Clara Bonfanti – Associazione “Fratelli di San Francesco” Onlus

Clara Bonfanti – Associazione “Fratelli di San Francesco” Onlus


Ringrazio Emanuele per aver così raccolto, arricchito e documentato quanto condiviso anche nell’ultimo incontro di coordinamento.
Mi limiterò quindi a raccontare qualcosa sulla nostra specificità come Associazione di Volontariato nel Centro dei Fratelli di san Francesco, di quanto rileviamo da questo il nostro piccolo punto di osservazione rispetto alle povertà che incontriamo e del tipo di risposta che cerchiamo di dare come volontariato.

Io mi occupo di volontariato di ispirazione francescana, nato nel centro di Milano presso la chiesa di Sant’Angelo, che ha quindi una lunga tradizione e dei valori radicati. Vorrei partire da qui, dai cittadini attivi che si riconoscono in quei valori, oggi come allora, ma in una realtà che è cresciuta e si è organizzata.
La tradizione francescana affermava che ‘quando c’è un povero in città è tutta la città che è malata’.
Potremmo leggere in due direzioni questa affermazione: i poveri ammalano la città (e quindi è un problema che tocca tutti – vediamo spesso rabbia e intolleranza, ma spesso anche paura di essere oggi esposti a rischi di scivolare “in basso”) o viceversa è la città che, poiché malata (sofferenze urbane di cui ha parlato Emanuele ) che crea la povertà crescente in cui viviamo. Da qualunque direzione vogliamo leggerla ci sono due poli in gioco, non uno: non ci sono solo i poveri, c’è anche la cittadinanza. Su questi due poli è impegnata l’associazione volontari: non solo a cercare di offrire risposte concrete alle povertà di oggi, ma anche a far crescere cittadini attivi capaci di inclusione.
Molti aspiranti volontari che vengono a colloquio ritengono di vivere dalla parte sana di questa città e hanno l’idea di sanificare l’altra. Il problema non è mio, è suo, quindi io se posso, se sono buono e quando ho tempo faccio qualcosa , ma non mi chiedete altro. Arrivano con risposte individuali ai problemi, non ne conoscono i contesti e non sono interessati (o non vedono il senso) di lavorare in termini di collettività, di formazione, di crescita, di spinta a cambiare qualcosa: il cambiamento deve farlo l’altro. Il non riconoscere di essere “dentro la malattia” rischia di far sì che il proprio apporto sia considerato opzionale e quindi di ritenere che:
delego agli specialisti il problema, casomai darò qualcosa se posso (volontariato a spot ma senza preoccuparsi di capire, approfondire ….che a volte non si rende conto di essere più dannoso che utile)
se entro in campo io devo vedere che è davvero utile: l’altro mi ringrazierà, io gli cambierò davvero le cose, altrimenti non serve che io ci perda il mio tempo
Il percorso che si fa come associazione di volontariato è invece quello di prendere consapevolezza della sofferenza urbana e di imparare ad uscire dal concetto individualista di affrontare i problemi entrando nella dimensione di gruppo, rete, cambiamento prima interno che esterno.
Il volontariato è un luogo di crescita sociale straordinario, se consapevolmente orientato e supportato, si muove su un percorso pieno di dubbi – non di risposte preconfezionate e stabili nel tempo – e cambiamenti. Il volontariato è sempre stato storicamente il primo attivatore di cambiamenti sociali, proprio perchè aggregato e inserito in un territorio che sente da dentro le cose.
Riteniamo che investire nella cittadinanza attiva sia fondamentale non meno dell’aiuto dato alle persone in difficoltà, e questo in particolare nel centro città, luogo più esposto a rimanere nella dimensione del puro buonismo o al contrario di esasperazione e paura crescenti. Aiutare i cittadini a vivere accanto a nuovi cittadini (anche quelli che qualche legge ha reso meno “tali”) è un compito che vorremmo si valorizzasse di più, affinchè cresca la consapevolezza di essere parte del problema e quindi..anche della sua soluzione!
I volontari, in particolare quelli del Centro di Ascolto, sono impegnati ad avere diversi focus: quello “da lente di ingrandimento” (per capire la specificità della situazione e da come è vissuta e affrontata) ma anche da binocolo (per contestualizzarla ), considerando il passato e immaginando un progetto su cui co-costruire, una specie di patto. Tutto questo stando anche “nel mezzo”, ovvero abitando insieme la casa (direi la tenda perchè alla fine del colloquio si smonta) umana di condivisione di emozioni e accoglienza di pensieri, che restituisce alla persona il suo valore, al di là della situazione e bisogni portati. Decisamente un compito non facile che richiede continuo impegno, formazione e tempo, anche dopo il tempo del colloquio – spesso anche a livello di contatti personali – per ampliare possibilità di creare ponti e reti. Qui si coltiva FIDUCIA.
Emanuele sottolineava anche la nostra comune preoccupazione come Centri di Ascolto rispetto ai giovani che difficilmente riescono ad avvicinarsi ad un percorso di volontariato così complesso e impegnativo. Tuttavia ci sono strade nuove che si possono preparare per loro, che non sono solo nell’esperienza saltuaria – magari tramite la scuola, ma vorrei tornare più avanti su questo aspetto..
Un altro principio francescano in cui ci impegnamo nell’ambito del volontariato è la RECIPROCITA’, che fa parte della responsabilità condivisa: cercare di mettere la persona in condizioni di reciprocare, consente di restituirle dignità, e di sottolinearle che scommettiamo con lei per questo cambiamento, in cui siamo accanto come uomini. Come Centro di Ascolto facciamo facciamo ad esempio firmare un impegno a restituire quando la situazione personale cambierà.
Il nostro Centro di ascolto ha una lunga esperienza nelle situazioni di povertà locali, abbiamo ancora due volontarie che ne fanno da prima che nascesse l’associazione (oltre 20 anni fa) e che hanno visto cambiamenti in numeri e complessità delle situazioni seguite, ma anche di soluzioni sviluppate sia da parte delle persone sia da parte delle altre realtà di aiuto che man mano sono cresciute sul territorio. Sulle competenze sarebbe utile riflettere perchè a volte si rischia di sminuirle, quando invece andrebbero meglio conosciute, anche se orientate, in particolare su percorsi di legalità e sostenibilità nel tempo.
Le persone che arrivano (l’altro polo di cui parlavo all’inizio), vengono, come per altri centri di ascolto di zona 1, per lo più da fuori dal centro città,salvo invii da parte di altri servizi del nostro Centro, come l’Unità mobile (si tratta di pochi casi ) o l’ambulatorio o lo sportello di orientamento e accompagnamento al lavoro.
Le persone che incontrano i volontari dell’Unità Mobile, che seguono il centro città, sono peggiorate in questi ultimi anni, anche per il protrarsi del tempo di vita in strada, incattivite dalla pressione di nuovi arrivi di differenti povertà e di risposte “per categorie” che di fatto hanno portato ad aumentare la tensione. Molti si sono nascosti in zone più riparate e meno in vista, altri sono ritornati alla strada dopo un periodo in cui lavoravano e vorrebbero sentirsi considerati diversi da coloro che arrivano oggi o da coloro che sono in strada da tempo. Ma di fatto vivono tutti la stessa sorte della strada, con saltuarie differenze nelle accoglienze notturne, legate al periodo dell’anno, ai flussi, alle decisioni politiche del momento. Lo sforzo dei volontari è riconoscere la differenza e dare voce, spazio alla ricerca di ciascuno della propria individualità.
Il limite di quello che si fa oggi? Dare un tempo e uno spazio “da servizio”, ma poi la persona rimane nella sua marginalità sociale, coi suoi pensieri, spesso senza sbocco di speranza. Serve un luogo dove poter consentire a tutti di spendere nella relazione qualcosa che non sia il denaro.
Mi ha colpito il racconto di una volontaria che ha avuto come richiesta da una signora senza tetto di un giornale di gossip. Per lei è stato chiedere di stare in relazione alla pari, una situazione normale in cui lei può avere argomenti come altri, entrare in relazione non come bisognosa. C’è un bisogno di rapporti normali, di sentirsi alla pari che rischia di non venire ascoltato se ragioniamo solo in termini di servizi. Non basta l’apporto specialistico spesso messo a disposizione, non bastano i servizi organizzati, gli operatori…Anche nell’attività dei volontari il rischio è che il rapporto sia sempre sui PROBLEMI e troppo poco sulle LE POSSIBILITA’ che ciascuno ha di essere anche altro: la possibilità di sperimentare e quindi di poter immaginare un inserimento nella società in modo nuovo. Facciamo ancora fatica a capire il valore dell’incontro e della condivisione e che questo aspetto non è demandabile al comune, regione, alla politica, agli operatori sociali, al sistema economico…no: questo riguarda ognuno di noi.
Vorremmo quindi insieme immaginare, oltre a quello che già si fa, degli spazi di condivisione, di sviluppo e attivazione di altre modalità di stare in relazione. Tutto ciò cercando di viverlo con dei tempi “normali” – non quelli della durata del servizio – , più a portata d’uomo. E’ vero che ci sono parrocchie e diverse realtà nella periferia di Milano o ci sono i centri diurni, ma servirebbe anche un ambiente laico, in centro città, aperto a tutti, se vogliamo considerare le tante diversità che “abitano” il nostro Centro città. Importante è anche non dimenticare la necessità di avere servizi igienici e docce che consentano di restituire dignità alle persone perchè davvero possano sentirsi di provare a giocarsi in modi nuovi. Questo creerebbe cambiamento e questo riguarda tutti noi. Un luogo dove trovarsi persone tra le persone e non come bisognosi tra i benestanti (dove possano essere proposti anche vari stimoli nuovi).
L’esistenza di un luogo fisico, nel centro della città, avrebbe un ruolo importante anche per l’aspetto dell’educazione dei giovani: una proposta di vita più simile al villaggio, dove diventi normale la diversità, la condivisione e la consapevolezza di una sorte comune. Qui anche loro potrebbero dare un apporto per quella che è la loro fase di vita, imparando anche da chi ha più esperienza.
Vorremo insomma costruire insieme un luogo in cui alla “malattia della città” non si risponda solo con l’antidolorifico (come si fa nei discorsi emergenziali, attraverso la distribuzione temporanea di qualche bene essenziale) , e nemmeno con le cure palliative (servizi che mantengono nell’assistenza) bensì con una visione olistica, che coinvolge tutta la persona nel contesto in cui vive, di cui ognuno di noi si senta davvero parte attiva e responsabile.

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