’immagine, di cui non pochi dissero di aver veduto il sangue, altri di averne ricevuta guarigione. Saputasi questa cosa anche dai Padri Lateranensi, questi ne avvisarono tosto il Vicario dell’Arcivescovo: il quale mandò alcuni preti di sua fiducia ad esaminare il fatto: ma costoro non trovarono traccia alcuna di sangue.
Continuando però il popolo ad accorrere, l’abate del monastero domandò alla Curia il permesso di trasportare detta immagine nella chiesa: e senz’altro aspettare, un giorno, senza suono di campane e senza pompa vi venne trasferita in una cappella.
Intanto la Curia proseguiva nelle sue ricerche per il processo canonico della cosa; e finiva per sentenziare essere falso il miracolo, minacciando nientemeno che l’interdetto della chiesa, qualora fra tre giorni di tempo detta immagine non venisse rimossa dalla medesima e collocata in luogo segreto ed impossibile a vedersi dal popolo.
La memoria non dice altro, né accenna se i Canonici abbiano ottemperato o meno alla disposizione della Curia. Ma giova ritenere di si, e che poi in seguito di tempo, cessato il primo entusiasmo del popolo, abbaino ottenuto il permesso di collocarla nella cappella dove si trova al presente”.

tratto da Elli, sac. Carlo, La chiesa di S. Maria della Passione in Milano: storia e descrizione (1485-1906), Bertarelli & C., Milano, 1906

La datazione

A quando risalga l’affresco, che forma ne assumesse la devozione, prima e contestualmente alla costruzione della basilica e del convento, ancora non è stato chiarito da storici e critici.
Certo è che, già nel 1456, esisteva una Confraternita di Santa Maria della Passione “extra Portam Tonsam” che, come sempre accadeva, si occupava dell’organizzazione delle funzioni e della custodia del luogo sacro, destinataria di una donazione da parte di un certo Gian Rodolfo Vismara.

La collocazione

Anche in merito alla collocazione dell’affresco non è possibile rintracciare una coerenza: se fosse stato situato in una piccola chiesa precedente o, forse, affrescato in un muro e protetto da una cappellina, come sembrerebbe nell’atto che descrive il miracolo, non è dato sapere. Di fatto in quest’ultimo si parla del muro perimetrale del convento, evidentemente esterno, e quindi accessibile alle persone, il che risulterebbe coerente con l’ordinanza della curia che intendeva eliminare proprio questa visibilità, probabilmente per il clamore suscitato e il conseguente fenomeno di pellegrinaggio popolare.

Il valore sociale

Da punto di vista sociale, si pone, simbolicamente, come forte collegamento a quell’originario piccolo germe di devozione popolare, a quanto pare diffuso nella zona, si ricordi infatti come in quest’area si rintraccino almeno altri due epicentri di devozione mariana, il cinquecentesco ed anch’esso prodigioso affresco di Santa Maria di Caravaggio, che si trovava dipinto in un muretto in fonto a Corso Monforte e poi verrà inglobato nella chiesa ominima costruita in seguito ad una grazia (vd. la sezione dedicata), e la forte devozione all’Addolorata praticata nell’antichissima San Romano, poi trasferita in San Babila che ancora oggi mantiene la cappella a Lei  dedicata.

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