Emanuele Tresoldi – Coord. Centri d’Ascolto Decanato Centro Storico

Emanuele Tresoldi – Coord. Centri d’Ascolto Decanato Centro Storico


Il Centro Storico rappresenta il cuore di Milano, una città da sempre attenta alle Povertà, antiche e nuove, vicine e lontane, comunque prossime.
Operatori e volontari di diverse Associazioni negli ultimi 6 anni hanno deciso di coordinarsi nelle azioni e nelle progettualità, per offrire un Sevizio attorno alle persone che vengono a chiedere aiuto nei Centri di Ascolto (CdA) e nei Servizi di carattere caritativo, con l’importante supporto di Caritas Ambrosiana. Si tratta di alleanze educative ed alleanze tra diversi, come tra assistenti sociali, volontari, counsellor, insegnanti e molti altri professionisti. Fondamentali in questo programma sono state la progettualità condivisa, costruire buone prassi, l’attenzione alle ricadute di senso sulle famiglie d’origine di chi chiede aiuto. Particolare attenzione è stata posta nell’evitare che i bisogni portati dalle persone siano semplicemente legati all’offerta che le Associazioni mettono in campo.
Abbiamo pensato che affrontare insieme dei problemi volesse dire già risolverne la metà, moltiplicare le risorse e le esperienze, evitando così sovrapposizioni d’azioni disorientanti per chi chiede aiuto ed affaticanti per chi lo desidera donare. Vogliamo con quest’incontro condividere il lavoro svolto fin’ora ed aprire strade nuove, con la certezza di appartenere ad un sistema aperto e non chiuso. Come dice Sciascia, «accarezzando spesso il mondo in contropelo», in modo mai omologato al pensiero dominante, facendo cose nuove e non ancora pensate, perché il Vangelo ha bisogno di gente viva.
Questa Comunità Cristiana ha scelto di lavorare insieme ed assumere responsabilmente un pezzo di realtà e di farlo proprio esprimendo così la propria Missione in modo altro rispetto alle istituzioni, ma coerente e condiviso con queste ultime. Si è desiderato non burocratizzare le attività, cercando però al tempo stesso di renderle organizzate e competenti.
Le Povertà che desideriamo servire sono molto cambiate in questi ultimi anni, come rileviamo quotidianamente. Se osserviamo ad esempio le diverse esperienze dei Centri di Ascolto delle molte Associazioni, un tempo le persone sostenute nei CdA di Milano erano circa il 6 per cento della popolazione totale (fonte Caritas, 2013), erano anche quelle persone che nonostante i comuni sforzi spesso non riuscivano ad uscire dallo stato di difficoltà. Talvolta perché col tempo sono diventati su un piano emotivo “i nostri assistiti”, talvolta troppo nostri, generando forme di dipendenza “dai volontari” per cui per molti anni gli assistiti sono stati sempre gli stessi, per identità e numero.
Le richieste di aiuto, più alte nelle periferie urbane ed esistenziali di Milano, in questi anni si sono sposte verso il centro, in quanto luogo delle occasioni e delle opportunità. Domande portate ai Parroci, alle Parrocchie ed alle diverse Associazioni che col tempo hanno costruito luoghi di ascolto e centri pensati per costruire percorsi di orientamento, presa in carico ed erogazione gratuita di servizi di base.

Oggi le Povertà visibili nel Centro Storico hanno cambiato forma e certamente in futuro muteranno ancora, espressione di una società liquida che cambia continuamente, che lascia indietro i più fragili, che ha portato i penultimi ad esser gli ultimi, seguendo senza accorgersi lo scivolamento su un piano inclinato verso il basso, spinti da contrarietà anche incolpevoli che li hanno portati a situazioni del tutto inattese e mai sperimentate. Inoltre stiamo assistendo ad un ritorno di persone aiutate in passato e che sono tornate con problemi diversi e più ampi.
Con le crisi economiche, dal 2008 la situazione è precipitata, il tasso di povertà ha superato il 20 per cento della popolazione totale (fonte Caritas, 2016). Si tratta di persone non conosciute precedentemente, spesso italiani, disoccupati, laureati o con più di 50 anni di età. Ora le richieste che arrivano alle Parrocchie ed ai CdA sono ben diverse e complesse; ticket sanitari, spese scolastiche od impreviste (per la manutenzione della casa o per la cancellazione di una partita iva), restituzione di prestiti, od ancora un alloggio per il padre separato che dorme in macchina o risposte al dilemma del “dopo di noi” per dei genitori che hanno un figlio disabile.
La presenza di girovaghi con lunghe carriere di povertà esibita, che moltiplicano gli interventi di aiuto allontanando così la possibilità di esprimere il proprio progetto di vita, esiste ed esisterà sempre, ma tra questa moltitudine ci sono anche migranti figli di un’economia di mercato mondiale che genera ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, senza fissa dimora abbandonati alla loro reiterante quotidianità di sopravvivenza perché troppo folli per essere seguiti, ma sufficientemente adeguati per essere lasciati da soli, od ancora carcerati che mendicano una seconda possibilità. Anche i rom od i ragazzi africani che vediamo davanti ai Supermercati del Centro per chiedere l’elemosina potrebbero inserirsi in un contesto sociale e lavorativo, facendoli uscire dallo sfruttamento di organizzazioni criminali.

I bisogni sono diventati multi direzionali e plurimi generando forme di povertà che fanno più male rispetto a quelle del passato, perché colgono, come abbiamo detto, persone che prima conducevano una vita dignitosa e perché mettono in discussione l’identità della persona stessa, secondo l’attuale visione che “sei quello che fai”, rimuovendo così la speranza e con essa un futuro.
Sono proprio queste ultime le Povertà invisibili che desideriamo cogliere oggi nel Centro Storico, attraverso una prima fase di ascolto e rilevazione, per coglierne i bisogni veri. Leggerle è diventato complicato. Incontriamo, spesso senza saperlo, Poveri nascosti in un’apparente e discreta normalità; sono padri di famiglia decaduti da situazioni di benessere, con il cellulare di ultima generazione (ma a noleggio) perché lo usano per la ricerca del lavoro e per la rete sociale; mamme povere ma perfettamente truccate perché desiderano restituirsi la dignità di una donna che si prende cura di se; tutti poveri che sono tornati magari a cenare di nascosto dagli altri con una tazza di latte, ma cercano di farlo insieme, come famiglia. Poveri apparentemente inadeguati e colpevoli, che se soli rischiano di peggiorare notevolmente la loro situazione perché convinti di moltiplicare la propria insufficiente pensione nei bar con le slot machine o fiduciosi che i prestiti di amici e parenti possano essere una risposta stabile. Poveri che rischiamo di non accogliere in una relazione di cura e di promozione perché siamo guidati da stereotipi più che da conoscenze reali delle diverse situazioni.
Oggi queste sfide ci propongono o meglio impongono di generare delle risposte inedite e creative, a partire dalla sapienza di valori sedimentati.

La proposta di oggi è anche quella di non pensarci solo CdA, Mense, Servizi di distribuzione Viveri, Unità Mobile, Centri Diurni, Servizi di Base, Segretariati Sociali come quindi solo luoghi fisici di assistenza con pericolose derive d’efficentazione, luoghi che di volta in volta vengono interpretati come un agenzia di collocamento od un ufficio di sostegno al reddito, e che in queste direzioni tende emotivamente ad orientarsi nelle diverse azioni, per meglio accogliere le persone in difficoltà. Dovremmo invece abitare le relazioni di prossimità, ravvicinate, secondo logiche di fratellanza, sospendendo il giudizio, anche tra di noi. Si tratta di una scelta complessa, perché comprende un contesto in cui muoversi, territoriale e multidisciplinare. Una scelta complessa anche perché si diventa contesto parrocchiale, di quartiere, di decanato. Una scelta che ancora una volta diventa progetto di vita personalizzato con e per la Persona, sia per chi chiede aiuto sia per chi si dona. Dobbiamo accompagnarci come comunità attraverso l’espressione delle diverse competenze, personali e professionali senza però mai delegare la gestione della relazione ai “tecnici”, ma operando insieme per mettere in azione quel cambiamento desiderato. Dobbiamo ricordarci che la prima relazione di aiuto è quella educativa, ed è anche l’alimento più importante che alcuni di noi mettono nel pacco viveri. Nella reazione di aiuto si apre la possibilità di coinvolgere anche i giovani, in modo da promuovere la pastorale giovanile e per passare il testimone a chi verrà dopo di noi. Molti di noi non sono più giovanissimi, è il momento di prenderci cura e soprattutto lasciare spazio alle nuove generazioni a qui consegnare il senso di una vita ben spesa.

La proposta è quindi quella di raccoglierci, insieme alle Parrocchie, intorno alla relazione, donandoci fraternamente, in una dimensione umana ed empatica. Si tratta di un’accoglienza diffusa, all’esterno, che desidera essere “Chiesa in uscita” e comunità educante, condivisa, familiare, persino competente, perché coglie i talenti di chi ne è coinvolto. La relazione così abitata ci invita ad uscire dal passato, dalle difficoltà incontrate, divenendo un luogo non fisico di cura dove quindi esplicitare il bene ed i valori. Si potrebbe obiettare che la relazione non risolve le difficoltà materiali, ma certamente ne cambia la prospettiva, apporta forze ed idee nuove, occasioni, possibili soluzioni se condivise; insomma conduce alla Speranza.
E’ anche un modo di condividere nella quotidianità il volto missionario della Parrocchia e secondo questa visione agire logiche di sistema innovative essendo dei testimoni presenti sul territorio, anche partecipando alla progettazione.
Ciò permetterebbe di coinvolgere la propria comunità più ampia, cioè coloro che frequentano la Messa ma non sono coinvolti nei servizi, e coloro che non frequentano la Chiesa ma potrebbero essere coinvolti nelle diverse attività per scoprirne l’annuncio e la missione. Coinvolgerebbe Istituti scolastici, negozianti, professionisti, autorità locali, enti del pubblico e privato sociale, etc. Si tratta di sinergie trasversali dai percorsi ed esiti decisamente innovativi, anche se il cammino è tutt’altro che semplice. In questo modo il paniere di risorse che offriamo al prossimo è colmo di occasioni diverse ed il progetto di vita viene pensato su misura e riferito a chi deve realizzarlo. Alcuni di noi già lo fanno, a partire da un caso o da una situazione singola, ma non abbiamo ancora ultimato un metodo di lavoro condiviso.
Se riuscissimo ad agire e testimoniare la Carità, anche secondo rappresentazioni o Carismi diversi, in modo condiviso e partecipato genereremmo speranza ed occasioni, in quanto opportunità di cambiamento positivo, che aiutano e guidano il vivere.
Una comunità che così sostituisce il termine di scambio nelle relazioni, con il termine dono, si orienterebbe a fenomeni di restituzione da parte di chi usufruisce dell’aiuto avuto in dono, nuovamente donato a propria volta, magari anche solo attraverso lavori socialmente utili.
Attenzione particolare andrebbe riservata alla formazione condivisa e partecipata, in equilibrio con i tempi e gli spazi della vita moderna, formazione che abbia come fine il cambiamento, la sinergia ed il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dei servizi. Una formazione che possa creare comunità, ed un futuro per la stessa. Dei servizi che siano anche storytelling, come si usa dice oggi, del percorso e dell’identità.

Le Povertà cresceranno per complessità e difficoltà anche nel Centro Storico, dalla disparità nel possesso delle risorse, alle diversità culturali che non devono portarci al un mercato dei valori, dove se tutto vale, nulla vale realmente, dall’analfabetismo funzionale, al disagio psicologico, dalla complessità di ricondurre le persone in difficoltà in percorsi codificati, perché rinchiusi senza speranza in se stessi o per conservare l’unica cosa a loro rimasta, la libertà, all’impoverimento delle famiglie, dalla solitudine dei giovani quanto delle persone anziani, all’abuso di alcool e stupefacenti, alla disgregazione delle famiglie, all’impossibilità di accompagnare bambini ed adolescenti all’adultità per il troppo lavoro od impegni. Persino l’aspettativa di vita delle persone, per la prima volta, si è ridotta (fonte: rapporto Osservasalute 2015); complice la contrazione delle spese di prevenzione e perché molti non possono più curarsi.
E’ di questi mesi la notizia che oramai il 20% circa dei ragazzi tra i 13 ed i 20 anni hanno comportamenti intenzionali di autolesionismo, facendosi del male o tagliandosi, quasi sempre di nascosto ed in privato, per rabbia o per punirsi. (fonte Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2017). Paradossalmente ciò accade nell’epoca della maggior sviluppo digitale. Questo avviene anche qui, nel Centro Storico; vuol dire che dei 200 ragazzi di quest’età che abitano nella nostra zona e che incrociamo spesso, 40 di loro si fa intenzionalmente del male e 6 di loro lo fa in maniera costante e ripetitiva, di nascosto, quasi tutti i giorni.

Tutte queste sono Povertà invisibili, che in antiche culture, più semplici ma più a misura d’uomo, avevano la possibilità d’espressione e risoluzione nella vita del villaggio. Diversi sono i contenuti delle osservazioni se condotte nei CdA o nei Servizi, piuttosto che nella strada e nelle case, di giorno piuttosto che di notte, si tratta di un ulteriore elemento di complessità.
I volontari che operano nei CdA del Centro Storico segnalano che le persone che chiedono aiuto arrivano quasi sempre da zone più periferiche, quasi mai abitano nella zona di competenza del Centro. Ciò vuol dire che non ci sono Povertà? Tutt’altro, piuttosto per dignità o regole sociali implicite non si rivolgono ai propri CdA, al limite ne fanno cenno al Parroco od a persone di fiducia e riservate.
Giustamente qualche Centro si sta specializzando rispetto a bisogni importanti, sviluppando competenze, come ad esempio accade per la distribuzione di viveri, l’orientamento nella ricerca del lavoro o su questioni legali ma il CdA ed i Servizi devono presidiare la propria vera vocazione; la relazione, nelle sue molteplici espressioni e nella sostenibilità delle risorse. Dalla relazione origina anche il senso del pacco viveri e del guardaroba. In questo si incrocia il non limite della parrocchia, nella quale ci si percepisce come Comunità più ampia. Se la “questione dei Poveri” non fosse demandata a pochi volontari professionisti, seppur dall’insostituibile valore, ma generata come azione condivisa abitando le relazioni attraverso la Parrocchia e nella comunità più ampia, nella famiglia umana, allora sarebbe più facile incontrare l’uomo nei suoi bisogni, talenti e progettualità. Costruire risposte alle emergenti Povertà interessa e riguarda tutti, perché “lavorare al servizio degli altri ci cambia, ed incrocia la misericordia”, tema che Papa Francesco ha evidenziato in tutta la sua forza. Bisogna inoltre passare dai sostantivi ai verbi. Non parliamo più di Servizi per le Povertà, ma di curare, lavorare, abitare, educare, persino amare. Verbi da declinare non per categorie, ma per tutti, tutti noi. Dobbiamo privilegiare legami e significati al posto di prestazioni, servizi e denaro. Non apriamo nuovi servizi se non siamo certi che possano generare e rigenerare un legame.
Ripercorrere il senso insieme, ci riporterà a metodi e modelli inediti e generativi, se pensiamo ai bisogni reali dell’oggi, nella prospettiva dei de-sideri, in quanto già abitati. Compito impossibile? Tutt’altro, come ci ricorda Papa Francesco, a noi solo il compito di “avviare processi più che occupare spazi”.

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