2 aprile 2017. Quinta domenica di Quaresima

2 aprile 2017. Quinta domenica di Quaresima


Forse ci siamo commossi anche noi. Come Gesù. Me lo auguro. Mi auguro che ci sia rimasto un briciolo di anima per commuoverci.
 Posso sbagliarmi, ma questo per me è uno dei brani più suggestivi per spiare, come da una fessura, i sentimenti di Gesù, che cosa si muoveva nel suo cuore, la sua tenerezza, i suoi fremiti, il suo pianto, che prima era dentro, poi glielo hanno visto in pieno volto.
Che grazia che ci siano rimaste pagine come queste, che hanno nel tempo resistito e, ancora oggi, si ribellano a una espropriazione: predicazioni e testi e tesi che hanno espropriato Gesù della sua umanità. Che non finisce invece di affascinare, di spingere alla sequela, di convocare. E infatti perché siamo qui noi questa mattina?
Veniamo al racconto: lui, Gesù, vive da lontano la tristezza di un annuncio di una malattia mortale di un suo amico. Quella di Lazzaro – lo avverti da tutto il racconto – era una casa di amici. Anche Gesù aveva amici e quando era a Gerusalemme trovava ospitalità nella casa a Betania, a meno di tre chilometri. Trovava ospitalità negli affetti: ”amava Marta e sua sorella e Lazzaro”. Come distante, lui, dalla razza di coloro che, con la scusa che amano tutti, non amano nessuno, anaffettivi per ascesi, brutta ascesi! Anaffettivi.
E’ come se il nostro brano fosse un canto all’amicizia: il racconto dei passi dell’amicizia, dal primo all’ultimo versetto, il sottofondo di una musica, quella dell’amicizia. E Gesù dentro, dentro questi passi, i passi dell’amicizia. Che sono anche a rischio. A rischio di morte: “Ma come? Cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. A rischio di morte. Non per nulla “da quel giorno” – scritto –“decisero di ucciderlo”. Ma l’amicizia per lui era sacra. Qualche giorno dopo dirà: “Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici. Io vi ho chiamato amici!”. E non era nome pallido – succede a noi che lo usiamo disinvoltamente – per lui gli amici erano amici! E nell’ultima sua cena parlava al plurale, parlava dei suoi discepoli, parlava di noi: “Voi” – soggiunse – “siete miei amici”. Lo confermò con i fatti, con la sua morte: una vita, consegnata, per noi.
Ancora vorrei dire: una amicizia devastata, nei sentimenti, dalla morte. A scanso di ingenue e scorrette interpretazioni, vorrei dire che Gesù portò tutto il dolore e l’amarezza della morte. Anche della sua. Non troviamo forse scritto nel vangelo che nel giardino degli ulivi “cominciò a spaventarsi e a provare angoscia”? E disse ai discepoli: “L’anima mia è triste fino alla morte”.
E questo – lasciatemelo dire – è il paradosso che sbuca da ogni piega nel nostro racconto. Ha appena finito di dire: “Io sono la risurrezione e la vita” e, davanti al pianto della sua amica e di quelli che l’accompagnavano, si commosse profondamente e fu turbato Ma il testo greco è più incisivo e ci parla di Gesù che “ebbe un fremito di rabbia”. Stesso sentimento, un fremito di rabbia, che gli salì al cuore quando sentì dire: “Ma costui che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?”. E tra un fremito di rabbia e un altro, il suo pianto: “Scoppiò in pianto”. Qui misuriamo il paradosso, che è il paradosso della fede, questa congiunzione: “Io sono la risurrezione e la vita” e il pianto, il fremito di rabbia.
Quasi a dire che la fede nella risurrezione non può essere sbandierata come il biglietto di una esenzione, l’esenzione da fremito di rabbia e da pianto. E’ una luce che ti abita e ti accompagna anche dentro il passaggio più misterioso.
Perché la fede – voi lo sapete – non risparmia la domanda, tanto meno quella sulla morte. Se la faceva, con sincerità disarmante, anche il card. Martini. Anche lui a chiedersi se Dio, creandoci, non ci avrebbe potuto risparmiare questo duro passaggio. E sembra di risentire le parole dei giudei amici di Marta e di Maria che si chiedevano se lui, che aveva fatto tanto, non poteva far sì che il suo amico non morisse.
Rimane la domanda. Ma rimane anche quella voce che va oltre la morte di Lazzaro: lui, alla fin fine, non sfuggirà alla morte. Una voce assoluta, che viene da un bene assoluto, il bene che ci vuole Dio in Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?”. Credi che io potrò farti uscire dalla morte, come un giorno feci uscire il mio popolo dalla terra di schiavitù?
Lui non potrà far in modo che noi non moriamo e questo rimane un mistero. Ma potrà fare in modo che dalla morte usciamo. Anche se non sappiamo né quando né come, anche se alla morte rimane incollato tutto il suo mistero di rabbia e di pianto.
 Ritorno a un’emozione, un’emozione che mi porto in cuore leggendo questo racconto, già alludevo all’inizio. Mi verrebbe da dire che in questo racconto più che la morte ha evidenza l’amicizia. Come se avesse più potere l’amicizia che la morte, come se l’amicizia e l’amore fossero vincenti sulla morte. Fin quando – mi dicevo – qualcuno mi leggerà questo racconto, la morte non sarà più la morte.
In questi giorni un’amica mi ricordava una poesia di Wislawa Szymborska, il contesto non è il nostro. La poetessa sta contemplando nel Rijksmuseum di Amsterdam, un dipinto di Vermeer che raffigura la donna che versa il latte dalla brocca in una scodella, e scrive:
 Finché quella donna del Rijksmuseum nel silenzio dipinto e in raccoglimento, giorno dopo giorno versa il latte dalla brocca nella scodella,
 il mondo non meritala fine del mondo. Perdonate, ma mi è venuto spontaneo pensare che, finché mi vive negli occhi il racconto di quello che accadde quel giorno a Betania, il mondo non merita la fine del mondo, la vita non merita la fine della vita: più forte della morte è l’amore.

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