La storia dell'Area Santi Profeti

Nel cuore del centro di Milano, in una zona densisissima di storia e di patrimonio artistico, l’area della Comunità Pastorale “Santi Profeti” integra le tre parrocchie di Santa Maria della Passione, San Babila e San Francesco di Paola, abbracciando un territorio che si estende dall’antica Porta Orientale, ora Porta Venezia, alla medievale porta Nuova, attualmente esistente,  per giungere alla purtroppo scomparsa porta Tosa, nella sua ultima collocazione sulla cinta spagnola dove oggi si apre piazza Cinque Giornate.

Intenso e suggestivo il collegamento con l’oriente che caratterizza l’area.  Fin dagli inizi del Cristianesimo, infatti, si hanno molteplici riferimenti e presenze che lo testimoniano, a partire dalla dedicazione delle chiese (San Romano, Santa Margherita, San Babila, San Damiano, Santo Stefano), molte delle quali oggi scomparse,  soprattutto in prossimità dell’antico Concilium Sanctorum, luogo di culto di santi e martiri orientali.

"SANTI PROFETI": L'EREDITÀ FRA STORIA E TRADIZIONE

La memoria di Sant'Ambrogio

La Comunità “Santi Profeti” mantiene viva nel nome la dedicazione donata da Sant’Ambrogio alla scomparsa Basilica di Sanctorum Omnium Prophetarum et Confessorum o Sanctorum Veteris Testamenti (poi San Dionigi), nel contesto del suo piano di riassetto topografico della città che partì dal “quartiere episcopale” per allargarsi, come in un grande abbraccio protettivo, alle zone suburbane. In seguito la denominazione si estese ad indicare l’intera area dell’antica Porta Orientale, oggi Porta Venezia.
Il nuovo programma, messo a fuoco nella famosa lettera alla sorella Marcellina (Ep. 20) nel 386, prevedeva la cristianizzazione della città attraverso la monumentalizzazione del centro e l’occupazione delle immediate zone suburbane con edifici di culto. Un intervento negli spazi pubblici cruciali della città che contribuì così a cambiare l’aspetto della Milano tardoantica, instaurando una nuova dimensione urbana di vita religiosa e civile destinata a durare nel tempo.

L’approccio urbanistico di Sant’Ambrogio, forte espressione di un sempre presente stretto legame fra la dimensione religiosa e quella civile, è frutto di una precisa concezione legata alla sua complessa personalità che armonizza il ruolo di funzionario pubblico a quello di vescovo.

Le quattro basiliche ambrosiane. Simboli paleocristiani di fede e protezione

Per la pianificazione del progetto, Ambrogio usa sapientemente la simbologia cristiana con il fine di collocare nei punti più importanti i complessi monumentali: “alle estremità dei bracci di una croce che idealmente si intersecano nell’area del quartiere arcivescovile, Ambrogio edifica quattro basiliche che segnalano a chi entra in Milano da uno qualsiasi dei punti cardinali, i modi della fede cittadina”1.

Le nuove basiliche vengono ubicate nelle aree degli antichi cimiteri cristiani, in corrispondenza delle principali strade di collegamento con l’esterno e battezzate con l’interessante intenzione di esprimere la peculiarità caratterizzante il culto della zona in cui venivano a sorgere:

Basilica Martyrum – S. Ambrogio – sulla via per Vercelli (ovest)
Basilica Apostolorum – S. Nazaro – sulla via porticata per Roma (sud)
Basilica Virginum – S. Simpliciano – sulla via per Como e Treviri (nord)
Basilica Prophetarum – S. Dionigi – sulla via per Bergamo e Aquileia (nord-est)

Molto interessante l’ipotesi che le stesse planimetrie si rifacessero a modelli diversi coerenti con le loro coordinate geografiche:

“Idea questa di un progetto unitario che prevedeva una diversificazione in ogni edificio evocante particolari modelli di planimetrie, riferiti a costruzioni che rappresentavano realizzazioni spirituali ideali, tramutate in forme simboliche. Tanto che se la basilica Martyrum guarda Roma, la Basilica Virginum a Treviri, quella degli Apostoli Costantinopoli, la chiesa del Salvatore può darsi che si ispirasse a prototipi palestinesi. E’ innegabile che un simile ipotetico, ma realizzabile progetto, accorderebbe perfettamente per definire la personalità di Ambrogio, sia dal lato culturale che religioso”.


1. AAVV, La città e la sua memoria – Milano e la tradizione di Sant’Ambrogio, Milano 1997.

RICERCHE E APPROFONDIMENTI

Porta Orientale e le origini del Cristianesimo

Sono due, nella zona di Porta Orientale, i siti principali collegati dalla tradizione agli albori della storia cristiana milanese:

La posizione dei due siti intorno al III sec d.C.

La basilica ambrosiana Sanctorum Prophetarum poi San Dionigi.
Era ubicata nella zona degli attuali giardini pubblici Montanelli, per la precisione più o meno in corrispondenza del Planetario

Il Concilium Sanctorum
Area cruciale situata nell’immediato fuoriporta rispetto alle mura romane, dove ora si trova la Basilica di S.Babila

Nel contesto dell’intenso culto delle reliquie promosso dallo stesso Sant’Ambrogio, entrambi i siti sono fortemente caratterizzati dal continuo riferimento a figure storiche di santi e martiri provenienti dall’Oriente (San Dionigi, San Anatalone, San Romano…), ricorrono inoltre i riferimenti all’importante leggenda risalente al cristianesimo primitivo collegata all’arrivo a Milano di S. Barnaba apostolo, il quale, attraverso la sua opera di evangelizzazione, avrebbe diffuso la fede cristiana a Milano già in età apostolica.

Fra realtà e immaginazione collettiva, in questi luoghi, fin dai tempi del primo Cristianesimo, scorrono veri e propri contenuti culturali e spirituali che influenzeranno fortemente la liturgia e la cultura ambrosiana. Questo legame continua infatti a tornare come tema centrale fondamentale fra studiosi e critici dal punto di vista storico e artistico e, evidentemente, si pone come trasversale a in tutti gli ambiti disciplinari.

San Dionigi intorno alla metà del 1500 nel famoso disegno dell’Anonimo Fabriczy

Nella fondazione della basilica dedicata ai Santi Profeti, probabilmente confluisce un orizzonte di senso collegato alla sua collocazione nell’area ‘orientale’ della città. E’ probabile infatti che la basilica sia stata dedicata ai santi e ai profeti dell’Antico Testamento per il profondo legame che il vescovo Ambrogio aveva sviluppato con l’oriente cristiano, in particolare con Costantinopoli e Antiochia. Vi si trovavano, infatti, le spoglie di santi e vescovi che avevano uno stretto legame con l’Oriente. Dal momento della fondazione della basilica in poi, tutta la vita religiosa della zona risulta impregnata di elementi e presenze che ne riconfermano questa peculiarità.

Purtroppo della costruzione originaria non rimane alcuna notizia, essendo stata più volte distrutta e ricostruita a partire dal IX secolo e poi definitivamente demolita nel XVII secolo per far spazio ai giardini.
La stessa origine è dubbia: la denominazione riportata da Galvano Fiamma nelle Cronache risalenti all’inizio del XIV sec, che confermano la fonte della seconda metà del XIII sec. di Goffredo da Bussero, farebbe presupporre la costruzione ex novo della basilica da parte di Sant’Ambrogio2. Seconda ipotesi proviene invece dal Torre che ipotizza l’ampliamento di una chiesa preesistente eretta in ricordo della predicazione di San Barnaba. Il collegamento alla leggenda di San Barnaba troverebbe riscontro nella presenza di una lapide molto significativa posta nel mezzo della navata della chiesa, risalente però alla sua seconda ricostruzione3.


2. Altra fonte importante di carattere popolare è il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, scritto all’inizio del Trecento

3. “Nell’822 la basilica fu ricostruita dal vescovo Anguilberto I e da lui dedicato al santo vescovo Dionigi, esiliato dall’Imperatore Costanzo II e morto in Cappadocia”. Vi conservavano infatti le spoglie del santo, “richieste dal vescovo Ambrogio a San Basilio, vescovo di Cesarea e, ricondotte a Milano da Sant’Aurelio” egli stesso poi sepolto in basilica. Alle reliquie di Dionigi e Aurelio, successivamente si unirono quelle dei martiri Canziani, tutte custodite nella stessa “arca di porfido antica, trasferita in Duomo nel 1528 dove funge da vasca battesimale” in seguito alla devastazione da parte dei Lanzichenecchi nel 1527. Anche di quella basilica medievale non ci rimane traccia in quanto fu abbattuta da ferrante Gonzaga nel 1549 durante la costruzione delle mura spagnole. Venne rifatta mantenendo soltanto il campanile originale, “su disegno del Pellegrini (Malaguzzi Valeri) che progettò un chiesa a tre navate con otto cappelle laterali e coperta a volta. Quest’ultima fu nuovamente demolita per far spazio ai giardini pubblici nel 1783”.

San Barnaba. Originariamente chiamato Giuseppe di Cipro (I sec. d.C.), è stato un apostolo, tradizionalmente considerato il primo vescovo di Milano. È venerato come santo dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa. La sua ricorrenza si celebra l’11 giugno.

Da quanto stima il Calderini, la diffusione della narrazione che riconosce l’origine apostolica e la fondazione della sede episcopale all’evangelizzazione della città da parte dell’apostolo Barnaba4, anche se l’origine in parte risale a tempi più remoti, non dovrebbe essere antecedente al sec XI5.
Certamente il tessuto della tradizione accoglie diverse versioni della leggenda, ma così come venne tramandata dalla memoria popolare la leggiamo nella sua massima elaborazione nello Zodiaco di Placido Puccinelli che risale alla metà del XVII sec. Egli racconta che il santo, giunto nel suburbio di Porta Ticinese, si disponeva ad entrare in città, ma Anatalone e Caio, i due futuri vescovi, lo dissuasero, mostrandogli un decreto scolpito sulla porta per opera di M. Marcello, che imponeva a chi entrava l’omaggio a Mercurio:

“fatta riflessione nell’inscrittione dell’editto (Barnaba) non entrò nella città, ma calcò il suolo contro la muraglia portandosi verso la porta Hora detta Nuova, e discostatosi circa un miglio fermossi in un ameno prato, dove di presente è la chiesa di San Dionisio, ed il Lazzaretto, veduto da alcuni milanesi, tirati dalla curiosità dell’habito apostolico, et per il Vessillo della S.Croce che in mano teneva, lo seguitarono. Qui trovò una pietra rotonda a guisa di picciola mole nel mezzo perforata dove eresse la santa Croce, e ciò successe il terzo decimo giorno di Marzo; qua concorrono in tal giorno la nobiltà e plebe d’ogni sesso et età per divotione et memoria verso l’apostolo; la detta pietra si conserva nel mezzo della Chiesa di San Dionisio coperta e difesa da una ferrata, et in marmo bianco sono intagliati questi caratteri:
IN HOC ROTUNDO LAPIDE ERECTUM FUIT VEXILLUM SALVATORIS A SANTO BARNABA APOSTOLO ECCLESIAE MEDIOLANENSIS ECCLESIAE FUNDATORE, UT SCRIPTORUM AUCTORITATE ET VETUSTO POPULI HUC CONFLUENTIS TERTIO DECIMO DIE MARTII TRADITIONE COMPROBATUR.
Qua l’Apostolo diede principio alla predicazione, ecc.”6.

Come anticipato le versioni delle leggende si intrecciano, integrandosi in una unica vicenda che vede i due siti, San Dionigi e Concilium Santorum coinvolti contestualmente nell’arrivo di San Barnaba e nella fondazione del Cristianesimo a Milano.
Come documenta Enrico Cattaneo negli Atti della Visita Pastorale alla basilica di San Babila del Card. Federico Visconti, compiuta il 1 febbraio 1683, che rielabora la leggenda o fa riferimento ad altre versioni circolanti, la porta da cui San Barnaba tentò di entrare non sarebbe la Ticinese ma proprio porta Orientale, posta sulla cinta muraria romana, in cui era presente l’idolo del dio sole, motivo quest’ultimo che torna spesso anche nella immaginario collettivo collegato al sito.

“Il 1° febbraio 1683 giungeva a San Babila per compiervi la Visita Pastorale l’Arcivescovo Card. Federico Visconti. Il cancelliere Arcivescovile volle informare circa le origini e le vicende della chiesa e così scrisse negli atti ufficiali: “Questa chiesa di San Babila è antichissima: di essa autentici monumenti conservati nell’archivio di questa illustre città di Milano attestano che fu edificata circa l’anno 46 sopra le rovine del tempio dedicato al sole, principe dei pianeti. L’apostolo S. Barnaba, venuto allora a Milano per predicare il Vangelo, temendo d’entrare per la porta della città, che era allora vicina al sopradetto tempio, e non volendo prestare all’idolo del sole il culto imposto dall’imperatore a quanti entravano, ritornò sui passi fino al luogo detto poi S. Dionigi, dove il primo piantò la santa Croce e convertì colla predicazione molte genti, confermandole nella fede cristiana. Quel concorso di popolo lo rese animoso e si portò di nuovo alla porta della città, consacrando a Dio Ottimo e Massimo il tempio del sole, ed ivi a consolazione dei fedeli e per stabilirvi maggiormente nella fede celebrò la prima S. Messa. Questa prima casa di Dio, in questa città di Milano, fu da S. Barnaba, primo Pastore, destinata a nutrire con cibi spirituali il nuovo gregge di Cristo. Quanti egli andava rigenerando a Dio col Santo Battesimo nel luogo detto di S.Barnaba presso S.Eustorgio, là dove esiste col fonte battesimale una cappella dedicata al medesimo Santo, tutti rinviava a questa prima chiesa, perché venissero confermati nella fede con esercizi spirituali. Questi furono gli inizi della nascente Chiesa Milanese. In questa prima chiesa ebbero sepoltura i primi fedeli e in essa si conservò il sangue di molti martiri: fu perciò questa chiesa di S. Babila chiamata Concilio de’ Santi7, come fanno fede i sopracitati monumenti e i libri della Litanie triduane di questa Chiesa Milanese”8

Nella chiesa di S. Maria del Paradiso in corso di Porta Vigentina si trova la famosa pietra del Tredesin de Mars, reperita nel cimitero di Porta Orientale presso S. Dionigi e qui inserita nel pavimento della navata centrale. Si tratta di una ruota di pietra, con un buco in mezzo, dal quale si dipartono tredici raggi. Doveva essere una pietra tombale, perché il foro nella pietra è detto in Oriente “porta della liberazione”, dalla quale passa l’anima del defunto. La pietra entrò nel culto cristiano grazie all’associazione con l’agiografia di S. Barnaba e con la festa del Tredesin de mars (festa del 13 marzo). http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LMD80-00324/

Questo suggestivo richiamo alla tradizione mette in evidenza come la leggenda, seppur definitivamente dichiarata infondata dagli storici a partire dalla fine del ‘8009, abbia sempre mantenuto una centralità nella storia della Chiesa milanese, soprattutto nei rapporti con Roma, e sia stata, a più riprese, affermata come vera o legittimata da storici e religiosi10, al punto di mantenere la data del 13 marzo, indicata nell’iscrizione, come festa cittadina, ricorrenza ancora viva e celebrata11.
La “pietra rotonda” a cui si fa riferimento, dove il santo avrebbe piantato la croce, prima appunto custodita in San Dionigi, ora si trova nella chiesa di Santa Maria del Paradiso, ed è fulcro dei festeggiamenti proprio nel giorno della festa dedicata: “el tredesin de marz”.


4. Sulla leggenda di San Barnaba, oltre alle autorevoli fonti indicate dallo stesso Calderini, a partire dal suo testo Alle origini di Milano Cristiana, Milano 1933, al quale affianca alcuni articoli tra i quali B. Catena, Cenni storico-critici intorno l’origine della Chiesa Milanese e gli scrittori che di essa ragionarono (1843) e Duchesne, Saint Barnabè, Paris-Rome 1892, segnaliamo il più recente testo di Paolo Tomea, Tradizione apostolica e coscienza cittadina a Milano nel medioevo: la leggenda di San Barnaba, Vita e Pensiero, 1993.
Infine, per una efficace sintesi alla luce di questa approfondita ricerca ed altre significative rivalutazioni critiche sulle più significative motivazioni storiche che dettero impulso alla leggenda, si veda l’articolo di Luca Frigerio, San Barnaba l’apostolo. Come e perché nacque una tradizione che voleva fare di Milano la seconda Roma, in www.incrocinews.it, anno 4- n.1/2008, 5-11 Gennaio.

5. Aristite Carderini, La zona di Porta Orientale in età romana. In AA.VV. San Babila, Milano 1952

6. Ivi, pag 28-29. Per la dicitura dell’iscrizione vedi anche: Vincenzo Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano dal secolo VIII ai giorni nostri, 1889-1893 vol. V pag. 105

7. In realtà è stato poi dimostrato che quell’antica cappella fosse meglio identificabile con la costruzione della ben più antica San Romano, coerentemente con i rilievi archeologici e le caratteristiche della planimetria. Rimane comunque un punto critico aperto, nonostante la questione sia stata affrontata e sviscerata da Enrico Cattaneo nel suo saggio Il santo e la basilica, in AA.VV., La basilica di S. Babila: (Concilium sanctorum, San Romano), Milano 1952

8. Ivi, pag 50

9. Alla fine dell’800 dal punto di vista storico questa leggenda viene considerata infondata (Ratti; Savio; Galli; Pellegrini), ne rimane comunque una memoria che per secoli ha funzionato come forte elemento di identificazione culturale e spirituale.

10. Si rinvia nuovamente all’esauriente studio di Paolo Tomea, Tradizione apostolica e coscienza cittadina a Milano nel medioevo: la leggenda di San Barnaba, Vita e Pensiero, 1993

11. El Tredesin de Marz, preannuncia la primavera e viene vissuta come “Festa dei fiori”.

Nella ricca tradizione in cui si convoglia la letteratura inerente all’origine del cristianesimo a Milano, si rintracciano altre leggende, alquanto articolate, che si riferiscono alla presenza in zona orientale dei primi insediamenti cristiani, in particolare nell’area Concilium Santorum, in seguito identificato con l’antica chiesa di San Romano che si trovava dietro alla più giovane basilica di San Babila, la quale, con il tempo, ne assorbirà il culto e la memoria oscurandone un po’ il ricordo.
Si tratta di un luogo di culto riconosciuto, fin dalle origini, molto importante per la storia cristiana della città. Resterà per secoli collegato a delle principali funzioni ecclesiastiche, dall’elezione del vescovo agli incontri del sinodo.

Cerchiamo ora di sciogliere questa matassa e capire quali sono le storie più significative collegate alla zona di Porta Orientale che, con l’andare del tempo, hanno contribuito a donarle un certo carisma al punto di rintracciarvi un’“area sacra” e collocarvi la prima sede cristiana .

Elenchiamo qui le più significative:

  • La messa di San Barnaba

Nell’Atto della Visita Pastorale del Card. Federico Visconti, redatto dal cancelliere Arcivescovile, riportato sopra, si accenna ad una messa celebrata da San Barnaba, databile nel 52 d.C, in un sito non specificato fuori Porta Orientale. Anche se non è possibile fondare in nessun modo tale affermazione, come si può dire per la stessa venuta a Milano del santo, pare comunque interessante rilevare che il luogo, allora sicuramente un campo o comunque uno spazio scoperto, coincida con il sito che verrà poi intitolata a Concilium Sanctorum. Proprio qui sorgerà una sorprendente concentrazione di edifici sacri, a partire, secondo le ipotesi però meno fondate, dai primi decenni del V secolo, in epoca paleocristiana.

  • Ipotesi sull’origine paleocristiana del sito

A testimonianza di una supposta origine paleocristiana presente nella tradizione, rimane forse una pietra che potrebbe essere stata collocata nel pavimento di San Romano in corrispondenza dell’arca funeraria interrata che accoglieva le reliquie dei santi e martiri. Gli studi specifici di questo cimelio, che ora si trova nel cortiletto interno di San Babila, ne hanno sicuramente riconosciuto l’importanza ma non hanno potuto concludere nulla di certo e documentato.

  • Le reliquie del primo vescovo di Milano Anatalone

Tra le reliquie depositate nell’antica cappella Concilium Sanctorum, erano presenti anche quelle o di Anatalone, come gli altri di origine orientale, figura avvolta da una trama leggendaria. Secondo le più antiche fonti risalenti al VIII sec., egli fu discepolo di San Pietro e primo vescovo di Milano nella seconda metà del I sec. Un’altra tradizione collegata alla leggenda sopra citata, lo vuole invece successore di San Barnaba già presente a Milano. Nell’elenco dei Vescovi milanesi egli compare al primo posto ma le datazioni sono state messe in discussione. Attualmente l’Archidiocesi di Milano riconosce ufficialmente la versione che colloca nel III secolo il suo episcopato.
Le reliquie di Anatalone, forse delle bende di lino venute a contatto con il suo corpo, vennero richieste da Milano a Brescia dove si trovavano solo nel V sec. In seguito fra il X e XI nella Basilica di San Babila, ancora si celebrava simbolicamente la sua deposizione.

  • Il vescovo Marolo

Fra le altre viene documentata la leggenda di una più antica edificazione della Concilium Sanctorum da parte del vescovo Lorenzo I (489-511) per accogliere le reliquie portate a Milano dal precedente vescovo orientale Marolo, confortata però soltanto da un testo del cronista milanese Landolfo Juniore (prima metà sec XII), tende anche ad identificare nel sito le due costruzioni che senza dubbio vennero fin dall’inizio edificate distinte: San Babila e la più antica San Romano, come accade nell’ Atto della Visita Pastorale del Card. Federico Visconti.

Gli studi di Enrico Cattaneo: un’ipotesi storica sulla penetrazione orientale a Milano

Mons. Enrico Cattaneo, storico della Chiesa Ambrosiana, “sacerdote e studioso che ha lasciato una traccia profonda, non solo per i suoi contributi scientifici nel campo della storia e della liturgia (450 titoli) ma anche per la intensa attività didattica all’interno della diocesi ambrosiana, esercitata con passione, in sedi diverse, lungo un cinquantennio” (A. Ambrosioni). Mancato il 13 ottobre del 1986, è sempre vivo nella memoria della città ed i suoi studi sulla storia della basilica di San Babila e dell’area sacra di porta Orientale rimangono il principale riferimento per la ricerca.

Lo studioso Enrico Cattaneo nei primi anni ’50 compie un approfondito studio che si può dire ancora oggi il più completo, il quale accorda la documentazione letteraria con gli esiti degli scavi archeologici.
Egli riporta i documenti da cui si desume che la basilica di San Babila e quella di San Romano, entrambe strettamente collegate fra loro e identificate con il sito Concilium Santorum, risultano in realtà edificate in periodi diversi: la più antica San Romano nel VII VIII sec e la successiva San Babila non prima del 1096. Cattaneo avanza contestualmente un’interessante ipotesi trovando una concordanza fra i testi e gli esiti degli ultimi rilievi archeologici che fanno risalire le fondamenta di San Romano proprio al VII sec. Si tratta di uno scenario che conferma inoltre la decisiva penetrazione orientale alle origini del cristianesimo milanese. Riferendosi alla grande portata dello studio compiuto dal Boglietti sull’epoca longobarda che lo ha condotto, tra l’altro, alla clamorosa scoperta del sito di Castelseprio, Cattaneo sostiene che la fondazione della basilica di San Romano potrebbe essere associata all’arrivo a Milano dei missionari orientali durante l’occupazione Longobarda nel VI secolo. Il clero milanese infatti restò in esilio per 80 anni, lasciando scoperta la città in questo periodo.
Scappando anch’essi dalla Siria, invasa prima dai persiani e poi dagli arabi, i santi padri orientali migrarono verso Roma e qui vennero inviati ad evangelizzare nuovamente Milano e le altre città occupate del nord. Durante la loro presenza si organizzò per la prima volta la gestione di una zona ristretta della città, poi parrocchia, attraverso l’istituzione del clero “decumano” Rientrato il clero ufficiale in Milano questi convissero per molti anni mantenendo inevitabilmente vive e operanti le realtà che si erano create. In questo contesto, il Cattaneo colloca la fondazione di una basilica che raccoglie le reliquie di tutti i santi orientali, appunto Concilium Sanctorum, e apporta per avvallare la sua ipotesi molta documentazione alquanto convincente. Quella prima costruzione vedeva la famosa arca delle reliquie sotto al pavimento di San Romano, come da documento che richiama la decisione di San Carlo di spostarla invece nell’altare. Questo particolare suggerirebbe anche allo stesso Cattaneo un qualche collegamento con il famoso cimelio di san Babila e quindi con l’origine paleocristiana della cappella, probabilmente più volte distrutta e ricostruita. Per certo l’ultima versione era comunque a pianta quadrata come dimostra un’antica planimetria, venne poi ampliata solo nel XVII secolo.

Un’ altra accezione: Concilium come “adunata”

Per invitare ad un orizzonte ancora più ampio rispetto al già complessa e vasta letteratura critica sul tema maturata nei secoli, riportiamo un’interessante radice etimologica, rintracciata da Cattaneo nella tradizione filologica dei testi sacri, che collega il concilium all’ “adunata”. Questa ipotesi suggerirebbe un luogo che potrebbe anche essere stato all’aperto, un luogo di ritrovo, dove per abitudine popolare tramandata si incontravano un certo tipo di persone, come molto spesso accade nelle città, un’identità che si fissa nella topografia e rimane nei secoli attraversando le generazioni. Da sempre infatti l’insediamento in una città di realtà straniere mette radici e diviene ben presto una naturale meta per chi arriva da quelle terre. Se c’è una cosa che in questo scenario pare indiscussa è la presenza in zona di comunità provenienti dall’oriente, anche oggi infatti, come allora, ‘fuori porta’ Porta Venezia, si concentrano comunità collegate al culto cristiano copto.

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