La Lectio Magistralis di don Angelo Casati al Centro Culturale di Milano

La Lectio Magistralis di don Angelo Casati al Centro Culturale di Milano

 


Il Saggiatore – Che cos’è Dio?
3 maggio 2017
 – Centro culturale di Milano.


Prima del mio intervento mi sembrano doverose alcune premesse.
 La prima mi riguarda: non sono un teologo di professione, tanto meno un filosofo. Posso dunque deludere coloro che amano incrociare sistemi di pensiero elaborati, perfettamente concatenati. Per l’aggettivo “concatenato”, anzi, nutro sospetto, quasi sentissi eco di “catene”. Gli amici de “Il Saggiatore” sapevano che, invitandomi, avrebbero corso questo rischio.
La seconda premessa riguarda questo ciclo di incontri e coloro che li hanno immaginati. Provo un senso di stupore, stupore buono, per l’affacciarsi delle domande: “Che cosa è la cultura?”. E tra le domande – “Che cosa è…?” – l’affacciarsi di una domanda su Dio. Una curiosità da un lato non scontata, dall’altro, segno che le interrogazioni anche insolite, a tutto campo, come quella su Dio, trovano ospitalità al di là dei confini delle appartenenze ecclesiastiche. Ne ho avuto una conferma dalla vita, dalla mia lunga vita, la conferma che grandi domande, grandi pensieri, grandi passioni abitano donne e uomini al di là di ogni confine, donne e uomini che ebbi la fortuna di avere compagne e compagni di viaggio, compagne e compagni di cammini. Uso la parla al plurale: “cammini”.
E oggi sono qui.
Che cosa è Dio? La formulazione del titolo è una domanda. Mi piace il punto interrogativo. Primo: perchè mi piacciono le donne e gli uomini delle domande. Secondo: perché, quando avrò finito di parlarvi – un po’ rapsodicamente come è nel mio stile – non troverete una definizione, forse solo una fessura, nella finestra. Da cui spiare. Da cui fare una domanda. La definizione di Dio eravamo soliti un tempo trovarla nei catechismi. Chi è Dio? – si, poniamo la domanda con il “chi”, perché Dio non è una “cosa” –. La risposta del catechismo iniziava dicendo che Dio è l’essere perfettissimo. Potevamo andare orgogliosi di averlo definito. Se non che, subito dopo, ad alcuni di noi si affacciava un sospetto, il sospetto di aver compiuto un attentato a Dio. Con l’operazione di mettere nei confini – definire – ciò che deborda dai confini.
Come dare un nome a Dio ?
Parlavo di una fessura da cui spiare. Ebbene nella mente mi corre l’immagine delle inferriate in un libro della Bibbia che amo, il Cantico dei cantici, che parla di amore e canta poeticamente l’amore di un uomo e di una donna, che per tutto il libro si cercano, si perdono, si ritrovano. E c’è questo gioco degli amanti, questo gioco sorprendente e inesausto dei nomi. Dai all’amato un nome, ma poi ti sembra povero, ne trovi un altro, poi un altro ancora in un gioco inesauribile, incontenibile.
Forse la morte dell’innamoramento, ma anche della relazione è quando l’altro è catturato o lo si pensa catturato in un solo nome, nel nome che noi gli abbiamo dato. Penso che ciò sia vero anche per Dio. E che sia la morte di Dio.
Trovo scritto in un salmo: “Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8-9). Ma in un altro libro della Bibbia trovo scritto che a Mosè, che desidera vedere la gloria di Dio, Dio risponde: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere” ( Es 33,20 -22).
Quanti fraintendimenti – pensate – quante presunzioni, quante ingenuità, quante condanne, quante crociate avremmo evitato, se ci avesse accompagnato questa convinzione profonda che di Dio vediamo solo le spalle. Che Dio nessuno mai l’ha visto.
La domanda su Dio deve purtroppo fare i conti con una ripulitura dell’affresco.
Lungo la storia abbiamo sovrapposto all’affresco immagini inquietanti e dobbiamo confessare che queste incrostazioni pesanti rendono faticosa la ripulitura dell’affresco. Non raramente, rifiutato non è il volto vero di Dio, ma il volto contraffatto di Dio, la sua sconsacrazione o la sua banalizzazione.
L’elenco potrebbe essere lungo, ma, esprimendomi in modo disarticolato, sorprendo immagini inquietanti là dove, per esempio, Dio prende il volto del Dio sorvegliante e non del Dio custode. Alcuni, fra i più anziani, forse ancora ricordano come nelle chiese, in certe circostanze, venisse messo in evidenza, in alto, sull’altare, a raffigurare Dio, un grande triangolo rosso con al centro un occhio inquisitore. E si diceva: “Dio ti vede” per metterti paura. Quando nelle pagine più illuminate e più luminose della Bibbia Il “Dio ti vede” è per dirti che Dio ha un pensiero per te. Puoi essere un cucciolo d’uomo, sperduto in un deserto, ma Dio ti vede, ha un pensiero per te. Dio è custode, salvezza del tuo volto. Inquietante, ancora, l’immagine di un Dio punitore, un Dio che punisce i peccati e manda terremoti e pestilenze, come castighi alla malvagità degli umani. Non sto alludendo solo a interpretazioni del passato: c’è chi, anche ultimamente, ha evocato il terremoto come castigo, a causa dell’introduzione di una legge sulla dignità degli omosessuali da parte del nostro parlamento.
Inquietante, ancora, l’immagine di un Dio che chiede di essere placato, riparato nella sua giustizia, con il sangue del suo Figlio o degli umani. Dio che è padre, come tutti i padri e le madri della terra, non può volere che i suoi figli siano nel dolore. Può solo, forse, piangere con i suoi figli nel dolore. Come è accaduto nella storia di Gesù, che si è commosso e ha pianto.

Van Gogh in una sua lettera del dicembre 1881 al fratello Theo, proprio reagendo alla predicazione di un Dio, sposato a un moralismo arcigno e disumano, scriveva: “Per me, quel Dio degli uomini di chiesa è morto e sepolto. Ma sono forse ateo per questo? Gli uomini di chiesa mi considerano tale – ma io amo, e come potrei provare amore se non vivessi e se altri non vivessero? E nella vita c’è qualcosa di misterioso. Che venga chiamato Dio, o natura umana, o altro, è cosa che non riesco a definire chiaramente, anche se mi rendo conto che è viva e reale, e che è Dio o un suo equivalente”.

Ecco allora un compito che oggi ci tocca, è questo: di difendere Dio, difenderlo da certi religiosi petulanti. “Difendere Dio” è il titolo di un piccolo libro, che è la trascrizione di una conversazione condotta da una donna mia amica, conduttrice su “Radio tre” della trasmissione “Uomini e profeti”, Gabriella Caramore. L’interlocutore principale. in quella puntata della trasmissione, era Moni Ovadia.
Difendere dunque Dio da che cosa? Anche da quel terribile pericolo che è l’uso banalizzato o dissacrante del suo nome. Difendere la trascendenza di Dio, con la consapevolezza che, quando ci avviciniamo al roveto ardente del suo mistero, ci tocca togliere i sandali, perché il luogo verso cui andiamo è terra santa (cfr Es 3,5).

Ma forse dovremmo – lasciatemi dire – togliere non solo i sandali, ma anche un’infinità di pensieri nostri e di tradizioni nostre che non hanno niente a che fare con Dio e il suo Libro, con Gesù e il suo vangelo. “Non nominare il nome di Dio invano” sta scritto tra le dieci parole. Non nominare il suo nome a sproposito.
In quella trasmissione, con Gabriella Caramore, Moni Ovadia raccontava un aneddoto ebraico, simpatico: “Gli ebrei decidono di non essere più ebrei, perché ne sono stanchi. Così dicono al Padre Eterno: “Non vogliamo più essere ebrei, vogliamo essere un popolo qualsiasi, siamo stufi, ne abbiamo passate troppe”. Il Padre Eterno, con molta comprensione, risponde: “Va bene, va bene come dite voi; però almeno restituitemi quello che vi ho dato”. Così partono verso il cielo milioni di vagoni con tonnellate di libri, di fogli, di discorsi, di carte, finché esce la mano dell’Eterno a bloccare il carico e la sua voce ironica spiega: “Eh no, ragazzi! Un momento. Io di libri uno ve ne ho dato. Tutto il resto tenetevelo voi”.
Avere dunque l’umiltà dello spirito, cui ci richiamava un grande filosofo francese del novecento, Gabriel Marcel, l’umiltà dello spirito che ci fa convinti – diceva – che “quando si parla di Dio, non è quasi mai veramente di Dio che si parla”.
Un modo dunque aperto di pensare Dio e il suo mistero. Deborda il mistero, fuori dai bordi. E dunque noi siano relativi. Pensarci, sentirci, relativi. Sentirci poco. L’assolutezza ci fa chiusi nel pensiero, nelle predicazioni, ci fa arroganti. Le definizioni fanno la morte di Dio. De-finire è “far finire” Dio, è decretare la sua morte.
Questa consapevolezza ci fa usare più spesso una piccola parola che non troviamo mai, o quasi mai, nei documenti, nelle dichiarazioni ecclesiastiche, la piccola parola “forse”. Non l’aut aut, ma l’et et: è questo, ma anche altro. Altro dai nostri pensieri. Il nome “Dio” dillo sottovoce. L’urlo chiude, il sottovoce apre. Non si tratta di indottrinare ma di affascinare. Pensate la bellezza: affascinare gli altri di Dio, di Gesù e del suo vangelo non significa certo richiudere Gesù in una tomba di codici e definizioni, ma aprire cammini dietro di lui. E chissà dove porteranno.
Forse vi siete accorti che ho accostato il nome di Dio a Gesù e al suo vangelo. L’ho fatto pensando a ciò che ho trovato scritto nel prologo del vangelo di Giovanni. Sta scritto: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito … ce lo ha rivelato”. Potremmo dire: “Ce lo ha raccontato”. Il verbo greco – “exeghésato” – tra i tanti suoi significati, custodisce anche quello di “fare l’esegesi”, di “raccontare”. Di Dio, il suo Figlio unigenito ha fatto l’esegesi, ce lo ha raccontato.
Per dire qualcosa di Dio vorrei dunque affidarmi ad alcune immagini che ci sono state consegnate dalle Scritture sacre: sono come fessure. Alla donna del pozzo di Samaria che gli chiedeva se si dovesse adorare Dio su un monte o su un altro, Gesù risponde: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”.(Gv 4,23-24). Una fessura: Dio è spirito: Vorrei lasciarmi condurre dalla parola “spirito”: “spirito”, “spirare” mi evoca il soffio del vento, mobile ma Inafferrabile; invisibile ma reale. Vorrei dire: Dio come soffio, soffio di vita. Ebbene a questa immagine è ricorso Gesù in una notte in cui ebbe una conversazione intrigante con un capo dei farisei, di nome Nicodemo. Quella notte Gesù parlò di vento, per dire che anche noi siamo chiamati ad essere donne e uomini del vento. Disse: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va, così è chiunque è nato dallo spirito”(Gv 3,8). Una immagine che mi porta lontano dall’immobilità: il Dio immobile o il vento? Voi mi capite: è come traghettare dal “codificato” all’ ’’invenzione”, dal “noto” al “sorprendente”.

Vorrei dire vento e carne, insieme. Spirito e umanità insieme raccontano di Dio. L’umanità dunque come svelamento, se stiamo alle parole di Giovanni: “Dio nessun lo ha mai visto. Il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”.
E qui sta la sorpresa, la bellezza, lo specifico – perdonate se lo chiamo così – della fede cristiana. Dove e come Gesù ci ha raccontato Dio? Ce lo ha raccontato nella sua umanità. Badate bene, non andiamo subito a pensare ai miracoli, o ai fatti straordinari della sua vita, come se Gesù avesse fatto finta di essere uomo e non fosse proprio la sua umanità il luogo del racconto. No, Gesù, Dio ce lo ha raccontato con la sua vita concreta di uomo, un uomo vero, uomo con una vita fragile come la nostra, con una vita debole come la nostra, un uomo con un corpo come il nostro, con passioni come le nostre. Il racconto di Dio è in quelle mani che hanno sollevato, in quegli occhi che hanno accarezzato, in quei piedi che hanno camminato sino a provare stanchezza, in quel suo banchettare con pubblicani e peccatori che gli attirò l’odio degli ortodossi, in quella sua voce a difesa degli ultimi e dei poveri, in quel suo condividere con noi persino la paura e la tristezza di morire. Pensate, la vita umana di Gesù come una fessura da cui intuire qualcosa di Dio. Di un Dio lontanissimo dalle immagini che ci rimanda una religione persa nei codici e nelle astrazioni. L’umanità!
Gesù era il contrario dell’immobilità. Trovò i suoi oppositori più feroci negli uomini di una religione immobile. Pagò la vita perché non chiudeva Dio nelle codificazioni o in moralismi imbalsamati.
Nei suoi occhi, nelle sue mani, nei suoi sentimenti, nelle sue passioni, nei suoi orizzonti, quelli che lo hanno incontrato hanno intravvisto il volto di Dio.
Era l’uomo dello Spirito, Lo Spirito lo spingeva, Lui camminava. Non era chiuso nelle
sinagoghe. Perché Dio non può essere chiuso nelle sagrestie o nelle chiese.
“L’uomo che cammina” è il titolo di una piccolo libro di uno scrittore e poeta francese contemporaneo, Christian Bobin. Nel piccolo libro, pubblicato da Qiqajon di Bose, scrive di
Gesù: “Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ più fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi”
Camminava veloce – perdonate se mi esprimo così, ma è per aprire, se mi riesce, un’altra fessura su Dio –. Camminava veloce perché amava. E l’amore – voi lo sapete – fa correre. Rese visibile sulla terra la tenerezza di Dio, Insegnò a chiamare Dio con il nome di “padre”.
A conferma Giovanni nella sua prima lettera ci ha lasciato questo spiraglio su Dio: “Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16).
Sembra la conclusione di una narrazione su Dio: “Dio è amore”, ma è anche apertura degliocchi ai luoghi dove oggi passa Dio, il vento di Dio. “Chi sta nell’amore dimora in Dio e Diodimora in lui”.

Stare nell’amore. E che sia l’amore a farci camminare. Dove è Dio sulla terra? “Chi sta nell’amore… Dio dimora in lui”. Quante – pensate – le dimore! In ogni donna e in ogni uomo che incontro, in ogni donna e uomo che si amano, che amano.
Non è forse scritto nella Bibbia, nel racconto poetico della creazione, che Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo, vi soffiò un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente? Un pugno di terra, di cenere, visitata dal soffio, dal soffio dello Spirito. Bisogna avere occhi per la terra, per le donne e gli uomini che la abitano e riconoscere lo Spirito che dimora. Nei giorni della scorsa quaresima così Papa Francesco commentava: “Siamo stati tratti dalla terra, siamo fatti di polvere. Sì, ma polvere nelle mani amorose di Dio che soffiò il suo spirito di vita sopra ognuno di noi e vuole continuare a farlo; vuole continuare a darci quel soffio di vita che ci salva da altri tipi di soffio: l’asfissia soffocante provocata dai nostri egoismi, asfissia soffocante generata da meschine ambizioni e silenziose indifferenze; asfissia che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte e anestetizza il palpito del cuore. Il soffio della vita di Dio ci salva da questa asfissia che spegne la nostra fede, raffredda la nostra carità e cancella la nostra speranza. Vivere la Quaresima è anelare a questo soffio di vita che il nostro Padre non cessa di offrirci nel fango della nostra storia”.
Parlare di Dio significa dunque parlare del suo soffio che abita la vita, che abita l’altro, che abita me. Questo soffio buono, promettente, questo mistero buono che abita le cose, abita le persone, abita la vita. E c’è in ogni uomo, in ogni donna. Questo soffio di Dio che ci fa viventi quaggiù e anche oltre.

Forse diamo altri nomi a Dio o forse non diamo nome, ma ciò che alla fin fine conta e sta a cuore a Dio è che non spegniamo questo soffio, che crediamo nel fuoco buono che è acceso in noi e nell’altro. Nella brace, spesso silenziosa, che non sta nelle parole. Ebbene soffia sulla brace del tuo cuore, soffia sulla brace dei cuore dell’altro, soffia sul mistero silenzioso che ci abita. Avere occhi per questo mistero buono che ci abita e lasciarci condurre.
La narrazione di Dio è nell’umano o, se vogliamo allargare, è nel cosmo. Si tratta di ascoltare il racconto.
Dal giorno in cui Dio si fatto uno di noi, sarebbe pura schizofrenia scucire l’umano dal divino, scucire il “terreno” dal “divino”, dopo che lui li ha cuciti nella sua carne. Scrive Christian Bobin “Ho trovato Dio nelle pozzanghere d’acqua, nel profumo del caprifoglio, nella purezza di certi libri e persino in certi atei. Non l’ho quasi mai trovato presso coloro il cui mestiere consiste nel parlarne”.
Molti, a mio avviso, oggi se ne vanno dalle chiese per questo: trovano parole e non trovano Dio, trovano durezze e non il vento dello spirito. Là dove dovrebbero trovare la cucitura tra Dio e ciò che li appassiona, trovano la scucitura, la sconnessione.
Ebbene se oggi stiamo assistendo a una fuga, dalle chiese, delle donne e dei giovani, uno dei motivi, e non credo sia l’ultimo, penso sia questo: che non si sentono ascoltati nella loro vita. Si sentono guardati, direi, come vasi vuoti da riempire. Stiamo davanti a loro come fossimo davanti a una assenza e non a una presenza. Una presenza di valori.
Ricordo la sensazione di disagio che pativo anni fa con i miei confratelli preti quando, parlando di fidanzati, dicevano: “Arrivano che in chiesa non ci mettono piede da dieci e più anni? Ebbene adesso, che devono partecipare a un corso per fidanzati, si beccano un bel catechismo!”. Vasi vuoti, da riempire. Mi permettevo di dire loro che era semplicemente
il contrario. E che Dio nelle Scritture sacre si era raccontato proprio usando l’immagine di un uomo e di una donna che si amano. E che stessimo a guardare loro, i fidanzati, perché proprio dal loro amore avremmo potuto capire qualcosa di Dio. Perdonate questa mia confidenza, molto personale: tra le mie esperienze più belle come parroco ricordo le sere passate con loro. Io mi incantavo a guardarli: si appoggiavano strusciandosi l’uno all’altro, si perdevano l’uno negli occhi dell’altro come per un viaggio che non finiva, si cercavano sfiorandosi teneramente. E io, che a volte venivo da giornate molto piene e un po’ ero stanco, riprendevo respiro e gioia guardandoli, guardandoli nel loro innamoramento. E andavo con il pensiero a quel lontano giorno delle origini, quando Dio, anche lui, dopo aver creato l’uomo e la donna, si perse, trasognato, a guardarli. Si perdeva, dice la Bibbia, a guardarli. “Dio vide” è scritto, dunque si perse a guardarli. “Dio vide […] era una cosa molto buona” (Gen 1,29). Il termine può significare “bella”, una cosa molto bella. Le cose belle ti perdi a guardarle. Sarò un po’ strano, ma quando incontro o quando solo sfioro per strada i ragazzi – ma non solo i ragazzi – che se ne vanno innamorati, ho un tuffo di gioia e di speranza al cuore. E mi sembra di vedere Dio lì, in quei loro gesti. Ed è quello che penso ogni volta che sono chiamato ad assistere a un matrimonio: non sono io a celebrare, sono loro a celebrare; non sono io a rendere presente Dio con la mia benedizione: la benedizione di Dio è già dentro, Dio lo hanno reso presente loro con la loro storia di amore, Dio è nell’innamorarsi e nel dare forma ogni giorno all’amore. Vorrei dire che non c’è Dio là dove è assente l’innamoramento
Mi chiedo anche se in assenza di qualche forma di innamoramento il rischio non sia quello di una vita spenta, anche dal punto di vista religioso. Un teologo greco-ortodosso, Christos Yannaras, ha scritto: “Solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a lui”.
Pochi giorno fa, su “Il Sole”, il card. Ravasi citava un pensiero folgorante di Simone Weil che scriveva: “Ciò che fa capire se uno è passato attraverso il fuoco divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma è il suo modo di parlare dell’uomo e della terra”.
Non vorrei abusare della vostra attenzione, vorrei fermarmi qui. Lasciando aperta la domanda. Lascio aperta la ricerca, dando credito, un credito senza riserve, alla vostra riflessione. Che va oltre i miei balbettamenti su fessure. Ancora una volta cito Christian Bobin, perché ho l’intima convinzione che di Dio dicano più i poeti che i teologi, dica più la poesia che la prosa, la poesia evoca, la prosa registra e, a volte. restringe. Nel suo libro “La sovranità del vuoto” scrive: “Dio è il nome di qualcuno che ha migliaia di nomi. Lo chiamano silenzio, aurora, nessuno, lillà, e moltissimi altri nomi, impossibile esprimerli tutti, non basterebbe una vita intera: hanno inventato un nome così, Dio, per andare più veloci, un nome per esprimere tutti i nomi, un nome per esprimere qualcuno che è dappertutto, eccetto che nelle chiese, nei municipi, nelle scuole e in tutto ciò che assomiglia, da vicino o da lontano, a una casa. Perché Dio è fuori, tutto il tempo, da qualsiasi tempo, anche in inverno, e si addormenta nella neve e la neve per lui si fa soffice, gli dona solo il suo biancore con alcune stelle cucite sopra, serbando per sé la ferita del freddo”.
“Dappertutto” scrive“ eccetto che … in tutto ciò che assomiglia, da vicino o da lontano, a una casa”. In che senso casa? Una casa – voi mi capite – intesa come immobilità. Per dire che Dio non è nelle parole spente, nei riti senza anima, nel gelo dei monumenti. Come mi è capitato un giorno di scrivere per un matrimonio:

E forse più che una casa,
spenta immagine della mia fissità,
ho sognato per il tuo amore una tenda, caldo rifugio per una notte.

Ma subito è il miracolo dell’alba
e tu, instancabile,
la vai arrotolando

alla ricerca di nuovi orizzonti. Sempre oltre
per ininterrotti sentieri
che solo amore inventerà. Andare di terra in terra,
di amore in amore perdutamente
e all’ultimo orizzonte scoprire che Dio non era

nelle stanche parole
nel gelo dei monumenti.
Era nel brivido
del tuo inquieto cammino.

 


La locandina dell’incontro

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