“Extra portam Tonsam”

“Extra portam Tonsam”


In quei quei terreni, fuori porta Tosa, nella seconda metà del ‘400, dove sorgerà il magnifico complesso di Santa Maria della Passione, di certo regnava la pace e una certa naturale armonia. Fra orti e alberi, curati e generosi di frutti, si poteva inoltre apprezzare la presenza di una singolare biodiversità.

Eusebio Corradi, Canonico Regolare Lateranense, che sarà presente alla fondazione della grande opera, descrive il sito, in una lettera del 1484, come un luogo vicino al centro ma “quasi in solitudine domibus remotus”, comodo e silenzioso, inoltre unico per il fatto che il “dux olim Barri pinguissimus” (Ludovico il Moro) lo aveva arricchito di animali e di alberi.

Sono passati ben più di sei secoli, eppure, quella tranquillità, nonostante la totale trasformazione del territorio, che purtroppo non lascia più respiro alla natura, si percepisce ancora oggi.

Per la sua fisionomia, la zona che si estendeva con un paesaggio piuttosto uniforme da porta Tosa a Porta Monforte, pare fosse tra le più caratteristiche della città: vi si trovavano orti, campi, giardini e sullo sfondo anche dei boschi, con casupole sparse. Era attraversata inoltre da un canale lungo il quale pare fossero presenti dei mulini. Da Porta Tosa fino al Redefossi l’ambiente doveva essere animato dalle faccende quotidiane delle diverse realtà popolari: nei pressi del canale che partiva dal naviglio e scorreva verso l’esterno della città, c’erano le lavandaie, nei campi i contadini che poi probabilmente vendevano i raccolti al mercato. Per certo la coltivazione dominante era ad ortaglia anche se non mancavano alberi da frutto, e questo ha ispirato anche la toponomastica, per esempio “nella via Chiossetto che traduce l’originario milanese ‘ciussett’ diminutivo di ‘cios’ significante l’orto chiuso da una siepe”. La denominazionedella parrocchia S. Stefano in Brolo, risale invece al V secolo, e si riferisce al grande parco del vescovo Martiniano, che si estendeva da San Babila a Porta Romana, sul quale la chiesa si affacciava.

Questo paesaggio ritorna spesso nelle stampe d’epoca e ci permette di immaginare i profumi e la dolce dimensione in cui si trovava immersa la nuova realtà che diverrà uno dei centri cruciali della vita culturale, ma soprattutto spirituale della città. Per ben tre secoli, dalla fine del XV al alla fine del XVIII, l’ambiente di Maria della Passione si manterrà vivace e in grado di attrarre a sé personaggi rappresentativi della scena storica ed artistica dell’epoca.

Quell’atmosfera ‘campestre’ sembra si sia conservata fino alla fine del ‘800, come rivela una vecchia foto panoramica della basilica, archiviata al Civico Archivio Fotografico del Comune di Milano, non a caso con il titolo Santa Maria della Passione, tiburio e ortaglie.

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