«Ricordati del giorno di sabato»

«Ricordati del giorno di sabato»

“…il terzo comandamento, un precetto positivo e solare, così caro all’ebreo da avergli fatto escogitare questa mini-parabola tradizionale: «Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato. Voglio regalarlo a Israele». Il giorno festivo è, dunque, un tesoro, è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l’alto e l’infinito, capace di interrompere l’orizzontalità della nostra visione comune e continua.
Quel tesoro è consegnato al Sinai, all’interno appunto dei dieci comandamenti, laddove leggiamo: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Esodo, 20, 8-11). Il termine “sabato” è allusivamente connesso al verbo shabat, “riposare”. Tuttavia, è più probabile che originariamente esso si colleghi al numero sette, in ebraico sheba`, donde sarebbe semplicemente il “settimo giorno”, fermo restando che – come noto – nella mistica simbolica orientale dei numeri, il sette è la cifra della pienezza e della perfezione.
Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo. Tuttavia si trattava di uno “spazio” confinato e isolato nel tempo, tant’è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica “giorni intoccabili”). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un’aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, emergerà anche nella tradizione ebraica.
Un testo giudaico del II secolo a.C., il Libro dei Giubilei, minaccia la pena capitale per la violazione di alcune proibizioni classiche proprie del sabato: ad esempio, accendere il fuoco o preparare cibi, norme ancor oggi rispettate dagli Ebrei osservanti, come ricordano coloro che in Israele trovano di sabato ascensori particolari che si spostano senza essere comandati manualmente perché premere il pulsante è considerato un’accensione e quindi una violazione del riposo sabbatico.
Il trattato del Talmud sul sabato elenca 39 precetti per una corretta osservanza di quel giorno sacro. E la tentazione di considerare la giornata festiva solo come uno spazio vuoto da tutto ciò che è profano è stata forte anche nel cristianesimo con la distinzione tra lavori servili e liberali. ll riposo, invece, non deve essere fine a se stesso; tra il tempio ove si celebra il culto sabbatico o domenicale e la piazza della città – come diceva il teologo ortodosso russo Pavel Evdokimov – non ci dev’essere una barriera isolazionista, ma una soglia attraverso la quale corre il vento dello Spirito che unisce sacro e profano. Il sabato non dev’essere un’isola sacrale che disdegna il resto dei giorni; non può essere solo un’area vuota,
votata all’inerzia, come ironizzava lo storico Tacito a proposito del sabato ebraico, secondo la concezione che egli ne aveva. Il riposo biblico, tra l’altro, è un concetto positivo, non si riduce a mera assenza di fatica, ma è simbolo di comunione con l’eterno, con l’infinito di Dio, col senso ultimo della vita: è questa la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti, una festa piena e senza appannamento nella luce intramontabile di Dio.
«Dio benedisse il settimo giorno – si legge in Genesi 2,3 al termine del racconto della creazione a cui rimanda anche il precetto del Decalogo sul sabato – e lo consacrò perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto». Il settimo giorno è, sì, esodo dal lavoro alienante, dalla tensione quotidiana, ma non è rinuncia alla vita quotidiana e al lavoro. Al sabato l’uomo non domina più le cose, ma ne scopre il senso e loda il Creatore; nel sabato egli intuisce l’armonia del creato. La logica consumistica del tempo libero come è vissuta dalla nostra società contemporanea è ulteriore alienazione; la logica del settimo giorno biblico è, invece, l’ingresso nell’unità armonica tra mondo e uomo, tra azione e contemplazione, tra parole e Parola. Una foglia, attraversata dalla luce del sole, rivela un reticolo di nervature e un ampio tessuto connettivo: se essa fosse solo nervatura, si accartoccerebbe e diventerebbe un mostro; se fosse solo tessuto, si dissolverebbe e si affloscerebbe.
Così è la settimana del credente.
Ha bisogno del settimo giorno come di una nervatura che sostiene i sei giorni: guai se la settimana fosse priva di questo alimento; ma guai se si ignorasse il profano chiudendosi in un misticismo evanescente!
In questa luce si comprende il monito dei profeti biblici che bollavano l’osservanza meramente rituale del sabato: il rito senza la vita è farsa, la liturgia domenicale senza giustizia negli altri sei giorni è magia. «Non posso sopportare delitto e solennità», afferma il Signore in Isaia (1,13). E Gesù dichiarerà in modo lapidario che è il sabato che è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Marco 2,27) e non esiterà a guarire malati anche di sabato, pur compiendo un’azione apparentemente vietata dalle normative citate sul riposo sabbatico. Non per nulla nella seconda versione che è offerta dalla Bibbia riguardo al Decalogo, quella presente nel capitolo 5 del Deuteronomio, si invita a ricordare nel giorno di sabato la libertà donata da Dio in occasione dell’esodo dalla schiavitù egiziana: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno del sabato» (Deuteronomio 5,15). Commentava uno studioso tedesco, Hans W. Wolff: «Ogni sette giorni Israele deve ricordarsi che il suo Dio è un Dio liberatore, il quale pose fine a una dura schiavitù e che continua a ergersi contro tutte quelle potenze che vogliono opprimere il suo popolo».
«Santificare la festa» è, quindi, prima di tutto santificare se stessi, sostare per contemplare Dio e per penetrare nella propria coscienza, ritrovare la carica per rientrare nei giorni feriali in modo più puro e generoso. Come diceva il bel documento di Giovanni Paolo Il Dies Domini, pubblicato il 31 maggio 1998, la festa dev’essere per il cristiano dies Domini, dies Christi, dies Ecclesiae, dies hominis, dies dierum, cioè «giorno del Signore, di Cristo, della Chiesa, dell’uomo e giorno dei giorni».
Queste espressioni illuminano l’intreccio tra “verticalità” (il sacro e il divino) e “orizzontalità” (quotidianità, concretezza, umanità e fraternità) del giorno festivo. È, perciò, con particolare calore che raccomandiamo la lettura di quella bella Lettera apostolica che cerca di far riscoprire il senso perduto della festa e che potrà essere meditata attraverso una delle varie edizioni reperibili presso una libreria religiosa.
Noi vogliamo concludere questo commento al terzo comandamento con due note ulteriori, desunte come spunto da quel testo pontificio. La prima riguarda proprio la caratteristica della “domenica” come giorno del culto (il termine di origine latina, come è noto, significa “giorno del Signore”). Cerchiamo di esprimere questo aspetto, che potrebbe essere tratteggiato in molteplici forme, attraverso una poesia di Carlo Betocchi (1899-1986), intitolata suggestivamente Messa piana: (Quando vado alla messa spesso non prego, / guardo. Sono come un bambino. Guardo, / e credo. E il Signore mi dice (con povere fiammelle di candela, mutamente entro me, nel mio guardare), / – Bravo, hai fatto bene a venire. E al segreto consenso la coscienza / s’indebita, riconoscente. E mormora: Basta; così sian tutti, tutti oramai, con me. / Anche quei pochi a cui ho fatto del bene. E solo mi lascino, / taciti, solo nel mio guardare».
Spesso nei suoi versi questo poeta torinese, formatosi e vissuto a Firenze, ha lasciato fremere l’ansia spirituale, nel quotidiano ha fatto provare i brividi della trascendenza. Questa sua testimonianza, certo, non deve essere considerata come una guida alla celebrazione eucaristica che deve comprendere il canto, la preghiera, la lettura, l’ascolto, la coralità. Tuttavia c’è un aspetto che è altrettanto fondamentale e che viene spesso ignorato: la liturgia è “spettacolo” nel senso nobile del termine, è un guardare dei segni che ci devono parlare dell’Altro, di un Oltre che supera la storia. La preghiera domenicale come meta terminale deve avere il silenzio della contemplazione pura, dell’adorazione, dell’abbandono sereno, pacato e placato da Dio. «Io ti conoscevo per sentito dire; ora i miei occhi ti vedono», dirà Giobbe al termine del suo lungo e travagliato itinerario umano e spirituale (42,5). Sarebbe importante creare sempre uno spazio libero e puro di contemplazione, una vera e propria oasi dello spirito. E questo non solo per il credente, ma per ogni uomo che vuole ritrovare se stesso estraendosi dalla superficialità e dalla frenesia della vita. «Guardo, e credo», dice Betocchi. Essere aperti al mistero che si manifesta e sentire anche noi quelle parole tenere e semplici che Dio ci rivolge: «Bravo, hai fatto bene a venire». C’è però un’altra considerazione che vogliamo proporre ai nostri lettori a margine del terzo comandamento. In un testo giudaico antico, la Vita di Adamo ed Eva, si legge questa frase: «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». Un filosofo mistico ebreo contemporaneo, Abraham J. Heschel (1907-1972), in una sua opera intitolata Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno (Rusconi 1972), affermava che «il settimo giorno fornisce nel tempo un assaggio di eternità« attraverso la preghiera, il silenzio e la serena contemplazione. Nella Genesi si racconta che l’uomo fu creato come vertice del creato, ma lo fu nel sesto giorno, e noi sappiamo che il sette è la cifra della perfezione, il sei è segno del limite e dell’imperfezione. Ebbene, attraverso la fede e la liturgia del settimo- giorno l’uomo può gustare il “tempo” di Dio, il suo riposo di pace e di luce.
«Quando giungerà la nostra ora, moriremo rassegnati e lassù diremo che abbiamo sofferto, abbiamo pianto, che la nostra vita è stata così amara, e Dio avrà compassione di noi, e tu ed io, zio, zio caro, conosceremo una vita radiosa, stupenda, meravigliosa. La gioia ci riempirà e noi considereremo con un sorriso commosso la nostra presente infelicità, e riposeremo. Riposeremo! Tu non hai mai conosciuto la gioia in tutta la tua vita, ma aspetta, zio Vanja, aspetta… Riposeremo, riposeremo!».
Forse qualche lettore ha riconosciuto in queste parole e nel nome del personaggio la finale del dramma Zio Vanja composto da Anton Cechov nel 1896 e rappresentato la prima volta nel 1899. I due colpi di pistola destinati al suicidio vanno a vuoto e il protagonista rimane ancora in vita, ricevendo l’appello a sperare oltre la stessa esistenza e la morte.
A sperare in quel riposo che darà tregua a ogni esistenza travagliata.
È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskreséné, che letteralmente significa “risurrezione”. Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l’attende, quel “riposo eterno” a cui sopra abbiamo già accennato, una “vita radiosa, stupenda, meravigliosa”, come dice Cechov, perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l’avrebbero impiccato il Sabato Santo del 1945, aveva esclamato: «Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa!».

Gianfranco Ravasi

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